La voce dell’anima e il respiro del mare: l’incanto poetico e gli haiku nei versi di Maria Teresa Liuzzo
Il mare, la notte, il trascorrere inesorabile del tempo e la vertigine dell’anima: scopriamo insieme l’incanto letterario e i potentissimi Haiku nei versi immortali della poetessa Maria Teresa Liuzzo. Un viaggio mozzafiato per lo spirito e per il cuore. 📖 🌊 🖋️
Redazione – In un mondo moderno sempre più governato e schiacciato dalla fretta ansiogena, dalla tecnologia fredda e da una comunicazione rapida e “usa e getta”, l’antica e nobile arte della poesia rimane oggi uno dei pochissimi e preziosissimi baluardi capaci di proteggere e accarezzare la vera, intima essenza dell’animo umano. Fermarsi, spegnere i rumori di fondo e prendersi il tempo per leggere un verso significa concedersi il lusso inestimabile di respirare profondamente, di guardarsi dentro allo specchio e di riconnettersi spiritualmente con l’universo che ci circonda. È esattamente con questo spirito di pura e sincera meraviglia letteraria che oggi vogliamo accompagnare i nostri lettori in un viaggio intimo, delicato e profondo attraverso le straordinarie opere della poetessa Maria Teresa Liuzzo. Parliamo di una voce poetica limpida e matura, capace di fondere magistralmente la dirompente potenza degli elementi naturali con la struggente fragilità dei sentimenti umani. Nelle sue liriche indimenticabili, l’acqua, la pioggia, la notte stellata, le profondità del mare e il vitale “soffio divino” diventano preziose chiavi di lettura per decifrare l’eterno mistero dell’esistenza e l’incolmabile, silenziosa distanza che a volte si crea tra i cuori.
Il tempo, l’attesa e la vertigine dell’Oltre: le liriche maggiori
Nelle prime tre magistrali composizioni che abbiamo il privilegio di presentare, Maria Teresa Liuzzo indaga con un tocco squisitamente delicato, ma al contempo emotivamente deciso, l’eterno e universale tema dello scorrere inesorabile del tempo umano e della conservazione della memoria. Nel suo immaginario poetico, la notte non è mai descritta come un semplice e passivo momento di oscura assenza, ma viene elevata a uno spazio vitale di fremito e attesa (“Sono marea in attesa / del plenilunio”). È un luogo intimo in cui il seme del dubbio si fa strada nella mente per permettere, paradossalmente, alla luce più vera di fiorire. L’autrice si definisce splendidamente e con un coraggio disarmante una “vela stracciata alla deriva” e una delicata “rosa notturna”, metafore potentissime di una vulnerabilità umana che però non si arrende mai all’oscurità. Una fragilità che, anzi, si fa spingere coraggiosamente dalle correnti della vita verso “mari dell’oltre” del tutto sconosciuti, alla disperata e romantica ricerca della bellezza più pura e nascosta nei fondali del nostro io più profondo.
IL TEMPO BRILLA NELLA PIOGGIA
Il tempo brilla nella pioggia,
scivola sui corpi riflessi nei vetri,
naufraga nel fondo di un caffè,
dove si spegne il sole.
Scorrono sugli occhi
bufere d’azzurro ed io
vela stracciata alla deriva.
Correnti mi sospingono
ai mari dell’oltre,
dove ricerco un fiore
nei fondali.
SEI NOTTE E SILENZIO
Sei notte e silenzio,
brivido d’ombra,
acqua sulla parola, sull’incandescenza
del ritmo. Sei dubbio, tarlo nella mente,
frattura, segmento, limite che la visione
impedisce dell’oltre. Fiori di luce colgo
nei tuoi occhi, albe sulle mie ansie,
echi di altre vite: memoria e oblio
si alternano, in linfe segrete e gemme.
Sono rosa notturna
nelle tue mani…
M’INVADE LA TUA NOTTE
M’invade la tua notte.
Sono marea in attesa
del plenilunio.
Dilava l’onda
scogli di memoria
come la luce del dubbio
la ragione.
