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Attualità

L’estate del tradimento: l’ignobile crudeltà dell’abbandono di cani e gatti che riempie di lacrime le strade italiane

Il dramma insopportabile dell’abbandono estivo di cani e gatti in autostrada: le lacrime dei canili al collasso, il grande cuore dei volontari e l’appello urgente a tutta Italia per adottare. 💔🐕🐈

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Cane e gatto abbandonati

Italia – Con l’arrivo implacabile dei mesi più caldi e l’avvicinarsi del tanto atteso traguardo delle ferie di agosto, il nostro Paese si prepara a vivere il suo tradizionale e massiccio esodo verso le spiagge, la montagna e le rilassanti mete di villeggiatura. Eppure, dietro questa sfavillante facciata di spensieratezza estiva, di valigie caricate frettolosamente in macchina e di ombrelloni aperti al sole, si consuma ogni anno, nel silenzio drammatico e assordante delle nostre strade provinciali e delle autostrade roventi, una delle tragedie più vili e vergognose di cui l’essere umano possa purtroppo rendersi protagonista: l’abbandono di cani, gatti e animali domestici. Un atto di una crudeltà disumana e inaudita che trasforma l’estate, la stagione della gioia e del riposo per eccellenza, nell’incubo più buio e nel tradimento più spietato e incomprensibile per chi ha l’unica, dolcissima colpa di amare incondizionatamente il proprio padrone.

Il momento esatto del tradimento: lo sguardo di chi non riesce a capire

Chi decide coscientemente di abbandonare al proprio destino un animale domestico per il banale, superficiale e capriccioso egoismo di poter fare una settimana di vacanza in più senza “il fastidioso peso” di un cane al seguito, compie un gesto orribile che va ben oltre la semplice violazione del codice penale: compie un vero e proprio assassinio vigliacco dell’anima. Proviamo, per un solo tremendo istante, a immaginare quel preciso e fatale momento. Lo sportello dell’auto che si apre in fretta e furia su una piazzola di sosta isolata in mezzo alla campagna; il cane che scende felice ed eccitato scodinzolando festosamente perché crede, nella sua purezza, che sia arrivato il bellissimo momento del gioco o di una passeggiata speciale nel prato. Poi, il rumore sordo e metallico della portiera che si richiude violentemente a chiave, il motore che riparte a tutto gas sgommando ferocemente sull’asfalto rovente, e l’auto di famiglia che sparisce per sempre all’orizzonte. L’animale, improvvisamente confuso e terrorizzato, rimane lì immobile. Non sa dove andare, non conosce affatto i letali pericoli di una strada ad alto scorrimento e, soprattutto, il suo cuore puro non riesce nemmeno a concepire il terribile concetto di tradimento. Fino al suo ultimissimo respiro, sotto il sole cocente senza acqua né cibo, aspetterà fiducioso il ritorno di quella che considerava ingenuamente la sua unica, vera famiglia, totalmente ignaro di essere appena stato condannato a una morte atroce per inedia, per sete disperata o stritolato sotto le ruote indifferenti di un tir di passaggio.

I canili al collasso totale e l’invisibile, prezioso esercito dei volontari

L’inevitabile e tragica onda d’urto di questo vile fenomeno estivo finisce sempre per schiantarsi senza pietà contro l’unico, disperato argine di salvezza rimasto attivo sul territorio: i rifugi e i canili locali. In queste settimane di caldo record, le strutture di accoglienza di tutta Italia, dal profondo Nord al profondo Sud senza alcuna distinzione geografica, sono arrivate al collasso totale e definitivo. I piccoli box traboccano letteralmente di cuccioli spaventati, di cani di razza comprati per moda e poi ripudiati, e di dolcissimi meticci anziani, lasciati tristemente soli proprio nel momento critico in cui avrebbero più disperato bisogno di cure mediche e affetto costante. A reggere l’urto colossale di questa perenne emergenza umanitaria, spessissimo nel silenzio istituzionale e nel disinteresse generale delle amministrazioni, c’è uno straordinario e meraviglioso esercito invisibile: quello formato dai volontari. Ragazze, donne, uomini coraggiosi che rinunciano spontaneamente al loro prezioso tempo libero, ai riposi del weekend, alle proprie sacrosante vacanze e persino ai sudati risparmi pur di comprare sacchi di crocchette, costosissimi medicinali e antiparassitari di tasca propria, passando le giornate a ripulire le gabbie sporche e offrendo una carezza disperata, ma piena d’amore, a chi ha improvvisamente perso tutto il suo mondo in un istante letale.

