Tradurre un libro non è un gioco, ma una responsabilità morale: l’atto d’accusa di Menda Vreto contro la superficialità letteraria
Tradurre un libro non è usare un dizionario, è compiere un miracolo di umiltà ed empatia! 📖 ✍️ Menda Vreto lancia un durissimo e appassionato atto d’accusa contro la superficialità nel mondo dell’editoria e delle traduzioni letterarie, specialmente nel campo minato della Poesia. “Tradurre significa entrare nel pensiero intimo dell’autore, rispettare la sua anima, capire il peso specifico e il suono di ogni singola parola. Se in un’intervista si sbaglia l’interpretazione di due versi, come si può pretendere di tradurre un libro intero?”. Il rischio vero è quello di prendere un capolavoro assoluto e, per incompetenza e apparenza, svilirlo trasformandolo in un testo banale che inganna il lettore. Leggete questo magnifico editoriale sulla responsabilità morale dei traduttori nel nostro articolo completo! 👇 🖋️
Redazione – In un panorama editoriale sempre più frenetico e spietato, dove i libri vengono spesso trattati come semplici prodotti da consumare in fretta e furia e dove l’ansia di pubblicare prevale sulla sacralità del testo, si sta smarrendo il senso più profondo di uno dei mestieri più nobili e complessi dell’intelletto umano: il traduttore. A lanciare un lucido, tagliente e appassionato monito su questo tema cruciale è Menda Vreto, con una riflessione intitolata “Tradurre un libro: una responsabilità, non una semplice traduzione”, che scuote le coscienze del mondo letterario e punta il dito contro le derive dell’improvvisazione e dell’apparenza.
Molto più che parole: entrare nell’anima segreta dell’autore
Il punto di partenza dell’analisi di Menda Vreto è drastico e inequivocabile: tradurre un testo letterario non significa, e non significherà mai, il banale, asettico e meccanico trasferimento di un vocabolo da una lingua all’altra grazie a un dizionario. Questo approccio algoritmico svilisce l’arte. Tradurre significa compiere un vero e proprio viaggio psicologico e culturale. “Significa entrare nel pensiero più intimo dell’autore, comprenderne la sensibilità nascosta, decifrare il suo personalissimo linguaggio, respirare la sua cultura e intuire le sue intenzioni originarie, per poi cercare il miracolo: restituire tutto questo intatto in un’altra lingua, senza perderne l’essenza”.
È per questo motivo che Vreto pone un interrogativo etico dirompente: prima ancora di potersi fregiare dell’etichetta di “traduttore” o di vantarsi di aver trasposto un’opera, bisognerebbe fermarsi e domandarsi con totale onestà intellettuale: “L’ho davvero letto, studiato e compreso fino in fondo prima di metterci mano?”. Conoscere una lingua straniera in modo approssimativo, scolastico o superficiale non è assolutamente sufficiente. Una traduzione di reale e inestimabile valore letterario richiede una conoscenza quasi maniacale e profonda della grammatica, dell’impalcatura dei tempi verbali, dell’etimologia e della storia delle singole parole, delle loro infinite sfumature semantiche e, imprescindibilmente, del preciso contesto storico e culturale nel quale sono state originariamente concepite e utilizzate dall’autore.
Il peso specifico della Poesia: un terreno minato dove è vietato improvvisare
Il discorso si fa ancora più stringente, delicato e severo quando si abbandona la prosa per addentrarsi nel terreno minato e sublime della poesia. La poesia è architettura emotiva pura, e come tale non può in alcun modo tollerare compromessi al ribasso. “Una poesia non può essere tradotta semplicemente sostituendo una parola con un’altra”, ammonisce Menda Vreto. Nei versi, infatti, la parola perde la sua funzione meramente didascalica e si carica di una densità assoluta: ogni singolo termine ha un peso specifico calibrato, un suono musicale preciso (che genera rime, assonanze e allitterazioni), un significato primario e una moltitudine di sfumature secondarie.
L’autore ha scelto quella specifica parola al termine di un tormento interiore, per una ragione ben precisa. E chi si arroga il diritto e l’onere di tradurla deve possedere l’apertura mentale e la sensibilità necessarie per comprendere fino all’ultima goccia quella scelta originaria, andando poi a cercare, come un rabdomante nella propria lingua madre, la soluzione stilistica ed emotiva che si avvicini il più possibile all’intenzione dell’autore.