Libera la parola
dal punto
della breve illusione.
Ci smarriamo
nell’incolmabile
distanza
di mani
che si sfiorano.
La sintesi perfetta: gli Haiku come luminosi fulmini di natura
Oltre alle bellissime liriche di respiro strutturale più ampio, la poetessa dimostra una padronanza tecnica ed emotiva assolutamente magistrale anche nella difficilissima e misteriosa arte dell’Haiku. Nati originariamente nella millenaria e affascinante tradizione letteraria giapponese, gli haiku sono componimenti metrici brevissimi che, nel minuscolo e sacro spazio di una manciata di sillabe, devono necessariamente riuscire a catturare l’essenza sfuggevole di un singolo istante. Lo scopo è fotografare con le parole un momento magico e irripetibile della natura e dell’anima, cristallizzandolo per l’eternità. Nelle preziose composizioni di Maria Teresa Liuzzo, queste piccole e raffinate perle d’inchiostro si trasformano in veri e propri e abbaglianti fulmini di luce letteraria. Nelle sue brevi pennellate ritroviamo il respiro del vento, il brillare silenzioso delle stelle, il miracolo dell’incanto della primavera e l’evocativa, mistica figura del “pescatore di lune”. Sono schegge di purissima e assoluta contemplazione, che invitano il lettore a deporre le armi della frenesia e a meravigliarsi, con gli occhi sgranati di un bambino, di fronte ai miracoli silenziosi del Creato che troppo spesso diamo per scontati.
HAIKU DI MARIA TERESA LIUZZO
Bocca di stelle.
Soffio Divino.
Bevi l’eterno fuoco.
Libro aperto.
Neve sulla pagina.
Stelo di marzo.
Rosa notturna
sulle labbra la notte
sparge le stelle.
Piume di fiori,
scarpette che danzano.
E’ primavera.
Soffio di mare.
Pescatore di lune
nelle mie vene.
Bocche di viole.
Orecchini di lune
sul davanzale.
Cullami sempre.
Nel tripudio del vento
fammi parola.
Siamo canti
di mari e di foreste.
Torce d’amore.
Rosa notturna.
Nella bocca fiorisce
la primavera.
Il misterioso potere curativo della “Parola” poetica
Chiudere gli occhi per un lungo momento dopo aver letto lentamente e assaporato questi versi meravigliosi significa, di fatto, avvertire quasi fisicamente sulla propria pelle il profumo inconfondibile della salsedine del mare e il calore rassicurante di quel “Soffio Divino” evocato con tanta maestria dalla poetessa. In un mondo e in una società che ci vogliono sempre più cinici, distanti, divisi da barriere invisibili e perennemente in conflitto tra noi, il dolcissimo e disperato invito “Cullami sempre / Nel tripudio del vento / fammi parola” risuona nelle orecchie del lettore come un meraviglioso e ostinato grido di speranza umana. La squisita poesia di Maria Teresa Liuzzo rappresenta oggi un dono letterario prezioso e inaspettato, un faro luminoso eretto nel buio capace di guidare amorevolmente la nostra “vela stracciata alla deriva” verso l’approdo caldo e sicuro della vera bellezza e della tanto agognata pace interiore.
La parola che resta: un viaggio poetico nell’universo di Regina Resta
Ho scritto da qualche parte, e precisamente in uno dei libri poetici della poetessa Rajmonda Shkopi, che la poesia parla la lingua della donna. Più leggo la poesia scritta oggi dalle autrici femminili, più rafforzo questo pensiero. Sembra che le donne e la poesia dormano nello stesso letto divino, nel sogno eterno della scoperta del mondo e di sé stesse.
Redazione- Ho scritto da qualche parte, e precisamente in uno dei libri poetici della poetessa Rajmonda Shkopi, che la poesia parla la lingua della donna. Più leggo la poesia scritta oggi dalle autrici femminili, più rafforzo questo pensiero. Sembra che le donne e la poesia dormano nello stesso letto divino, nel sogno eterno della scoperta del mondo e di sé stesse.
