Rimani in contatto con noi
#

Cronaca

Tragedia sulla spiaggia di Montesilvano: muore turista di 81 anni originario dell’Aquila

🩹 Il litorale abruzzese è in lutto dopo la scomparsa di un 81enne aquilano, colto da un malore fatale mentre camminava sulla battigia. Si tratta del terzo episodio simile in pochi giorni tra Montesilvano e Giulianova.

Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Montesilvano #CronacaAbruzzo #LitoraleAdriatico #Soccorsi

Pubblicato

a

Soccorritori 118

Montesilvano – Una tranquilla mattinata di vacanza si è trasformata in dramma lungo il litorale adriatico, dove un ottantunenne proveniente dalla provincia dell’Aquila ha perso la vita mentre si trovava sulla battigia. L’episodio si è consumato sotto gli occhi attoniti di numerosi bagnanti, in un tratto di arenile molto frequentato in questo periodo dell’anno, caratterizzato da temperature elevate che spingono molti turisti a cercare sollievo vicino alla linea di galleggiamento. La vittima, che stava trascorrendo un periodo di villeggiatura presso una struttura alberghiera della zona, si è accasciata improvvisamente al suolo mentre camminava a ridosso del mare, probabilmente nel tentativo di mitigare il caldo intenso di queste ore.

L’intervento tempestivo dei soccorsi in spiaggia

L’allarme è scattato in pochi istanti. I primi a rendersi conto della gravità della situazione sono stati gli operatori della Lifeguard, addetti al servizio di salvataggio attivo sulla costa di Montesilvano, coadiuvati da alcuni cittadini presenti nel raggio di pochi metri. Il personale di salvataggio ha raggiunto immediatamente l’uomo, praticando le manovre di primo soccorso in attesa dell’arrivo del personale sanitario del 118. Poco dopo, un’ambulanza è giunta a sirene spiegate fino in prossimità della sabbia, con i medici che hanno tentato ogni manovra rianimatoria possibile, inclusi l’uso del defibrillatore e la somministrazione di farmaci d’emergenza. Nonostante gli sforzi prolungati dell’equipe medica, per l’anziano non c’è stato nulla da fare: il suo cuore ha smesso di battere a causa di un improvviso malore, presumibilmente di natura cardiaca, che non gli ha lasciato scampo.

Sul luogo del decesso è giunta anche una squadra della Guardia Costiera, incaricata di effettuare i rilievi di rito e di ricostruire l’accaduto. Gli agenti hanno provveduto a sentire i testimoni oculari e a raccogliere le informazioni necessarie per redigere il rapporto da trasmettere alle autorità competenti. La spiaggia è rimasta per diversi minuti sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine, mentre i bagnanti, visibilmente scossi, si allontanavano dal punto in cui è avvenuta la tragedia. Le attuali dinamiche meteorologiche, che vedono picchi di calore importanti, impongono una maggiore prudenza, specialmente per le fasce d’età più fragili, che spesso sottovalutano gli effetti dello stress termico durante le ore centrali della giornata.

Una scia di lutti sul litorale abruzzese

Questo episodio si inserisce in una serie di decessi avvenuti in mare o sulla battigia nel giro di pochi giorni, destando ampia preoccupazione tra residenti e turisti. Solo martedì scorso, un altro uomo di 83 anni ha perso la vita in circostanze analoghe proprio sul litorale di Montesilvano, confermando come la costa pescarese stia vivendo giornate particolarmente lutuose. Non è tutto: la cronaca regionale ha registrato un altro dramma mercoledì, quando un turista di 86 anni è deceduto mentre si trovava in acqua a Giulianova, in provincia di Teramo. Le autorità sanitarie locali raccomandano costantemente di evitare sforzi eccessivi sotto il sole, di idratarsi correttamente e di non esporsi a sbalzi termici improvvisi entrando in acqua dopo una lunga permanenza al caldo, invitando in particolare gli anziani a monitorare con attenzione le proprie condizioni di salute prima di sostare in spiaggia durante i picchi di temperatura. L’Amministrazione comunale di Montesilvano, insieme agli operatori balneari che gestiscono gli stabilimenti tra via Aldo Moro e il lungomare centrale, ha espresso cordoglio alle famiglie coinvolte, ricordando l’importanza di segnalare tempestivamente qualsiasi malessere al personale di vigilanza presente lungo l’intera estensione della costa. Le indagini sulle cause specifiche dei tre decessi rimangono aperte, sebbene l’ipotesi del malore improvviso resti la pista principale seguita dagli inquirenti.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cronaca