L’incompetenza in vetrina: quando l’apparenza distrugge l’opera
L’intervento di Menda Vreto non nasconde, tra le righe, una garbata ma fermissima polemica nei confronti di chi maschera l’incompetenza dietro titoli vuoti o apparizioni pubbliche. Il riferimento è pungente: “Se, parlando anche soltanto di pochi versi durante un’intervista, vengono commessi numerosi, marchiani errori di interpretazione del testo, è inevitabile e legittimo che sorgano dei dubbi enormi e fondati sulla reale capacità di quell’individuo di affrontare e reggere il peso di un’intera opera letteraria”.
Il nocciolo della questione non è la volontà sterile di giudicare o additare la singola persona, ma sollevare una riflessione altissima sulla responsabilità etica. Il rischio reale, tangibile e pericolosissimo è quello di compiere un vero e proprio delitto letterario: prendere un’opera concepita, pensata e scritta a un livello intellettuale e stilistico eccelso e trasformarla, sotto i colpi di una traduzione raffazzonata e superficiale, in un testo banale e semplicistico. Così facendo, si impoverisce il linguaggio, si appiattisce la profondità filosofica e si cancella la bellezza. E, dramma nel dramma, si inganna apertamente il lettore, che crederà ingenuamente di aver letto l’opera originale, mentre in realtà sta solo consumando una sua sbiadita e lontana caricatura.
Custodire l’identità: la missione sacra del vero traduttore
Ecco perché tradurre, nella lucida visione di Menda Vreto, non significa affatto limitarsi a capire “che cosa” dice materialmente un autore sulla pagina, ma significa addentrarsi nel mistero del “perché lo dice proprio in quel modo”. Un’opera letteraria autentica merita infinitamente di più di un approccio dilettantistico e superficiale: merita ore insonni di studio, attenzione maniacale al dettaglio, un’infinita umiltà e un rispetto quasi religioso nei confronti di chi ha partorito l’opera. Non bastano i titoli accademici esibiti come medaglie o le dichiarazioni d’intenti: a parlare e a testimoniare la statura di un traduttore devono essere solo ed esclusivamente la preparazione, lo studio forsennato e la qualità cristallina del risultato finale.
La missione del traduttore è, in conclusione, tanto silente quanto sacra: ricevere in dono la voce vulnerabile di un autore straniero e assumersi la gravosa responsabilità di consegnarla intatta nelle mani e nel cuore del lettore, senza mai permettere che l’opera smarrisca la propria anima e la propria identità originaria. Solo in questo difficile equilibrio risiede la magia della vera letteratura.
Il “Ciclo Poetico” di Giuseppina Giudice: la voce italiana che incanta il mondo. Una vita straordinaria dedicata alla letteratura e alla pace
Il genio italiano che commuove il mondo intero con i suoi versi! ✍️ 🇮🇹 Vi raccontiamo la storia straordinaria della Professoressa Giuseppina Giudice, una vita intera dedicata alla letteratura e all’insegnamento che l’ha portata a conquistare l’Olimpo della Poesia! Autrice di ben 4 raccolte di poesie, 6 romanzi e fiabe per bambini, ha appena trionfato a Casa Sanremo Writers 2025 ed è stata pubblicata da RaiLibri. Ma il suo successo non conosce confini: i suoi versi di pace e umanità sono stati tradotti in indiano, francese, inglese, spagnolo, serbo, polacco e romeno! Insignita della preziosa Medaglia del Senato, premiata dalla RAI e recentemente incoronata in Svizzera con il Premio “Universum Donna 2024”, Giuseppina Giudice è un patrimonio inestimabile della nostra cultura. Scoprite tutti i suoi innumerevoli traguardi letterari nel nostro articolo dedicato! 👇 📚
Redazione – In un’epoca sempre più dominata dalla frenesia digitale e dalle parole consumate troppo in fretta, c’è chi continua a scolpire emozioni nella roccia dell’eternità attraverso lo strumento più antico e nobile che l’uomo conosca: la poesia. Parliamo di Giuseppina Giudice, una delle voci più limpide, prolifiche e internazionalmente riconosciute del panorama letterario italiano contemporaneo. Già stimata e appassionata docente di lingua e letteratura inglese, Giuseppina Giudice non si è mai limitata a trasmettere il sapere dietro una cattedra, ma ha scelto di trasformare la propria anima in versi, costruendo un vero e proprio “Ciclo Poetico” capace di oltrepassare i confini nazionali e di parlare al cuore di culture profondamente diverse tra loro.