In questi giorni ho avuto la fortuna di leggere la più recente pubblicazione in lingua albanese, intitolata “Io resto parola” dell’autrice italiana Regina Resta, proposta al lettore albanese dall’instancabile Angela Kosta, il cui contributo è inestimabile nel ponte culturale che ha costruito negli ultimi anni tra l’Italia, dove vive, e l’Albania, la terra dove è nata.
Il libro di poesie “Io resto parola”
dell’autrice italiana Regina Resta, tradotto con tanta sensibilità e raffinato gusto poetico da Angela Kosta, si presenta come un universo interiore in cui la parola non è semplicemente uno strumento espressivo, ma una sostanza vitale. In queste poesie la parola respira, sanguina, diventa memoria e ferita; non rimane sulla carta soltanto come segno grafico, ma come traccia di un’anima che cerca di non spegnersi nel silenzio del tempo.
Angela Kosta ha saputo selezionare
numerosi illustri autori italiani per farli conoscere al pubblico albanese, sempre pronto ad assorbire i valori letterari di un popolo come quello italiano, considerato non a caso la culla della cultura, il luogo dove Dante, Petrarca, Leonardo Da Vinci e centinaia di altri hanno scolpito la storia con l’arte della parola e del pennello. Per questo le scelte di Angela non sono casuali; ella sa in quali giardini cercare, dove trovare le perle più preziose dell’arte, cosa offrire al lettore da “gustare” con la
cura e la pazienza di una devota padrona di casa.
Ho letto d’un fiato questo splendido libro poetico e tutto ciò che veniva detto sul libro nella esaustiva prefazione dell’autore Aleksandër Çipa, il quale aveva colto i punti chiave dell’opera con il bisturi di un chirurgo professionista, in questo caso con il “bisturi” di un critico impegnato.
Cerchiamo ora di descrivere più dettagliatamente ai lettori chi sia
Regina Resta.
Regina Resta, poetessa, scrittrice, critica letteraria e promotrice culturale italiana, è una figura sempre più nota nel panorama letterario internazionale. Con una creatività sensibile e profondamente umana, ha pubblicato diverse opere poetiche e ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali per la letteratura e la cultura. Presidente dell’Associazione Internazionale VerbumlandiArt.Aps e direttrice
editoriale di VERBUMPRESS, Regina Resta è una voce artistica che intreccia poesia, pace, cultura e impegno umano in un’unica missione: promuovere la bellezza spirituale e il dialogo tra i popoli.
Una donna, una creatrice che con coraggio esplora i temi dell’identità umana e dell’amore per la vita.
Già dal titolo, “Io resto parola”, ci viene consegnata una dichiarazione esistenziale: l’essere umano non si definisce soltanto attraverso la
propria vita fisica, ma attraverso ciò che lascia nel linguaggio, nelle emozioni, nella memoria che costruisce nell’altro. La parola qui non è ornamento, ma sopravvivenza. È l’unico modo per continuare a esistere, anche quando il corpo e il tempo iniziano a scolorire.
Leggendo una dopo l’altra le poesie, il mio sguardo si è soffermato su quella intitolata “Tra le righe”. In questa poesia l’autrice apre il suo universo poetico con una sincerità
rara: il verso non è soltanto arte, ma racconto interiore della vita.
“Ogni parola è una ferita guarita,
ogni verso un frammento d’anima
che ho lasciato cadere sulla carta
perché non si perdesse nel silenzio.”
“Ogni parola è una ferita guarita” – questa espressione racchiude tutta la filosofia del libro: la scrittura non è un lusso estetico, ma un processo di guarigione, un modo per trasformare il dolore in significato.
In questo approccio, Regina Resta sembra avvicinarsi a ciò che Rainer Maria Rilke definiva come il bisogno del poeta di “vivere le domande” prima di cercare le risposte. La poesia non è soluzione, ma confronto. Non nasconde le ferite, ma le trasforma in luce interiore.
Sfogliando il libro ci imbattiamo improvvisamente nella poesia “Riflessione”, dove comprendiamo che il libro assume una dimensione etica e filosofica.