Bonificata l’area del rogo sul Monte Elci, salvati 400 animali di un allevamento

🐐 Grande sospiro di sollievo in Sabina: domato l’incendio sul monte Elci, salvi tutti i 400 animali del santuario. Le operazioni di bonifica hanno scongiurato il peggio, proteggendo residenti e biodiversità. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Nerola #Incendio #Sabina #Cronaca

Pubblicato

a

Incendio montagna

 Redazione-  L’incubo del fuoco che per quarantott’ore ha tenuto con il fiato sospeso i comuni di Nerola, Fara in Sabina e Poggio Nativo è finalmente terminato. Le operazioni di bonifica sul monte Elci si sono concluse nelle scorse ore, permettendo di mettere in sicurezza un vasto territorio che rischiava di essere cancellato dalle fiamme. Tra i risultati più rilevanti di questo massiccio intervento, spicca il salvataggio dei 400 animali ospitati presso il “Santuario Capra Libera Tutti”. La struttura, situata proprio a ridosso dell’area colpita, ha visto le lingue di fuoco arrivare a pochi metri dai recinti, mettendo a rischio la vita di centinaia di creature che trovano rifugio in questo lembo di terra della provincia di Roma, al confine con la Sabina reatina.

La cronaca dell’incendio e la dinamica del disastro

Il rogo ha avuto origine in condizioni meteorologiche particolarmente avverse. Secondo le prime ricostruzioni effettuate dai tecnici intervenuti sul posto, l’evento è stato innescato da un fulmine che ha colpito un albero isolato sul monte Elci. L’incendio, alimentato dal forte vento e dalle temperature torride di questi giorni, si è rapidamente esteso, percorrendo diversi chilometri di macchia mediterranea e boschi. La situazione si è fatta subito complessa a causa dell’orografia del terreno, difficile da raggiungere per i mezzi pesanti, costringendo i soccorritori a un lavoro incessante.

La macchina dei soccorsi si è attivata con una rapidità estrema per evitare che il fuoco lambisse i centri abitati. Oltre 50 operatori, tra vigili del fuoco, protezione civile e squadre antincendio boschivo, hanno presidiato le zone limitrofe a via della Pineta e alle strade che collegano le frazioni di Nerola verso Poggio Nativo. L’impiego dei mezzi aerei è stato determinante: due Canadair e due elicotteri hanno effettuato decine di lanci d’acqua, cercando di creare una cintura protettiva attorno agli insediamenti umani e alle aree di pascolo.

L’evacuazione dei residenti e la salvezza degli animali

Il momento di massima tensione si è registrato quando le fiamme hanno deviato minacciosamente verso il “Santuario Capra Libera Tutti”. La preoccupazione per le sorti dei 400 animali del santuario ha tenuto in apprensione non solo i proprietari, ma l’intera comunità locale, da sempre legata alle attività di recupero svolte in questa realtà. Fortunatamente, il rapido intervento delle unità a terra ha impedito che il fuoco varcasse il limite dei recinti, mettendo al riparo gli animali da un destino segnato.

Parallelamente, la sicurezza dei cittadini è stata la priorità assoluta per le autorità locali. In via precauzionale, le ordinanze dei sindaci dei centri coinvolti hanno disposto l’evacuazione di nove nuclei familiari residenti a Nerola. Circa 30 persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni, trovando temporaneo riparo presso strutture individuate dal Comune, mentre il fronte del fuoco continuava a minacciare i terreni circostanti. Le operazioni di monitoraggio sono proseguite per tutta la notte, terminando solo quando gli ultimi focolai sono stati definitivamente spenti e le radici dei tronchi bruciati rese innocue.

Ora, lasciata alle spalle l’emergenza, per le amministrazioni comunali inizia la fase di valutazione dei danni. Sebbene il bilancio non riporti feriti tra la popolazione o tra i soccorritori, la distruzione del manto boschivo sul monte Elci rappresenta una perdita significativa per l’ecosistema locale. I tecnici resteranno impegnati ancora per qualche giorno nel presidio dell’area, monitorando il terreno alla ricerca di eventuali braci latenti, evitando così il rischio che un improvviso aumento della ventilazione possa riattivare il rogo. Il territorio di Nerola, Poggio Nativo e Fara in Sabina torna lentamente alla normalità, con la consapevolezza che, in questa occasione, il coordinamento tra forze dell’ordine e volontari è stato fondamentale per evitare un disastro di ben più ampie proporzioni.

