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Cultura

Goffredo Palmerini e la memoria che non svanisce: Recensione a “Personaggi e Persone”

“La memoria è il solo paradiso dal quale non possiamo essere cacciati.”
John Milton

In un’epoca in cui la velocità consuma nomi, storie e presenze con la stessa rapidità con cui vengono generate, l’ultimo lavoro di Goffredo Palmerini si impone come un gesto controcorrente, quasi un atto di resistenza culturale. Personaggi e persone – 99 profili, un patrimonio di memoria non è soltanto un libro: è un archivio umano, una raccolta di esistenze che diventano racconto, testimonianza, traccia viva di un tempo che rischierebbe altrimenti di dissolversi.

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Carlo Di Stanislao

Redazione-  In un’epoca in cui la velocità consuma nomi, storie e presenze con la stessa rapidità con cui vengono generate, l’ultimo lavoro di Goffredo Palmerini si impone come un gesto controcorrente, quasi un atto di resistenza culturale. Personaggi e persone – 99 profili, un patrimonio di memoria non è soltanto un libro: è un archivio umano, una raccolta di esistenze che diventano racconto, testimonianza, traccia viva di un tempo che rischierebbe altrimenti di dissolversi.

Il numero 99, scelto dall’autore, non ha nulla di casuale. È un numero “aperto”, incompiuto, che suggerisce la natura stessa della memoria: mai definitiva, mai chiusa, sempre pronta ad accogliere nuove presenze o a lasciare spazio al ritorno di quelle già incontrate. In questo senso il libro non si presenta come un’opera conclusa, ma come un organismo vivo, in continua espansione ideale.

Proprio il 99 assume anche un valore profondamente identitario legato a L’Aquila, città che porta nel suo immaginario storico e simbolico questo numero come cifra distintiva. La tradizione delle “99” torna infatti in molte espressioni del patrimonio aquilano, dalla celebre Fontana delle 99 Cannelle, fino al richiamo antico dei 99 castelli che, secondo la leggenda, avrebbero partecipato alla fondazione della città. È un simbolo che attraversa i secoli e che identifica la comunità come insieme di molteplici identità unite in un’unica storia. In questo senso, i 99 profili del libro dialogano idealmente con la stessa struttura simbolica della città: una pluralità che diventa unità, una somma di voci che costruisce un’identità collettiva.

Il cuore pulsante del libro resta L’Aquila, città simbolo che non è solo sfondo geografico ma vera e propria matrice identitaria e affettiva. Dopo le ferite del terremoto e le fatiche della ricostruzione, il richiamo alla memoria assume qui un valore ancora più forte: ricordare diventa un modo per ricostruire, non solo edifici ma legami, storie, continuità. Tuttavia, l’opera non rimane mai confinata in un orizzonte locale: i profili si allargano, si intrecciano con l’Italia intera e spesso oltrepassano i confini nazionali, restituendo una rete di relazioni umane e culturali più ampia.

La scrittura di Palmerini si distingue per una qualità rara: la capacità di unire partecipazione e misura. Non c’è mai compiacimento, né enfasi ridondante, ma una tensione costante verso l’essenziale. Ogni profilo sembra costruito come un incontro diretto, quasi una conversazione trattenuta sulla soglia del ricordo. L’autore non si pone mai come semplice osservatore esterno: entra nelle storie con discrezione, lasciando che siano le persone stesse a parlare attraverso i frammenti della loro vita.

Ciò che rende il libro particolarmente significativo è la sua struttura corale. I 99 profili non sono isolati, ma dialogano tra loro, creando una sorta di rete invisibile di rimandi, affinità, contrasti e continuità. La lettura procede così su più livelli: da un lato l’interesse per la singola figura, dall’altro la percezione progressiva di un disegno più ampio, quasi una geografia della memoria collettiva.