Il paradosso inaccettabile dell’egoismo: vacanze di lusso e cuccioli condannati a morte

Siamo di fronte a un paradosso sociologico e morale estremamente profondo che deve farci fermare a riflettere come collettività. Ci riempiamo quotidianamente la bocca in TV di parole nobili e altisonanti come civiltà occidentale, progresso, tutela dei diritti e sostenibilità; passiamo ore sui nostri scintillanti social network a indignarci per polemiche sterili e questioni del tutto futili e poi, incredibilmente e con estrema freddezza, tolleriamo che nel nostro stesso civilissimo Paese ci siano ancora persone capaci di prendere un essere vivente e senziente e di allontanarlo per sempre come se fosse un vecchio elettrodomestico rotto di cui disfarsi in fretta prima di salire comodamente su un traghetto costoso per le isole. È un’involuzione morale fortemente preoccupante, figlia legittima di una spietata cultura del consumismo usa-e-getta che sta subdolamente estendendo i suoi velenosi tentacoli anche alla vita e all’amore stesso. Un cucciolo di animale non è un bel peluche inanimato da regalare a scatola chiusa a Natale per far zittire i capricci dei bambini e da buttare via di nascosto ad agosto quando, diventato grande, comincia a essere scomodo da gestire nella hall di un albergo. Un cane è un compagno di vita di una fedeltà commovente, e decidere di adottarlo è un passo che richiede una consapevolezza civica e una responsabilità enormi e definitive.

L’appello accorato del cuore: svuotiamo le gabbie di cemento, adottiamo e non compriamo

La risposta più forte, civile e rumorosa a questa indegna ondata di insensibile vigliaccheria estiva deve arrivare necessariamente e prepotentemente dalla parte sana, generosa e maggioritaria della nostra splendida società. È giunto finalmente il momento storico di lanciare un appello potente e proveniente dritto dal cuore a tutte le splendide famiglie italiane: andiamo a svuotare quelle gabbie tristi. Se avete una casa, uno spazio adeguato, del prezioso tempo e soprattutto una valanga di amore vero da dedicare, fate una scelta che vi cambierà in meglio l’esistenza: non comprate costosi cani di razza perfetta con tanto di certificati e pedigree in lussuosi allevamenti commerciali. Mettetevi in macchina, andate nei canili periferici e sconosciuti delle vostre province, guardate intensamente negli occhi malinconici quei cani meticci, a volte segnati dalla vita e impauriti dall’uomo, ma ancora incredibilmente carichi e traboccanti di speranza di riscatto. Vi accorgerete subito, sulla vostra stessa pelle, che l’amore sconfinato di un cane recuperato, salvato dal gelido cemento di un triste box e strappato con forza a un destino inesorabilmente crudele, è un sentimento così puro, travolgente, infinito e totalizzante che nessun conto in banca o soldo al mondo potrà mai comprare da nessuna parte. Queste meravigliose creature violate vi restituiranno ogni singola cura e carezza ricevuta, moltiplicata per mille, giorno dopo giorno, fino all’ultimo loro respiro, riempiendo le mura della vostra casa di un’allegria contagiosa e di una gioia quotidiana semplicemente indescrivibile a parole.

