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UNA FORESTA SOSPESA NEL CUORE DI PRATI: STEFANO BOERI FIRMA LA RINASCITA DELL’EX DEPOSITO ATAC

Redazione- Roma si prepara a cambiare volto con un progetto che promette di trasformare uno dei suoi quartieri più storici in un modello di sostenibilità e innovazione architettonica. Lo scorso 30 aprile, la Giunta capitolina ha dato il via libera alla rigenerazione urbana dei Depositi delle Vittorie in piazza Bainsizza, nel cuore del quartiere Prati. L’intervento, firmato dal prestigioso studio Stefano Boeri Architetti, restituirà alla città un’area di 16.000 metri quadrati rimasta per quasi vent’anni in stato di abbandono.
Dall’archeologia industriale al “Museo a cielo aperto”
L’ex Rimessa A.T.A.C., un gioiello di architettura industriale di inizio ‘900, smetterà di essere un vuoto urbano per trasformarsi in un centro polivalente d’avanguardia. Il progetto non prevede solo il recupero delle strutture preesistenti, ma una vera e propria rifunzionalizzazione degli spazi: cultura, formazione, commercio, co-working e tempo libero convivranno in un ecosistema integrato.
Il cuore pulsante dell’intervento sarà la trasformazione della copertura in un immenso giardino pensile di 8.000 mq, sospeso a 15 metri d’altezza. “Il nostro progetto rappresenta un esempio virtuoso di equilibrio tra la valorizzazione di un’infrastruttura privata e gli interessi collettivi,” ha commentato Stefano Boeri. “Mentre il piano terra diventerà una piccola città di servizi, sulla copertura nascerà un bosco sospeso pensato per ospitare eventi e installazioni, un vero museo a cielo aperto.”
Un polmone verde contro le isole di calore
In un’area di Roma caratterizzata da una forte impronta “minerale” (molto cemento e poco verde), l’introduzione di alberi, arbusti e piante perenni assume un valore vitale. Il progetto botanico, curato nei minimi dettagli, non punta solo all’estetica, ma alla salute pubblica. La nuova vegetazione contribuirà ad abbattere le polveri sottili, assorbire CO2 e, soprattutto, mitigare l’effetto “isola di calore” che affligge la capitale durante le estati più torride.
Il paesaggio è stato pensato come un’esperienza dinamica: boschetti quadrati, terrazze panoramiche e “stanze verdi” che cambieranno colore e volume con il mutare delle stagioni, creando un dialogo visivo costante con la vicina collina di Monte Mario. Per garantire la sostenibilità, è previsto un impianto di irrigazione a goccia automatizzato, volto a minimizzare lo spreco idrico.
Una nuova “Agorà” per il quartiere
Al piano terra, la corte interna si aprirà alla città diventando una piazza pubblica, una moderna agorà dove i residenti potranno incontrarsi e fruire di servizi pensati per migliorare la qualità della vita quotidiana. Pietro Chiodi, partner di Stefano Boeri Architetti e direttore del progetto, sottolinea l’importanza della scelta strategica di non includere residenze: “Lavorare esclusivamente su usi non residenziali ci permette di rafforzare il carattere pubblico dell’area. Inoltre, l’organizzazione dei livelli interrati risolverà criticità storiche del quartiere come il parcheggio, alleggerendo la pressione sulle strade limitrofe.”
Un connettore urbano per il futuro
Il progetto dei Depositi delle Vittorie non è solo un’opera architettonica, ma un atto di visione urbana. Trasformando un nodo cruciale e storicamente “chiuso” in uno spazio permeabile e accessibile, l’intervento di Boeri si candida a diventare un nuovo polo di attrazione non solo per Prati, ma per l’intera città.
In questo intreccio tra passato industriale e futuro ecologico, Roma trova una risposta concreta alla sfida della rigenerazione: meno consumo di suolo, più alberi e spazi restituiti alla comunità. Un esempio di come l’architettura possa ricucire le ferite del tempo, regalando ai cittadini un nuovo “cuore verde” in cui vivere, lavorare e sognare.
Lifestyle
Lola Star si confessa. Intervista di Monica Macchioni
“Sono una Drag Queen che vive e si esibisce anche alla luce del sole.
guido tantissimi giovani animatori e alla politica dico: basta odio, le nuove generazioni meritano esempi migliori.