In questo senso, l’opera assume anche un valore civile. Non si limita a celebrare, ma restituisce dignità alla memoria come funzione sociale. In un tempo in cui l’oblio è spesso accelerato dalla sovrabbondanza di informazioni, ricordare diventa un atto di responsabilità. Palmerini sembra suggerire che ogni vita raccontata è un frammento di storia condivisa, e che perdere queste tracce significa impoverire la nostra comprensione del presente.

Particolarmente intensa è la capacità dell’autore di far emergere l’umanità nascosta dietro i ruoli pubblici. Le figure non vengono mai ridotte alla loro notorietà o al loro ruolo istituzionale: emergono invece nelle loro fragilità, nei loro slanci, nelle loro contraddizioni. È proprio questa dimensione a rendere il libro profondamente umano e accessibile, anche quando affronta personalità di grande rilievo. Il tono dell’opera alterna registri diversi: dal narrativo al riflessivo, dal memoriale al quasi giornalistico, senza mai perdere coerenza. In alcuni passaggi la scrittura si fa più lirica, soprattutto quando il ricordo si intreccia alla perdita o quando la distanza temporale trasforma la biografia in testimonianza. Tuttavia, anche nei momenti più emotivi, Palmerini mantiene una sobrietà che rafforza la credibilità del racconto.

Un altro elemento centrale è il rapporto tra memoria individuale e memoria collettiva. Il libro sembra suggerire che non esiste una separazione netta tra le due: ogni storia personale contribuisce a costruire un patrimonio condiviso, e ogni frammento di vita privata si riflette, in modo più o meno evidente, nella storia di una comunità. È un’idea forte, quasi etica, che attraversa l’intera opera.

La lettura di Personaggi e Persone diventa così anche un esercizio di attenzione. Richiede tempo, ascolto, disponibilità a entrare nelle storie senza fretta. Non è un libro da consumo rapido, ma un testo da attraversare con calma, lasciando che i profili si sedimentino nella memoria del lettore. Il valore dell’opera risiede anche nella sua funzione di ponte tra generazioni. Molti dei personaggi raccontati appartengono a epoche diverse, e il libro diventa così un luogo di incontro tra passato recente e presente, tra ciò che è stato e ciò che ancora influenza il nostro oggi. In questo senso, la memoria non è mai nostalgia, ma strumento di comprensione.

Goffredo Palmerini conferma, con questo lavoro, una vocazione ormai consolidata: quella di narratore della memoria civile e culturale, attento non solo ai grandi eventi ma soprattutto alle persone che li hanno attraversati. Il suo sguardo è insieme giornalistico e umano, capace di registrare i fatti senza perdere la sensibilità per le storie. Alla fine della lettura, ciò che resta non è soltanto la somma dei 99 profili, ma una sensazione più ampia: quella di aver attraversato un territorio umano ricco, complesso, stratificato. Un territorio in cui ogni vita ha lasciato una traccia e in cui ogni traccia contribuisce a costruire un senso. Personaggi e Persone – 99 profili, un patrimonio di memoria si presenta così come un’opera necessaria. Non perché imponga una verità, ma perché custodisce la pluralità delle voci. E in un mondo che tende spesso a semplificare, questa pluralità diventa un valore prezioso, quasi indispensabile.

Carlo Di Stanislao

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Il nuovo libro di Goffredo Palmerini “PERSONAGGI e PERSONE – 99 profili, un patrimonio di memoria” (One Group Edizioni) sarà presentato a L’Aquila giovedì 25 giugno alle 17:30, presso l’Auditorium ANCE (Via Alcide De Gasperi, 60. All’evento di presentazione, dopo il saluto della Municipalità affidato al vicesindaco Raffaele Daniele, oltre all’autore interverranno Marina Marinucci, presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, Luca Bergamotto, direttore di LAQTV emittente di Abruzzo e Molise, Francesca Pompa, presidente One Group, e Andrea Fusco, vice Caporedattore Rai Sport e curatore della Prefazione.