Una carriera costellata di successi: dall’insegnamento all’Olimpo della Poesia
Il percorso artistico e letterario di Giuseppina Giudice è un vero e proprio monumento alla dedizione e all’amore per l’arte della parola. La sua produzione letteraria è tanto vasta quanto profonda: nel corso degli anni ha pubblicato con straordinario successo ben quattro raccolte di poesie, che rappresentano il nucleo pulsante della sua creatività. A queste si affiancano sei romanzi di grande spessore narrativo, diverse raccolte di racconti introspettivi e ben tre libri di storie e favole dedicati ai più piccoli, a dimostrazione di una versatilità autoriale fuori dal comune, capace di incantare lettori di ogni età.
Tra i traguardi più luminosi e recenti della sua carriera spicca la partecipazione, in veste di finalista, a Casa Sanremo Writers (2025) con il commovente racconto “Peter il pescatore”, un’opera di tale intensità da essere stata selezionata e pubblicata in una prestigiosa raccolta edita direttamente da RaiLibri. Un successo che fa eco all’importante traguardo raggiunto nel 2016, quando si impose come brillante finalista al prestigioso Premio letterario Pannunzio di Torino.
I prestigiosi riconoscimenti: dal Senato della Repubblica a “Universum Donna”
Il talento purissimo di Giuseppina Giudice è stato certificato, anno dopo anno, da una pioggia di premi e riconoscimenti di altissimo profilo istituzionale e accademico. Le sue bacheche custodiscono gelosamente un premio conferitole dalla Rai di Roma e una preziosissima Medaglia del Senato della Repubblica. La sua indiscussa statura intellettuale l’ha portata a ricevere la prestigiosa nomina di “Accademica Benemerita” a Roma nel 2003 e di “Accademica Leopardiana” a Reggio Calabria nel 2011.
L’Italia intera le ha reso omaggio attraverso il Premio alla carriera a Pomigliano d’Arco (2010), la Menzione d’Onore Donna della Provincia di Salerno (2010) e la selezione per storici concorsi come il Premio Spoleto (2021) e il Premio Modigliani (2022). Ma è nel biennio 2024-2025 che la sua carriera ha toccato nuove vette assolute: premiata ad Assisi in occasione del Premio “Segni di Pace” (2024), nominata Accademica Onoraria della Universum Academy Switzerland, insignita del prestigioso Premio “Universum Donna 2024” a Lugano e, infine, incoronata al rinomato Menotti Art Festival di Spoleto nel 2025.
La Poesia come ponte tra le nazioni: i versi tradotti in tutto il mondo
Ma ciò che rende la figura di Giuseppina Giudice un vero e proprio vanto per la cultura italiana è la sua inarrestabile vocazione internazionale. I suoi versi intimi, carichi di speranza, memoria e profonda umanità, non conoscono barriere linguistiche. Le sue poesie, infatti, sono state magistralmente tradotte in una miriade di lingue straniere: dallo spagnolo all’indiano, dall’inglese al francese, passando per l’albanese, il polacco, il rumeno e il serbo.
A testimoniare questo respiro globale c’è l’inserimento delle sue opere in un numero impressionante di antologie internazionali di altissimo livello. Tra le innumerevoli partecipazioni, ricordiamo il “Diploma de Excelentia” ricevuto in Romania già nel 2004 e le pubblicazioni su volumi storici come “Sentiment Latin” (Bucarest 2004), “Un grito por la paz” (Messico 2019), “Panta REI” (antologia bilingue Italiano-Polacco 2025) e “Vibrazioni Letterarie” (presentata tra Parigi e Roma). La sua voce riecheggia in India (nella collana OPA Anthology – Striving for Survival), nei Balcani (con la partecipazione costante al Festival “Pero Zivodraga ZivKrovica” dal 2020 al 2025 e le pubblicazioni in Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Albania) e in tutta Europa.
Un’impronta indelebile nella cultura contemporanea
Membro accreditato di eccellenze assolute come Wiki Poesia e la Repubblica dei Poeti, la professoressa Giudice non ha mai smesso di promuovere la cultura in ogni sua forma. Ha prestato la sua esperienza in veste di giurata in innumerevoli e severi concorsi letterari, collaborando attivamente con testate storiche come “Il Cilento Nuovo” e la rivista culturale “Il Saggio”.
La poesia di Giuseppina Giudice è un atto d’amore continuo verso l’umanità. I suoi versi, che parlano di pace in tempi di guerra (come nella toccante raccolta “Farewell to War”), di giustizia (“Justice”) e della meraviglia infinita dell’animo umano, rappresentano oggi un faro luminoso. Una carriera straordinaria che ci ricorda, ancora una volta, quanto la cultura e la poesia italiana siano un patrimonio inestimabile capace di unire e commuovere il mondo intero.