“È la doppia realtà dell’anima umana,
dove luce e ombra camminano insieme.
Ma la vera misura non risiede negli altri,
risiede dentro di noi.”
L’essere umano viene rappresentato come una creatura divisa tra due mondi: luce e ombra, sincerità e maschera, verità e illusione. Ma al centro non vi sono gli altri, bensì la propria coscienza.
Questa idea mi richiama
spontaneamente un profondo pensiero di Friedrich Nietzsche, il quale sosteneva che l’uomo diventa autentico soltanto quando si confronta con sé stesso senza illusioni. Nella stessa linea, la poesia di Regina Resta pone il lettore davanti a uno specchio interiore da cui non esiste fuga: ogni scelta è morale, ogni silenzio è una decisione.
Nella poesia “La verità è…”, l’autrice abbatte l’idea di una verità assoluta. La verità appare come un “vetro
infranto” che diffonde la luce in molteplici direzioni. Questa potente metafora si avvicina al pensiero filosofico contemporaneo, dove la verità non è più vista come un punto fisso, ma come un processo di dialogo.
“Io non credo alla verità
che grida soltanto da un altare,
al giudizio senza dialogo,
alla chiarezza che non teme il dubbio.”
“Io resto parola,
credo nel dubbio che costruisce,
nella fragilità che unisce,
nel coraggio di dire:
‘Forse non ho visto tutto.’”
Allora giungo alla conclusione che, più o meno, anche Umberto Eco ha espresso sinteticamente nelle sue opere sull’interpretazione: il significato nasce nell’interazione, non nell’imposizione. Così anche Regina Resta ci ricorda che nessuno possiede interamente la verità; noi possiamo soltanto sfiorarla da prospettive diverse, come viaggiatori sulla stessa montagna
che contemplano orizzonti differenti.
Nella poesia “Sognavo di viaggiare”, il motivo del viaggio si trasforma in metafora della ricerca di sé. Ciò che inizia come desiderio di oltrepassare confini fisici, finisce per diventare scoperta di una verità più profonda: il vero viaggio accade dentro l’essere umano.
“Ma poi ho compreso
che il viaggio è già qui,
in questo sguardo smarrito
tra i miei sogni e i tuoi.”
Questa idea è in sintonia con uno dei pensieri più noti di Paulo Coelho, che vede il cammino dell’uomo come un processo interiore di trasformazione. Ma nell’autrice Regina Resta questa trasformazione non è romantica nel senso superficiale del termine; è silenziosa, quotidiana, costruita sulla consapevolezza che anche il sogno è una forma di realtà.
Nella poesia “La tua pelle”, l’amore assume la forma di uno spazio
sacro, non di un possesso. Il corpo non è oggetto di desiderio, ma linguaggio delicato di unione spirituale. “Sei il luogo dove il mio cuore riposa” – è un amore che non conquista, ma placa; non prende, ma accoglie.
“Ogni angolo della tua pelle è mio,
terra sacra di silenzi e fremiti,
un atlante di desideri e promesse
segnato dai polpastrelli del tempo.”
Mi tornano alla mente con nostalgia i versi di Pablo Neruda, che vedeva
l’amore come una forza cosmica capace di dare senso all’esistenza umana. Anche Regina Resta, a modo suo, con semplicità e senza imposizioni, trasforma l’amore in uno spazio di guarigione e non di dominio.
Nella poesia “Un mondo così”, l’autrice eleva un’utopia semplice ma profonda: un mondo in cui pace, amore e comprensione non siano idee astratte, ma modi concreti di vivere.
“Vorrei un mondo che respiri pace
dove il cielo non tema il fumo né il fuoco,
dove la terra non conosca più lacrime
ma soltanto germogli che vivono nel silenzio.”
Questa poesia non rappresenta una fuga dalla realtà, ma un invito a ricostruirla.
In questo spirito, ella si avvicina a ciò che Albert Camus definiva “la rivolta della speranza”, o meglio, una
perseveranza nel cercare significato anche quando il mondo appare spezzato. La poesia non predica l’illusione, ma la possibilità.