Agli lgbt: diamoci una svegliata e sentiamoci davvero comunita’ ”
il trasformista Francesco “Mr.Cubanito” Gibilaro è l’anima della drag
più amata in romagna. tra i suoi modelli: Whoopi Goldberg e Vladimir Luxuria.
“Sogno di lavorare stabilmente in teatro e di esibirmi nella mia Sicilia da cui sono stato costretto a scappare da giovane. lontano da mia mamma, scomparsa tre anni fa. a lei dedico tutto il mio lavoro”
Redazione- Lola Star è stata uno dei fenomeni dell’estate romagnola. Un tour di oltre 50 date lungo tutta la rivi era, la direzione artistica del Rimini Village per il suo alter ego, Francesco “MrCubanito” Gibilaro, 35 anni, trasformista e anima del personaggio drag più amato della Romagna che in esclusiva a Il Graffio dice la sua a
360 gradi sul mondo dello spettacolo ma anche sul tema dei diritti civili lgbt per i quali Francesco, sia in versione MrCubanito, sia Lola Star, è impegnato da oltre dieci anni, soprattutto nella lotta all’omotransfobia. Lola Star, anzitutto che estate è stata?
“Una stagione straordinaria che come e più delle altre mi ha travolta. A Rimini vivo in una realtà speciale, forse dovuta alla magia intrinseca alla città di Fellini, cantata da grandissimi cantautori come Fabrizio De André e Lucio Dalla, dove anche una drag queen può essere amata da tutti e, vi sorprenderà, fare spettacoli anche in pieno giorno sulla spiaggia…Qualcosa che fino a pochi anni fa era semplicemente impensabile”. Eppure anche questa estate continuiamo a sentire episodi di omotransfobia grave. Anche ad opera di giovanissimi, a volte minorenni. Lei nasce animatore e ora continua a vivere quel mondo come formatore. Che idea si è fatto?
“Purtroppo è vero e inevitabile. Negli ultimi dieci anni con l’aumento della libertà e della visibilità delle
persone lgbt singole o in coppia c’è stata una recrudescenza di intolleranza e violenza. I giovani di oggi, gli
adolescenti, sono una materia complessa. Purtroppo l’adolescenza e gli anni immediatamente successivi, fino ai 18/19 anni, ovvero l’età che hanno anche i miei animatori, è fortemente permeabile. E se attorno percepiscono idee e vivono in un contesto di rispetto, civiltà, inclusione, loro stessi diventano messaggeri di quei valori. Ma se, dalla politica ai social, come in questo periodo escono solo parole, concetti estremi, spesso anche molto violenti che istigano all’odio e alla violenza contro ogni diversità, ecco che rischiamo seriamente di fare un salto indietro di mezzo secolo. Purtroppo la politica non aiuta. E ahimé nemmeno la politica gay”. Cosa rimprovera alla politica e cosa alla politica gay?
“Alla politica rimprovero di aver dimenticato il significato della parola ‘politica’. A scuola ci avevano
insegnato che la politica doveva puntare al bene della ‘polis’, cioè della città, ovvero al bene comune. Oggi anziché diffondere questo tipo di valori e cultura, la politica punta sulla paura delle persone e non si preoccupa di diffondere lei stessa odio per un presunto tornaconto elettorale. Non parlo di destra e sinistra perché, purtroppo, mi sembrano perfettamente interscambiabili e questo certo non è un bene”.
La politica gay continua a coincidere solo con la sinistra?
“In realtà no. Sto vedendo movimenti interessanti anche a destra. Penso al coraggio di una ragazza come
Francesca Pascale che in qualche modo è diventata un riferimento. Ma è da sola e pur affermando idee giuste completamente inascoltata nel centrodestra. Nel centrosinistra quelli che sono diventati deputati e senatori hanno difeso un po’ la loro rendita di posizione. Ultimo triste esempio il ddl Zan. La sinist ra l’ha trasformato in un manifesto elettorale divisivo per spostare più elettori gay possibile ancora a sinistra…Fatto sta che la legge contro l’omofobia non è stata approvata e anche molti italiani lgbt+ hanno votato convintamente Giorgia Meloni. A tutte e tutti noi dico: diamoci una svegliata. Creiamo davvero questa comunità che in Italia è sempre esistita solo a parole e mai per davvero”.
