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Salute

CELIACHIA IN ADOLESCENZA: SENZA GLUTINE, MA NON ISOLATI. LA CRESCITA DEGLI ADOLESCENTI CELIACI TRA CIBO E AMICI INTERVENTO DI ADELIA LUCATTINI

Lucattini: “La diagnosi da celiachia non rappresenti “un’identità” per i ragazzi: curiamo la parola per aiutarli a integrare la malattia nel proprio Sé senza rinunciare alla socialità”

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Redazione-  L’adolescenza è un terreno di transizione delicato, un momento della vita in cui il corpo cambia, l’identità si ridefinisce e il gruppo dei pari diventa lo specchio in cui cercare la propria affermazione. In questa fase di vulnerabilità e crescita, ricevere una diagnosi di celiachia o dover gestire una rigida dieta senza glutine può trasformarsi in un carico emotivo destabilizzante. Il cibo, che per gli adolescenti rappresenta il principale veicolo di socializzazione e convivialità, dalla pizza del sabato sera alle feste di compleanno, rischia di trasformarsi in una barriera, in un fattore di diversità percepita che può alimentare isolamento, ansia sociale o, al contrario, pericolosi meccanismi di negazione e rifiuto della terapia dietetica.

Come aiutare allora i ragazzi a vivere questa condizione medica senza compromettere il loro bisogno di appartenenza e la loro spensieratezza? Quali dinamiche profonde si muovono dietro la fatica di accettare una patologia cronica? Ne parliamo con la Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

Dott.ssa Lucattini, sappiamo che l’adolescenza è già di per sé un’età di grandi transizioni e cambiamenti, perché questa fase della vita diventa particolarmente complessa per un ragazzo o una ragazza che si trova a dover convivere con la celiachia?

 

L’adolescenza è una fase di profonda trasformazione fisica, emotiva e relazionale. Il corpo cambia rapidamente, l’immagine corporea diventa centrale, il giudizio dei coetanei assume grande importanza e il ragazzo comincia a costruire una propria identità separata da quella familiare. In questo contesto, una malattia cronica come la celiachia può essere vissuta non solo come una condizione medica, ma come un limite che interferisce con il desiderio di essere “come gli altri”.

Il problema non è soltanto seguire una dieta senza glutine, ma doverla seguire in tutte le situazioni sociali: a scuola, alle feste, nelle uscite con gli amici, nei viaggi, nei ristoranti, durante le attività sportive. L’adolescente può sentirsi osservato, diverso, limitato o costretto a spiegare continuamente la propria condizione. Studi recenti mostrano infatti che negli adolescenti con celiachia la qualità della vita, la partecipazione sociale e il benessere psicologico sono strettamente intrecciati con la gestione della dieta senza glutine.

In adolescenza il compito evolutivo è diventare autonomi. La celiachia richiede proprio autonomia, ma anche responsabilità: leggere le etichette, riconoscere i rischi di contaminazione, fare domande, dire dei no, tollerare la frustrazione. Tutto questo può diventare una grande occasione di crescita, purché l’adolescente non venga lasciato solo (Frontiers in Pediatrics, 2025).

Quali sono i segnali clinici  e psicologici della celiachia negli adolescenti a cui prestare attenzione e intercettare tempestivamente?

Negli adolescenti la celiachia può presentarsi in modo diverso rispetto ai bambini piccoli. Non sempre compaiono diarrea, addome gonfio o evidente scarso accrescimento. Spesso si osservano manifestazioni più sfumate o atipiche: dolori addominali ricorrenti, nausea, stanchezza persistente, anemia da carenza di ferro, cefalea, difficoltà di concentrazione, irregolarità del ciclo mestruale, ritardo puberale, perdita o mancato aumento di peso, bassa statura, afte ricorrenti, dolori articolari, alterazioni dell’umore.

È importante non sottovalutare anche i segnali psicologici: irritabilità, chiusura, calo del rendimento scolastico, insonnia, ansia, tristezza, ritiro sociale o improvvisi cambiamenti nel rapporto con il cibo. In alcuni adolescenti il disagio fisico cronico può precedere o accompagnare manifestazioni emotive. La celiachia è oggi considerata una malattia sistemica, non solo intestinale, e può associarsi a sintomi gastrointestinali, neurologici, nutrizionali e psicologici.

