Esteri
TRUMP SPINGE I CONFINI DEL POTERE: LA GRAZIA PREVENTIVA COME SCUDO?
Redazione- “Concederò la grazia a chiunque abbia varcato la soglia della Casa Bianca”. Con queste parole, Donald Trump, secondo il Wall Street Journal, mirava ad incoraggiare i suoi collaboratori a non preoccuparsi di agire in modo aggressivo e ignorare le conseguenze legali. Allo stesso tempo il presidente ammetteva che non esita a dare ordini ai suoi subordinati che oltrepassino la soglia della legalità. Come si sa, da parte sua, Trump non si deve preoccupare di grattacapi legali poiché la Corte Suprema nel 2024 ha concesso un’ampia immunità ai presidenti per i loro atti ufficiali. Tutte le azioni presidenziali che rientrano nella sua autorità costituzionale sono coperte da immunità assoluta. Gli atti considerati non ufficiali o puramente personali sono però esclusi e il presidente potrebbe essere incriminato ma ciò non avverrebbe che dopo la fine del suo mandato.
La concessione della grazia è una prerogativa presidenziale e spesso queste decisioni vengono criticate. Il primo dicembre del 2024, poche settimane dopo la vittoria presidenziale di Trump, l’allora presidente Joe Biden concesse la grazia al figlio Hunter Biden che era stato condannato di illeciti fiscali e possesso illegale di armi da fuoco. Biden aveva in precedenza detto che non gli avrebbe concesso la grazia ma l’elezione di Trump lo spinse a fare marcia indietro, temendo, non ingiustamente, un trattamento vendicativo del nuovo presidente.
I presidenti Usa possono concedere la grazia dopo la condanna ma anche una grazia preventiva per la commissione di potenziali reati commessi in passato che potrebbero essere indagati in futuro. Questo tipo di grazia è stato usato in tempi recenti da George H. W. Bush, Jimmy Carter, ed altri. Spicca però il caso di Gerald Ford che nel 1974 concesse la grazia a Richard Nixon prima che fosse incriminato per lo scandalo di Watergate. Offrire una grazia per reati che potrebbero essere commessi nel futuro non è mai avvenuto ma ovviamente Trump spesso dice e fa cose “originali”.
Come abbiamo scritto in queste pagine, Trump ha licenziato la sua ministra di Giustizia Pam Bondi per due ragioni fondamentali. La prima è stata la gestione dei file di Jeffrey Epstein. La seconda è quella più importante e verte sull’incapacità della Bondi di mettere in atto azioni giudiziarie su parecchi “nemici” del presidente. Questi includono James Comey, ex direttore dell’Fbi e Letitia James, procuratrice dello Stato di New York. Altri individui presi di mira includono il senatore democratico della California Adam Schiff, Jerome Powell, presidente della Federal Reserve Bank, e John Brennan, ex direttore della Central Intelligence Agency (Cia). Quest’ultimo è adesso sotto indagine condotta da Joe diGenova, ex avvocato personale di Trump, assunto dal nuovo ministro di Giustizia ad interim Todd Blanche, anche lui ex avvocato personale del presidente.
Se Trump può concedere la grazia per reati federali i trasgressori possono però essere incriminati da magistrati statali. Ne sa qualcosa Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, e grande sostenitore e collaboratore di Trump, specialmente nei tentativi di ribaltare l’elezione presidenziale del 2020. Per le sue azioni Giuliani è stato condannato in una causa civile nello Stato della Georgia nel 2023 con una sentenza di risarcire due impiegate di 148 milioni di dollari. Dopo la dichiarata bancarotta di Giuliani il caso è stato concluso con un patteggiamento ma la cifra pagata non è stata divulgata. Giuliani ha anche perso la sua licenza di avvocato nello Stato di New York. Anche John Eastman, collaboratore di Giuliani nei tentativi di ribaltare l’esito elettorale del 2020, ha perso recentemente la sua licenza di avvocato in California.
Commentando la dichiarazione di Trump di offrire la grazia ai suoi potenziali collaboratori, la portavoce della Casa Bianca Caroline Leavitt ha detto che il Wall Street Journal dovrebbe capire che il presidente scherzava. Ciononostante ha confermato che il potere del presidente Usa di concedere la grazia è assoluto. Che Trump lo usi in maniera tutt’altro che tradizionale ce lo confermano anche le sue parole. Dopo avere commutato la sentenza di George Santos, ex parlamentare repubblicano dello Stato di New York, condannato a sette anni di carcere, Trump ha ammesso la sua colpevolezza. Ha anche aggiunto che Santos aveva “mentito spudoratamente” ma che era “sostenitore di Trump al 100%”. Mentire non va bene ma quelli che sostengono l’attuale presidente Usa possono farlo e dormire tranquillamente?
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
Esteri
I miliardi per le bombe, il rincaro della vita e le vittime di militari e civili: il Pentagono sotto torchio al Senato per la guerra in Iran
“Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.
