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Cultura

La parola che resta: un viaggio poetico nell’universo di Regina Resta

Ho scritto da qualche parte, e precisamente in uno dei libri poetici della poetessa Rajmonda Shkopi, che la poesia parla la lingua della donna. Più leggo la poesia scritta oggi dalle autrici femminili, più rafforzo questo pensiero. Sembra che le donne e la poesia dormano nello stesso letto divino, nel sogno eterno della scoperta del mondo e di sé stesse.

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Cover libro

Redazione-  Ho scritto da qualche parte, e precisamente in uno dei libri poetici della poetessa Rajmonda Shkopi, che la poesia parla la lingua della donna. Più leggo la poesia scritta oggi dalle autrici femminili, più rafforzo questo pensiero. Sembra che le donne e la poesia dormano nello stesso letto divino, nel sogno eterno della scoperta del mondo e di sé stesse.

In questi giorni ho avuto la fortuna di leggere la più recente pubblicazione in lingua albanese, intitolata “Io resto parola” dell’autrice italiana Regina Resta, proposta al lettore albanese dall’instancabile Angela Kosta, il cui contributo è inestimabile nel ponte culturale che ha costruito negli ultimi anni tra l’Italia, dove vive, e l’Albania, la terra dove è nata.

Il libro di poesie “Io resto parola”

dell’autrice italiana Regina Resta, tradotto con tanta sensibilità e raffinato gusto poetico da Angela Kosta, si presenta come un universo interiore in cui la parola non è semplicemente uno strumento espressivo, ma una sostanza vitale. In queste poesie la parola respira, sanguina, diventa memoria e ferita; non rimane sulla carta soltanto come segno grafico, ma come traccia di un’anima che cerca di non spegnersi nel silenzio del tempo.

Angela Kosta ha saputo selezionare

numerosi illustri autori italiani per farli conoscere al pubblico albanese, sempre pronto ad assorbire i valori letterari di un popolo come quello italiano, considerato non a caso la culla della cultura, il luogo dove Dante, Petrarca, Leonardo Da Vinci e centinaia di altri hanno scolpito la storia con l’arte della parola e del pennello. Per questo le scelte di Angela non sono casuali; ella sa in quali giardini cercare, dove trovare le perle più preziose dell’arte, cosa offrire al lettore da “gustare” con la

cura e la pazienza di una devota padrona di casa.

Ho letto d’un fiato questo splendido libro poetico e tutto ciò che veniva detto sul libro nella esaustiva prefazione dell’autore Aleksandër Çipa, il quale aveva colto i punti chiave dell’opera con il bisturi di un chirurgo professionista, in questo caso con il “bisturi” di un critico impegnato.

Cerchiamo ora di descrivere più dettagliatamente ai lettori chi sia

Regina Resta.

Regina Resta, poetessa, scrittrice, critica letteraria e promotrice culturale italiana, è una figura sempre più nota nel panorama letterario internazionale. Con una creatività sensibile e profondamente umana, ha pubblicato diverse opere poetiche e ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali per la letteratura e la cultura. Presidente dell’Associazione Internazionale VerbumlandiArt.Aps e direttrice

editoriale di VERBUMPRESS, Regina Resta è una voce artistica che intreccia poesia, pace, cultura e impegno umano in un’unica missione: promuovere la bellezza spirituale e il dialogo tra i popoli.

Una donna, una creatrice che con coraggio esplora i temi dell’identità umana e dell’amore per la vita.

Già dal titolo, “Io resto parola”, ci viene consegnata una dichiarazione esistenziale: l’essere umano non si definisce soltanto attraverso la

propria vita fisica, ma attraverso ciò che lascia nel linguaggio, nelle emozioni, nella memoria che costruisce nell’altro. La parola qui non è ornamento, ma sopravvivenza. È l’unico modo per continuare a esistere, anche quando il corpo e il tempo iniziano a scolorire.

Leggendo una dopo l’altra le poesie, il mio sguardo si è soffermato su quella intitolata “Tra le righe”. In questa poesia l’autrice apre il suo universo poetico con una sincerità

rara: il verso non è soltanto arte, ma racconto interiore della vita.