 

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Cultura

“Ho paura di sedermi su un prato”: l’incubo di Cernobyl rivive a Edimburgo con la magistrale Elena Arvigo

“Ho paura di sedermi su un prato… siamo una specie che può scomparire”. ☢️ 🎭 Sono le parole da brividi su Cernobyl che la grandissima attrice italiana Elena Arvigo sta portando in scena al Fringe Festival di Edimburgo (il più importante festival teatrale al mondo) con un successo strepitoso! Il suo spettacolo “I monologhi dell’atomica” dà voce alle donne sopravvissute al disastro nucleare del 1986: vedove, madri e cittadine definite “Imperdonabili” per il loro rifiuto di tacere. Un pugno nello stomaco e un monito fortissimo in un’epoca segnata da guerre e disastri ambientali. Scopri la storia di questa artista straordinaria (candidata al premio Le Maschere del Teatro Italiano 2026) nel nostro approfondimento! 👇 🌍

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Atomic Tales - Elena Arvigo

Edimburgo (Scozia) / Cultura“Ho paura di sedermi su un prato… Cosa ci può essere di più terribile? È iniziata una nuova storia ecologica dell’umanità, di fronte a essa l’elemento nazionale è irrilevante. Sono un esemplare di una specie che può scomparire, come una farfalla, come i mammut al tempo loro”. Basterebbero queste agghiaccianti e profetiche parole della scrittrice e Premio Nobel Svetlana Aleksievicj per comprendere l’enormità e l’orrore del disastro nucleare di Cernobyl. Ma leggere queste parole su una pagina stampata è una cosa; sentirle urlare e sussurrare dal vivo, incarnate nel corpo e nella voce di una straordinaria attrice teatrale, è un’esperienza che scuote l’anima fin nelle fondamenta. È proprio questa la missione viscerale che Elena Arvigo, attrice sensibile e instancabile indagatrice dell’animo femminile, sta portando avanti con enorme successo al Fringe Festival di Edimburgo, la più grande e importante kermesse di arti performative del pianeta.

L’incubo radioattivo sul palcoscenico più importante del mondo

In una città scozzese che nel mese di agosto esplode letteralmente di vita, riempiendosi di teatro, danza e cabaret in centinaia di spazi ufficiali e improvvisati, la Arvigo ha scelto di portare una testimonianza di puro dolore e resistenza. Forte del trionfo dello scorso anno, l’attrice italiana torna in Scozia con i suoi acclamati Atomic Tales. Fino al 30 agosto, ogni giorno alle 15:15 presso lo Zoo Playground, presenterà in lingua inglese “I monologhi dell’atomica”, uno spettacolo indipendente e coraggioso (giunto a oltre 260 repliche e vincitore in Italia del Premio “Le Maschere del Teatro Italiano” 2023) tratto dal capolavoro letterario “Preghiera per Cernobyl”.

“Le imperdonabili”: le donne, la guerra e la necessità della memoria

L’opera portata in scena dalla Arvigo non è un freddo documentario storico sull’esplosione del reattore 4 avvenuta in quella maledetta notte del 26 aprile 1986. Al contrario, è una discesa in apnea nella storia profonda, muscolare e individuale di chi quella tragedia l’ha respirata, vissuta e pagata sulla propria pelle. Lo spettacolo fa parte del vasto progetto “Le imperdonabili”, un monumentale studio teatrale iniziato dall’artista nel 2013 e dedicato a figure di donne scomode, mitiche e reali, legate dal filo rosso e insanguinato della guerra. Donne definite “imperdonabili” proprio perché rifiutano di tacere, rifiutano il ruolo di vittime passive e scelgono ostinatamente di testimoniare, resistere e agire.

Attraverso la penna della Aleksievicj, sul palco scozzese prende vita, tra le altre, la voce straziante di Ljudmila Ignatenko, la giovanissima moglie di uno dei pompieri mandati a spegnere l’incendio radioattivo a mani nude e mandati a morire tra atroci sofferenze. “Ho aggiunto la Aleksievich alla mia personale lista di ‘Imperdonabili’, testimoni necessarie di questo nostro tempo”, spiega con trasporto Elena Arvigo. “È un percorso solo all’inizio. Sono storie faticose, ma poterle condividere con il pubblico è la parte più bella di questo mestiere”.