Ma oggi a destra c’è anche una prospettiva oltre la Meloni: il generale Vannacci. Si è fatta un’idea su di lui?
“Intanto non lo chiamerei più generale ma onorevole, eurodeputato dove è stato eletto con i voti della Lega. Sentir parlare di remigrazione sinceramente nel 2026 non ha senso perché non è una soluzione per l’immigrazione, come certo non lo è neppure il modello spagnolo dell’invasione indiscriminata subita a Ceuta. Sul tema dei diritti lgbt, poi, sentir dire che i gay possono guidare e essere curati in ospedale è deprimente, offensivo e denota – non fosse bastato il suo libro di irragionevole successo – una severa ignoranza sul tema dell’orientamento sessuale-affettivo e dei diritti che ne conseguono. Due volte più grave perché in Europa, anche in partiti di estrema destra, c’è una maggiore apertura sul tema. Vorrei che anche la
premier Meloni lo ricordasse perché ha già dialogato in passato con la comunità lgbt. Quanto a Vannacci vorrei, invece, che la smettesse di aizzare quella che lui stesso chiama la feccia. E’ un uomo di mondo a 360 gradi. Le sue raffinate vestaglie estive parlano per lui…”. (Sorride).
Ricordiamo tutti un’immagine di una ventina di anni fa. Angela Merkel, la ex cancelliera
tedesca di centrodestra, che dialogava in parlamento con una parlamentare in abiti da drag… “La ricordo e faceva anche sorridere. Soprattutto perché in quegli stessi anni in Italia abbiamo avuto, per un paio d’anni, deputata la bravissima Vladimir Luxuria, per la quale provo affetto e gratitudine particolari, che invece quasi si doveva vestire da suora per farsi ‘accettare’ in aula. Sono passati vent’anni e non credo la situazione sia migliorata…”
Affetto e gratitudine per Luxuria, perché?
“Anzitutto perché è un’icona. Ha fatto davvero la storia del movimento lgbt in Italia dialogando sempre con tutti senza pregiudizi e con umiltà nonostante il talento assoluto nel mondo dello spettacolo ma anche della letteratura. E poi perché è stata l’unica, ad oggi, che mi ha preso per mano dieci anni fa e, raccontando la mia storia, mi ha fatto esibire sul palco del Gay Village a Roma”.
Qual è la sua storia?
“La storia di un ragazzo non binario che è dovuto fuggire dalla sua terra, la provincia di Caltanissetta, dove
sono nato e dove ho lasciato i miei affetti, la mia famiglia e soprattutto la mia mamma che purtroppo ho perso da tre anni… A lei, alla sua memoria dedico tutto il mio lavoro e la voglia di libertà che cerco di trasmettere anche ai giovani animatori così come al pubblico. Non smettere di sentirsi liberi, soprattutto liberi di sognare. Anche se oggi è davvero complicato…Ma forse proprio per questo dobbiamo crederci ancora di più”.
A Ferragosto l’abbiamo vista in abiti da suora. Non ha avuto paura di essere accusata di
blasfemia?
“No, perché era un omaggio a una grande assoluta del mondo del cinema e dello spettacolo come Whoopi
Goldberg e alla stroboscopica Sister Act. Whoopi è un’altra icona fantastica che adorerei incontrare. So che
viene abbastanza spesso in Italia. Chissà che il sogno non possa realizzarsi…”
Lei è credente?
“Mi faccio tante domande sul senso della vita. Vorrei che la fede in Dio aiutasse a superare la grande ferita del mondo che sono le guerre ma purtroppo vedo che Dio viene sempre, ancora, da millenni, strumentalizzato più per farle le guerre che per mettere pace tra i popoli. Detto questo educo i ragazzi a non bestemmiare perché la rabbia e la mancanza di rispetto che ne consegue non è mai una soluzione. Invocare Dio significa comunque confidare nell’amore. Per cui bestemmiare significa inneggiare all’odio. E io i ragazzi vorrei salvaguardarli il più possibile da quella che è una malattia sociale gravissima”.