È fondamentale ricordare che non bisogna mai iniziare una dieta senza glutine “di prova” prima degli accertamenti diagnostici, perché questo può falsare gli esami e ritardare una diagnosi corretta (Nutrients, 2025).

Come influisce l’obbligo della dieta senza glutine sulla salute mentale degli adolescenti celiaci, e perché può trasformarsi in un’ossessione ortoressica o in un disturbo alimentare?

La relazione tra celiachia e disturbi del comportamento alimentare è complessa e può essere bidirezionale. Da una parte, la celiachia impone una dieta rigorosa e un controllo costante degli alimenti; dall’altra, in adolescenza il controllo del cibo può diventare un terreno su cui si esprimono ansia, perfezionismo, bisogno di controllo, paura del corpo o difficoltà emotive.

Uno studio su adolescenti con celiachia ha mostrato una maggiore frequenza di atteggiamenti alimentari disturbati e sintomi di ortoressia, cioè una preoccupazione eccessiva per il mangiare “corretto” o “puro” (The International Journal of Eating Disorders, 2025).

È importante distinguere la necessaria attenzione alla dieta senza glutine da una modalità patologica di controllo. L’adolescente celiaco deve imparare a proteggersi dal glutine, ma non deve vivere il cibo come un nemico. Quando compaiono rigidità estrema, paura di mangiare fuori casa, evitamento sociale, perdita di peso, rituali alimentari, senso di colpa o angoscia sproporzionata, è opportuno coinvolgere un’équipe multidisciplinare: gastroenterologo, nutrizionista, psicoterapeuta, famiglia e, quando necessario, psichiatra.

La diagnosi di celiachia e dieta senza glutine può influire a livello emotivo sugli adolescenti, generando in alcuni casi ansia e depressione?

Può accadere. La letteratura scientifica recente segnala un’associazione tra celiachia, ansia, depressione e qualità della vita, soprattutto quando la gestione della dieta diventa fonte di stress o quando l’adolescente si sente isolato. Numerosi studi hanno rilevato che gli adolescenti con celiachia possono presentare un maggiore carico psichiatrico, con particolare attenzione ad ansia, depressione e insoddisfazione corporea. Inoltre, gli adolescenti con celiachia che riferivano più sintomi depressivi o minore qualità della vita tendevano, negli anni successivi, a percepire peggiore salute fisica e mentale nel passaggio all’età universitaria. Questo dato è molto importante perché indica che il benessere psicologico in adolescenza può avere effetti anche nella transizione verso la giovane età adulta (Children-Basel- 2025).

Ansia e depressione non sono “capricci” né semplici reazioni alla dieta. Possono essere l’espressione di una sofferenza più profonda: sentirsi diversi, controllati, fragili, esclusi o non compresi. Il dolore fisico, la stanchezza, le rinunce, il timore della contaminazione e la necessità di spiegarsi continuamente possono pesare molto sulla vita emotiva dell’adolescente.

 

Quanto incide la gestione quotidiana della celiachia sulle dinamiche relazionali e sociali  e sui momenti di convivialità in età adolescenziale?

 

Pesa moltissimo. In adolescenza il cibo è relazione. Si mangia insieme a scuola, dopo lo sport, alle feste, nei viaggi, nei fast food, nei ristoranti, nelle case degli amici. Per un adolescente celiaco, ogni situazione conviviale può diventare una prova: chiedere informazioni, verificare ingredienti, evitare contaminazioni, portare il proprio cibo, rinunciare a qualcosa che mangiano tutti.

Ricerche recenti indicano che, pur potendo avere una buona qualità della dieta, gli adolescenti con celiachia possono sperimentare difficoltà nella partecipazione sociale. In uno studio del 2025, una migliore aderenza o qualità alimentare risultava collegata a possibili limitazioni nella vita sociale, confermando la necessità di un approccio clinico che non si limiti alla nutrizione ma includa il benessere psicosociale (Journal of Health, Population and Nutrition, 2025).

Il rischio non è solo la trasgressione alimentare, ma anche l’isolamento. Alcuni adolescenti preferiscono non uscire, non partecipare alle feste o non dormire fuori casa per evitare imbarazzo o paura. Altri, al contrario, possono trasgredire la dieta per non sentirsi diversi. Entrambe le reazioni segnalano un disagio e meritano ascolto.

In che modo, il bisogno di conformità sociale e di autonomia degli adolescenti contrasta a volte la piena  aderenza alla terapia dietetica nei pazienti adolescenti affetti da celiachia?