Un monito spietato per il nostro fragile e incerto presente

Oggi più che mai, l’atto teatrale si fa atto politico e giornalistico. Lo spettacolo tutela la memoria, certo, ma diventa soprattutto una lente di ingrandimento spietata puntata sulle ipocrisie e sulle fragilità dell’oggi. Viviamo in un’epoca in cui il corpo umano è costantemente esposto a rischi incalcolabili (bellici, ambientali, nucleari, industriali). In un mondo dominato dal terrore del cambiamento climatico, da guerre alle porte dell’Europa e dal dibattito sulla costruzione di nuove centrali nucleari, la memoria di Cernobyl smette di essere relegata ai libri di storia per trasformarsi in un monito rovente, urgente e attuale.

Verso nuovi trionfi: la candidatura per “Ismene”

A testimonianza dello straordinario spessore artistico della sua ricerca, il 2026 regala a Elena Arvigo un’altra immensa soddisfazione: l’attrice è nuovamente candidata al prestigioso Premio “Le Maschere del Teatro Italiano” come miglior interprete di monologo, questa volta per lo spettacolo Ismene (tratto dai versi di Ghiannis Ritsos). Un’opera che prosegue l’incessante e dolorosa ricerca sul rapporto carnale tra le donne e gli orrori della guerra. In attesa di questo nuovo verdetto italiano, la Arvigo continua a incantare, commuovere e far riflettere il severissimo pubblico di Edimburgo. Perché, finché ci sarà voce per ricordare, l’umanità avrà ancora una speranza di non commettere gli stessi, devastanti errori del passato.

Per rimanere aggiornati sull’esperienza a Edimburgo

visita la pagina Facebook:     https://www.facebook.com/elenaarvigo

Instagram  https://www.instagram.com/elena_arvigo/

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Cultura

All’ombra di Pinocchio: Roma torna bambina con la nona edizione del festival gratuito “Di là dal fiume”

Sapevi che Roma ospiterà un intero festival gratuito dedicato alla magia dell’infanzia, del cinema e a Pinocchio? 🎪 🧒 Dal 23 agosto al 14 settembre torna la nona edizione di “Di là dal fiume”! Undici eventi gratuiti diffusi in tutta la Capitale (da Testaccio a Zagarolo) per celebrare i 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi. In programma capolavori del cinema come “Il mio vicino Totoro” di Miyazaki e “Il Monello” di Chaplin, incontri d’arte, laboratori per bambini, omaggi a Carmelo Bene e visite all’ex Orfanatrofio della Marcigliana e al Museo del Giocattolo! Leggi l’articolo per scoprire il programma completo di questa meravigliosa iniziativa e tuffati di nuovo nella magia dell’infanzia! 👇 🎠

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Di là dal fiume

Roma – Esiste una linea sottile e misteriosa che separa il mondo disincantato degli adulti dall’universo magico, crudo e meraviglioso dell’infanzia. Una linea che l’arte, da sempre, tenta di attraversare. È proprio con questo spirito esplorativo che la Capitale si prepara ad accogliere la nona edizione di “Di là dal fiume”, l’attesissimo festival prodotto dall’associazione culturale Teatroinscatola ETS e diretto con maestria da Lorenzo Ciccarelli. Dal 23 agosto al 14 settembre 2026, Roma si trasformerà in un gigantesco palcoscenico diffuso, offrendo al pubblico un cartellone di undici eventi (rigorosamente a ingresso gratuito) che animeranno sei spazi diversi con proiezioni, concerti, installazioni, mostre e visite guidate.