Oltre la semplice legge penale, all’Italia serve con urgenza una vera rivoluzione culturale

Certo, per fortuna le leggi scritte nei codici esistono. L’abbandono di animali d’affezione è un grave reato perseguibile e punito severamente dal nostro rigoroso ordinamento giuridico, e chi lo commette andrebbe sempre e puntualmente denunciato alle Forze dell’Ordine competenti, senza alcuna omertà connivente, pietismo o esitazione. Tuttavia, la sola repressione penale, le multe per quanto salatissime o le manette, non basteranno mai, da sole, a sradicare del tutto dal nostro Paese questo male oscuro e incivile. Serve e ci manca fortemente una vera e propria rivoluzione culturale che deve avere il coraggio e la forza di partire obbligatoriamente dalle maestre e dai banchi della scuola primaria. Solo e soltanto insegnando fin dai primi e teneri anni di vita ai nostri figli il valore universale e potentissimo dell’empatia verso gli altri, il rispetto assoluto per chi è più debole o senza voce e la meravigliosa sacralità di ogni singola forma di vita su questo pianeta, potremo un giorno finalmente sperare di vivere e festeggiare un’estate in cui nessuna prenotazione d’albergo, nessuna valigia griffata o stupido egoismo umano valga neanche lontanamente di più della preziosa vita di un amico a quattro zampe dolce, fedele e innocente.

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Esteri

Il vero motivo dello scontro Italia-Spagna: l’incubo jihadista e il segreto inconfessabile di Ceuta e Melilla

Il segreto inconfessabile dietro lo scontro tra Italia e Spagna: ecco perché Roma ha blindato le frontiere. 🛂 🇪🇸 Da decenni studiosi e intelligence avvertono: le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla sono storici “hub” per il terrorismo islamico (basti pensare che da qui venivano i terroristi delle stragi di Parigi, Bruxelles e Ramblas). Eppure, dopo l’invasione di 80mila irregolari di luglio, il governo di Madrid continua a negare l’evidenza, mentre jihadisti già espulsi si mischiano alla folla per infiltrarsi in Europa sfruttando il business dei migranti. Leggi l’inchiesta completa che svela i veri rischi per la nostra sicurezza. 👇 🚨

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Assalto migranti a Ceuta, Spagna

Roma / Madrid – C’è un convitato di pietra nel fragoroso scontro diplomatico che sta infiammando l’estate europea, spaccando a metà il Mediterraneo e mettendo in crisi la tenuta stessa del Trattato di Schengen. Mentre l’opinione pubblica si divide sulle file agli aeroporti e sui botta e risposta tra i governi di Roma e Madrid, c’è una parola che i vertici politici iberici, e gran parte della sinistra europea, sembrano ostinarsi a voler cancellare dal vocabolario ufficiale: terrorismo. Per comprendere appieno la gravità della decisione italiana di sospendere i controlli alle frontiere con la Spagna, non basta fermarsi alle immagini dei barchini e all’invasione senza precedenti di decine di migliaia di irregolari. Bisogna scavare più a fondo, guardare le mappe del Nord Africa e pronunciare due nomi che, da decenni, fanno tremare i polsi all’intelligence di mezzo mondo: Ceuta e Melilla.

Le enclavi del terrore: cosa dicono davvero gli studiosi

L’allarme non è nato ieri. Non è un’invenzione politica dell’ultima ora per giustificare una stretta sui confini, né un abbaglio securitario del governo italiano. Da anni, infatti, fior fior di studiosi, accademici ed esperti di geopolitica lanciano avvertimenti drammatici: le due exclavi spagnole in territorio marocchino sono da tempo dei veri e propri hub, crocevia strategici per il terrorismo di matrice islamica. Esistono innumerevoli e inconfutabili studi a sostegno di questa allarmante tesi.

Già nel lontano 2015, uno studio pionieristico firmato da Luis De La Corte, significativamente intitolato “Enclavi jihadiste? Uno studio sulla presenza e il rischio estremisti a Ceuta e Melilla”, scoperchiava il vaso di Pandora. E i numeri, freddi e spietati, non ammettono repliche. Secondo i dati forniti dal prestigiosissimo Istituto Reale El Cano (ripresi e rilanciati anche dai media francesi nel 2017), il 48,9% dei detenuti condannati in Spagna per attività legate allo Stato Islamico dal 2013 in poi risultava essere nato a Ceuta, e un ulteriore 22,1% proveniva da Melilla. Ma il dettaglio che gela il sangue è un altro: la maggior parte dei sanguinari autori delle stragi di Parigi (2015), di Bruxelles (2016) e dell’attentato sulle Ramblas in Catalogna (agosto 2017) aveva radici o legami operativi inconfutabili con questi specifici territori.