Qual è una sua speranza per il futuro?
“Porta il mio trasformismo in teatro e trovare una dimensione artistica che completi il percorso di Lola Star che ormai fa spettacolo un po’ ovunque da 15 anni. Salire stabilmente su un palcoscenico, raccontare storie,
interpretare è l’orizzonte che sogno e per cui intendo impegnarmi. Anche portando avanti le idee di libertà e dignità umana che sono alla base della mia vita oltre che del mio personaggio. E poi portare il mio spettacolo nella mia terra, a Caltanissetta dove mi piacerebbe ricevere lo stesso affetto ricevuto in Romagna”.
Lifestyle
L’intervista al poeta e attore Patrizio Pelizzi
Attore, scrittore, poeta, ma soprattutto uomo sensibile e attento all’anima del mondo,Patrizio Pelizzi è una figura che sfugge a ogni definizione rigida, attraversando con grazia e intensità i diversi territori dell’arte: dal teatro al cinema, dalla televisione alla parola scritta. La sua carriera, costellata di ruoli impegnativi e collaborazioni con grandi maestri come Pupi Avati, si intreccia profondamente con una ricerca interiore che emerge in ogni gesto, in ogni risposta, in ogni verso delle sue poesie.
Autore del libro “L’Essenza di un Sognatore”, Pelizzi ha dato voce non solo a sogni e malinconie personali, ma anche a un desiderio più ampio: quello di portare luce e verità attraverso l’arte. Le sue parole, spesso sussurrate ma sempre potenti, nascono da un’urgenza autentica di comunicare, di creare ponti tra gli esseri umani in un tempo che sembra sempre più disgregato.
“In questo periodo storico, dove uccidere donne è diventata una consuetudine, è d’obbligo far divulgare questi progetti audiovisivi o teatrali, per far riflettere ogni anima”
Redazione- Attore, scrittore, poeta, ma soprattutto uomo sensibile e attento all’anima del mondo,Patrizio Pelizzi è una figura che sfugge a ogni definizione rigida, attraversando con grazia e intensità i diversi territori dell’arte: dal teatro al cinema, dalla televisione alla parola scritta. La sua carriera, costellata di ruoli impegnativi e collaborazioni con grandi maestri come Pupi Avati, si intreccia profondamente con una ricerca interiore che emerge in ogni gesto, in ogni risposta, in ogni verso delle sue poesie.
Autore del libro “L’Essenza di un Sognatore”, Pelizzi ha dato voce non solo a sogni e malinconie personali, ma anche a un desiderio più ampio: quello di portare luce e verità attraverso l’arte. Le sue parole, spesso sussurrate ma sempre potenti, nascono da un’urgenza autentica di comunicare, di creare ponti tra gli esseri umani in un tempo che sembra sempre più disgregato.
In questa intervista, cerchiamo di andare oltre la superficie del successo e delle luci della ribalta, per addentrarci nella dimensione più profonda del suo essere. Cosa lo ispira, cosa lo spinge a scrivere, a recitare, a cercare la bellezza anche dove sembra esserci solo silenzio?
Come convivono in lui la dolcezza francescana e l’intensità dell’attore che interpreta drammi interiori? Ciò è un viaggio dentro l’anima di un artista che non smette mai di interrogarsi, di creare e di mettersi in gioco. Patrizio Pelizzi non ci offre solo risposte: ci invita a osservare, a sentire, a riflettere. E forse, come ogni vero poeta, ci accompagna un po’ più vicino a noi stessi.
– L’INTERVISTA –
A. Kosta. Buongiorno Patrizio. Lieta di averlo nella mia intervista. Oltre la passione e professione cinematografico come attore lei scrive anche… Nel suo libro “L’essenza di un Sognatore”, la poesia diventa rifugio e rivelazione. Cosa l’ha spinto a condividere la sua dimensione più intima attraverso la scrittura poetica?