“Ogni parola è una ferita guarita,

ogni verso un frammento d’anima

che ho lasciato cadere sulla carta

perché non si perdesse nel silenzio.”

“Ogni parola è una ferita guarita” – questa espressione racchiude tutta la filosofia del libro: la scrittura non è un lusso estetico, ma un processo di guarigione, un modo per trasformare il dolore in significato.

In questo approccio, Regina Resta sembra avvicinarsi a ciò che Rainer Maria Rilke definiva come il bisogno del poeta di “vivere le domande” prima di cercare le risposte. La poesia non è soluzione, ma confronto. Non nasconde le ferite, ma le trasforma in luce interiore.

Sfogliando il libro ci imbattiamo improvvisamente nella poesia “Riflessione”, dove comprendiamo che il libro assume una dimensione etica e filosofica.

“È la doppia realtà dell’anima umana,

dove luce e ombra camminano insieme.

Ma la vera misura non risiede negli altri,

risiede dentro di noi.”

L’essere umano viene rappresentato come una creatura divisa tra due mondi: luce e ombra, sincerità e maschera, verità e illusione. Ma al centro non vi sono gli altri, bensì la propria coscienza.

Questa idea mi richiama

spontaneamente un profondo pensiero di Friedrich Nietzsche, il quale sosteneva che l’uomo diventa autentico soltanto quando si confronta con sé stesso senza illusioni. Nella stessa linea, la poesia di Regina Resta pone il lettore davanti a uno specchio interiore da cui non esiste fuga: ogni scelta è morale, ogni silenzio è una decisione.

Nella poesia “La verità è…”, l’autrice abbatte l’idea di una verità assoluta. La verità appare come un “vetro

infranto” che diffonde la luce in molteplici direzioni. Questa potente metafora si avvicina al pensiero filosofico contemporaneo, dove la verità non è più vista come un punto fisso, ma come un processo di dialogo.

“Io non credo alla verità

che grida soltanto da un altare,

al giudizio senza dialogo,

alla chiarezza che non teme il dubbio.”

“Io resto parola,

credo nel dubbio che costruisce,

nella fragilità che unisce,

nel coraggio di dire:

‘Forse non ho visto tutto.’”

Allora giungo alla conclusione che, più o meno, anche Umberto Eco ha espresso sinteticamente nelle sue opere sull’interpretazione: il significato nasce nell’interazione, non nell’imposizione. Così anche Regina Resta ci ricorda che nessuno possiede interamente la verità; noi possiamo soltanto sfiorarla da prospettive diverse, come viaggiatori sulla stessa montagna

che contemplano orizzonti differenti.

Nella poesia “Sognavo di viaggiare”, il motivo del viaggio si trasforma in metafora della ricerca di sé. Ciò che inizia come desiderio di oltrepassare confini fisici, finisce per diventare scoperta di una verità più profonda: il vero viaggio accade dentro l’essere umano.

“Ma poi ho compreso

che il viaggio è già qui,

in questo sguardo smarrito

tra i miei sogni e i tuoi.”

Questa idea è in sintonia con uno dei pensieri più noti di Paulo Coelho, che vede il cammino dell’uomo come un processo interiore di trasformazione. Ma nell’autrice Regina Resta questa trasformazione non è romantica nel senso superficiale del termine; è silenziosa, quotidiana, costruita sulla consapevolezza che anche il sogno è una forma di realtà.

Nella poesia “La tua pelle”, l’amore assume la forma di uno spazio

sacro, non di un possesso. Il corpo non è oggetto di desiderio, ma linguaggio delicato di unione spirituale. “Sei il luogo dove il mio cuore riposa” – è un amore che non conquista, ma placa; non prende, ma accoglie.

“Ogni angolo della tua pelle è mio,

terra sacra di silenzi e fremiti,

un atlante di desideri e promesse

segnato dai polpastrelli del tempo.”

Mi tornano alla mente con nostalgia i versi di Pablo Neruda, che vedeva

l’amore come una forza cosmica capace di dare senso all’esistenza umana. Anche Regina Resta, a modo suo, con semplicità e senza imposizioni, trasforma l’amore in uno spazio di guarigione e non di dominio.

Nella poesia “Un mondo così”, l’autrice eleva un’utopia semplice ma profonda: un mondo in cui pace, amore e comprensione non siano idee astratte, ma modi concreti di vivere.