Redazione- “Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.
Altri senatori democratici hanno interrogato Caine e Hegseth mettendo in dubbio gli obiettivi non ancora raggiunti e le sparate sulle fantastiche vittorie americane. In particolare, il senatore Jon Ossoff della Georgia ha fatto notare le incongruenze nelle parole di Hegseth. Citando affermazioni fatte dal Ministro della Difesa, Ossoff ha tentato di ottenere risposte affermative o negative sulla “distruzione” delle forze militari iraniane dichiarata 14 giorni dopo l’inizio del conflitto. Hegseth ha cercato di districarsi tentando di spiegare le dichiarazioni spropositate che spesso gli escono dalla bocca. Poi, di fronte alle insistenze dei senatori democratici, li ha accusati di non voler sostenere le truppe americane perché soffrono della “sindrome da deragliamento di Trump” (Trump Derangement Syndrome), espressione che il presidente Usa usa spesso per attaccare i suoi nemici.
Pressato dalle domande, Hegseth ha comunque chiarito che la guerra in Iran è costata fino a questo momento 37,5 miliardi di dollari. Il generale Caine è stato anch’esso pressato su quale potrebbe essere il costo finale, senza però fornire risposte precise, poiché non è possibile stimarlo al momento, considerando che gli iraniani continuano a mantenere risorse militari. Nelle domande a Hegseth e Caine, tutti i senatori hanno mostrato rispetto per il secondo, mentre per il primo anche i senatori repubblicani hanno espresso dubbi. In particolare, il senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, è rimasto deluso dalle risposte poco “chiare” di Hegseth.
Il costo della guerra citato da Hegseth si riferisce solo alle spese del governo statunitense. Né i senatori democratici né quelli repubblicani hanno però fatto notare che la guerra ha causato altre spese ai cittadini americani con il rincaro del petrolio. Stime dell’agenzia Moody’s hanno stabilito che i costi totali per l’americano medio, causati dagli aumenti per trasporti, cibo e prestiti, hanno raggiunto una media di 1.100 dollari. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve è stata costretta a mantenere i tassi di interesse elevati. La guerra ha causato un aumento delle spese anche per i cittadini del resto del mondo. Secondo le stime del Global Peace Index e della World Bank, c’è stata una riduzione della produttività economica compresa tra 1.300 e 2.200 miliardi di dollari per il 2026. Se lo Stretto di Hormuz continuerà ad essere chiuso, la cifra potrebbe aumentare fino a 3.500 miliardi di dollari. Inoltre, la crescita economica globale diminuirebbe dal 3,2 al 2,5%.
Al di là delle spese economiche globali, c’è da aggiungere anche il costo in vite umane. I senatori hanno espresso il loro apprezzamento per i sacrifici fatti dai quattro soldati americani recentemente uccisi in Giordania, che si aggiungono ad altri 14 morti registrati in precedenza, ai quali si sommano anche circa 500 feriti. Ma le perdite di vite umane negli altri Paesi coinvolti sono molto più gravi. Più di 1.200 iraniani hanno perso la vita, 120 dei quali bambini morti nei bombardamenti della scuola elementare di Minab. Da non dimenticare le vittime israeliane nel conflitto in Libano (70) e quelle libanesi (stimate tra 1.000 e 2.500). Le perdite di vite americane hanno giustamente attirato l’interesse dei senatori americani, ma hanno ingiustamente fatto loro dimenticare quelle degli altri Paesi, suggerendo che anche loro accettino il principio di America First (Prima l’America), tanto citato da Trump.
Proprio oggi la Camera ha votato per imporre a Trump di mettere fine alla guerra in Iran (214 sì, 208 no), ma al Senato una simile mozione non ha raggiunto la soglia del filibuster di 60 voti (49 sì, 47 no). Ciononostante, anche gli americani vedono la guerra negativamente. Un sondaggio recentissimo della Fox News ci dice che la guerra è impopolare (66% contro 34%). Trump, però, non riesce a vedere nessuna via di uscita dal pantano in cui ha trascinato non solo gli americani, ma anche i cittadini del resto del mondo. I primi avranno l’opportunità, alle elezioni di midterm a novembre, di mandare un messaggio per smorzare l’impatto della guerra su loro stessi, ma anche sui cittadini del resto del mondo.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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Parun, una città dell’Afghanistan in lutto: l’alluvione devastante getta centinaia di famiglie nel dolore e nell’attesa
Redazione- Nella provincia di Nuristan, nel nord-est dell’Afghanistan, una devastante alluvione ha lasciato dietro di sé una grave tragedia: almeno 25 persone hanno perso la vita e oltre 150 risultano disperse. Il disastro ha inoltre provocato ingenti danni alle abitazioni, ai terreni agricoli e alle infrastrutture pubbliche.