“Di là dal fiume”: un viaggio magico nel segno di Carlo Collodi

Il cuore pulsante di questa edizione è il profondo e indissolubile rapporto tra Arte e Infanzia, un tema scelto non a caso. Il festival, infatti, prende le mosse dalle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini (1826-2026), il genio letterario noto in tutto il mondo con lo pseudonimo di Carlo Collodi. Come ricordava saggiamente Giorgio Manganelli: «Chi fa un viaggio rischia di arrivare, è accaduto ad Ulisse, accade anche a Pinocchio. Dopo fatiche e metamorfosi, egli è ammesso alla definitiva iniziazione alla condizione umana». Ed è proprio questa iniziazione, questo passaggio turbolento attraverso l’infanzia, che il festival intende raccontare, coinvolgendo luoghi insoliti della città: dall’ex Mattatoio di Testaccio (CAE) al cinquecentesco Palazzo Rospigliosi di Zagarolo, passando per Tor Bella Monaca e la Riserva Naturale della Marcigliana.

Il cinema dei Maestri: da Truffaut a Chaplin, fino alla magia dello Studio Ghibli

L’apertura della rassegna è affidata alla settima arte, con una sezione cinema di altissimo livello ospitata presso la Città dell’Altra Economia (CAE) a Testaccio. Si parte il 23 agosto con un capolavoro assoluto, “I 400 colpi” di François Truffaut, ritratto struggente delle inquietudini adolescenziali. Il 24 agosto si ride e ci si commuove con “Il monello” di Charlie Chaplin (1921). Le serate del 25 e 26 agosto, in collaborazione con l’Istituto Giapponese di Cultura, offriranno due perle orientali: la commedia “Buon giorno” di Yasujirō Ozu e l’onirico “Il mio vicino Totoro”, capolavoro d’animazione firmato da Hayao Miyazaki e dallo Studio Ghibli. E per i più piccoli, il 26 agosto, andrà in scena un laboratorio artistico interattivo guidato dallo scenografo Roberto Capone per colorare installazioni di animali giganti.

Pinocchio dal muto a Carmelo Bene: l’omaggio teatrale

La figura del burattino di legno più famoso del mondo sarà celebrata in pompa magna il 3 settembre presso lo storico Teatro La Comunità a Trastevere. La serata, intitolata “Pinocchio dal cinema muto a Carmelo Bene”, proporrà la visione del primissimo adattamento cinematografico di Pinocchio (datato 1911, con Ferdinand Guillaume), accompagnata per l’occasione dalla musica dal vivo del compositore Gabriel Maldonado. Seguirà un imperdibile incontro con Luisa Viglietti, storica costumista e collaboratrice del genio teatrale Carmelo Bene, che racconterà i retroscena dello spettacolo “Pinocchio ovvero Lo spettacolo della provvidenza” (1999).

Diritti dell’infanzia e collezionismo d’arte: le voci dei protagonisti

Il festival non è solo spettacolo, ma anche profonda riflessione sociale e civile. L’11 settembre (sempre al CAE), Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children, presenterà il suo libro dedicato a Eglantyne Jebb, la rivoluzionaria fondatrice dell’organizzazione che stilò la prima Dichiarazione dei diritti del fanciullo. Un incontro impreziosito dalle letture dell’attrice Paola Rinaldi e dalle dirompenti fotografie di Pino Bertelli (“L’infanzia insanguinata”). Nella stessa giornata, lo storico dell’arte Giuseppe Garrera condurrà il pubblico nel labirinto della sua ossessione infantile: una mostra di 180 minuscoli oggetti d’arte e giocattoli firmati da giganti come Andy Warhol, Keith Haring e Bruno Munari.

Luoghi insoliti e memoria storica: l’ex Orfanatrofio e i balocchi

Il programma include anche due imperdibili appuntamenti fuori porta. Il 30 agosto i visitatori potranno perdersi nelle meraviglie del Museo del Giocattolo di Zagarolo, il più grande in Italia, situato nelle sale affrescate di Palazzo Rospigliosi. La chiusura del festival, il 13 settembre, sarà invece un viaggio nella memoria architettonica e cinematografica della Capitale: una visita guidata sulle tracce del suggestivo ex Orfanatrofio della Riserva Naturale della Marcigliana, costruito nel 1933 e reso immortale dal film “I nuovi mostri” (1977).