“Vorrei un mondo che respiri pace

dove il cielo non tema il fumo né il fuoco,

dove la terra non conosca più lacrime

ma soltanto germogli che vivono nel silenzio.”

Questa poesia non rappresenta una fuga dalla realtà, ma un invito a ricostruirla.

In questo spirito, ella si avvicina a ciò che Albert Camus definiva “la rivolta della speranza”, o meglio, una

perseveranza nel cercare significato anche quando il mondo appare spezzato. La poesia non predica l’illusione, ma la possibilità.

Ciò che vediamo e percepiamo è che, in tutto il libro, la parola rappresenta il centro gravitazionale dell’esistenza. È memoria, dolore, amore e identità. Aleksandër Çipa, nella sua prefazione, riassume con precisione questo spirito quando scrive:

“La poetessa non è adoratrice

dell’impossibile, ma, attraverso una vitalità di significato e un’eloquenza della parola, aggiunge la propria arte poetica, come creatura terrena rivolta al possibile.”

Questa dimensione “terrena” è infatti il vero nucleo del libro: la poesia non cerca il cielo come fuga, ma come significato che nasce dalla terra vissuta.

Chiudo il libro e, con un’emozione indescrivibile, ritorno con la mente a tutti i versi appena letti. Non

rimangono impressi parola per parola, ma il loro sapore è qui, dentro di me, lasciandomi “colmo” del loro respiro poetico, meditativo e filosofico.

Giungo così alla conclusione che il libro “Io resto parola” non è semplicemente una raccolta poetica; è un delicato testamento d’esistenza. È la testimonianza di come l’essere umano, nel profondo, sopravviva attraverso ciò che riesce a esprimere con sincerità. In un mondo dove tutto passa

rapidamente, la parola resta come la traccia più duratura dell’anima.

Questo libro invita i lettori non soltanto a leggere poesia, ma ad ascoltare sé stessi tra le sue righe. Perché, in fondo, come suggeriscono questi versi, noi non siamo soltanto ciò che viviamo, ma anche ciò che osiamo esprimere e lasciare nelle parole.

Concluderò questo scritto con i versi-credo della poetessa:

“Vorrei un mondo che non chieda chi sei,

ma che ti accolga come il vento della sera,

dove la fede sia libertà

e l’amore lingua universale.”

Auguriamo che questo libro possa trovare strada nei cuori dei lettori albanesi e diventare per loro un faro in più davanti al mare dell’ignoto.

RIFAT ISMAILI

BIOGRAFIA 

RIFAT ISMAILI

Il poeta, prosatore e saggista Rifat Ismaili è nato il 24 marzo 1968 a Durazzo, in Albania. Dal 1991 ad oggi vive in Italia, attualmente a Savona. Appassionato di arte e letteratura, ha iniziato a scrivere e dipingere fin dai tempi della scuola.

Dal 1986 viene pubblicato su giornali e riviste dell’epoca e continua ancora oggi. Allo stesso tempo, oltre a lavorare come autore, è stato ed è anche impegnato in traduzioni, pronunciando autori come Bukowski, Antonio Skarmeta, ecc. La sua opera è stata pubblicata in italiano, inglese, arabo, spagnolo, russo, turco, uzbeko,cinese, ecc., in alcuni enti letterari di quei paesi. Da sottolineare il coinvolgimento in decine di pubblicazioni diverse in qualità di redattore o revisore. Rifat Ismaili è autore di numerosi libri di diversi generi letterari, sia per adulti che per bambini.

LA LETTERATURA NON È UNA SFIDA

Scrivere bene e con responsabilità, scrivere le esperienze e le emozioni di una vita vissuta non è una sfida per gli altri.

Essa arriva come un risultato auto-scaricante, come un dovere e un adempimento, un’azione che dà significato ai tuoi giorni nelle stagioni della vita.

Chiunque si avventuri con l’intenzione umana di scrivere e

catalogare i propri sogni, ricordi e esperienze, senza pretendere apprezzamenti e lodi dagli altri, sta percorrendo un sentiero segreto di farfalle…

Su quel sentiero corre ora come un bambino, ora come un uomo, ora a volte trasformato in immagini diverse, e questa corsa è libera, senza ostacoli, e giustificata.

