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Esteri

Il nuovo patto militare che cambia il mondo. Sforzini avverte: “L’Italia non è periferia, torni a essere potenza del Mediterraneo”

Il nuovo patto d’acciaio tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan cambia per sempre gli equilibri mondiali. 🌍 🛡️ Luca Sforzini (Centro Studi Rinascimento Nazionale) lancia una lucidissima e spietata analisi geopolitica: “Queste rotte decidono la nostra economia e i costi delle nostre fabbriche. L’Italia smetta di sentirsi l’ultima ruota del carro europeo e torni a comportarsi da vera potenza al centro del Mediterraneo. E Israele non si tocca”. Leggi l’approfondimento completo su come questo accordo cambierà le sorti del mondo. 👇 🇮🇹

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Bandiere della Turchia, Arabia Saudita, Pakistan

Roma – Il mondo sta cambiando a una velocità vertiginosa e le vecchie mappe del potere globale, disegnate nel dopoguerra, si stanno sgretolando sotto il peso di nuove e inaspettate alleanze. L’orologio della storia corre veloce e chi resta fermo rischia di essere schiacciato. Proprio per questo motivo, il dibattito politico italiano non può più limitarsi alle piccole beghe di palazzo o alle polemiche da talk show. A lanciare un sasso nello stagno del torpore istituzionale è Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che ha appena pubblicato una densa e lucida analisi geopolitica incentrata sul clamoroso accordo di difesa comune sottoscritto il 7 agosto scorso da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Un asse inedito, potente e destinato a ridisegnare per sempre gli equilibri del cosiddetto “Mediterraneo allargato” e dell’intero Occidente.

Il patto a tre: un “Articolo 5” in salsa mediorientale

L’accordo siglato tra Riyadh, Ankara e Islamabad non è un semplice trattato commerciale, ma un vero e proprio patto di ferro militare. Introduce infatti un principio di difesa collettiva estremamente vincolante: un attacco armato contro uno dei tre Paesi firmatari viene considerato, in automatico, un attacco contro tutti. È un meccanismo di mutuo soccorso che lo stesso ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha accostato tecnicamente e politicamente al celeberrimo “Articolo 5” della NATO. Ci troviamo di fronte all’unione di tre colossi profondamente diversi ma strategicamente complementari: la sterminata potenza economica ed energetica saudita, l’avanzatissima capacità militare e industriale turca e il cruciale peso strategico (oltre che nucleare) pachistano.

«Abbiamo voluto dedicare a questo passaggio epocale un’analisi specifica», spiega con forza Luca Sforzini, «perché riteniamo che la politica italiana debba urgentemente tornare ad occuparsi sul serio di geopolitica. Dobbiamo liberarci una volta per tutte dalle vecchie lenti ideologiche e dalla tentazione infantile di considerare ogni mutamento internazionale come una semplice partita di calcio, in cui bisogna solo fare il tifo o fischiare. La domanda che poniamo è molto più concreta e vitale: questa nuova architettura di sicurezza può essere utile anche all’Italia e all’Occidente? La nostra risposta è sì, ma a condizioni molto precise».

Riscoprire la “potenza” per garantire la pace e la deterrenza

L’analisi del Centro Studi Rinascimento Nazionale scardina i tabù del pacifismo a oltranza e recupera una parola che il vocabolario politico europeo, troppo spesso in balia del politicamente corretto, ha progressivamente espulso: la potenza. Secondo Sforzini, infatti, «non tutto ciò che nasce fuori dai confini dell’Occidente nasce necessariamente contro di noi».

«La potenza non coincide affatto con l’aggressione, anzi. La storia e il sano realismo politico ci insegnano l’esatto contrario: quando esiste un equilibrio credibile delle forze in campo, il costo di una potenziale aggressione aumenta vertiginosamente e la guerra diventa semplicemente meno conveniente per tutti. È il principio stesso della deterrenza». Insomma, se le potenze regionali (come Turchia e Arabia Saudita) iniziano ad assumersi le proprie responsabilità in termini di sicurezza, gli Stati Uniti potrebbero finalmente esercitare una leadership globale meno affannosa e più strategica.