Patrizio Pelizzi: Mi ha spinto a scrivere la mia grande passione per la natura, il creato e l’umanità che mi circonda. La poesia a mio avviso, costruisce un solido ponte tra chi scrive e chi legge, permettendo di condividere esperienze, emozioni e intimi sentimenti. La scrittura e la poesia in sintesi… È un vero rifugio. Ho iniziato a scrivere poesie da adolescente. La poesia mi ha salvato la vita. Perché offre uno spazio sicuro e personale per una sottile esplorazione emotiva, la connessione con gli altri, la riflessione, la creatività e la crescita personale. È il senso profondo del nostro vivere. La poesia è sublimazione nei momenti bui della vita. Specialmente durante la Pandemia – Covid-19 che abbiamo vissuto, come un vero incubo. Appena ho delle emozioni interne o esterne le devo scrivere su carta.
Il mio libro poetico “L’essenza di un Sognatore” (edito da 96-Rue-de Rue de la Fontaine Edizioni) è un profondo viaggio dell’anima. Un viaggio che inizia con una valigia vuota e termina con un bagaglio ricco di valore e verità. Ancora ringrazio per la prefazione la Dott.ssa Anastasia Zeggio e per la postfazione la poetessa Ornella Mereghetti. Dopo l’evento presso il Teatro S. Francesco di Bolsena, ho nuovamente presentato la mia silloge poetica lo scorso 28 giugno 2025 nella ridente Ostia (Rm) con il supporto del bravo giornalista Alberto Tabbì e della “Nazionale Italiana Poeti” (di cui faccio parte). Ringrazio i cari Presidenti Lino Gentile e Francesco Pasqual.
A. Kosta: Spesso lei ha citato San Francesco d’Assisi come figura ispiratrice. In che modo la sua spiritualità ha influenzato il suo percorso artistico e personale?
Patrizio Pelizzi: Durante il liceo ero rimasto colpito dalla sua biografia. Francesco prima di diventare “Santo” era un uomo normale, che viveva nelle agiatezze materiali! Era dipendente di alcuni vizi. Figlio di un ricco commerciante. Improvvisamente si è spogliato di tutto per vivere di elemosina, carità e amore universale verso la natura, gli animali e tutto il Creato. Un uomo che si è donato pienamente a Gesù, nostro Signore. A sorella luna e fratello sole… (Cantico delle creature di S. Francesco).
San Francesco d’Assisi era anche un poeta e un regista della vita. Era un Santo che comprendeva il vero senso della bellezza della vita attraverso l’essenziale e la semplicità. Cerco di prendere ogni giorno ispirazione da Lui, per non diventare un comune “animale egoista”.
L’uomo è confuso e ingordo di beni e piaceri materiali. Evitare qualsiasi tentazione terrena non è semplice! Almeno ci provo nel mio piccolo con la Fede e la meditazione. Molte volte fallisco. Forse dopo Il Centro Sperimentale di Cinematografia e il Duse International diretto da Francesca De Sapio, (dove ho studiato), ho avuto sempre una guida spirituale da parte di Santo Padre Pio e San Francesco d’Assisi. Sono sempre al mio fianco. Essere un attore e poeta è una vera vocazione.
A. Kosta: Nel film “L’Orto Americano” di Pupi Avati, ha interpretato un ruolo complesso. Come ha vissuto l’esperienza di lavorare con un regista che considera un grande maestro anche?
Patrizio Pelizzi: Lavorare con il Maestro Pupi Avati è un privilegio per tutti. C’è sempre da imparare nei suoi set.
Ultimamente il Maestro Pupi Avati è stato premiato alla Carriera con il “David di Donatello” e il “Globo d’Oro” 2025. Tutto meritato dopo circa 60 anni di carriera, tra tanto studio e impegno. Lavorare con Avati è come giocare in serie A. “L’Orto Americano” è un film horror-thriller gotico con mille sfaccettature: ci sono femminicidi, intrighi psicologici, segreti, giurisprudenza e tanto cuore… Forse un film troppo complesso per essere metabolizzato da tutti. Ho preso parte a questo incantevole gioiellino con molto entusiasmo e dedizione. C’era una parte neorealista girata in Italia nella zona di Ferrara e una parte stile Hitchcock girata in America nel Midwest. Con la magia del bianco e nero per far capire il vero Cinema. Il film è stato presentato alla Biennale di Venezia alla 81° edizione 2024, con 15 minuti di applausi. Anche la critica è stata propositiva. Gli incassi al botteghino un pochino meno. Pazienza.
