Esteri
LIBANO – SOLDATO DELL’UNIFIL UCCISO IN UN ATTACCO
Redazione- Il militare faceva parte di una pattuglia impegnata nella bonifica di ordigni esplosivi che è stata attaccata. Altri tre peacekeeper feriti, due sono gravi.Un soldato francese, impegnato nella missione Unifil in Libano, è stato ucciso nel sud del Paese. Lo rende noto il presidente Emmanuel Macron secondo cui la responsabilità è del gruppo armato libanese Hezbollah.”Il sergente capo Florian Montorio del 17esimo reggimento del genio paracadutista di Montauban è caduto questa mattina nel sud-Libano durante un attacco contro l’Unifil”, scrive su X il capo dell’Eliseo. “Tre dei suoi fratelli d’arme sono feriti e sono stati evacuati. La Nazione si inchina con rispetto e rivolge il suo sostegno alle famiglie dei nostri soldati e a tutti i nostri militari impegnati per la pace in Libano. Tutto lascia pensare che la responsabilità di questo attacco ricada su Hezbollah. La Francia esige dalle autorità libanesi che arrestino immediatamente i colpevoli e assumano le loro responsabilità al fianco dell’Unifil”, aggiunge.
Esteri
Crimini d’onore in Afghanistan; quando la voce della calunnia sostituisce la giustizia, la vita di una donna sotto il peso del giudizio
seconda parte
Redazione- Questo racconto risale a molti anni fa, a un’epoca in cui, in alcune regioni, il confine tra tradizione, giudizio collettivo e giustizia era così sottile da rendere la vita delle persone vulnerabile alle voci e alle interpretazioni incomplete. In contesti simili, il concetto di “onore” poteva prevalere sulla verità, e le decisioni venivano spesso influenzate dalla pressione sociale più che da un’analisi dei fatti.
Jamila aveva solo sedici anni; una ragazza tranquilla che fu costretta a sposarsi molto presto, contro la propria volontà. Venne separata dalla casa paterna e data in matrimonio a un uomo che trascorreva gran parte della sua vita tra spostamenti militari. Era ancora un’età in cui avrebbe dovuto crescere accanto alla propria famiglia, ma si ritrovò invece dentro una vita che non aveva scelto.
Dopo il matrimonio fu portata in un villaggio isolato, tra montagne e silenzi. La casa in cui viveva non somigliava a un vero focolare, ma piuttosto a un luogo di attesa. Suo marito, un comandante, era spesso assente: a volte per settimane, a volte per mesi, tornando solo per brevi periodi. Queste assenze prolungate resero la sua vita quotidiana sempre più solitaria, una solitudine fatta non solo di assenza fisica, ma anche di mancanza di ascolto, affetto e sicurezza.
In questo vuoto emotivo, nacque un contatto semplice con un giovane del villaggio; un legame che non nasceva da una scelta consapevole, ma dal bisogno umano di essere vista e ascoltata. In quei momenti, Jamila aveva la sensazione di esistere ancora per qualcuno.
Ma nei piccoli villaggi le parole corrono più veloci della verità. Le voci iniziarono lentamente a diffondersi: sguardi, mezze frasi, supposizioni mai verificate. Senza alcun accertamento, l’immagine di Jamila venne costruita e poi accettata come realtà. In un simile contesto, nessuno cercava di capire; tutti giudicavano.
Quando il marito tornò, il dialogo non ebbe più spazio. La sua mente era già stata riempita dalle voci e dalle accuse non verificate. Al posto della comprensione, prevalse la rabbia; al posto delle domande, il giudizio.
Jamila fu portata via da casa, senza spiegazioni, senza processo, senza possibilità di difendersi. Attraversò le stesse strade in cui un tempo scorreva la vita quotidiana del villaggio, ma quella volta gli sguardi non erano più semplici osservatori: erano giudizi silenziosi.
Alla fine, ciò che accadde segnò una conclusione irreversibile: una giovane vita si spense nel peso della solitudine, della costrizione, delle voci e della violenza.
Questo episodio risale a molti anni fa, ma il suo significato non appartiene solo al passato. È il riflesso di un meccanismo che, quando non viene spezzato, può continuare a ripetersi nel tempo.
Esteri
Delitti d’onore in Afghanistan: a volte il solo “crimine” di una donna è l’amore
In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto,
prima parte
Redazione- In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto, né l’omicidio, né il tradimento. A volte vengono uccise semplicemente perché hanno osato decidere della propria vita: amare qualcuno, rifiutare un matrimonio imposto o scegliere un futuro diverso da quello stabilito per loro.