Mia Madre si chiamava Vasilika! Ogni volta che ero pronta a dire la storia di Me stessa, Essa mi tirava le orecchie e mi diceva: -Come ti ha detto mamma, non vantarti! Il vanto è una corazza dell’incapace. Una brava persona fa le cose buone e non parla dietro alle spalle perché non te li calcola neanche il Signore lassù, poi… Io così lo so…!”
La sua voce dolce, calda….come il gorgoglio di un ruscello nascosto…
Ah, la mia madre buona! Anche il nome te l’avevano ricamato così bene, alcune farfalle bianche e belle…
Mia madre si chiamava Vasilika!
– Tratto dal capitolo 2° del libro: La Corsa Della Vita, tradotto da Elda Keçi-
Redazione- Mia Madre si chiamava Vasilika! Ogni volta che ero pronta a dire la storia di Me stessa, Essa mi tirava le orecchie e mi diceva: -Come ti ha detto mamma, non vantarti! Il vanto è una corazza dell’incapace. Una brava persona fa le cose buone e non parla dietro alle spalle perché non te li calcola neanche il Signore lassù, poi… Io così lo so…!”
La sua voce dolce, calda….come il gorgoglio di un ruscello nascosto…
Ah, la mia madre buona! Anche il nome te l’avevano ricamato così bene, alcune farfalle bianche e belle…
Mia madre si chiamava Vasilika!
Come la farfalla più bella del villaggio, mio padre come noto cacciatore lo aveva conservata attentamente per darle parole dolci d’amore in un attimo divino!
“Lo senti la canzone dal mio cuore per te?”
“Tu neanche mi guardi quando io vengo al negozio…!”
“Non ti guardo perché mi scoppia il cuore per te! Come vuoi te, di guardarti e non metterti al mio petto, non si può, la mia Glika!”
“E quando sono diventata tua e io non lo sapevo?!”
“Io mi sveglio e arrivo all’alba con il tuo ritratto nei miei occhi…
Se vieni stasera al mio negozio per ascoltare la musica, io ti mostrerò il mio amore per te davanti a tutta la gioventù del paese”. Llazi me ne vado perché mi stanno aspettando i ragazzi ad aprire la scuola…
Le parole non terminano mai… Non avere fretta…Lasciami a pensare…”
La ragazza con gli occhi neri castani se n’è andata di corsa dal negozio dimenticando anche la scatola con i biscotti sul banco…
Llazi, alto e abile, corse da lei, la prese dal braccio e con gli occhi confusi le disse:
“Prendili i biscotti, benedetta, li hai pagati… non te li ho regalati… Io ti do tutta la merce che ho e non mi spaventa.
Lo tira con la forza vicino a se stesso e dice ad alta voce:
“Ti amo per tutta la vita!”
Vasilika si à staccata con la forza e gli ha detto:
“Se mi vuoi, vieni a chiedere la mano da mio padre, vieni domenica?”
Tutti quelli che si sono radunati vicino al negozio, al centro del paese, si congelarono perché erano testimoni di un grande amore!
I due giovani dopo l’abbraccio veloce si erano accesi, nel ritratto e in tutto il loro essere come due uccelli al volo.
– Eh Llazi, hai segnato al centro, hai scelto la migliore ragazza del villaggio, tra l’altro insegnante, anche da Tirana!
Ha parlato dal profondo dell’anima zio Kiço accarezzando i suoi baffi…
L’insegnante del villaggio, nominata direttamente dal Ministro della Pubblica Istruzione, ai tempi del Re Ahmet Zogu, Dhimiter Berati!
Lui era sposato con la cugina di mia madre, Marjeta, dalla famiglia di Kuçovi, una delle più sentite nel nostro bel villaggio di Korça a Ҫorovoda.
Iniziai a raccontare per me stessa e mi è venuta avanti la storia della mia mamma, Vasilika.
La sua voce era come una musica. La sua anima era piena d’amore. Durante tutta la giornata noi sentivamo le sue parole allo sfondo di Radio – Tirana che era aperta dalla mattina alla sera, con la pausa delle due o tre ore dopo il pranzo.
Da piccola ho solo corso… Di corsa andavo alla fontana, di corsa andavo a scuola, di corsa andavo per comprare qualcosa all’ultimo minuto e che si riempiva ogni angolo del tavolo da pranzo… La nostra casa era piccola ma l’attenzione dei miei era grande.