Scrivere non per apparire, né per sfidare gli altri , è una motivazione che ogni scritore dovrebbe portare dentro di sé.

Fare letteratura non ha un potere

esecutivo, ma influente e incoraggiante per l’anima assetata del lettore. Pertanto, il rapporto con il lettore deve essere sincero, diretto, senza obblighi di interpretazioni e complicazioni inutili. E senza l’obbligo di essere al centro dell’attenzione.

Nessuno ti obbliga a scrivere. È qualcosa che hai preso sulle spalle con la tua volontà. E per questo motivo le pretese per questo o quello non hanno valore.

È il lettore con la sua volontà che deciderà quanto seguirà la tua

odissea nel tuo viaggio creativo.

E il lettore con il suo desiderio diventerà il portatore dei tuoi valori nel presente e nei tempi che verranno.

La letteratura non dovrebbe essere una sfida, ma una scrittura consapevole.

Una cronaca aggiornata e futura per sé e per il lettore. Una conversazione calda come accanto a un focolare dove scoppia il fuoco, dove si beve un bicchiere di vino e si chiacchiera tranquillamente.

Una scrittura che entra dentro

l’essere come una dolce sinfonia di acque che scorrono dal cielo, e ti accarezza con la testa appoggiata sul cuscino morbido.

Una mano che ti tocca delicatamente e ti invita gioiosamente ad iniziare il nuovo giorno.

Scrivere non è una sfida, ma un peso immateriale che scuoti dal tuo spirito e gli dai libertà e il volo dell’uccello.

Così dovrebbe essere inteso, o almeno, così intendo io la scrittura.

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Cultura

La magia di Menda Vreto: quando la poesia per l’infanzia insegna a vivere

Scrivere per i bambini non significa solo mettere in fila rime baciate e storielle allegre, ma avere il coraggio e la responsabilità di formare l’anima di un essere umano! Nel suo ultimo, meraviglioso e toccante editoriale, la scrittrice Menda Vreto ci accompagna in un viaggio profondo nei sentimenti dei più piccoli. Dalla fobia per gli animali alla sofferenza per i brutti voti o per l’emarginazione tra i banchi di scuola, l’autrice ci spiega come una semplice filastrocca possa ferire profondamente o, al contrario, insegnare l’empatia e curare le solitudini. Un capolavoro di pedagogia e umanità!👇

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Infanzia

Roma – L’universo della letteratura dedicata ai più piccoli viene troppo spesso, e colpevolmente, derubricato dagli adulti a un semplice e innocuo passatempo. Quando la nostra mente corre alla “poesia per l’infanzia”, il pensiero vola immediatamente a un mondo incantato fatto esclusivamente di rime baciate, parole estremamente semplici, colori sgargianti e fantasia scatenata. Eppure, come ci ricorda magistralmente e dolcemente la scrittrice Menda Vreto nel suo ultimo, profondo editoriale, impugnare una penna per scrivere per i bambini significa in realtà compiere un atto di immensa e gravosa responsabilità sociale ed emotiva. Significa avere il coraggio e la lucidità di scegliere con attenzione chirurgica, quasi sacrale, ciò che andiamo a depositare nelle loro piccole mani tremanti e nella loro sconfinata, potentissima immaginazione. Un bambino, infatti, non si limita mai ad ascoltare passivamente una poesia rimanendo comodamente seduto al di fuori della narrazione. Al contrario, egli attraversa letteralmente la storia con la fantasia, osserva minuziosamente i personaggi, li scruta e li confronta continuamente con le proprie paure, con se stesso e con le persone che fanno parte del suo ristretto e fragile mondo reale.