In una società in cui l’«onore» viene talvolta considerato più prezioso della vita umana, l’amore di una donna può essere percepito come una minaccia alla reputazione della famiglia e la cosiddetta “difesa dell’onore” diventa una giustificazione della violenza. Molti di questi delitti non vengono mai denunciati e molte vittime scompaiono senza lasciare traccia nella memoria collettiva.
La storia di Tahera è una di queste.
Era una torrida estate. Di quelle in cui il terreno dei cimiteri si screpola sotto il sole e il vento trascina per le strade l’odore della polvere e del silenzio.
Tahera aveva diciotto anni.
Diciotto anni: l’età dei sogni universitari, delle risate con le sorelle, dei progetti per il futuro. Era una ragazza piena di energia. Rideva, sperava, immaginava la propria vita. Come ogni essere umano, desiderava soltanto poter scegliere il proprio destino.
E si innamorò.
Tahera apparteneva alla comunità hazara e si innamorò di un ragazzo pashtun. In un Paese ancora segnato da divisioni etniche e tradizioni rigide, quel sentimento poteva già rappresentare l’inizio di una tragedia.
Ma ciò che rese il suo destino ancora più crudele non fu soltanto l’amore.
Tahera ebbe coraggio.
Fu lei a fare il primo passo e a proporre il matrimonio al ragazzo che amava. Un gesto che, in molte parti del mondo, sarebbe considerato un segno di autonomia e maturità. Per lei, invece, divenne una condanna.
Cominciarono i sussurri.
Vicini e conoscenti la giudicarono senza conoscerla davvero. La definirono «senza pudore», «disonorata», «indegna». Le voci si diffusero fino a raggiungere il fratello, che lavorava in Iran.
Lui tornò in Afghanistan.
Non per ascoltare sua sorella.
Non per capire cosa desiderasse davvero.
Non per chiederle cosa la rendesse felice.
Tornò per eseguire una sentenza che riteneva già scritta.
Fu suo fratello a ucciderla.
Ma la violenza non si fermò a Tahera.
Uccise anche la sorella maggiore e le due sorelle più piccole. Quattro figlie della stessa famiglia persero la vita nel silenzio di un’estate. Quattro esistenze che avrebbero potuto continuare: amare, studiare, lavorare, diventare madri, invecchiare.
Quattro sogni spezzati.
Si racconta che i loro corpi furono portati al cimitero e sepolti sotto lo stesso sole indifferente che illumina tutti.
Eppure, forse la parte più dolorosa della storia venne dopo.
Una parte della comunità non condannò il delitto. Al contrario, lodò l’assassino. Lo definì «un uomo d’onore» e approvò il suo gesto.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più inquietante: quando una società giustifica il carnefice, può davvero dirsi che il colpevole sia uno soltanto?
I delitti d’onore non sono semplici tragedie familiari. Sono il prodotto di una cultura che insegna alle donne il silenzio, che trasforma l’amore femminile in vergogna e che concede agli uomini il potere di decidere sul corpo, sulle scelte e perfino sulla vita delle donne.
La storia di Tahera non è la storia di un «errore».
È la storia di una ragazza di diciotto anni che voleva amare.
Voleva scegliere.
Voleva vivere.
Ma in una società in cui il battito del cuore di una donna può essere considerato una colpa, lei e le sue tre sorelle sono state sepolte per aver osato desiderare una vita propria.
A volte il crimine di una donna non è rubare.
Non è uccidere.
Non è tradire.
A volte il suo unico “crimine” è essersi innamorata.
Esteri
Platner espugna il Maine: la corsa al Senato tra ombre personali ed echi di Trump e Sanders
“Ho commesso degli sbagli nella mia vita, sbagli di cui mi pento… ma dai quali continuo ad imparare. Sono lungi dall’essere perfetto, ma ogni giorno cerco di diventare un po’ migliore e un po’ più gentile del giorno prima”. Così Graham Platner il giorno della sua vittoria
Redazione- “Ho commesso degli sbagli nella mia vita, sbagli di cui mi pento… ma dai quali continuo ad imparare. Sono lungi dall’essere perfetto, ma ogni giorno cerco di diventare un po’ migliore e un po’ più gentile del giorno prima”. Così Graham Platner il giorno della sua vittoria alle primarie democratiche nello Stato del Maine per un seggio al Senato. Platner ha continuato dicendo di credere “al cambiamento in politica e a quello del Paese, e che bisogna credere che anche le persone possano cambiare”.
