Pescara – I numeri raccontano un Abruzzo in crescita, ma dietro gli indicatori positivi continuano a nascondersi squilibri profondi che rischiano di frenare il futuro della regione. È questa la lettura proposta dalla Uil Abruzzo dopo la pubblicazione dei più recenti rapporti di Banca d’Italia e Svimez, documenti che mostrano segnali di sviluppo ma che, secondo il sindacato, non bastano a descrivere davvero lo stato di salute del territorio, soprattutto quando si guarda alle aree interne.
Il punto di partenza dell’analisi è chiaro: la crescita economica non può essere l’unico parametro per valutare la condizione reale di una regione. Se aumentano alcuni indicatori macroeconomici ma restano bassi i salari, rallentano gli investimenti strutturali e si amplia il divario tra costa ed entroterra, il rischio è quello di costruire una ripresa fragile, incapace di tradursi in benessere diffuso e duraturo.
Salari in aumento nominale, ma più poveri in termini reali
Il primo nodo evidenziato dalla Uil riguarda il lavoro e, in particolare, il potere d’acquisto delle retribuzioni. In Abruzzo i salari nominali dei lavoratori dipendenti del settore privato sono cresciuti del 19,2%, ma l’inflazione ha di fatto assorbito gran parte di questo incremento. Il dato che pesa davvero è quello reale: oggi i salari risultano inferiori dell’11,7% rispetto al 2008.
Anche il miglioramento sul fronte occupazionale viene letto con cautela. L’aumento degli occupati registrato nel 2025, pari al +0,9%, sarebbe legato soprattutto alla crescita del lavoro autonomo, aumentato del 4,8%. Un segnale che non viene interpretato automaticamente come sinonimo di maggiore solidità del mercato del lavoro, perché non chiarisce la qualità dell’occupazione creata né il livello di stabilità e redditività delle nuove attività.
Abruzzo fanalino di coda sugli investimenti pubblici
Il secondo elemento critico riguarda la capacità di trasformare le risorse straordinarie del Pnrr in investimenti strutturali. I dati Svimez mostrano che tra il 2022 e il 2025 gli investimenti in opere pubbliche sono quasi raddoppiati sia nel Mezzogiorno sia nel Centro-Nord, con incrementi superiori all’88%. In questo scenario, però, l’Abruzzo rappresenta un’anomalia negativa.
La regione registra infatti una crescita cumulata del 42,9%, il dato più basso d’Italia per incremento degli investimenti nello stesso periodo. Tutte le altre regioni, con la sola eccezione del Trentino-Alto Adige, hanno superato il 60%, mentre alcune realtà come Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Lazio, Puglia, Toscana e Calabria hanno più che raddoppiato la spesa. Per la Uil si tratta di un campanello d’allarme molto serio, perché segnala una minore capacità di mettere a terra risorse decisive per infrastrutture, servizi e sviluppo locale.
Innovazione debole e capitale umano insufficiente
Il terzo punto riguarda la capacità innovativa del sistema economico regionale. Il confronto con trenta regioni europee che presentano livelli simili di reddito e occupazione colloca ancora l’Abruzzo sotto la media per innovazione complessiva. I segnali di miglioramento non mancano, ma il divario resta evidente soprattutto sul fronte del capitale umano, della qualità della ricerca e della diffusione di competenze avanzate.
È un limite che pesa direttamente sulla produttività del territorio, sulla competitività delle imprese e sulla possibilità di creare occupazione qualificata, con salari più alti e prospettive professionali più solide. In altre parole, senza una crescita dell’innovazione e delle competenze, il rischio è che l’Abruzzo continui a muoversi sotto il proprio potenziale.
Le aree interne restano il vero banco di prova
È soprattutto guardando all’entroterra che emergono le fragilità più profonde. Riduzione dei servizi, invecchiamento della popolazione, spopolamento e indebolimento economico delle famiglie si intrecciano con salari bassi, lavoro precario e minori opportunità di sviluppo. Un quadro che rende sempre più difficile trattenere giovani, competenze e investimenti nei territori interni, che pure rappresentano il 62% del territorio regionale.
Il segretario della Uil Abruzzo Michele Lombardo insiste proprio su questo passaggio: la vera sfida della Regione è invertire la rotta sul rilancio socio-economico delle aree interne, valorizzandone le potenzialità attraverso interventi integrati su servizi, lavoro di qualità, innovazione tecnologica e qualità della vita. Una posizione che trova conferma anche nel Rapporto annuale Istat 2026, secondo cui nelle aree interne abruzzesi esiste un divario fino al 7,5% tra reddito pro capite atteso e reddito effettivamente disponibile, segnale di un potenziale economico ancora inespresso.
Credito, banda ultralarga, sanità e scuole: le proposte della Uil
Per Lombardo, gli strumenti esistono già e vanno messi a sistema. La programmazione 2021-2027 della Strategia nazionale aree interne, insieme ai fondi strutturali europei, può diventare la base di una nuova stagione di investimenti. Ma servono scelte precise e coordinate: dalla banda ultralarga agli spazi di coworking e telelavoro, dagli incentivi per le imprese digitali fino a una sanità di prossimità fondata su telemedicina, ambulatori mobili, personale di comunità e servizi domiciliari.
A questo si aggiunge il tema della scuola e della formazione, con l’idea di costruire campus diffusi nei borghi, laboratori dedicati ad agri-tech, digitale e artigianato, oltre a borse di studio legate al ritorno dei giovani nei territori. Non meno rilevante il fronte del credito: secondo Banca d’Italia, nel 2025 i finanziamenti alle grandi imprese sono cresciuti del 2,5%, mentre quelli alle piccole imprese sono diminuiti del 4,6%, aggravando le difficoltà del tessuto produttivo locale.
La fotografia che emerge, quindi, è quella di una regione che cresce, ma non ancora in modo equilibrato. E per la Uil il vero obiettivo non può essere soltanto registrare buoni numeri, ma trasformare quella crescita in un futuro più solido, soprattutto per chi vive lontano dai principali assi di sviluppo.