 

L’adolescenza è la fase dell’autonomia, della sperimentazione e talvolta della sfida alle regole, questo a volte spinge i ragazzi ad un calo di una piena e corretta aderenza alla terapia indicata per la celiachia. La dieta senza glutine, invece, richiede continuità, attenzione e responsabilità. Quando il controllo passa progressivamente dai genitori al ragazzo, possono emergere difficoltà: dimenticanze, minimizzazione del rischio, desiderio di uniformarsi al gruppo, vergogna nel fare domande, scarsa percezione del danno se i sintomi non sono immediati.

L’aderenza alla dieta senza glutine in età adolescenziale e il suo il mantenimento a lungo termine resta un punto cruciale ed anche una sfida per pazienti, famiglia e curanti per la gestione clinica della malattia e dei sintomi ad essa associati.

È molto importante spiegare agli adolescenti che l’assenza di sintomi dopo l’assunzione di glutine non significa assenza di danno. Alcuni ragazzi possono pensare: “Se non sto male, posso mangiarlo”. In realtà, nella celiachia il glutine può provocare danni intestinali e sistemici anche quando i sintomi non sono evidenti. L’educazione deve essere chiara, ma non persecutoria: l’obiettivo non è spaventare, ma rendere consapevoli (The Journal of School Nursing, 2025).

 

In che modo, la celiachia non diagnosticata può influenzare le capacità di concentrazione e attenzione negli adolescenti?

Il sonno in adolescenza è già fisiologicamente delicato: cambiano i ritmi biologici, aumentano gli impegni scolastici, l’uso dei dispositivi digitali, le pressioni sociali. In un adolescente con celiachia, non diagnosticata, ha sintomi gastrointestinali, dolore, reflusso, stanchezza, ansia o preoccupazioni alimentari possono interferire ulteriormente con il riposo.

La qualità del sonno è fondamentale per la regolazione emotiva, l’attenzione, la memoria, il rendimento scolastico e il tono dell’umore. Quando un adolescente dorme male, può apparire irritabile, oppositivo, disattento, demotivato o depresso. Per questo, nei ragazzi con celiachia, è importante chiedere sempre come dormono, se si svegliano durante la notte, se hanno dolori, se sono stanchi al mattino, se faticano a concentrarsi a scuola anche per comprendere l’aderenza alla dieta senza glutine (Brain Sciences, 2026).

Come può il supporto psicoanalitico favorire l’accettazione della celiachia negli adolescenti, prevenendo i meccanismi di negazione e il rifiuto della dieta, motivandoli a seguire invece, l’iter diagnostico, fondamentale per la salvaguardia della loro salute?

 

 Il supporto psicoanalitico può essere molto utile perché l’adolescenza è il tempo in cui la malattia cronica entra nella costruzione dell’identità. L’adolescente può chiedersi: “Sono normale?”, “Sarò desiderabile?”, “Sarò accettato?”, “Posso essere libero se devo seguire una regola per tutta la vita?”.

La psicoterapia psicoanalitica offre uno spazio in cui questi interrogativi possono essere pensati, non agiti. Aiuta l’adolescente a dare parola alla rabbia, alla vergogna, alla paura, al senso di diversità. Permette di distinguere il limite reale della malattia dalle fantasie persecutorie o catastrofiche che possono accompagnarla.

È importante che la celiachia non diventi il centro assoluto dell’identità: “sono celiaco” non deve cancellare “sono un ragazzo”, “sono una ragazza”, “sono uno studente”, “sono un amico”, “sono una persona che ama, desidera, progetta”. La cura psicoanalitica aiuta a integrare la malattia nella propria storia senza esserne dominati.

È indispensabile anche il lavoro di sostegno psicoterapeutico con i genitori. Alcuni genitori diventano iperprotettivi, altri minimizzano, altri ancora faticano a lasciare autonomia. L’obiettivo è accompagnare il passaggio di responsabilità: dai genitori all’adolescente, senza abbandono e senza controllo eccessivo (Frontiers in Psychology, 2021).

Quali consigli si sente di dare ai genitori di adolescenti con celiachia?

 

-Prima di tutto, ascoltare. Gli adolescenti non hanno bisogno soltanto di istruzioni, ma di sentirsi capiti;

-La dieta senza glutine è necessaria, ma deve essere inserita in una vita piena, non trasformarsi in una gabbia;

-Non banalizzare mai la fatica dei figli con frasi come “non è niente” o “basta ‘solo’ non mangiare glutine”;

-Non trasmettere ansia, perché l’ipercontrollo può aumentare vergogna e oppositività;

-Favorire gradualmente l’autonomia. Leggere etichette, ordinare al ristorante, parlare con insegnanti e amici;

-Aiutare i figli a organizzarsi prima di feste, viaggi, gite e uscite, senza rinunciare alla vita sociale;

-Chiedere aiuto a uno psicoterapeuta dinamico o uno psicoanalista quando la malattia diventa fonte di ansia, vergogna, conflitto familiare o ritiro sociale.

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Salute

CUORE, L’ALLARME DEGLI INTERNISTI: CRESCONO LE DIAGNOSI DI INFARTO E ISCHEMIA “INVISIBILI”

Gli esperti SIMI mettono in guardia: le sindromi INOCA e MINOCA causano infarti “invisibili” che colpiscono soprattutto le donne. Necessaria una diagnosi precoce per evitare nuovi ricoveri.
#MedicinaInterna #SaluteCardiaca #SIMI #Prevenzione #Cardiologia

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SIMI Lazio Molise 2026 02

Si apre oggi a Roma il XX Congresso SIMI Lazio e Molise: al centro del dibattito scientifico le sindromi INOCA e MINOCA, patologie cardiovascolari che colpiscono spesso le donne e che sfuggono ai test tradizionali, causando frequenti riospedalizzazioni.

Redazione-  Dolore al petto, elettrocardiogramma sospetto ed enzimi cardiaci alterati: i segnali di un infarto ci sono tutti, ma quando il paziente viene sottoposto a coronarografia, il quadro appare inspiegabilmente normale. È il paradosso delle sindromi INOCA (Ischemia with Non-Obstructive Coronary Arteries) e MINOCA (Myocardial Infarction with Non-Obstructive Coronary Arteries), condizioni che rappresentano una sfida crescente per la sanità moderna. Di questo si discute oggi e domani all’Università Sapienza di Roma in occasione del XX Congresso della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI) Lazio e Molise, evento che riunisce gli esperti per definire nuove strategie di diagnosi e cura.

Le sindromi INOCA e MINOCA colpiscono prevalentemente le donne tra i 45 e i 65 anni e si manifestano in assenza di ostruzioni visibili nelle arterie coronarie. Il problema, spiegano gli specialisti, risiede spesso nel microcircolo o in spasmi coronarici che, pur non bloccando il flusso in modo meccanico, determinano una sofferenza del muscolo cardiaco. Se non riconosciute tempestivamente, queste condizioni portano a una gestione inappropriata del paziente, che rischia di finire in un limbo assistenziale, alimentando il fenomeno dei ritorni in Pronto Soccorso e delle riospedalizzazioni ripetute.

“Dobbiamo alzare la guardia su questo fenomeno,” dichiara il professor Alessio Molfino, presidente della SIMI Lazio e Molise e ordinario di Medicina Interna all’Università La Sapienza di Roma. “Il medico internista gioca un ruolo centrale perché, grazie alla sua visione globale del paziente, è in grado di integrare dati clinici spesso frammentati. Identificare precocemente la causa del dolore toracico, anche quando le coronarie sembrano libere, significa ridurre drasticamente le complicanze a lungo termine”.

Il tema della medicina di genere è centrale in questo ambito: le alterazioni del microcircolo interessano infatti con frequenza le donne in età peri e post-menopausale, specialmente se fumatrici o soggette a terapie ormonali. La MINOCA, in particolare, è responsabile di una quota compresa tra il 5% e il 10% di tutti gli infarti miocardici annui. Per gli internisti la parola d’ordine è appropriatezza: una diagnosi corretta evita trattamenti farmacologici inutili o, al contrario, la sottovalutazione di un rischio reale che richiede terapie specifiche.

Il Congresso non si limita alle patologie cardiovascolari. Il fitto programma scientifico affronta tre ulteriori pilastri della medicina contemporanea: le nuove frontiere terapeutiche nello scompenso cardiaco, la gestione dell’obesità — finalmente riconosciuta come malattia cronica complessa che necessita di un approccio multidisciplinare — e la malnutrizione nel paziente oncologico. Quest’ultima, spesso trascurata, si rivela un fattore determinante per la risposta alle terapie e la sopravvivenza del malato.

L’appuntamento romano conferma il peso della SIMI Lazio e Molise, che oggi rappresenta una delle sezioni regionali più numerose e attive in Italia. L’obiettivo dichiarato resta quello di trasformare il confronto clinico in linee guida che migliorino la qualità dell’assistenza quotidiana, garantendo ai pazienti, specialmente i più giovani e fragili, percorsi di cura personalizzati basati sulle evidenze scientifiche più recenti.

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Salute

SANITÀ A ROMA, APRE L’OSPEDALE DI COMUNITÀ AL POLICLINICO UMBERTO I: VENTI POSTI LETTO PER LA CURA DEI PAZIENTI FRAGILI

L’Ospedale di Comunità del Policlinico Umberto I apre le porte con 20 posti letto dedicati ai pazienti fragili: un nuovo modello di assistenza territoriale per collegare cure ospedaliere e ritorno a casa.
#SanitàLazio #PoliclinicoUmbertoI #PNRR #SaluteRoma

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Redazione-   È stato inaugurato nella mattina del 5 giugno 2026, presso l’Edificio George Eastman di Roma, il nuovo Ospedale di Comunità del Policlinico Umberto I. La struttura, situata in viale Regina Elena 287/b, mette a disposizione venti posti letto destinati a pazienti clinicamente stabilizzati che necessitano di assistenza infermieristica continuativa e percorsi di recupero funzionale. L’iniziativa, presentata dal Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e dal Direttore Generale dell’azienda ospedaliera Fabrizio d’Alba, rientra negli interventi della Missione 6 Salute del PNRR e punta a decongestionare i reparti per acuti, garantendo una gestione più fluida del passaggio tra le cure ospedaliere e il rientro al domicilio.

Un ponte tra ospedale e territorio L’Ospedale di Comunità si colloca al terzo piano dello storico edificio Eastman e rappresenta la prima struttura di questo tipo a essere integrata direttamente nel perimetro del Policlinico Umberto I. La sua funzione principale è quella di accogliere persone che, pur avendo superato la fase acuta della malattia, non sono ancora in condizioni di tornare in autonomia presso la propria abitazione o richiedono un monitoraggio medico programmato prima di accedere ai servizi territoriali.

Questa nuova realtà risponde alla necessità di offrire una sanità di prossimità, mirata in particolare a pazienti anziani, fragili e affetti da più patologie contemporaneamente. L’obiettivo è duplice: da un lato si riducono le degenze eccessive nei reparti di emergenza, dall’altro si prevengono nuovi ricoveri che potrebbero essere evitati attraverso un’assistenza intermedia qualificata.

Integrazione e formazione professionale Il Direttore Generale Fabrizio d’Alba ha sottolineato come la struttura non sia soltanto uno spazio logistico, ma un centro di collaborazione multidisciplinare. L’organizzazione interna si basa sulla centralità della figura infermieristica, supportata da medici, operatori socio-sanitari, fisioterapisti e assistenti sociali. Secondo d’Alba, la creazione di questo reparto all’interno di un grande policlinico universitario assume anche una valenza didattica significativa. I giovani professionisti avranno la possibilità di confrontarsi con la sanità territoriale già durante il periodo di formazione, acquisendo competenze integrate che spesso mancano nei percorsi di tirocinio prettamente ospedalieri.

Il ruolo del PNRR e della rete regionale La realizzazione del reparto segue le direttive del Decreto Ministeriale 77/2022, che ridisegna i modelli dell’assistenza territoriale in Italia. L’attività dell’Ospedale di Comunità sarà strettamente connessa alla Centrale Operativa Territoriale (COT), ai distretti sanitari e ai Medici di Medicina Generale, creando una rete che accompagna il paziente lungo l’intero percorso di cura.

Gli spazi dell’Edificio George Eastman sono stati riprogettati per garantire standard moderni di accessibilità e comfort, orientati al recupero dell’autonomia individuale. L’intervento si inserisce nel piano di riorganizzazione promosso dalla Regione Lazio per rendere l’offerta sanitaria più capillare e meno centrata esclusivamente sui grandi poli ospedalieri d’urgenza. Con l’apertura di questa struttura, il Policlinico Umberto I compie un passo avanti nella gestione della cronicità e della post-acuzie, ambiti che rappresentano la sfida principale per la sostenibilità del sistema sanitario regionale nei prossimi anni.

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Salute

IL FORLANINI AL CENTRO DEL DIBATTITO SANITARIO: LA CONFERENZA DELL’ACCADEMIA DI STORIA DELL’ARTE SANITARIA IL 18 GIUGNO A ROMA

Il Forlanini si rinnova a Roma: la conferenza dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria mette al centro storia, tecnologia e valore umano.
#SanitàRoma #StoriaMedica #InnovazioneSanitaria #Forlanini

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Redazione-  L’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria ospita il convegno “Il Forlanini, una risorsa per/di Roma, dalla TBC a…”, un appuntamento che riunisce accademici, rappresentanti istituzionali e professionisti della sanità per analizzare il ruolo storico e futuro dell’ospedale Forlanini. La giornata si svolge nella Sala Alessandrina dell’edificio museale dell’Accademia, con saluti istituzionali di Giovanni Iacovelli, presidente dell’Accademia, e del senatore Riccardo Pedrizzi. Il tema del convegno nasce dalla necessità di valutare l’eredità della struttura ospedaliera, dalla lotta contro la tubercolosi a una posizione di riferimento per la ricerca clinica, in un contesto in cui la tecnologia avanza rapidissima ma il valore umano resta il motore principale della cura.

Il programma prevede interventi di spicco: il professor Nicola Pietrosillo, ex primario dell’ospedale Spallanzani e cultore di storia della medicina, apre la discussione con una panoramica sul ruolo dell’istituzione nella lotta contro le malattie infettive. A seguirli il professor Elio Rosati, segretario di Cittadinanza Attiva Lazio, e il professor Gaspare Baggieri, accademico ASAS, forniscono approfondimenti sulla governance sanitaria e sulle sfide operative. L’architetto Francesco Scoppola, ex direttore generale delle Belle Arti e Paesaggio, analizza l’intersezione tra patrimonio architettonico e innovazione clinica, sottolineando come la conservazione dei luoghi storici possa integrarsi con le esigenze tecnologiche contemporanee.

La tavola rotonda, moderata dal professor Massimo Martelli, ex primario del Forlanini, riunisce il direttore dell’Agenzia del Demanio Alessandra dal Verme, il vicepresidente della Camera dei Deputati Fabio Rampelli, il direttore generale AOSCF Angelo Aliquò e altri professionisti del settore. Tra i temi affrontati spiccano la gestione del patrimonio immobiliare sanitario, le politiche di finanziamento pubblico, la partecipazione delle istituzioni regionali e la promozione di una governance clinica basata su evidenze e trasparenza. L’intervento di Filippo Bartoccioni, esperto di governance clinica, evidenzia la necessità di integrare dati sanitari avanzati con un approccio centrato sul paziente, evitando che la tecnologia diventi un mero strumento privo di contenuto umano.

Il contesto storico dell’Accademia, istituita nel 1920 come Istituto Storico per il Museo dell’Arte Sanitaria da figure come il generale Mariano Borgatti, i professori Giovanni Carbonelli e Pietro Capparoni, aggiunge una dimensione di continuità tra passato e presente. L’ente, nato con il sostegno di amministrazioni comunali, ministeriali e organizzazioni di beneficenza, è stato riconosciuto come ente morale nel 1922 e ha mantenuto un ruolo di riferimento per la documentazione e lo studio della sanità italiana. Questo background rende l’ambiente “dove il tempo sembra fermarsi” particolarmente adatto a un dibattito che mette in scena la tradizione e l’innovazione.

Il congresso richiama anche l’attenzione sulla recente enciclica “Magnifica Humanae” di Papa Leone XIV, la prima enciclica a trattare esplicitamente la custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Il documento, in continuità con la storica “Rerum Novarum” di Leone XIII, celebra il 135° anniversario della sua pubblicazione, invitando a una riflessione etica su come le trasformazioni tecnologiche influenzino la dignità umana. I relatori hanno sottolineato l’importanza di considerare questi principi quando si progettano sistemi sanitari avanzati, affinché la tecnologia rimanga al servizio dell’individuo e non ne diventi priva di senso.

Il convegno si configura quindi come un momento di sintesi tra storia, politica, architettura e biomedicina, offrendo una piattaforma per discutere le linee guida future del Forlanini e, più in generale, dell’intero sistema sanitario della capitale. L’obiettivo dichiarato è quello di tracciare un percorso condiviso, capace di coniugare la ricca eredità storica con le esigenze di una sanità moderna, inclusiva e responsabile.

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