Platner ha cercato di mettere a tacere le accuse di comportamenti inappropriati verso le donne emerse negli ultimi due mesi, che hanno gettato ombre sulla sua candidatura. Alla fine, però, gli elettori del Maine gli hanno espresso fiducia, concedendogli una vittoria schiacciante con il 72 per cento dei consensi. Platner sfiderà la senatrice repubblicana in carica Susan Collins, la quale rappresenta il Maine al Senato USA dal 1997.
Quasi tutti gli analisti prevedono una vittoria del Partito Democratico per ottenere la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti alle elezioni di midterm a novembre. Alcuni hanno indicato che i democratici potrebbero ottenere la maggioranza anche al Senato. Uno dei seggi indispensabili per questa vittoria sarebbe proprio quello della Collins, e Platner sarebbe avanti nei sondaggi di quasi 10 punti.
Il vincitore delle primarie in Maine è riuscito a imporsi non solo sulla Collins, ma anche sulla sua avversaria democratica Janet Mills, governatrice uscente e rappresentante dell’establishment del partito. Platner ha abbracciato la piattaforma progressista di Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Alexandria Ocasio-Cortez, che include sanità pubblica universale, aumenti alle imposte per i miliardari e una netta opposizione alla guerra a Gaza e alle tensioni con l’Iran. Ha accusato la Collins di essere una grande sostenitrice dei programmi di Donald Trump, nonostante lei abbia cercato di dipingersi come una moderata. Platner ha inoltre puntato il dito contro l’incapacità della sua avversaria repubblicana di capire gli effetti delle guerre. Lui ne sa qualcosa, come testimoniano le sue esperienze nel servizio militare in Iraq e Afghanistan. Queste esperienze gli hanno causato il DPTS (disturbo da stress post-traumatico), dal quale continua a guarire.
Indagini del New York Times e di altri media hanno però rivelato che i suoi rapporti con le donne sono macchiati da comportamenti scorretti. Alcune lo hanno accusato di violenza e maltrattamenti, ed è venuto a galla anche un tatuaggio nazista che ha esibito per 10 anni. Nonostante alcune smentite e chiarimenti, Platner ha tentato di spiegare questi suoi comportamenti tutt’altro che accettabili asserendo che si tratta del suo passato, che in alcuni periodi è stato molto buio. È cambiato, asserisce, e ha anche dichiarato che parecchie delle sue ex fidanzate lo considerano una buona persona e sono tutt’ora sue amiche. Disturbano però alcuni messaggi di sexting scoperti recentemente dalla moglie, la quale, tuttavia, ha preso le sue difese, asserendo che nessun matrimonio è perfetto e che lei continua a sostenerlo.
I democratici si sono sempre dichiarati paladini del movimento #MeToo e grandi sostenitori dei diritti delle donne. Sotto molti aspetti ciò è vero, come dimostrano le reazioni di politici democratici che hanno visto la loro carriera sfumare per comportamenti inappropriati. Si ricordano il senatore Al Franken del Minnesota, che fu costretto a dimettersi nel 2018, e il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, che si dimise nel 2021. Molto più recente è il caso del parlamentare Eric Swalwell, candidato a governatore nelle primarie democratiche in California, anche lui costretto a ritirarsi dalla corsa.
Il caso di Platner, però, non ha avuto la stessa sorte, e il fatto che gli elettori del Maine lo abbiano votato indica che qualcosa è cambiato. Ce lo dimostra anche il sostegno a Platner da parte di Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader del suo partito alla Camera Alta. Persino Alexandria Ocasio-Cortez non ha abbandonato Platner, dichiarando che “c’è molto nel suo comportamento che è difficile da accettare”, ma alla fine si tratta di non dimenticare i danni fatti dalla Collins.
Donald Trump, però, ha preso una posizione completamente contraria, definendo Platner “un delinquente… il peggior essere umano che abbia mai corso per un incarico politico”. Come spesso avviene quando il presidente USA attacca qualcuno, non fa altro che proiettare le sue debolezze. Vanno ricordate le sue condotte inappropriate verso le donne, in parole e azioni, una delle quali ha condotto alla sua condanna in una causa civile per aggressione sessuale nei confronti di E. Jean Carroll a New York, per la quale deve pagare 5 milioni di dollari. A differenza di Platner, che ha riconosciuto di dover migliorare, Trump non ha mai ammesso nessuna colpevolezza. Persino nel caso della Carroll ha rifiutato il verdetto, ricorrendo in appello. Non solo: adesso, da presidente, il Dipartimento della Giustizia da lui guidato ha iniziato un’indagine sulla Carroll, accusandola di falsa testimonianza perché avrebbe ricevuto fondi illegali per la sua difesa durante il processo.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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