Molto più che semplici filastrocche: il peso delle parole sui bambini

Il potere evocativo e distruttivo delle parole lette a un bambino è incalcolabile.
Come ci fa notare acutamente l’autrice, a volte una singola, apparentemente innocua e semplicissima frase estrapolata da un racconto può rimanere incisa indelebilmente nella mente di un fanciullo per un tempo infinitamente più lungo di quanto un adulto possa mai immaginare o sospettare. È per questo motivo fondamentale e pedagogico che, quando si cimenta nella delicata arte della scrittura per l’infanzia, Menda Vreto si impone una rigorosa riflessione preventiva, domandandosi non soltanto se il testo “funzioni” metricamente, ma soprattutto come esso potrebbe essere intimamente accolto, decifrato e vissuto dal bambino che lo ascolta incantato. Prendiamo, ad esempio, una banalissima filastrocca di ambientazione scolastica. Se, per pura logica narrativa, chi prende abitualmente un bel voto sul registro viene descritto univocamente come il bambino “intelligente” di turno, mentre chi sbaglia il compito viene etichettato crudelmente come quello che “capisce meno”, per un lettore adulto potrebbe trattarsi soltanto di un banale gioco di parole. Ma un bambino reale, in carne ed ossa, che nella vita di tutti i giorni si trova spesso, con sofferenza, dalla parte di chi commette errori, finirebbe inesorabilmente per riconoscersi proprio lì dentro, in quel ruolo di perdente. Potrebbe arrivare a pensare, con il cuore stretto in una morsa: “Forse non sono abbastanza bravo come gli altri”. E una frase del genere, anche se pronunciata senza alcuna cattiveria, può lasciare cicatrici profonde.

Paure vere e scherzi che feriscono: l’empatia tra le righe del testo

Questa spasmodica e amorevole attenzione per i sentimenti infantili si applica rigorosamente anche al modo in cui la letteratura racconta e dipinge il vasto regno degli animali o le dinamiche sociali all’interno del gruppo dei pari.
Ci sono tantissimi bambini, ci ricorda la scrittrice, che nutrono un terrore genuino, ancestrale e paralizzante nei confronti di un banale cane randagio, di un piccolo serpente, di un insetto ronzante o di una qualsiasi creatura che non hanno mai avuto l’opportunità di osservare da vicino. Quella paura non deve mai essere considerata ridicola o infantile: per loro è un mostro reale, tangibile e terrificante. Una bella storia, quindi, ha il potere di raccontare un animale teoricamente pericoloso senza la necessità di trasformarlo forzatamente in un’entità demoniaca da odiare ciecamente. Si può insegnare al bambino che è lecito avere paura, ma che è altrettanto possibile imparare a conoscere, tollerare e rispettare ciò che ci appare totalmente estraneo e incomprensibile. Lo stesso principio di sacrosanto rispetto vale per i rapporti umani tra i compagni di scuola. Pensiamo al dramma silenzioso di una bambina timida, a un compagno di banco introverso che parla poco, o a qualcuno che veste in modo diverso dalla massa. In una superficiale filastrocca a rime baciate, questi soggetti potrebbero diventare facilissimi e comodi bersagli per i personaggi di cui tutti ridono, spacciando l’episodio di bullismo per un innocente scherzo letterario. Ma per chi, nella vita vera, ha già conosciuto il gelo tagliente dell’esclusione sociale, quello “scherzo” stampato sulla pagina non farà ridere affatto. Porsi la fatidica domanda: “Se fossi io quella persona, come mi sentirei?” è l’unico argine morale prima di dare un testo alle stampe.

Niente finali perfetti: il dono inestimabile della scrittura per i piccoli

Nonostante questa enorme carica empatica, l’autrice sottolinea con forza un concetto fondamentale: la letteratura per l’infanzia non deve affatto trasformarsi in un mondo di plastica, sempre zuccheroso, finto, perfetto o totalmente privo di sani e formativi conflitti interpersonali.
I bambini, nel loro vissuto quotidiano, conoscono già molto bene il sapore aspro della paura, della rabbia furibonda, della gelosia che brucia, della solitudine in cortile e della cocente delusione. Non possiamo certo pretendere di proteggerli per sempre dalle brutture della vita nascondendo o censurando, come sotto una campana di vetro, tutto ciò che può risultare minimamente spinoso o difficile da metabolizzare. Possiamo, però, compiere un miracolo narrativo: raccontare il dolore offrendo sempre una reale e tangibile via d’uscita, una possibilità concreta di cambiamento interiore. Chi viene lasciato solo sul prato può finalmente essere notato da qualcuno. Chi sbaglia pesantemente può trovare dentro di sé il coraggio immenso di chiedere scusa all’amichetto. Dopo un litigio furioso si può provare faticosamente a parlarsi di nuovo. E a volte, confida l’autrice, non serve nemmeno scomodare un grande e spettacolare “lieto fine” hollywoodiano. Basta immaginare una persona triste e seduta da sola su una panchina, mentre qualcuno, in silenzio, le si avvicina e semplicemente si siede accanto a lei. Questo gesto minuscolo non cancella magicamente i problemi e non trasforma il bambino nel leader della scuola, ma, per un singolo e fondamentale momento, spezza la catena del dolore: non si è più soli. L’obiettivo supremo della penna di Menda Vreto non è dispensare noiose morali preconfezionate, ma lasciare, alla chiusura del libro, uno spazio di luce: la possibilità di essere semplicemente più gentili con se stessi, più attenti agli sguardi degli altri, più rispettosi del creato. Perché una rima svanisce in fretta, ma la sensazione di calore provata durante la lettura può salvare una vita intera.