L’assalto di luglio e i fantasmi del passato: la ragione dell’Italia

È proprio in questo pesantissimo contesto storico e sociale che va inquadrata e compresa la reazione dell’Italia. L’invasione incontrollata di Ceuta avvenuta il 30 luglio scorso non è stata una semplice “emergenza umanitaria”, ma una colossale falla nel sistema di sicurezza dell’intera Unione Europea. Parliamo di decine di migliaia di soggetti ignoti, assiepati ai confini, che non sono stati minimamente schedati né controllati durante il caos dell’assalto. Migliaia di questi individui sono ancora oggi all’interno del territorio di Ceuta, rendendo il controllo del territorio una vera e propria missione impossibile per le stesse autorità spagnole.

Non è un caso, né una coincidenza sfortunata, che nei boschi limitrofi alla città autonoma siano state rinvenute armi nascoste, né che tra la folla siano stati individuati e fermati soggetti in passato già espulsi dalla stessa Spagna per “radicalizzazione jihadista”. Nei rapporti confidenziali finiti sui tavoli del governo, viene messo nero su bianco un sospetto gravissimo: Ceuta, per la sua conformazione e la sua storia, funge ancora oggi da centro di radicalizzazione e reclutamento, con decine di miliziani partiti negli scorsi anni per combattere nelle rovine della Siria e dell’Iraq.

La strategia della “negazione” spagnola e lo spostamento verso l’Europa

A fronte di questa mole schiacciante di indizi, prove e relazioni d’intelligence, la reazione del governo di Madrid guidato da Pedro Sanchez ha dell’incredibile: negare. Negare tutto, su tutta la linea. Si nega l’allarme jihadista nonostante gli arresti mirati, si nega l’esistenza di un travaso di clandestini da Ceuta alla penisola iberica, nonostante le spiagge siano testimoni di quotidiani viavai di gommoni, moto d’acqua e lance veloci. Una cecità politica che l’Italia ha deciso, legittimamente, di non poter più assecondare.

«La negazione è un tratto ben noto e ricorrente tra gran parte dell’establishment politico di sinistra europeo», ha commentato con asprezza lo studioso ed esperto di terrorismo internazionale Giovanni Giacalone. «Vale la pena ricordare che per anni, anche in Italia, diversi politici sostenevano ciecamente che ‘i terroristi non arrivano sui barconi via mare’, per poi essere drammaticamente smentiti dai fatti e dal sangue. È un dato di fatto incontrovertibile che i flussi migratori irregolari rappresentano una minaccia reale non solo in relazione alla criminalità ordinaria, ma anche al terrorismo jihadista. Il governo italiano aveva quindi pienamente ragione a sospendere immediatamente Schengen con la Spagna».

Il business del terrore: il contrabbando di uomini finanzia la jihad

A chiudere il cerchio su questa intricata e pericolosa rete c’è un rapporto dettagliato elaborato dal Cross-Border Conflict Evidence, Policy and Trends. Il documento evidenzia come i grandi gruppi armati non statali che insanguinano l’Africa – dai miliziani di Boko Haram in Nigeria ai gruppi jihadisti nel Sahel e in Mali, fino alle fazioni libiche – si finanzino e traggano immensi benefici logistici proprio dal traffico e dal contrabbando di migranti verso l’Europa.

In questo scenario, varcare il confine di Ceuta rappresenta la chiave di volta, il passaggio fondamentale. E la tattica è sempre la stessa: infiltrare i miliziani più giovani, magari sfruttando le maglie larghe delle politiche europee per l’accoglienza dei “minori non accompagnati”. Dimostrare in fretta che un ventenne radicalizzato abbia in realtà meno di 18 anni è un’impresa titanica per chiunque, e nel frattempo, da Ceuta, i sospetti vengono trasferiti nella penisola iberica, da cui far perdere le proprie tracce verso il resto d’Europa diventa un gioco da ragazzi. Checché ne dicano Madrid e i difensori del “liberi tutti”, la sicurezza nazionale non è un concetto su cui si può giocare d’azzardo.