La città di Parun, capoluogo della provincia, è tra le aree più colpite. Le acque impetuose hanno travolto diverse zone della città, causando gravi danni alle aree residenziali e commerciali. Molte famiglie sono rimaste senza casa e numerosi abitanti continuano a cercare i propri cari dispersi.
Il mercato, i negozi e diversi edifici situati vicino al fiume Parun sono stati pesantemente danneggiati dalla forza della corrente. L’edificio del municipio è stato completamente distrutto, mentre hotel e decine di attività commerciali hanno subito gravi perdite.
Tra le vittime e le persone disperse vi sono molti abitanti locali, lasciando intere famiglie nell’angoscia e nell’attesa di notizie. Tra fango e macerie, i parenti cercano ancora una traccia dei propri cari scomparsi.
Gli abitanti della zona e le squadre di soccorso hanno avviato le operazioni di ricerca, salvataggio e trasferimento dei feriti. Tuttavia, il territorio montuoso, le difficili condizioni di accesso e la mancanza di adeguate attrezzature di emergenza stanno rendendo le operazioni estremamente complicate.
Oggi il Nuristan affronta una delle più dolorose calamità naturali della sua storia recente: un’alluvione che non ha distrutto soltanto case e infrastrutture, ma ha lasciato molte famiglie immerse nel dolore, nella paura e nell’incertezza.
Esteri
La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan
Redazione- Il sole non è ancora completamente sorto dietro le montagne, ma in una delle strade di Khair Khana, a Kabul, una lunga fila di persone si è già formata. I passi dei bambini, il pianto dei neonati e le voci della gente si perdono nel calore del mattino. Ognuno stringe un contenitore tra le mani: taniche di plastica, secchi consumati dal tempo e bottiglie che rappresentano forse l’ultima speranza delle famiglie per portare a casa qualche litro d’acqua.
Tra quella folla ci sono bambini che a quest’ora dovrebbero essere seduti tra i banchi di scuola, con i libri davanti agli occhi, non in attesa davanti a una fonte d’acqua.
Piccole bambine con vestiti semplici e volti stanchi aspettano accanto alle loro madri. Alcune sono così piccole che le loro mani non arrivano nemmeno al manico delle taniche, ma sono costrette a restare in piedi per ore, sperando che arrivi il loro turno. Il sole diventa sempre più forte, le ombre dei muri si accorciano e il tempo della loro infanzia scivola via lentamente. Bambini che dovrebbero giocare imparano invece a contare le gocce d’acqua.
Una bambina di otto anni viene ogni giorno alla fila dell’acqua. Racconta che a volte, quando arriva il suo turno, l’acqua è già finita e deve tornare a casa con le mani vuote. Per lei l’acqua non è più una semplice necessità: è diventata un desiderio, un sogno.
Nelle case di Kabul, le madri dividono ogni giorno l’acqua con attenzione. Un recipiente per cucinare, poche gocce per lavarsi le mani e una piccola quantità per bere. I bambini hanno imparato a non lasciare aperto il rubinetto troppo a lungo, perché sanno che dietro ogni goccia c’è l’attesa di un’intera famiglia.
Ma la crisi idrica non riguarda soltanto le città. Nei villaggi dell’Afghanistan, terre che un tempo erano verdi oggi sono piene di crepe. Gli agricoltori, la cui vita dipende dalla pioggia e dall’acqua, guardano i campi aridi con le mani vuote. Hanno seminato, ma il cielo non ha risposto. I pozzi si stanno prosciugando, i canali sono rimasti senza voce e molte famiglie contadine non sanno come riusciranno a sopravvivere alla prossima stagione.
Per un agricoltore, la perdita della terra non significa soltanto perdere un raccolto; significa perdere il pane di una famiglia, il futuro dei figli e la speranza di rimanere nel proprio villaggio. Molti sono costretti ad abbandonare i loro campi e cercare fortuna nelle città o lungo le strade dell’emigrazione, con la speranza che altrove la vita possa essere più facile.
L’Afghanistan da anni affronta guerre, povertà e instabilità, ma oggi la sete è diventata una delle più grandi minacce alla vita delle persone. Il cambiamento climatico, la diminuzione delle piogge, la cattiva gestione delle risorse idriche e l’aumento della popolazione stanno mettendo una pressione enorme sulle poche riserve d’acqua rimaste.
A Kabul, un bambino che ogni mattina aspetta in fila per l’acqua forse non conosce il significato della crisi climatica. Ma il calore del sole, il peso della tanica sulle sue piccole mani e le ore sottratte alla sua infanzia raccontano tutto.
Questa non è soltanto la storia della mancanza d’acqua. È la storia di bambini che trascorrono la loro infanzia nelle file d’attesa, di madri che contano ogni goccia e di contadini che guardano un cielo che da troppo tempo porta sempre meno pioggia.
L’Afghanistan ha sete; non solo di acqua, ma di un giorno in cui i suoi bambini possano sedersi tra i banchi di scuola invece di aspettare nelle file per una tanica, e in cui le sue terre possano tornare a respirare.
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