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Cultura

“Un anno vissuto pericolosamente”: la magia della memoria corale nel capolavoro di Giacobbi e Sperduto

La memoria personale diventa patrimonio collettivo nel libro “Un anno vissuto pericolosamente” di Luca Giacobbi e Simone Sperduto. Un’opera corale arricchita dalle firme di Lisa Di Giovanni e Osvaldo Bevilacqua, che unisce il volontariato profondo della Comunità Papa Giovanni XXIII ai retroscena storici del grande cinema italiano 👇

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Il volume di Luca Giacobbi e Simone Sperduto

Teramo – Immaginate di sfogliare le pagine ingiallite di un vecchio diario e di accorgervi che i ricordi impressi dall’inchiostro non appartengono soltanto a chi ha impugnato la penna, ma custodiscono il battito profondo di un’intera generazione. Esiste un potere straordinario e quasi sacro nella scrittura quando questa decide di spogliarsi dell’orgoglio individuale per farsi comunità, trasformando le fatiche, le cadute e le risalite del singolo in un patrimonio emotivo condiviso. Un libro non è mai un semplice oggetto di carta da riporre polveroso su uno scaffale, ma si configura come un organismo vivente e pulsante, capace di curare le solitudini umane attraverso il miracolo dell’incontro e del riconoscimento reciproco, insegnandoci che nessuno si salva da solo lungo le strade tortuose dell’esistenza.

In questa dimensione puramente umana, pedagogica e di altissimo impegno civile si colloca lo straordinario successo editoriale di “Un anno vissuto pericolosamente”, il volume di Luca Giacobbi e Simone Sperduto pubblicato da Aiep Editore. L’opera sta letteralmente conquistando i cuori dei lettori grazie a una narrazione corale in cui la memoria personale, l’amicizia profonda, la spiritualità vissuta sul campo e l’amore viscerale per il territorio si intrecciano continuamente. La quarta di copertina del testo chiarifica immediatamente l’anima del progetto: le storie raccolte non sono freddi frammenti nostalgici del passato, ma tessere preziose di un mosaico identitario che interroga il presente e getta ponti di luce verso il domani.

La palestra del servizio civile e la rivoluzione silenziosa di don Oreste Benzi

Il nucleo originario e più intimo del racconto affonda le proprie radici nell’esperienza totalizzante vissuta in prima linea da Luca Giacobbi tra il 1995 e il 1996, durante i mesi intensi del servizio civile trascorsi all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII. È tra quelle mura, a contatto quotidiano con le fragilità e gli ultimi della società, che hanno preso forma riflessioni destinate a cambiare per sempre il destino dei protagonisti. Tra le pagine emerge con una forza evocativa travolgente la figura profetica di don Oreste Benzi, affiancato da figure pilastro come don Marino Gatti, don Nevio Faitanini e don Elio Piccari, sentinelle di una fede che si fa carne, sudore e azione sociale quotidiana.

A impreziosire questa eccezionale opera corale compare la prestigiosa firma della giornalista e scrittrice teramana Lisa Di Giovanni, professionista stimata della comunicazione, che ha siglato il saggio critico intitolato “Un’opera viva, dinamica e autenticamente collettiva”. La Di Giovanni utilizza una splendida e immediata metafora sportiva per spalancare le porte del libro, paragonando l’esistenza umana a una vera e propria partita di calcio sul fango. Sul terreno di gioco della vita non esistono schemi preconfezionati o vittorie scritte a tavolino, ma solo scelte coraggiose, intuizioni improvvise ed errori inevitabili, dove ogni singolo passaggio si trasforma in una relazione profonda tra le persone.