Ciò che vediamo e percepiamo è che, in tutto il libro, la parola rappresenta il centro gravitazionale dell’esistenza. È memoria, dolore, amore e identità. Aleksandër Çipa, nella sua prefazione, riassume con precisione questo spirito quando scrive:
“La poetessa non è adoratrice
dell’impossibile, ma, attraverso una vitalità di significato e un’eloquenza della parola, aggiunge la propria arte poetica, come creatura terrena rivolta al possibile.”
Questa dimensione “terrena” è infatti il vero nucleo del libro: la poesia non cerca il cielo come fuga, ma come significato che nasce dalla terra vissuta.
Chiudo il libro e, con un’emozione indescrivibile, ritorno con la mente a tutti i versi appena letti. Non
rimangono impressi parola per parola, ma il loro sapore è qui, dentro di me, lasciandomi “colmo” del loro respiro poetico, meditativo e filosofico.
Giungo così alla conclusione che il libro “Io resto parola” non è semplicemente una raccolta poetica; è un delicato testamento d’esistenza. È la testimonianza di come l’essere umano, nel profondo, sopravviva attraverso ciò che riesce a esprimere con sincerità. In un mondo dove tutto passa
rapidamente, la parola resta come la traccia più duratura dell’anima.
Questo libro invita i lettori non soltanto a leggere poesia, ma ad ascoltare sé stessi tra le sue righe. Perché, in fondo, come suggeriscono questi versi, noi non siamo soltanto ciò che viviamo, ma anche ciò che osiamo esprimere e lasciare nelle parole.
Concluderò questo scritto con i versi-credo della poetessa:
“Vorrei un mondo che non chieda chi sei,
ma che ti accolga come il vento della sera,
dove la fede sia libertà
e l’amore lingua universale.”
Auguriamo che questo libro possa trovare strada nei cuori dei lettori albanesi e diventare per loro un faro in più davanti al mare dell’ignoto.
RIFAT ISMAILI
BIOGRAFIA
Il poeta, prosatore e saggista Rifat Ismaili è nato il 24 marzo 1968 a Durazzo, in Albania. Dal 1991 ad oggi vive in Italia, attualmente a Savona. Appassionato di arte e letteratura, ha iniziato a scrivere e dipingere fin dai tempi della scuola.
Dal 1986 viene pubblicato su giornali e riviste dell’epoca e continua ancora oggi. Allo stesso tempo, oltre a lavorare come autore, è stato ed è anche impegnato in traduzioni, pronunciando autori come Bukowski, Antonio Skarmeta, ecc. La sua opera è stata pubblicata in italiano, inglese, arabo, spagnolo, russo, turco, uzbeko,cinese, ecc., in alcuni enti letterari di quei paesi. Da sottolineare il coinvolgimento in decine di pubblicazioni diverse in qualità di redattore o revisore. Rifat Ismaili è autore di numerosi libri di diversi generi letterari, sia per adulti che per bambini.
LA LETTERATURA NON È UNA SFIDA
Scrivere bene e con responsabilità, scrivere le esperienze e le emozioni di una vita vissuta non è una sfida per gli altri.
Essa arriva come un risultato auto-scaricante, come un dovere e un adempimento, un’azione che dà significato ai tuoi giorni nelle stagioni della vita.
Chiunque si avventuri con l’intenzione umana di scrivere e
catalogare i propri sogni, ricordi e esperienze, senza pretendere apprezzamenti e lodi dagli altri, sta percorrendo un sentiero segreto di farfalle…
Su quel sentiero corre ora come un bambino, ora come un uomo, ora a volte trasformato in immagini diverse, e questa corsa è libera, senza ostacoli, e giustificata.
Scrivere non per apparire, né per sfidare gli altri , è una motivazione che ogni scritore dovrebbe portare dentro di sé.
Fare letteratura non ha un potere
esecutivo, ma influente e incoraggiante per l’anima assetata del lettore. Pertanto, il rapporto con il lettore deve essere sincero, diretto, senza obblighi di interpretazioni e complicazioni inutili. E senza l’obbligo di essere al centro dell’attenzione.