“De gustibus non est disputandum”.
A. Kosta: Lei ha espresso il desiderio di scrivere anche un libro su sua nonna e sua madre. Quali insegnamenti o ricordi di queste figure femminili vorrebbe trasmettere attraverso la sua scrittura?
Patrizio Pelizzi: Ho perso mia nonna materna Annita da pochi mesi. Mia madre Rosetta è mia nonna sono dei punti di riferimento per me. Molte donne hanno una marcia in più, rispetto a noi uomini. Nonna era una contadina abruzzese, con un carattere forte e determinato. Ha lasciato dei validi insegnamenti… A me, mia madre e mio zio. Proprio per questo ho iniziato a scrivere un libro-diario su mia nonna e mia madre. Forse un giorno lo terminerò e lo pubblicherò, altrimenti resterà nel mio cassetto dei ricordi personali.
- Kosta: Dichiarando di essere un devoto di San Francesco e Padre Pio, come rispecchia questa devozione nella sua vita quotidiana e nelle sue scelte artistiche?
Patrizio Pelizzi: San Francesco d’Assisi e Santo Padre Pio sono delle figure sempre al mio fianco. Mi hanno aiutato a superare momenti molto delicati della mia vita. Al 90% ascoltano le mie preghiere. Prima di fare una scelta artistica o spirituale mi rivolgo a loro con umiltà e devozione. Non sono un santo… Parlo spesso con loro. Molte volte mi ascoltano attentamente.
- Kosta: Lei ha menzionato l’idea di fuggire su un’isola per vendere frullati di frutta. Cosa rappresenta per lei questa immagine esotica?
Patrizio Pelizzi: Questo piano Z, è forse la parte finale della mia vita. Rappresenta una panacea fisica e spirituale a contatto con la natura. Ne parlo spesso con il mio amico Andrea. Chi vivrà vedrà…
- Kosta: Nel suo percorso ha affrontato ruoli teatrali intensi, come Laerte in “Amleto” e Bob Dylan in uno spettacolo musicale. Quali emozioni le hanno lasciato queste esperienze?
Patrizio Pelizzi: Il teatro è la palestra per noi attori. “Laerte”, nell’opera shakespeariana “Amleto”, è il figlio di Polonio e il fratello di Ofelia. Laerte è stato molto complesso, (pura auto psicoanalisi). Ero molto giovane, pieno di energie forse ero in simbiosi con quel personaggio. Il personaggio di Bob Dylan è più recente (nello spettacolo teatrale/musicale “Canzoni d’Amore tra racconti di guerra” – 2022/2023 presso il Teatro Castello Orsini Colonna di Avezzano-Aq con la regia di Antonio Pellegrini). Anche lì, ho avuto una crescita personale interpretando un grande Premio Nobel, ancora vivente.
- Kosta: Tempo fa, ha parlato di un progetto cinematografico sul femminicidio e la violenza di genere. Cosa l’ha spinto a voler affrontare un tema così delicato e attuale?
Patrizio Pelizzi: Ho portato in scena a teatro con la poetessa Ornella Mereghetti e il poeta Mattia Cattaneo lo spettacolo contro i femminicidi “Ho guardato il male negli occhi“, dove ho curato anche la regia. Adesso sto girando un mediometraggio sempre contro la violenza sulle donne e di genere. In questo periodo storico, dove uccidere donne è diventata una consuetudine, è d’obbligo far divulgare questi progetti audiovisivi o teatrali, per far riflettere ogni anima.
- Kosta: Lei ha ricevuto numerosi riconoscimenti, come il Premio Letterario Milano International per la poesia oppure quella di recente a Firenze il Premio alla Cultura e alla Carriera Cinematografica. Come vive il rapporto tra il suo lavoro, il riconoscimento e l’applauso del pubblico?
Patrizio Pelizzi: Ho ricevuto molti premi nel mio lungo percorso artistico. Ringrazio sempre l’Associazione Culturale Pegasus per avermi insignito del “Premio Letterario Milano International 2022” e il caro Dott. Roberto Sarra. È un periodo, per me, pieno di belle emozioni e novità. Sono grato all’Accademia Tiberina; lo scorso 27 giugno 2025 a Firenze, nel bellissimo Palazzo Medici Riccardi, sono stato insignito del prestigioso Premio alla Cultura e alla Carriera Cinematografica… “Premio Letterario Internazionale “G.Belli – F.Lami 2° edizione”.