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Attualità

Il Mattutino di Sforzini: “Nella battaglia pensa a me”, la forza dei legami indivisibili e il coraggio di affrontare la vita

“A volte il secondo tempo comincia prima dell’intervallo”. ⏳ ❤️ Una domenica di profonda ispirazione filosofica dal Castello Sforzini. Il Mattutino di oggi esplora il significato dei cambiamenti imprevisti, la forza incrollabile dei legami (indivisibili come i numeri primi) e la potenza di avere qualcuno a cui pensare durante le dure battaglie quotidiane della vita. Leggi l’approfondimento di questi pensieri poetici, un inno alla libertà, alla responsabilità e al coraggio. Buona domenica! ☀️ 👇

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Il mattutino di domenica 9 agosto 2026

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono domeniche in cui le parole non hanno bisogno di essere urlate per fare rumore. Esistono riflessioni che, racchiuse in pochissime righe, riescono a scavare dentro l’anima con la precisione di un bisturi, costringendoci a fermarci, a respirare e a guardare la nostra vita da una prospettiva completamente diversa. È questo il potere evocativo de “Il Mattutino”, la rubrica di pensieri che Luca Sforzini diffonde dal suggestivo ritiro del Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il messaggio diffuso oggi, domenica 9 agosto 2026, è un criptico e affascinante concentrato di poesia, logica matematica e spunti letterari, che risuona come un inno alla resilienza umana e alla forza indomabile dei legami autentici.

Il secondo tempo e l’arte complessa di farsi trovare pronti

«A volte il secondo tempo comincia prima dell’intervallo». La prima riflessione del Mattutino odierno colpisce per la sua disarmante lucidità metaforica. Quante volte, nel grande campo da gioco che è l’esistenza umana, ci illudiamo di avere il controllo totale sui tempi e sulle pause? Siamo programmati per credere che, dopo ogni grande sforzo, la vita ci conceda obbligatoriamente un momento di riposo, un “intervallo” in cui tirare il fiato, curare le ferite e riordinare le idee. Ma la realtà, spietata e meravigliosa, raramente segue i nostri schemi prefissati.

Ci sono sfide inaspettate, cambiamenti improvvisi, dolori lancinanti o gioie travolgenti che irrompono nella nostra quotidianità senza alcun preavviso, stravolgendo il cronometro. Il “secondo tempo” della vita spesso ci aggredisce mentre siamo ancora convinti di essere a metà dell’opera. E questa frase non è un monito amaro, ma un potentissimo invito alla flessibilità spirituale: il vero coraggio non sta nel pretendere l’intervallo che ci spetta di diritto, ma nella capacità di farsi trovare sempre pronti, lucidi e combattivi anche quando il fischio d’inizio ci coglie di sorpresa, magari di spalle o col fiato corto.

Il sette, un numero primo: la forza di ciò che non può essere diviso

Il secondo frammento di pensiero si sposta sul piano del simbolismo matematico e filosofico: «Il sette è un numero primo. Anche quando qualcuno vorrebbe dividerlo». Il sette è, da sempre, il numero della perfezione, della completezza ciclica (i giorni della creazione, i giorni della settimana, le virtù, i peccati capitali). Ma la sua natura più intrinseca, matematicamente parlando, è la sua assoluta indivisibilità. Un numero primo appartiene solo a se stesso e all’unità.

La riflessione di Sforzini è una fulgida metafora dei rapporti umani e dei princìpi morali. Esistono legami, idee, valori e identità che possiedono la stessa inscalfibile natura dei numeri primi. Ci sarà sempre qualcuno – la società liquida, i detrattori, le avversità – che tenterà disperatamente di “dividerli”, di frammentarli per indebolirli e renderli innocui. Ma ciò che è autenticamente indivisibile resisterà a ogni tentativo di scomposizione. Difendere la propria natura di “numero primo” in un mondo che cerca costantemente di omologare e spezzettare l’anima, è l’atto di ribellione più puro che un essere umano possa compiere.