Nessuno ti obbliga a scrivere. È qualcosa che hai preso sulle spalle con la tua volontà. E per questo motivo le pretese per questo o quello non hanno valore.
È il lettore con la sua volontà che deciderà quanto seguirà la tua
odissea nel tuo viaggio creativo.
E il lettore con il suo desiderio diventerà il portatore dei tuoi valori nel presente e nei tempi che verranno.
La letteratura non dovrebbe essere una sfida, ma una scrittura consapevole.
Una cronaca aggiornata e futura per sé e per il lettore. Una conversazione calda come accanto a un focolare dove scoppia il fuoco, dove si beve un bicchiere di vino e si chiacchiera tranquillamente.
Una scrittura che entra dentro
l’essere come una dolce sinfonia di acque che scorrono dal cielo, e ti accarezza con la testa appoggiata sul cuscino morbido.
Una mano che ti tocca delicatamente e ti invita gioiosamente ad iniziare il nuovo giorno.
Scrivere non è una sfida, ma un peso immateriale che scuoti dal tuo spirito e gli dai libertà e il volo dell’uccello.
Così dovrebbe essere inteso, o almeno, così intendo io la scrittura.
Roma – Nel tormentato panorama sociologico e antropologico contemporaneo, segnato dall’avvento della digitalizzazione di massa e dal proliferare delle reti virtuali, l’indagine sull’identità umana e sui modelli di comportamento si impone come una necessità civile non più differibile. La rincorsa nevrotica verso il consenso digitale e la continua mercificazione dell’io sollevano interrogativi profondi sulla tenuta psicologica delle comunità e sul benessere emotivo delle giovani generazioni. In questo solco di forte denuncia sociale e igiene intellettuale si innesta la lucida riflessione filosofica intitolata “La società dell’apparenza: quando il racconto di sé supera la realtà”, firmata dalla saggista Menda Vreto. Il testo si offre alla pubblica opinione come un caloroso e partecipe manifesto laico che deostruisce i falsi miti della modernità consumistica, invitando le famiglie e i lavoratori a rallentare per riscoprire il valore terapeutico dell’autenticità e della crescita interiore.
La trappola dell’immagine pubblica e la scomposizione del sé virtuale
L’ordito dell’analisi della Vreto muove da una ferma e accorata disamina del progressivo inaridimento delle relazioni umane reali, messe a dura prova da un hardware comunicativo che premia la visibilità estemporanea a scapito della competenza reale e del merito. L’autrice esamina il paradosso di un’epoca che, pur offrendo una quantità inedita di strumenti di condivisione e parole, sembra spingere l’individuo verso una condizione di profonda solitudine biologica e asfissia relazionale. Quando la difesa di un ruolo artificiale o di un titolo accademico esibito sui monitor sostituisce il percorso lento, faticoso e trasparente della formazione personale, l’intera struttura sociale rischia il collasso etico, lasciando i minori privi di bussole morali stabili. Di seguito viene proposto il testo integrale dell’opera di Menda Vreto:
Il testo integrale del saggio di Menda Vreto
Viviamo in un tempo in cui la costruzione della propria immagine sembra essere diventata una priorità. Mai come oggi abbiamo avuto tanti strumenti per raccontarci, mostrarci e comunicare agli altri chi vorremmo essere. Ma proprio questa possibilità porta con sei una domanda importante: quanto di ciò che mostriamo corrisponde davvero a ciò che siamo?
La nostra epoca sembra premiare spesso la visibilità più della sostanza, la rappresentazione più della conoscenza, il consenso più del valore autentico. Si assiste così alla nascita di figure costruite attraverso parole, immagini e riconoscimenti esterni, dove il bisogno di apparire rischia di sostituire il percorso lento e profondo della formazione personale.
Il problema non è desiderare di essere riconosciuti: ogni essere umano cerca naturalmente approvazione e appartenenza. La difficoltà nasce quando l’immagine pubblica diventa più importante della propria identità, quando si finisce per difendere un ruolo invece di coltivare una crescita interiore.