Continua a Leggere

Cronaca

Eutanasia su un bambino di 12 anni, primo caso nei Paesi Bassi dopo l’ampliamento della legge

⚖️ Nei Paesi Bassi è stato eseguito il primo caso di eutanasia su un minore dopo la recente estensione della legge. Un passaggio che riapre il dibattito etico internazionale sul diritto al fine vita per i più piccoli.

Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Eutanasia #PaesiBassi #Diritti #CronacaEstera

Pubblicato

a

Eutanasia

 Redazione-  Il sistema sanitario olandese ha registrato nelle ultime ore una svolta storica e delicata, segnata dall’esecuzione della prima pratica di eutanasia su un minore di età compresa tra uno e dodici anni. L’intervento è avvenuto in conformità con la normativa aggiornata nel febbraio 2024, che ha esteso la possibilità di ricorrere al fine vita per i piccoli pazienti affetti da patologie incurabili e costretti a sopportare dolori definiti intollerabili dai medici curanti. La notizia, che ha sollevato un dibattito etico a livello internazionale, è stata resa nota dalle autorità sanitarie locali senza fornire dettagli sull’identità, il sesso o la località precisa in cui la struttura ospedaliera è situata, mantenendo il massimo riserbo per tutelare la privacy del nucleo familiare coinvolto.

Il protocollo legale e la verifica del caso

Il meccanismo legislativo olandese non prevede un’autorizzazione preventiva da parte di un giudice, ma segue un rigido schema di supervisione a posteriori. Una volta compiuta la procedura, il medico responsabile ha l’obbligo di segnalare il caso a una commissione regionale indipendente. Quest’ultima ha il compito di analizzare minuziosamente l’intera cartella clinica, raccogliere le testimonianze del personale sanitario e accertare che ogni requisito di legge sia stato rispettato. Nel caso specifico, la commissione ha già concluso la fase di studio e ha trasmesso il proprio parere alla Procura della Repubblica, che dovrà ora stabilire se il medico abbia operato entro i confini rigorosi del quadro giuridico vigente.

Perché l’eutanasia possa essere considerata legittima, il protocollo richiede il consenso unanime sia dei genitori che dello staff medico. È fondamentale dimostrare che non esistano alternative terapeutiche o cure palliative in grado di alleviare in modo efficace le sofferenze del minore. Il governo dei Paesi Bassi, al momento dell’approvazione del decreto, aveva sottolineato come la misura fosse destinata esclusivamente a un gruppo ristrettissimo di pazienti, stimando una platea di circa cinque o dieci bambini all’anno.

Un quadro legislativo in costante evoluzione

I Paesi Bassi detengono il primato mondiale per quanto riguarda la regolamentazione del fine vita. Già nel 2002, il governo di Amsterdam aveva aperto la strada legalizzando l’eutanasia e il suicidio assistito per gli adulti. Successivamente, nel 2014, il legislatore aveva esteso il diritto ai minori sopra i dodici anni, a patto che questi ultimi fossero considerati capaci di esprimere un consenso consapevole, includendo parallelamente i neonati sotto l’anno di vita qualora vi fosse un accordo esplicito dei genitori.

Le patologie che consentono l’accesso a questa procedura sono circoscritte a condizioni cliniche di estrema gravità, come malformazioni congenite incompatibili con la vita, malattie metaboliche rare in fase terminale o danni irreversibili a organi vitali. La normativa si inserisce in un contesto nazionale dove il ricorso all’eutanasia è in costante crescita. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato nel maggio 2025 dai Comitati regionali di revisione, il 2024 ha segnato un incremento significativo delle richieste: si parla di 9.958 casi ufficializzati, un dato che rappresenta circa il 5,8% del totale dei 172.049 decessi avvenuti nel Paese nello stesso anno solare. Questa statistica dimostra come, pur tra forti discussioni etiche, il ricorso al fine vita sia divenuto una realtà consolidata nel sistema di welfare olandese, integrato in una cultura medica che pone al centro l’autonomia del paziente e la gestione del dolore nelle fasi terminali di una malattia. La questione resta comunque al centro di un acceso scontro tra le posizioni laiche, che vedono nella norma un gesto di profonda umanità verso chi soffre, e le posizioni conservatrici, che temono una deriva preoccupante nella percezione del valore della vita umana.