“Domani nella battaglia pensa a me”: l’eco immortale dell’animo umano

La terza frase è un pugno nello stomaco di un’eleganza assoluta: «Domani nella battaglia pensa a me». I lettori più colti e attenti avranno immediatamente colto la citazione. Si tratta di un’eco potentissima tratta dal Riccardo III di William Shakespeare, diventata poi celebre grazie all’omonimo e splendido romanzo dello scrittore spagnolo Javier Marías. Nelle tende dell’accampamento prima dello scontro decisivo, gli spettri sussurrano questa frase ai protagonisti. Ma calata nella nostra quotidianità, questa invocazione perde i suoi connotati lugubri e si trasforma in un disperato inno all’amore e al ricordo.

Tutti noi, ogni giorno, affrontiamo battaglie logoranti. Sfide sul lavoro, lotte contro la malattia, scontri con noi stessi o con i nostri demoni interiori. In queste trincee personali, la solitudine è il nemico peggiore. Sapere che qualcuno ci chiede di essere pensato, sapere di avere un faro, un volto, un ricordo felice a cui ancorarci nel momento in cui il frastuono dello scontro si fa assordante, è la vera arma segreta per non soccombere. Pensare a chi amiamo nella battaglia non ci indebolisce, ma ci rende invincibili, ricordandoci il motivo esatto per cui stiamo combattendo.

Libertà, responsabilità e coraggio: le tre bussole per navigare il presente

Il sigillo finale di questo Mattutino è una triade di auguri che dovrebbe essere incisa sulla porta di casa di ognuno di noi: «Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio». Tre parole pesantissime, indissolubilmente legate l’una all’altra.

Non può esserci vera Libertà senza l’assunzione totale della Responsabilità per le proprie azioni, per i propri pensieri e per l’impatto che questi hanno sugli altri. E nessuna di queste due virtù può esistere senza il Coraggio: il coraggio di scendere in campo anche quando non c’è stato l’intervallo, il coraggio di restare indivisibili come numeri primi e il coraggio di portare chi amiamo nel cuore durante le battaglie della vita. Una splendida domenica di luce a tutti i lettori.

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Attualità

Intrigo a mezzo stampa, Sforzini sfida Aldo Grasso: “Dietro le nostre maschere non c’è l’IA. Tremate, potremmo essere seduti in redazione con voi”

Il mistero politico che sta facendo impazzire i salotti buoni dell’informazione! 🎭 📰 Dopo essere finiti sulla prima pagina del Corriere della Sera, gli analisti anonimi del ‘Centro Studi Rinascimento Nazionale’ (guidato da Luca Sforzini) rispondono alle critiche di Aldo Grasso con un messaggio geniale: “Dietro di noi nessuna IA, solo menti brillanti e umane che usano le maschere per dire le scomode verità che a volto scoperto sarebbero vietate”. E la provocazione finale fa tremare i giornalisti: “Chi c’è dietro la maschera? Magari qualcuno seduto proprio nella vostra redazione…”. Leggi l’articolo e scopri il retroscena di questo thriller politico! 👇 🤫

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Titolo giornale Corriere della Sera

Roma / Milano – Il fascino del mistero, quando si mescola con i fili sottili della politica e del potere, ha sempre esercitato una forza d’attrazione irresistibile sull’opinione pubblica italiana. In un’epoca in cui tutti sgomitano per apparire in televisione, sfoggiando i propri volti sui social network in una perenne e narcisistica ricerca di visibilità, c’è chi ha scelto deliberatamente la strada opposta: quella del silenzio, dell’anonimato e del pensiero profondo celato dietro uno pseudonimo. È il caso del Centro Studi Rinascimento Nazionale, l’ambizioso think tank guidato da Luca Sforzini. Nelle ultime ore, questa singolare e potente architettura di pensiero ha attirato l’attenzione nientemeno che di Aldo Grasso, il critico e saggista più temuto e influente d’Italia, conquistando persino l’onore della prima pagina del Corriere della Sera.

La penna affilata di Grasso ha sollevato un velo, interrogandosi su chi si celi realmente dietro le “maschere” e i nomi fittizi degli autori che firmano le brillanti analisi del Centro Studi. La risposta di Sforzini non si è fatta attendere ed è arrivata con un comunicato che è, al tempo stesso, una lezione di alta retorica culturale e una formidabile stoccata provocatoria.