Una società sana dovrebbe ricordare che il valore di una persona non dipende esclusivamente dalla posizione che occupa, dai titoli che possiede o dall’attenzione che riesce a ottenere. La vera autorevolezza nasce dalla coerenza, dalla capacità di ascoltare, dalla responsabilità delle proprie parole e dal rispetto verso gli altri.
Anche la cultura rischia di essere trasformata in un semplice simbolo da esibire. Ma la cultura autentica non è una decorazione: è un esercizio quotidiano di pensiero, curiosità e consapevolezza. Chi conosce veramente non utilizza il sapere per sentirsi superiore, ma per comprendere meglio il mondo e le persone.
Lo stesso vale per il giornalismo, la letteratura e ogni forma di conoscenza: il loro compito non dovrebbe essere alimentare l’apparenza, ma cercare la verità, creare dialogo e offrire strumenti per interpretare la realtà. Quando il riconoscimento personale diventa più importante della ricerca della verità, si rischia di perdere il significato profondo di questi valori.
La questione riguarda anche le nuove generazioni. I giovani osservano gli adulti e imparano dai modelli che proponiamo. Se trasmettiamo l’idea che conti più sembrare che essere, più ottenere consenso che costruire competenze e carattere, rischiamo di lasciare un’eredità fragile.
Forse la sfida del nostro tempo è ritrovare il valore dell’autenticità. Accettare i propri limiti, riconoscere ciò che ancora non sappiamo, continuare a imparare e rispettare il percorso degli altri sono segnali di maturità, non di debolezza.
Alla fine, ciò che resta di una persona non è l’immagine che ha costruito davanti al mondo, ma la traccia che ha lasciato nelle relazioni, nelle idee e nelle azioni quotidiane.
Una società più consapevole non ha bisogno di persone perfette da ammirare, ma di persone vere capaci di crescere.
La mercificazione della cultura e l’asfissia dei messaggi giornalistici
Un passaggio di singolare rilevanza storiografica e civile all’interno del saggio della saggista investe la critica all’uso distorto del sapere, ridotto troppo spesso a una sterile medaglia burocratica o a una paratia accademica utilizzata per stabilire labirinti di superiorità rispetto al popolo. Menda Vreto rivendica con forza la funzione originaria della letteratura, della saggistica e del giornalismo d’inchiesta, il cui dovere non risiede nel nutrire il torpore o l’ego dei singoli operatori, bensì nel cercare con coraggio la verità dei fatti. La cultura autentica si offre come una dinamo sussidiaria di coesione rionale, un esercizio quotidiano di pensiero critico e ascolto reciproco necessario a dotare le famiglie degli strumenti logici idonei per interpretare le sofferenze e le opacità del presente.
La responsabilità verso i minori e l’eredità per le future generazioni
In ultima analisi, il messaggio programmatico dell’opera si rivolge direttamente alla classe dirigente e al mondo della scuola, chiedendo una profonda inversione di rotta nei modelli educativi proposti all’infanzia e all’adolescenza. Mostrare ai minori che il successo si misuri linearmente attraverso l’approvazione virtuale degli schermi digitali significa condannarli a una fragilità psicologica cronica e all’incapacità di elaborare le sconfitte della vita quotidiana. La cooperazione trasparente tra lo Stato, gli educatori e il capitale umano dei residenti rimane la via maestra per far crescere il Paese con ordine e legalità. La vera grandezza di una civiltà non prende spazio nei palazzi della finzione e delle tifoserie commerciali, ma risiede nella traccia indelebile e pulita che ogni cittadino onesto lascia nelle azioni e nelle relazioni di ogni giorno.
Un dialogo internazionale tra cultura, giornalismo e impegno sociale
il 28 aprile 2026, nella capitale albanese si è svolto l’evento inaugurale del progetto internazionale “Verbum Mundi”, promosso da VerbumlandiArt APS e realizzato in collaborazione con l’Unione dei Giornalisti Albanesi. Un’iniziativa di alto livello che ha riunito rappresentanti italiani e albanesi nel nome del dialogo interculturale e della cooperazione tra i due popoli.
Espressioni Culturali Italo-Albanesi, in collaborazione con “VerbumlandiArt”, prende vita il progetto “Verbum Mundi”: un dialogo internazionale tra cultura, giornalismo e impegno sociale
Tirana – il 28 aprile 2026, nella capitale albanese si è svolto l’evento inaugurale del progetto internazionale “Verbum Mundi”, promosso da VerbumlandiArt APS e realizzato in collaborazione con l’Unione dei Giornalisti Albanesi. Un’iniziativa di alto livello che ha riunito rappresentanti italiani e albanesi nel nome del dialogo interculturale e della cooperazione tra i due popoli.
L’apertura ufficiale dell’iniziativa è stata seguita da Regina Resta e Aleksandër Çipa, protagonisti di un incontro che ha posto le basi di una rete culturale internazionale, orientata alla valorizzazione delle eccellenze nei campi della letteratura, dell’arte, del giornalismo e dell’impegno sociale.
Il progetto “Verbum Mundi” ideato da Regina Resta con il coordinamento di Angela Kosta, è stato presentato come uno spazio autorevole di dialogo e cooperazione, fondato su valori condivisi quali la pace, la giustizia, la dignità umana e la responsabilità culturale.
Temi che, nel contesto globale attuale, sono stati costantemente evidenziati durante gli interventi, sottolineando la necessità di creare spazi di dialogo autentico e sostenibile.
Uno dei momenti principali della giornata è stata la cerimonia di premiazione di personalità che si sono distinte nei rispettivi ambiti. Tra i premiati sono distinti: scrittori, studiosi, pubblicisti e traduttori come Xhevahir Spahiu, Virion Graçi, Behar Gjoka, Namik Dokle, Viola Isufaj, Engjell Seriani, Erion Kristo, Flutura Açka, Mujo Buçpapaj, Aleksandër Çipa e Artur Nura, premiati da VerbumlandiArt con diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Speciale di Eccellenza per vari settori e il giornalismo, a testimonianza dell’attenzione del progetto verso il valore dell’informazione internazionale e del dialogo tra diversi sistemi mediatici.
“Verbum Mundi rappresenta una visione ampia e concreta: la creazione di legami reali tra culture diverse, valorizzando il merito e promuovendo una cultura della responsabilità e del dialogo” – ha dichiarato Regina Resta durante l’evento, sottolineando che Tirana rappresenta solo il primo passo di un percorso internazionale che coinvolgerà altri Paesi europei e non solo.
Il progetto prevede una serie di tappe e itinerari, con attività culturali e istituzionali di alto livello, concepite come momenti di incontro tra istituzioni, intellettuali nonché moderatori culturali, con l’obiettivo di costruire una comunità internazionale basata sulla condivisione dei valori e sulla cooperazione tra eccellenze.
La delegazione italiana, presente in gran numero, includeva tra gli altri Onorevole Mirella Cristina, Francesco Lenoci, Eugenio Bisceglia, Maria Pia Turiello, Vinicio Leonetti, Tommaso Filieri e Angela Kosta.
In questa occasione, alla traduttrice e scrittrice Kosta, le è stato consegnato il Premio dall”Unione degli Giornalisti Albanesi: “Branko Merxhani” per il giornalismo culturale e come contributrice speciale nell’ambito dell’espressione culturale italo-albanese.
Con questo primo evento, moderato dalla giornalista, poetessa e nota conduttrice televisiva di Pristina, Alketa Gashi Fazliu, “Verbum Mundi” mira a diventare un punto di riferimento nel panorama culturale internazionale, rafforzando il ruolo di VerbumlandiArt APS, come realtà dinamica e attiva nella promozione del dialogo tra le culture.
In seguito, è stato presentato il libro dell’autrice Regina Resta “IO RESTO PAROLA”, tradotto in lingua albanese da Angela Kosta. Il libro è distribuito in diverse scuole superiori, università, biblioteche e librerie in Albania e Kosovo.
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