Continua a Leggere

Cronaca

Donna sbranata a Trivigno, dopo due mesi non ancora divulgate né l’autopsia né l’analisi del DNA. Ipotesi di attacco da parte di un orso

Da indiscrezioni pubblicate precedentemente dai media tuttavia non sarebbe emersa alcuna conferma di attacco da parte di cani. Su una gamba i segni di una possibile zampata

Pubblicato

a

Orso

Il caso

Redazione-  Il 23 aprile 2026 Lucia Tognela, 59 anni, è stata trovata morta nei boschi della frazione di Trivigno, comune di Tirano (Sondrio), a circa 1800 metri di altitudine. Indiscrezioni dell’autopsia pubblicate sui media hanno confermato che la donna è deceduta a causa delle gravi lesioni provocate da morsi di animali. L’allarme era stato dato da Valerio Ceconi, abitante in zona e proprietario di quattro cani di razza dogo argentino e di un meticcio. Le indagini hanno coinvolto il proprietario, mentre molti media pubblicavano e asserivano che la povera donna era stata uccisa dai cani. Tuttavia in seguito il particolare non veniva più confermato: “L’esito dell’autopsia – che verrà depositato entro 60 giorni – per ora non indica la responsabilità dei 5 cani posti sotto sequestro” (Il Dolomiti); “È stato uno di questi cani – o più d’uno – a sbranare giovedì scorso la povera Lucia? La conferma non è certo giunta dall’autopsia di ieri” (Il Giorno). Insomma, parrebbe che da quanto trapelato dopo l’autopsia sia stato accertato solo che la morte è stata causata “da shock emorragico dovuto ad aggressione violenta di animali” (Sondrio Today). Quindi genericamente animali o animale, ma non precisamente cani.

L’ipotesi di un attacco di orso

L’altro sospetto potrebbe essere l’orso: il 9 maggio 2025 un orso fu fototrappolato per ben due notti consecutive a Castello dell’Acqua, che dista da Trivigno circa 20 km, nulla per un orso. Il filmato è tuttora visibile sul tg de La Provincia Unica TV del 18 maggio 2025; nel settembre sempre del 2025 una donna con i suoi nipoti si trovò ad una ottantina di metri da un orso a Lovero, che da Trivigno in linea d’aria dista meno di 6 km; l’8 gennaio 2026 un orso lasciò le impronte a poche centinaia di metri dal luogo dell’uccisione della povera donna; una femmina con due cuccioli era stata avvistata giorni prima dell’uccisione della donna nella zona tra Trivigno e Aprica, che distano tra loro circa 4 km in linea d’aria, assolutamente nulla per un orso; nel maggio scorso un orso è stato avvistato nella zona di Aprica.

L’attacco

Avendo io intervistato in esclusiva Valerio Ceconi, 46 anni, proprietario dei quattro cani dogo argentino e di un cane meticcio (e quindi non di cinque dogo argentini come finora divulgato), tutte femmine, che si ipotizza abbiano ucciso la signora Lucia Tognela, in quanto giornalista ho il dovere di comunicare quanto segue: in attesa di conferme scientifiche, ho notato – anche dall’esame della documentazione fotografica del corpo della sventurata – che diversi particolari siano invece compatibili con un orso bruno. Ricordo che sempre in aprile, ma del 2023 in Val di Sole, il runner 26enne di Caldes Andrea Papi fu ucciso dall’orsa JJ4, che aveva con sé due piccoli.

A mio parere, a destare sospetti sono due grossi ematomi sulle spalle della vittima, approssimativamente alla stessa altezza, circa 150 cm, che farebbero pensare a un impatto mentre fuggiva. Impatto talmente violento da fare sfilare entrambe le scarpe della donna, come si verifica anche in alcuni incidenti automobilistici, provocato presumibilmente da un animale molto più potente e pesante di un cane dogo di circa 45 kg oppure di un lupo. Scarpe trovate affiancate e parallele, di cui una rovesciata, a meno di mezzo metro tra loro. Sarebbe difficile pensare che una persona inseguita, da cani od orso che sia, si tolga le scarpe per correre più velocemente. Inoltre tra gli altri segni si nota sul corpo della vittima, ritrovato completamente nudo, e precisamente sulla coscia destra, tre lunghe ferite parallele e della stessa lunghezza apparentemente compatibili con tre dei cinque artigli di cui sono dotati gli arti degli orsi. Considerando che tra loro le possibili unghiate distano circa 4-6 cm, aggiungendo le altre due non visibili si ipotizza un piede anteriore (si dice piede, la zampa è tutto l’arto) largo almeno 16 cm, ben al di là quindi di quelli delle più grandi razze canine.