La “linea rossa” di Rinascimento Nazionale: Israele non si tocca

Se l’accordo può rappresentare un fattore di stabilizzazione (contrastando il terrorismo e l’estremismo islamico), esiste però un paletto invalicabile. Su questo, Sforzini non fa sconti e traccia una linea rossa inequivocabile: «Questa nuova architettura di sicurezza non dovrà e non potrà mai diventare un fronte anti-israeliano. Israele rimane per noi, e per tutto l’Occidente, un alleato strategico imprescindibile. Qualsiasi nuovo equilibrio regionale che voglia definirsi realmente stabile e duraturo dovrà, prima o poi, essere capace di integrare al suo interno la sicurezza di Israele, e non certo di minacciarla. Gli Accordi di Abramo ci hanno già dimostrato che l’impossibile può diventare possibile quando cambiano gli interessi in gioco».

L’impatto sulle nostre case: l’Italia al centro del Mediterraneo

Ma perché un accordo tra sauditi e pachistani dovrebbe interessare a un operaio di Torino o a un commerciante di Bari? La risposta del Centro Studi è tanto semplice quanto spietata: «Gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso, il Canale di Suez… non sono luoghi esotici o lontani che interessano soltanto ai diplomatici in giacca e cravatta o ai generali. Sono le vere arterie pulsanti dell’economia italiana. Da quelle rotte marittime dipendono la nostra energia, i nostri commerci, i nostri approvvigionamenti e i costi industriali delle nostre aziende. In breve, da lì dipende la nostra prosperità quotidiana. La geopolitica entra prepotentemente nelle fabbriche e nelle case degli italiani molto prima di quanto i nostri politici sembrino accorgersene».

L’appello finale di Sforzini è una scossa per l’orgoglio nazionale: «Abbiamo una posizione geografica straordinaria, eppure troppo spesso ragioniamo col complesso d’inferiorità, come se fossimo una sbiadita provincia periferica dell’Europa continentale. Dobbiamo capovolgere questa prospettiva perdente: l’Italia non è l’estrema periferia meridionale dell’Europa. L’Italia è il cuore pulsante e il centro geografico del Mediterraneo. E deve cominciare a comportarsi, politicamente, di conseguenza. Vogliamo un’Italia e un Occidente forti, non Paesi perennemente incapaci di assumersi responsabilità senza prima attendere istruzioni da qualcun altro».

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Esteri

Francia, avviati colloqui con i talebani per il rimpatrio di cittadini afghani

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Parigi

Redazione- La Francia ha avviato colloqui tecnici con i talebani per facilitare il rimpatrio di cittadini afghani che soggiornano illegalmente nel Paese e che sono considerati dalle autorità francesi una minaccia per la sicurezza pubblica.

La conferma è arrivata dal portavoce del Ministero degli Affari Esteri francese durante una conferenza stampa di giovedì 8 ottobre. Secondo quanto dichiarato, l’iniziativa ha come obiettivo principale la tutela della sicurezza dei cittadini francesi.

Parigi segue una linea simile a quella adottata da altri Paesi europei, mantenendo con i talebani un dialogo definito esclusivamente tecnico e finalizzato a rendere possibili i rimpatri.

Il portavoce ha precisato che il programma riguarda persone prive di un regolare status di soggiorno e considerate pericolose per la sicurezza del Paese. Ha inoltre sottolineato che l’iniziativa non coinvolge i richiedenti asilo né le donne.

Al momento, il governo francese non ha comunicato il numero delle persone che potrebbero essere interessate dalla procedura. Per ottenere informazioni sulle cifre, il portavoce ha rinviato i giornalisti al Ministero dell’Interno.

Durante la conferenza stampa è stata anche sollevata la possibilità di invitare in Francia rappresentanti dei talebani per facilitare i rimpatri, seguendo un modello simile a quello preso in considerazione dalla Germania. Il portavoce ha chiarito che, al momento, non è prevista alcuna iniziativa di questo tipo.

Le autorità francesi hanno ribadito che i contatti con i talebani restano limitati a un confronto tecnico, senza ulteriori dettagli sulle modalità di attuazione del programma.

Restano ancora da chiarire il numero dei cittadini afghani coinvolti, i tempi di attuazione e le procedure concrete per gli eventuali rimpatri.