Ringrazio di cuore tutta la Giuria ed i Presidenti: Dott. Franco Antonio Pinardi e la Dott.ssa Antonietta Micali (anche Direttrice della Cattedra delle Donne). Ricevere un premio non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza, per affrontare nuove sfide e realtà con armonia.A. Kosta: Lei ha espresso il desiderio di condurre una trasmissione su cinema e poesia o sui Santi. Cosa la affascina dell’idea di condividere queste passioni con un pubblico più ampio?
Patrizio Pelizzi: Mi piacerebbe fare il conduttore per una rubrica sui Santi ma anche per il Cinema. Amo la Storia, è importante per i giovani divulgare cultura a 360 gradi.
A. Kosta: Le piacerebbe visitare l’Albania, collaborare con il cinema o il teatro albanese? Vorrebbe pubblicare un libro anche nella nostra lingua?
Patrizio Pelizzi: Sarebbe magnifico realizzare altri miei progetti culturali e artistici in Albania. Prima o poi farò un viaggio nella vostra bellissima Nazione. Certo… perché no, anche pubblicare un libro. Dovrò prima imparare la vostra lingua…
- Kosta: Cosa direbbe ai suoi fan riguardo ai suoi progetti futuri?
Patrizio Pelizzi: Come ho detto prima, sto terminando un mediometraggio sul femminicidio e il bullismo di genere. Inoltre, sto girando il nuovo film del Maestro Pupi Avati: ”Nel Tepore del ballo”, con un cast veramente bello. Vorrei ricordare: Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Sebastiano Somma, Lina Sastri, Raoul Bova, Giuliana De Sio, Gianni Franco, Filippo Velardi, Jerry Calà, Corrado Solari, Eleonora Ivone, Pino Quartullo, Eleonora Manara, Vittorio Introcaso, Francesco Colombati e tanti altri bravi colleghi. Sto scrivendo anche due nuove sceneggiature. Poi… incrocio le dita per altri progetti ancora in attesa. Nel nostro mestiere ci vuole tanta salute, pazienza e fortuna, (oltre lo studio costante)… Carpe diem!
- Kosta: AugurandoLe tutto ciò desidera realizzare, La ringrazio per questa bellissima intervista.
Patrizio Pelizzi: Grazie a Voi per il tempo dedicatomi.
Lifestyle
Quando stare bene diventa difficile. Il coraggio di dire “non ce la faccio”: la forza nascosta di chi sorride ma chiede aiuto in silenzio
Redazione– Viviamo in una società che ci impone, tacitamente ma inesorabilmente, di essere sempre performanti, sempre sorridenti, sempre all’altezza della situazione. Eppure, ci sono persone che, proprio quando stanno male e sentono cedere la terra sotto i piedi, diventano improvvisamente e tragicamente ancora più brave a sembrare “normali” agli occhi del mondo. Vanno regolarmente al lavoro timbrando il cartellino, fanno la spesa scherzando con il cassiere, rispondono puntualmente ai messaggi sulle chat di gruppo e accompagnano i figli a scuola con puntualità svizzera. Se qualcuno, per gentilezza o per caso, domanda loro «Come stai?», la risposta è quasi sempre la stessa, un ritornello imparato a memoria: «Bene, sono solo un po’ stanco». È una risposta semplice, quasi automatica. Uno scudo perfetto che evita domande scomode e permette di andare avanti, un giorno in più, nel teatro della vita quotidiana.
La fatica invisibile dietro a quel “sono stanco”
Ma qualche volta, e molto più spesso di quanto vogliamo ammettere, dietro quel banale «sono stanco» si nasconde una fatica abissale che nessuna notte di sonno riuscirà mai a cancellare. C’è chi si alza la mattina dal letto e deve combattere una guerra interiore estenuante solo per convincersi a fare le cose più elementari e abituali. C’è chi continua a lavorare stringendo i denti, ma si rende conto di non riuscire più a concentrarsi come prima. Chi incontra gli amici per l’aperitivo, sorride, conversa amabilmente, per poi tornare a casa, chiudere la porta a chiave e sentirsi improvvisamente, totalmente svuotato. Da fuori, per gli estranei e a volte persino per i familiari, può sembrare tutto normale. Ed è proprio questo il dramma dell’invisibilità che rende così difficile accorgersi della sofferenza profonda di una persona amata.