“Grazie per la prima pagina, ma l’Intelligenza Artificiale non c’entra nulla”

L’apertura della lettera aperta al Corriere è un concentrato di eleganza istituzionale, ma nasconde un sorriso sornione. «Ringraziamo Aldo Grasso per l’attenzione e il Corriere della Sera per l’onore della prima pagina», esordisce Sforzini, spazzando subito via il campo dall’insinuazione più moderna e, per certi versi, banale: quella di essere “figli” dei freddi algoritmi generativi. «Le nostre sono maschere, certo. Ma appartengono a una tradizione molto, ma molto più antica dell’intelligenza artificiale: quella della Commedia dell’Arte, una delle espressioni più alte, originali e visceralmente veraci della cultura italiana».

Rivendicare l’eredità della Commedia dell’Arte significa rivendicare un’anima profondamente umana. Non c’è un computer a generare i complessi pensieri geopolitici o le visioni strategiche del Centro Studi, ma l’ingegno, l’ironia e la profonda conoscenza storica di menti brillantissime che hanno deciso di indossare i panni di Arlecchino, Pulcinella o Balanzone per poter calcare il palcoscenico della politica nazionale.

Il fascino e il peso della maschera: poter dire la verità senza filtri

Ma perché nascondersi? In una società che vive di trasparenza (spesso fasulla), la maschera viene erroneamente percepita come un sinonimo di inganno. Sforzini, invece, ribalta questa prospettiva con una riflessione filosofica potentissima: «La maschera non serve necessariamente a nascondere: qualche volta serve a consentire di dire ciò che, a volto scoperto, non potrebbe essere mai detto».

È il paradosso supremo della verità. Dietro l’anonimato, liberi dalle catene del politicamente corretto, dalle ritorsioni professionali o dai vincoli di partito, si può finalmente dire le cose come stanno. «Dietro ciascuno degli pseudonimi del Centro Studi Rinascimento Nazionale c’è infatti una persona reale, in carne e ossa, con una storia densa, una competenza altissima e una ragione precisa, e insindacabile, per aver scelto, almeno per ora, la via della discrezione. Come abbiamo scritto fin dall’inizio: ogni nome è una maschera vera. Ha un volto preciso, una storia, una competenza».

Un mistero fatto di carne e ossa destinato a svelarsi

L’alone di mistero che circonda gli strateghi di Sforzini sta oggettivamente facendo impazzire i palazzi della politica romana e i salotti dell’informazione milanese. Tutti si chiedono chi siano questi “cervelli” prestati al progetto di Rinascimento Nazionale. Sono diplomatici? Alti gradi militari? Cattedratici? O magari politici in carica che non possono ancora esporsi ufficialmente? Sforzini promette che il mistero non durerà per sempre: «Alcune di queste maschere cadranno con il tempo. E crediamo fermamente che qualche sorpresa clamorosa non mancherà».

La provocazione finale che fa tremare i palazzi: “E se fossimo seduti in redazione con voi?”

Il vero capolavoro comunicativo, però, arriva nelle ultime righe del messaggio. Una chiusa che ha il sapore di una mossa di scacchi geniale, capace di lasciare l’interlocutore (e i lettori) con il fiato sospeso e un inquieto senso di curiosità.

«Del resto, caro Aldo Grasso», conclude caustico Sforzini, «prima di domandarsi soltanto “chi” si nasconda dietro una maschera, può essere incredibilmente divertente domandarsi anche quanto questa persona sia vicina a noi. Chissà. Magari qualcuno siede persino in una redazione…».

Una frecciata magistrale. L’insinuazione, per nulla velata, che tra le fila dei “mascherati” possa esserci un volto notissimo del giornalismo italiano, magari un collega dello stesso Grasso, o una firma di punta dei grandi quotidiani nazionali. Il messaggio è chiaro: l’intelligenza, a differenza di quanto si creda, non brama sempre le luci della ribalta, ma sa muoversi abilmente nell’ombra, orientando il pensiero e sferzando il potere molto più di mille interviste a volto scoperto. Il guanto di sfida è lanciato, e il mistero si infittisce. E noi, come in un bellissimo thriller, non vediamo l’ora di leggere il prossimo capitolo.

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