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Attacchi alla Corte Suprema: la falsa equivalenza di Alito sulle critiche di Biden e Trump

Le critiche del Presidente Biden e della sua amministrazione alla Corte e ai giudici sono state molto dure. E il presidente Trump è stato molto duro”. Così il giudice della Corte Suprema Samuel Alito in un’intervista nel programma “Face the Nation” della CBS. Alito rispondeva alla domanda della giornalista Jan Crawford nel corso di una discussione sul suo recente libro “So Ordered”. Il giudice ha caratterizzato le critiche politiche alla Corte come “molto dannose”.

Alito ha ragione nel ritenere che gli attacchi alla Corte non contribuiscono al buon funzionamento dei tre rami del governo. Sbaglia un po’, però, quando cerca di equiparare le reazioni di Biden e Trump alle decisioni dei magistrati. Entrambi i presidenti hanno espresso il loro dissenso dalle decisioni dei togati quando questi ultimi gli sono andati contro, ma il loro modo di reagire è stato molto diverso.

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Samuel Alito

Redazione-  “Le critiche del Presidente Biden e della sua amministrazione alla Corte e ai giudici sono state molto dure. E il presidente Trump è stato molto duro”. Così il giudice della Corte Suprema Samuel Alito in un’intervista nel programma “Face the Nation” della CBS. Alito rispondeva alla domanda della giornalista Jan Crawford nel corso di una discussione sul suo recente libro “So Ordered”. Il giudice ha caratterizzato le critiche politiche alla Corte come “molto dannose”.

Alito ha ragione nel ritenere che gli attacchi alla Corte non contribuiscono al buon funzionamento dei tre rami del governo. Sbaglia un po’, però, quando cerca di equiparare le reazioni di Biden e Trump alle decisioni dei magistrati. Entrambi i presidenti hanno espresso il loro dissenso dalle decisioni dei togati quando questi ultimi gli sono andati contro, ma il loro modo di reagire è stato molto diverso.

Biden ha attaccato la Corte Suprema come istituzione, specialmente quando i magistrati hanno ribaltato decisioni in vigore da decenni. Biden ha aspramente criticato la sentenza del 2022 con cui la Corte Suprema ha abrogato il diritto costituzionale all’aborto revocando la sentenza Roe v. Wade, in vigore dal 1973. Le critiche di Biden sono state dirette alla maggioranza conservatrice della Corte, che, come si sa, include 6 giudici che pendono a destra e 3 a sinistra. Sulla questione dell’eliminazione dell’affirmative action e dei diritti LGBTQ+, Biden ha persino detto che non si tratta di “una Corte normale”. Nel caso dell’immunità presidenziale del 2024, Biden ha addirittura fatto un discorso in prima serata nel quale ha asserito che la decisione rappresentava un “precedente pericoloso” che alterava fondamentalmente il bilanciamento dei poteri. Biden, però, non ha mai rivolto le sue critiche a giudici specifici con attacchi personali, eccetto nel 2024. In un’intervista al New York Times, Biden ha criticato i regali ricevuti dal giudice Clarence Thomas da ricchi donatori.

Trump, invece, attacca personalmente i giudici della Corte Suprema. L’attuale presidente, già nel luglio del 2016 da candidato, aveva attaccato la giudice Ruth Bader Ginsburg etichettandola come “un’incompetente”. L’accusa era una reazione di Trump ad alcune osservazioni poco lodevoli della Ginsburg su di lui in un’intervista al New York Times, nella quale aveva aggiunto che non “poteva immaginare” come sarebbe stato il Paese con Trump presidente. Gli attacchi di Trump ai magistrati sono continuati nel primo mandato presidenziale, nei quattro anni fuori dalla Casa Bianca e poi nel secondo mandato. L’attuale presidente ha spesso attaccato l’integrità dei giudici, usando uno stile fuori dalle righe e a volte provocando le reazioni degli stessi giudici. Trump ha accusato il giudice federale Jon Tigar di essere “un giudice di Obama” quando il togato nel 2018 aveva emesso una sentenza contraria alla sua politica sui migranti. Il fatto che Barack Obama avesse nominato il giudice Tigar spiegava, per Trump, la sua decisione. Il presidente della Corte Suprema John Roberts ha successivamente risposto asserendo che i giudici sono giudici e che chi li ha nominati non controlla né giustifica le loro decisioni, che sono imparziali. Per Trump, però, quando le decisioni gli vanno contro, si cade spesso nell’attacco personale ai giudici che vede responsabili. Trump ha persino asserito che le giudici Ginsburg e Sonia Sotomayor dovrebbero ricusarsi dai casi che lo coinvolgono perché non sono imparziali. Trump ha addirittura attaccato Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, nominati proprio da lui, quando questi tre hanno votato per bocciare la sua politica sui dazi. In un’intervista ha detto che lui li “ha messi lì e hanno votato” spesso contro di lui e che sono diventati “solo gusci di se stessi”. Per Trump è tutto semplice: i giudici nominati da presidenti repubblicani dovrebbero sempre decidere i casi favorendo chi li ha nominati.

A differenza di Trump, che si concentra sui giudici singolarmente, Biden ha notato alcuni aspetti della Corte Suprema che non funzionano e ha proposto riforme senza però riuscire a metterle in pratica. L’ex presidente aveva proposto un limite massimo di 15 anni per i giudici invece di incarichi a vita. Aveva anche proposto regole etiche vincolanti per i giudici invece di un sistema in cui i giudici hanno grande libertà di decidere la loro condotta personale.

Gli attacchi ai magistrati continuano ad avere effetti negativi anche sulla percezione degli americani, secondo il Pew Research Center. Il 53 percento ha un’opinione sfavorevole, 20 punti in meno rispetto al 2021. Considerando il fatto che 6 dei 9 giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani, non sorprende dunque che gli elettori democratici abbiano un’opinione relativamente bassa, soprattutto dopo l’abrogazione del diritto all’aborto. Dall’altro lato, il 69 percento dei repubblicani ha un’opinione positiva della Corte Suprema. Questa soddisfazione degli elettori repubblicani con la Corte Suprema è confermata anche dal fatto che Trump ha ottenuto decisioni favorevoli nel 90 percento dei casi. Tuttavia, ciò non è sufficiente per l’inquilino della Casa Bianca. Ecco come si spiegano gli attacchi personali ai giudici nei rari casi in cui gli votano contro. Questi attacchi hanno aumentato notevolmente i pericoli per la sicurezza dei giudici e delle loro famiglie. Quando un giudice viene preso di mira da Trump sulla sua piattaforma Truth Social, il numero di minacce ai magistrati aumenta. Non pochi di loro sono costretti ad aumentare il livello di protezione per se stessi e per le loro famiglie.

Quando Alito ci dice, dunque, che sia Biden sia Trump sono stati duri con la Corte Suprema, si sbaglia. La falsa equivalenza tra i due presidenti si può capire tenendo in mente ciò che Trump ha detto su Alito. Dopo alcune voci, poi smentite, che Alito pensasse di andare in pensione, Trump ha dimostrato la sua gioia asserendo che “si tratta di una grande notizia” perché Alito è “uno dei più grandi di tutti i tempi”. Alito è infatti uno dei giudici più affidabili dell’ala conservatrice, che rarissimamente vota contro Trump.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Anne Carson: il Nobel per una lingua capace di attraversare il tempo

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Anne Carson:

Redazione- Anne Carson, poetessa, scrittrice e traduttrice canadese, è stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura 2026, un riconoscimento che celebra non soltanto una grande voce poetica, ma anche un modo originale di mettere in dialogo il mondo antico con la sensibilità contemporanea.

Da oltre quarant’anni Carson attraversa i confini tra poesia, traduzione, saggistica e letteratura classica. Nelle sue opere, la Grecia e la Roma antiche non appartengono a un passato immobile: diventano materia viva, capace di interrogare il presente e di parlare ancora delle nostre inquietudini più profonde — l’amore, la perdita, la solitudine, il desiderio e la memoria.

La forza della sua scrittura risiede proprio qui: Carson non si limita a rileggere il passato, lo fa parlare al presente. Recupera miti, parole e figure della tradizione classica e li trasforma in qualcosa di nuovo, contemporaneo e sorprendentemente vicino all’esperienza umana di oggi.

Il Nobel a Carson può quindi essere letto anche come un riconoscimento alla libertà della letteratura: alla possibilità di superare i generi, rompere le forme convenzionali e cercare, attraverso le parole, nuove strade per comprendere l’essere umano.

Forse è proprio questo il dono più grande della sua opera: ricordarci che il tempo cambia le parole, ma non esaurisce mai le domande dell’uomo.

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