Un festival, “Di là dal fiume”, fieramente indipendente (zero sovvenzioni pubbliche o private per l’associazione organizzatrice) che promette di restituire a Roma, e ai romani, il diritto sacrosanto di guardare il mondo con gli occhi pieni di stupore di un bambino.

Programma

CINEMA

23/08 ore 21.00

I 400 colpi

regia di François Truffaut (1959)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

CINEMA

24/08 ore 21.00

Il monello

regia Charlie Chaplin (1921)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

CINEMA

dal 24 al 28/08 sala cinema Municipio VI, via Fernando Conti, ore 17.00- 20.00

dal 4 al 14/09 Casa dei Bimbi, via Libero Leonardi 153, orario biblioteca

Omaggio a Emanuele Luzzati e Giulio Gianini

 

CINEMA

25/08 ore 22.30

Buon giorno

regia di Yasujirō Ozu (1959)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

LABORATORI

26/08 ore 19.00

Cartoni Animali

laboratorio pittorico per bambini a cura di Perfareungioco

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

CINEMA

26/08 ore 21.00

Il mio vicino Totoro

regia di Hayao Miyazaki (1988)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

ARTE

30/08 ore 10.30

Museo del Giocattolo

visita guidata al museo con prenotazione obbligatoria

Palazzo Rospigliosi, piazza dell’indipendenza 6, Zagarolo

CINEMA

3/09 ore 20.30

Pinocchio: dal cinema muto a Carmelo Bene

musica dal vivo di Gabriel Maldonado

A seguire incontro con Luisa Viglietti e Giorgia Gabriele

Teatro La Comunità, Via Zanazzo Giggi, 1

LIBRI

11/09 ore 18.00

I figli dei nemici

incontro con Raffaela Milano (Save the Children Italia)

fotografie di Pino Bertelli (Ritratti dall’infanzia insanguinata)

letture di Paola Rinaldi

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

ARTE

11/09 ore 18.45

Enfantillages et bizarreries: vertige d’une collection

incontro con Giuseppe Garrera

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

ARCHITETTURA

13/09 ore 11.00

Riserva Naturale della Marcigliana

visita guidata in collaborazione con Ente Natura,

incontro con l’arch. Katia Longo: ex Orfanotrofio della Marcigliana

prenotazione obbligatoria

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Cultura

“Le scarpe rotte” di Menda Vreto: un inno commovente e feroce al coraggio di chi ha costruito il proprio futuro dal nulla

“Siamo partiti con le scarpe rotte. Ma chi ha mai detto che per inseguire un sogno servissero scarpe nuove?” 🥾 ❤️ Vi invitiamo a leggere e riflettere su questa poesia meravigliosa e spietata di Menda Vreto. Un inno potentissimo al sacrificio, al lavoro duro e a tutti coloro che nella vita si sono dovuti costruire un futuro partendo da zero, senza che nessuno regalasse loro nulla. Nessun tappeto rosso, solo sudore, cadute e un coraggio da leoni. Leggi il testo integrale e la nostra riflessione: ti ritrovi in queste parole e in questo orgoglio fiero? Condividila con chi ha fatto tanta strada con le “scarpe rotte”! 👇 📖

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Scarpe rotte

Cultura – In un’epoca storica e sociale come la nostra, in cui troppo spesso il lamento sembra aver sostituito l’azione e in cui la pretesa del “tutto e subito” ha cancellato il sacro valore del sacrificio, ci sono parole che risuonano come un monito. Parole che tagliano l’aria con l’urgenza della verità e che ci costringono a voltarci indietro, a guardare da dove veniamo e, soprattutto, a chiederci di che pasta siamo realmente fatti. È questo l’effetto dirompente che si prova leggendo “Le scarpe rotte”, la splendida e intensa poesia scritta da Menda Vreto. Un componimento che non è solo letteratura, ma un vero e proprio inno universale alla resilienza umana, alla dignità del lavoro e al coraggio di chi ha dovuto strappare il proprio destino con le unghie e con i denti.