La metafora del viaggio di Osvaldo Bevilacqua e il coraggio dell’incontro

Per la scrittrice abruzzese, il testo non può e non deve essere ridotto a una fredda e sterile autobiografia. Si tratta invece di una narrazione stratificata, in cui il “pericolo” evocato nel titolo perde ogni sfumatura di incoscienza giovanile per assumere il significato solenne della scelta di esporsi, di partecipare attivamente e di non rimanere semplici spettatori distanti sulla tribuna della vita comune. Un percorso di metamorfosi interiore che trova una sponda perfetta nella postfazione firmata da un altro gigante del giornalismo italiano, lo storico volto televisivo Osvaldo Bevilacqua, intervenuto in veste di Inviato Straordinario per la Repubblica di San Marino.

Bevilacqua affronta il volume attraverso la lente del viaggio, distinguendo i tragitti che attraversano i chilometri geografici da quelli, immensamente più ricchi di fascino, che attraversano le stagioni dell’anima e i cuori delle persone. Nella visione dello storico conduttore, l’autentico viaggio coincide con il coraggio di abbandonare la propria comoda zona di comfort per contaminarsi con le sofferenze e le gioie dell’altro. Il libro viene così paragonato a una strada di provincia, talvolta sconnessa e faticosa, ma capace di regalare scorci panoramici di inattesa bellezza, arricchito dai contributi letterari di Alfredo Nicolini, Massimo Valentini, Sara Bucci ed Elisabetta Righi Iwanejko.

Dalla trincea del volontariato alla magia senza tempo di Cinecittà

L’orizzonte culturale del volume si allarga ulteriormente quando la narrazione incrocia i destini della Repubblica di San Marino con l’epopea d’oro del cinema italiano. Attraverso il ricordo affettuoso dei fratelli Elso e Vittorio Valentini, il testo ricostruisce i legami indissolubili con Cinecittà e con i più grandi set cinematografici del secondo Novecento. Spiccano in queste pagine i retroscena sull’arrivo sul Titano di un’icona assoluta come Christian De Sica insieme a Silvia Verdone, oltre al ricordo commosso della memorabile lectio magistralis tenuta dal regista Carlo Verdone e all’incontro speciale con Isabella De Bernardi, figlia del celebre sceneggiatore Piero De Bernardi.

Questa incursione nel mondo dell’arte e della grande commedia italiana amplia la prospettiva dell’intera opera, creando un cortocircuito virtuoso di connessioni umane: dalle stanze della Comunità Papa Giovanni XXIII alle aule universitarie di Urbino, dal volontariato più puro alla cultura cinematografica. È qui che si compie la magia descritta da Lisa Di Giovanni. Il vero protagonista di questa avventura editoriale non è un singolo individuo, ma la fitta rete di solidarietà che tiene in piedi l’esistenza umana, dimostrando che una vita acquista un senso solo quando accettiamo la scommessa del cammino e il rischio dell’abbraccio.

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Cultura

Dall’Azerbaigian a Jennifer Lopez: la magica poesia del dissidente Bahtiyar Hidayet

La letteratura contemporanea ci regala una sorpresa di una bellezza disarmante! Scopriamo oggi il profilo di Bahtiyar Hidayet, raffinato poeta azero ed ex prigioniero politico che ha fatto innamorare il mondo con la sua penna. Pubblichiamo in esclusiva la traduzione in italiano delle sue due incredibili, commoventi e geniali poesie dedicate nientemeno che alla superstar Jennifer Lopez! Tra versi sull’eterna giovinezza della popstar e la malinconia di un intellettuale “in rovina”, questo omaggio in rima è un gioiello letterario assoluto. Corri a leggerlo!👇