Aggiungo un altro dettaglio: anche il corpo del povero Andrea Papi, sbranato dall’orsa JJ4 (che avrebbe dovuto essere abbattuta in quanto aveva già attaccato mesi prima delle persone, anche rendendole invalide, ma che fu lasciata libera e pericolosa), presentava sulla gamba destra gli stessi segni confermati dall’autopsia di artigliate, identici a quelli di questa povera donna. E anche lì i segni di artiglio, molto distanziati tra loro, erano tre e non pari ai cinque artigli degli orsi. Evidentemente sono gli artigli più lunghi a fare presa.

Non solo, nella stessa coscia della donna, ma anche in altri punti del corpo, si nota un morso netto con asportazione della carne largo circa dieci cm e cioè una distanza incompatibile tra i canini dei cani e, immediatamente sulla sinistra, quelli che potrebbero essere i segni lasciati dalla parte destra della mandibola superiore di un grande animale predatore come un orso.

Altra cosa, la sventurata è stata ritrovata completamente scalpata, ossia l’intero cuoio capelluto, quindi capelli inclusi, è stato strappato, tanto che è stato trovato vicino. L’animale pertanto aveva le fauci tanto grandi da prendere in bocca l’intero cranio. Un cane, anche un dogo argentino, ha la bocca più piccola e pertanto ne avrebbe strappato solo una parte. Nei casi di attacchi di orsi a persone invece questo avviene non raramente.

Donna sbranata a Trivigno, dopo due mesi non ancora divulgate né l'autopsia né l'analisi del DNA. Ipotesi di attacco da parte di un orsoVittime scalpate durante gli attacchi di orsi in Romania nel 2021.

Come ipotesi non è neppure da escludere che i cinque cani abbiano invece scacciato l’eventuale orso dalla vittima già morta e che sia nato uno scontro vicino o sopra la donna, questo sia per la presenza di sangue sui cani sia per il fatto che uno di loro, una femmina di due anni, mostrasse subito dopo parziale sofferenza all’occhio destro, pur non ferito, come possibile conseguenza di una zampata dell’orso. Quindi là fuori ci sarebbe qualcos’altro che ha ucciso, e che potrebbe farlo ancora, a meno che non sia già stato catturato/abbattuto da ignoti. Si attende ora l’esame del DNA, ma anche se lo si trovasse di cane sulla donna, non proverebbe nulla, perché i cani avrebbero potuto toccare, esaminare o rotolarsi sul corpo già esanime e sbranato della povera donna. O lottare contro l’orso sopra o vicino al corpo della donna, perdendo peli e saliva.

Caso Papi, conferma in pochi giorni. Caso Tognela, dopo due mesi nulla di divulgato

Nel caso di Andrea Papi, ucciso da un’orsa il 5 aprile 2023, i riscontri e azioni furono efficienti ma anche veloci, tanto che già solo due giorni dopo, il 7, i giornali riportavano indiscrezioni evidentemente corrette sulle analisi del DNA e sull’autopsia (anche se il medico legale, con cui ho parlato, le consegnò ufficialmente in seguito alla Procura). Tanto che l’11 aprile (6 giorni dopo) la Procura di Trento confermò che, dalle analisi, JJ4 era la responsabile dell’uccisione, e il 20 aprile (15 giorni dopo) l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), ossia la branca scientifica competente del ministero dell’Ambiente, definì l’esemplare ad alta pericolosità e autorizzò la rimozione dell’orsa JJ4, anche con abbattimento. Il tentativo di alcune associazioni animaliste e ambientaliste di fare credere che il responsabile fosse stato un eventuale altro orso fu definito dal Tar di Trento una mera illazione, e da veri esperti come lo zoologo Luigi Boitani: “È una sciocchezza. Non ha senso. Ma che scherziamo, la genetica è un dato certo. Veterinari che dicono queste cose non sanno, non hanno idea davvero, è una cosa capziosa”.

Nel caso della morte della signora Lucia Tognela invece ancora dopo due mesi non si sa nulla dell’autopsia, e neppure dell’analisi del DNA, che normalmente necessita di una decina di giorni, e se necessario anche molto meno. Pur in attesa delle perizie mediche, e rispettando la ben superiore professionalità degli incaricati, così come della magistratura, è lecito chiedersi: perché tanta differenza nella tempistica tra il caso Papi e Tognela? Si arriverà così alla fine di luglio, quando al Ris di Parma è previsto l’accertamento tecnico irripetibile sui campioni biologici di Lucia Tognela.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza