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Esteri

Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

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Talebani

Redazione- In Afghanistan, la pressione sull’abbigliamento e sull’aspetto personale non riguarda più soltanto le donne, ma coinvolge anche gli uomini. Quando una persona rischia lo stipendio, il lavoro o la propria posizione a causa della barba, del cappello, del turbante o del modo in cui si veste, non si parla più semplicemente di abbigliamento: si parla di dignità, libertà personale e rispetto dell’essere umano.

Mentre molte famiglie affrontano povertà, disoccupazione, difficoltà economiche e il peso della vita quotidiana, molti lavoratori sono costretti a vivere con una nuova paura: perdere il proprio sostentamento non per mancanza di capacità o impegno, ma per non corrispondere a un modello esteriore imposto.

Una società non cresce controllando l’aspetto delle persone. Un Paese si costruisce con istruzione, lavoro, competenza, giustizia, salute e rispetto per ogni individuo. Quando l’attenzione si concentra sull’apparenza invece che sui problemi reali della gente, le sofferenze aumentano e le vere necessità rimangono senza risposta.

Per anni le donne afghane hanno vissuto restrizioni e pressioni sulla loro libertà personale; oggi anche molti uomini sentono il peso di regole che entrano nella loro vita privata. La paura e l’obbligo non possono sostituire la fiducia e il rispetto.

Il dolore più grande è vedere persone che cercano solo di lavorare, mantenere le proprie famiglie e vivere con dignità, costrette a preoccuparsi non solo del pane quotidiano, ma anche di come apparire per non essere punite.

La dignità umana non si misura dalla lunghezza della barba o dal tipo di vestito. Una nazione diventa forte quando protegge la dignità dei suoi cittadini e permette loro di vivere con rispetto e sicurezza.

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Esteri

Dall’idea all’impresa: la giovane afghana che ha digitalizzato i biglietti degli autobus a Kabul

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Sadaf Afghan

Redazione- In un Paese segnato da difficoltà e limitazioni, una giovane imprenditrice afghana ha scelto di affidarsi alla tecnologia per rendere più semplice un gesto quotidiano: acquistare un biglietto dell’autobus.

È Sadaf Afghan, giovane imprenditrice che a Kabul ha fondato “Qased”, una piattaforma online che consente ai passeggeri di prenotare i biglietti degli autobus senza doversi recare personalmente al terminal. Il servizio prevede inoltre la consegna del biglietto direttamente a domicilio.

“Qased” è stata fondata circa un anno fa, mentre il servizio di vendita online dei biglietti è entrato ufficialmente in funzione cinque mesi dopo. L’attività, iniziata con appena tre persone, oggi conta un team di otto dipendenti, quattro dei quali sono donne.

In un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, Sadaf Afghan ha spiegato che la società si occupa di acquistare online i biglietti richiesti dai passeggeri e di consegnarli direttamente a casa. Ma il suo progetto va oltre la semplice vendita digitale: l’obiettivo è ampliare “Qased” e aprire filiali in altre province dell’Afghanistan, creando nuove opportunità di lavoro sia per le donne sia per gli uomini.

Avviare un’impresa innovativa in un Paese in cui molti servizi vengono ancora gestiti attraverso procedure tradizionali e in presenza non è semplice. Nonostante le difficoltà, però, Sadaf Afghan sostiene che la risposta della popolazione sia incoraggiante.

«Ogni attività è difficile all’inizio, ma non dobbiamo arrenderci. Nel complesso, le persone ci sostengono», ha dichiarato.

Il trasporto su strada continua a rappresentare uno dei principali mezzi di collegamento tra le città afghane. La limitata presenza di infrastrutture ferroviarie e di sistemi di trasporto pubblico moderni rende gli autobus interurbani essenziali per milioni di persone.

Per molti passeggeri, acquistare un biglietto significa ancora recarsi fisicamente al terminal e pagare in contanti. È proprio su questa necessità che “Qased” ha costruito la propria proposta: utilizzare gli strumenti digitali per rendere il processo più semplice, rapido e accessibile.

Sadaf Afghan auspica inoltre che le autorità talebane possano contribuire al miglioramento del sistema dei trasporti e sostenere le imprese che cercano di offrire nuovi servizi alla popolazione.

Il progetto, tuttavia, non si ferma ai biglietti degli autobus. In futuro, la giovane imprenditrice vorrebbe estendere l’attività anche al trasporto aereo, permettendo ai clienti di acquistare online i biglietti dei voli e riceverli direttamente a casa.