Le frasi a fin di bene che feriscono l’anima
Siamo stati tutti educati e abituati a riconoscere il dolore solo quando questo lascia un segno fisico, tangibile, evidente. Una gamba ingessata, una ferita sanguinante, la misurazione del termometro che indica la febbre. Davanti a qualcosa che possiamo vedere e toccare, sappiamo più facilmente come comportarci e come offrire il nostro aiuto. Ma quando il dolore riguarda i labirinti oscuri della mente, spesso pretendiamo cinicamente una giustificazione logica o, peggio, una spiegazione materiale.
«Ma cosa ti manca?», «Hai una famiglia bellissima che ti vuole bene», «Hai un lavoro sicuro», «Su, cerca di pensare positivo». Quante volte abbiamo pronunciato o ci siamo sentiti dire queste frasi? Sono parole che nascono sicuramente da buonissime intenzioni, ma che a chi sta attraversando un periodo buio risuonano come una condanna, facendolo sentire ancora più sbagliato e solo.
Non è ingratitudine, è dolore psicologico
Perché una persona può essere perfettamente consapevole di avere molte, moltissime cose per cui essere grata alla vita e, nello stesso identico momento, non riuscire fisicamente a stare bene. Si può amare immensamente la propria famiglia e sentirsi tristi. Si possono avere decine di amici affettuosi e sentirsi drammaticamente isolati. Si può avere una vita che, fotografata dall’esterno, sembra un capolavoro di serenità, ma dentro di sé non riuscire più a trovare un briciolo dell’energia di prima. E attenzione: non è affatto ingratitudine. E non è necessariamente una banale mancanza di volontà. La sofferenza psicologica (come la depressione o i disturbi d’ansia) è una vera e propria patologia che altera la biochimica del cervello e cambia radicalmente il modo in cui una persona affronta la quotidianità, togliendo interesse alle cose che prima davano piacere.
L’arte di esserci senza giudicare
Anche chi sta vicino a una persona che soffre in silenzio può sentirsi, a sua volta, terribilmente impotente. Vorremmo avere la bacchetta magica, trovare la frase “guaritrice” o dare il consiglio risolutivo. Ma la verità è che non sempre serve parlare. A volte, tutto ciò che serve è semplicemente “esserci”. Un messaggio affettuoso senza fare domande insistenti. Un caffè preso in silenzio. Una passeggiata senza meta. Una telefonata in cui dall’altra parte arriva soltanto un lungo respiro muto. Sono gesti piccolissimi, ma che urlano un messaggio vitale: «Non devi attraversare questo inferno fingendo che vada tutto bene. Io sono qui».
Chiedere aiuto non è debolezza, è la vera forza
Dovremmo urgentemente smettere di considerare la richiesta di aiuto professionale come l’ultima, disperata possibilità. Rivolgersi a uno psicologo, a uno psichiatra o al proprio medico non significa essere “matti” né tantomeno essere deboli. Significa, al contrario, riconoscere lucidamente che alcune ferite dell’anima meritano competenza, cura e tempo prezioso, esattamente come un osso rotto o una patologia cardiaca.
Abbiamo imparato fin da piccoli ad ammirare chi resiste in silenzio incassando i colpi, chi non si lamenta mai, il famoso “guerriero” che non si piega. Ma c’è una forma di forza ancora più grande e rivoluzionaria. È il coraggio di dire: «Non riesco a stare bene». Dire: «Ho bisogno di qualcuno». Non sono ammissioni di sconfitta, sono le uniche chiavi in grado di aprire una nuova strada. E quella strada, costellata di giornate no e piccoli passi indietro, porta a una meta meravigliosa. A volte la speranza non arriva con i fuochi d’artificio, ma con i piccoli miracoli quotidiani: una passeggiata che ieri non avevamo la forza di fare, una notte dormita sereni, un sorriso sincero. E da lì, con immensa pazienza, si ricomincia a vivere.
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