L’epopea silenziosa di chi parte senza niente

I versi di Menda Vreto raccontano un’epopea silenziosa e cruda. Raccontano la storia di chi ha varcato una frontiera, reale o metaforica che sia, portando con sé un bagaglio fatto solo di disperazione e speranza, avendo ai piedi, letteralmente o simbolicamente, delle scarpe consunte. La poesia smonta fin dai primi versi la retorica illusoria della “terra promessa”: non ci sono tappeti rossi ad attendere chi fugge o chi cerca un riscatto, non ci sono strade lastricate d’oro né porte spalancate. C’è solo una strada sterrata e difficile, e una sola, imperativa, necessità per sopravvivere: costruire. Costruire con il sudore, con le cadute, con l’umiliazione e con quei sacrifici silenziosi che nessuno vede, ma che lasciano cicatrici indelebili sull’anima.

“Le scarpe rotte” di Menda Vreto: il testo integrale

Siamo partiti con le scarpe rotte.

Ma chi ha mai detto
che per inseguire un sogno
servissero scarpe nuove?

Da dove si parte davvero?
Da una frontiera, da un porto,
o dal momento in cui la vita
diventa troppo stretta
per contenere ciò che desideriamo?

E dove si arriva?
In una terra promessa?
Davanti a porte spalancate,
a strade coperte d’oro?

No.

Non c’erano tappeti rossi.
Non c’erano soldi per terra.
C’era soltanto una strada.

E allora, cosa resta
quando nessuno ti aspetta?

Costruire.

Con le mani.
Con il sudore.
Con le cadute.
Con quei sacrifici che nessuno vede.

Quanti ostacoli può attraversare un uomo
prima di capire quanto è forte?

Quante volte deve cadere
prima di chiamarsi invincibile?

Abbiamo perso persone lungo il cammino.
Abbiamo perso giorni,
sogni, illusioni.

Ma non abbiamo perso il passo.

E forse diventare qualcuno
non significa arrivare più lontano degli altri.

Significa guardarsi indietro
e poter dire:

Non mi è stato regalato niente.
Eppure, eccomi qui.

Le scarpe sono ancora rotte.

Ma quanta strada hanno fatto?

E forse è proprio questa
la nostra vera ricchezza:

non avere avuto una strada facile,
ma aver trovato comunque
il coraggio di percorrerla.

Una fiera rivendicazione di orgoglio e appartenenza

Ciò che colpisce maggiormente nei versi della Vreto non è il dolore, ma il fiero e indomito orgoglio che ne scaturisce. Non c’è vittimismo in questa narrazione poetica, ma una potente e viscerale presa di coscienza. Arrivare a “diventare qualcuno” non è misurato dalla ricchezza accumulata o dal distacco preso dagli altri, ma dalla capacità di potersi guardare indietro, guardare le proprie mani callose e poter dire a voce alta: “Non mi è stato regalato niente”. In queste parole c’è tutta la dignità dell’essere umano.

Le scarpe rimangono rotte, consumate dai sassi della vita, dai fallimenti e dai lutti, ma diventano il trofeo più prezioso da esibire. Perché la vera ricchezza, ci insegna in chiusura Menda Vreto con una lezione di rara potenza, non è mai quella di aver trovato la strada spianata e facile. La vera, unica, inestimabile ricchezza è l’aver trovato dentro di sé, contro ogni pronostico e in mezzo all’indifferenza del mondo, il coraggio disperato e meraviglioso di percorrerla fino in fondo. Un messaggio che ciascuno di noi dovrebbe custodire gelosamente nel cuore.

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