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Bahtiyar Hidayet

Baku – La grande letteratura contemporanea possiede la straordinaria, inesauribile e magica capacità di unire mondi apparentemente lontanissimi e inconciliabili. È esattamente ciò che accade esplorando la profonda e suggestiva opera del poeta azero Bahtiyar Hidayet. Nato in Azerbaigian nel 1974, Hidayet non è un semplice paroliere, ma un intellettuale la cui formazione è solidamente radicata nella coscienza storica e in una finissima osservazione sociale. Alle spalle vanta una lunga e prestigiosa carriera professionale di ben 28 anni come insegnante di storia, ma la sua vita non è stata affatto semplice. Come ex prigioniero politico, il suo percorso personale è stato segnato dalla sofferenza, un dolore che oggi si riversa potentemente nei suoi quattro libri di poesie pubblicati. La sua voce si è imposta come una delle più autorevoli della letteratura contemporanea del suo Paese, tanto che i suoi versi e i suoi articoli sono stati tradotti e ospitati dalle più prestigiose riviste letterarie di tutto il mondo: dagli Stati Uniti all’Europa (Italia compresa), passando per Turchia, India, Iraq, fino ad arrivare in Egitto e Nigeria. Dalla sua base in Azerbaigian, Hidayet continua instancabilmente a costruire meravigliosi ponti culturali attraverso l’arte della parola.

Il sacro e il profano: lo straordinario omaggio a Jennifer Lopez

La vera potenza della poetica di Bahtiyar Hidayet risiede nella sua clamorosa abilità di mescolare temi altissimi, come il tempo, la mortalità e la sofferenza intellettuale, con la cultura pop globale.
Ne sono un esempio magistrale e struggente due suoi recentissimi componimenti dedicati inaspettatamente alla superstar americana Jennifer Lopez. Nelle sue rime, la figura della cantante si trasforma da semplice icona dello spettacolo a vera e propria divinità moderna, un simbolo di bellezza che sconfigge l’invecchiamento. Ma, dietro l’apparente leggerezza dell’omaggio, si nasconde la malinconia di un intellettuale in rovina che implora di essere salvato “dall’inferno” della sua condizione terrena. Di seguito, proponiamo per la prima volta al pubblico italiano la traduzione integrale dei due meravigliosi testi dedicati alla diva.

“Guardando una foto di Jennifer Lopez”

La tua foto in intimo
Scuote il subconscio umano.
Il tuo corpo è come un’antica clessidra,
E tu sei una donna moderna.
Il tempo stesso invecchia, ma tu no.

Il tuo corpo è come una clessidra,
E forse proprio per questo,
Hai tanti ammiratori quanti sono i granelli di sabbia.

Il tuo corpo è come una clessidra.
Gli orologi da polso di chi è innamorato di te
Controllano i loro battiti come medici.
Hanno scoperto il mal di cuore.

Il tuo corpo è come una clessidra,
Mentre gli orologi a muro sono invecchiati.
Ora le lancette di quegli orologi
Sono come anziani che camminano su tre gambe.

E tu, sulle tue due gambe, sei al contempo
La donna più bella di questo mondo
E la più bella del paradiso.

Sei anche come il vino.
Col passare degli anni, la tua qualità aumenta,
E fai impazzire la gente.

Ma la tua voce
È melodiosa come il rintocco di un orologio.
In quale ora piacevole
Del buonumore di Dio sei venuta a questo mondo?

Questa è la poesia più bella
Scritta per te.
Salva il suo autore
Da questo inferno.

“Il 57° compleanno di Jennifer”

Alla tua età —
come può esistere una simile bellezza?
Forse Dio non ha ancora completato il suo capolavoro.
La tua bellezza è sconfinata come il cielo.

I tuoi capelli neri — nuvole scure.
E se quelle nuvole scure
un giorno si trasformeranno in nuvole bianche,
diventerai ancora più bella,
come un cielo terso.

I tuoi occhi sono come il mare:
trascinano la vecchiaia a riva
come un leone marino morto.

Forse questi miei messaggi
ti raggiungeranno quando sarò sottoterra.
Piangerai sotto le coperte,
e i tuoi occhi, come il mare,
respingeranno la vecchiaia
e tu diventerai ancora più giovane.

Ma forse allora saprai che
le stelle non brillano solo nel cielo,
le stelle non vivono solo sul palcoscenico.
Ci sono stelle anche sottoterra —
ad esempio, poeti in rovina,
talenti distrutti.

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