Accanto alla dimensione tecnologica e imprenditoriale, “Qased” rappresenta anche una possibilità concreta di lavoro per alcune giovani donne afghane.

Tra i dipendenti c’è Mohammadi, 20 anni, che ogni giorno si sposta in motocicletta per le strade di Kabul consegnando ai clienti i biglietti ordinati attraverso la piattaforma. Dopo aver frequentato la scuola fino alla decima classe, racconta che il lavoro fuori casa e la possibilità di svolgere autonomamente le proprie mansioni gli hanno dato un maggiore senso di indipendenza e fiducia nel futuro.

Con l’espansione dell’attività, Mohammadi spera che possano nascere nuove opportunità professionali, soprattutto per le giovani donne.

La storia di “Qased” è, in apparenza, quella di una semplice piattaforma per la vendita online di biglietti. In realtà, racconta qualcosa di più: la scelta di una giovane donna di trasformare una difficoltà quotidiana in un’opportunità, utilizzando la tecnologia per creare un servizio, generare occupazione e aprire nuovi spazi di partecipazione economica.

In un contesto complesso come quello afghano, iniziative di questo tipo mostrano come l’innovazione e l’imprenditorialità possano ancora diventare strumenti capaci di creare opportunità e immaginare nuove possibilità per il futuro.

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Egitto, condannata a morte la conduttrice televisiva Sarah Khalifa

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Sarah Khalifa

Redazione- Un tribunale penale del Cairo ha condannato a morte per impiccagione Sarah Khalifa, 39 anni, nota conduttrice e produttrice televisiva egiziana, insieme ad altre 11 persone, nell’ambito di un maxi-processo legato alla produzione e al traffico di stupefacenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, tra cui il quotidiano statale Al-Ahram, gli imputati avrebbero fatto parte di una banda criminale organizzata accusata di importare dall’estero sostanze e materie prime destinate alla produzione di droghe sintetiche, per poi lavorarle e distribuirle sul mercato. Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato ingenti quantità di sostanze stupefacenti e materiali utilizzati per la loro produzione, oltre ad armi da fuoco e munizioni detenute illegalmente.

Sarah Khalifa è conosciuta soprattutto per il programma televisivo «Mission Impossible», dedicato a temi legati alla criminalità e alla sicurezza. La conduttrice ha respinto le accuse nei suoi confronti.

Nel procedimento erano complessivamente 28 gli imputati. Oltre alle 12 condanne a morte, il tribunale ha inflitto l’ergastolo a nove persone, mentre altre sette sono state assolte.

La condanna a morte non è ancora definitiva. Il legale di Sarah Khalifa ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, chiedendo alla magistratura di riesaminare il caso.

La vicenda aveva già attirato l’attenzione dei media egiziani nelle scorse settimane, per il coinvolgimento di una figura televisiva conosciuta e per la gravità delle accuse contestate agli imputati.

Foto: Instagram/ sara_khaliifa

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L’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai: «Le mie figlie non possono andare a scuola e questo mi rende molto triste»

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Hamid Karzai

Redazione- In una recente intervista, l’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai ha parlato della situazione delle sue figlie e del dolore che prova nel vederle private della possibilità di andare a scuola.

Due delle sue tre figlie, ha raccontato Karzai, non possono più frequentare la scuola. Una situazione che, secondo le sue parole, le rende «molto, molto tristi» e che rappresenta anche per lui una profonda fonte di dolore.

Karzai ha spiegato di aver parlato direttamente con i Talebani e di aver espresso con chiarezza la propria posizione: finché alle ragazze non sarà permesso di tornare a scuola, non potrà parlare positivamente del loro governo.

Per Karzai, questa non è soltanto una questione politica. È qualcosa che vive dentro la propria famiglia. Le sue figlie fanno parte della stessa generazione di milioni di ragazze afghane alle quali è stato impedito di continuare gli studi.

«Se riapriranno le scuole alle ragazze, allora potrò parlare anche delle cose positive che fanno», è il senso del messaggio che Karzai ha rivolto ai Talebani.

Oggi l’ex presidente vive a Kabul, lontano dal potere che un tempo esercitava. Ma quando parla delle sue figlie, la politica lascia spazio alle emozioni di un padre.

Due ragazze che vorrebbero andare a scuola, ma non possono.

Ed è proprio questa realtà, semplice e dolorosa, a spiegare perché Karzai continui a considerare l’istruzione delle ragazze una delle questioni più importanti per il futuro dell’Afghanistan.

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