Il tavolo era grande e quando ci sedavamo tutti e tre, tre volte al dì…
Grande era la stufa con il piano cottura portata dall’Italia con 4-5 fornelli per cucinare con la legna e che riscaldava anche un pentolone con l’acqua. Il piano cottura aveva anche due fornelli di ghisa che funzionavano solo con carbone.
C’era una grande camera da letto con i letti comodi per dormire, un grande comò per mettere le lenzuola e l’abbigliamento intimo e un grande armadio che noi dicevamo sempre che era di mio zio, Tike.
Lo aveva portato lui quando era uscito per conto suo in un’altra casa.
Quando veniva qualche cugino da Korça, io dormivo sul grande tavolo da pranzo e mia madre ci metteva un lenzuolino rosso con grandi fiori e mi appoggiavo da un lato nell’armadio il quale aveva un disegno fatto da mio zio.
Avevamo una grande mezzana con una finestra che si apriva da due lati e da lì si vedeva l’albero del fico che è stato piantato in fondo al giardino e che faceva grandi fichi bianchi vicino alla porta principale di legno la quale si chiudeva con due ferri da dietro.
Mio fratello grande, Sotiri, raccoglieva ogni mattina questi frutti dolcissimi che cadevano quando era la stagione e che noi li mangiavamo con pane e formaggio.
In un angolo a destra che proseguiva fino al gabinetto che si trovava in fondo al giardino c’era la cantina riempita di varie cose che ricordavano pezzi del negozio bruciato dalle forze nazionaliste interne che erano pro
occupatori che si chiamavano “Ballistë”.
Ah, non lascio senza dire che le cose più belle per me in questa mezzana che aveva come pavimento uno strato di cemento c’era la gruccia di vestiti dove era appesa il cappotto invernale di papà nelle tasche del quale lui metteva un grande biscotto che costava 5 leke (la moneta dell’Albania) e che mandava ravvolta con un giornale la mattina quando mi accompagnava in Radio…
La nostra casa in affitto era piccola ma con un grande giardino che i nostri genitori piantavano verdure e mais e al centro di esso c’erano i fiori e quelli che dominavano erano le rose. L’albero di prugne faceva ombra all’ingresso della casa di un piano. Vicino alla finestra della camera da letto c’era l’albero della pesca che dava grandi frutti. Se mangiavi una pesca era come se avessi mangiato un pasto. Non ne parliamo poi del profumo e del sapore che aveva, passava l’acqua in gola solo a vederla.
Prima non avevamo chiavi dietro le porte interne di casa. Mi ricordo una volta è venuto mio zio Mili e ci portò una chiave grande che secondo lui, lo dovevamo metterlo alla porta principale oltre i ferri che dovevamo mettere dietro a tutte le porte e alle finestre.
Eh, bei ricordi, così dolci e così cari…
ANGJELINA XHARA PAPALILO
Angjelina Xhara Papalilo è una delle figure più rappresentative dell’arte e della cultura albanese. È stata tra le prime annunciatrici della Radio Televisione Albanese (RTSH) e, nel corso della sua lunga e intensa carriera, si è distinta anche come sceneggiatrice, regista e poetessa.
Con la sua voce, Radio Atene iniziò a trasmettere in lingua albanese, contribuendo alla diffusione della lingua e della cultura albanese oltre i confini nazionali.
È autrice di cinque libri e di oltre 60 film documentari, opere che le hanno valso numerosi riconoscimenti in Albania e all’estero. Dieci dei suoi film sono stati realizzati e promossi fuori dall’Albania, dall’Europa all’Australia, fino agli Stati Uniti d’America.
Da vent’anni è Ambasciatrice della Pace Universale, ruolo attraverso il quale ha continuato a promuovere i valori della pace, della cultura, del dialogo e della fratellanza tra i popoli.
In occasione del suo 77° anniversario di nascita, è stata insignita di importanti riconoscimenti dalla Lega Panalbanese degli Artisti e degli Storici in Svizzera e dalla Lega delle Associazioni Panalbanesi “Fratelli Frashëri” di Përmet.
In Sicilia è stata riconosciuta come autrice principale del film “Skënderbeu i Pagjumë” (“Skanderbeg insonne”). Ha inoltre donato alla comunità di Piana degli Albanesi il suo film “Toccare un sogno”, dedicato alla realtà e alla cultura arbëreshe.
La sua attività artistica e culturale si sviluppa attraverso diversi linguaggi: radio, televisione, cinema, letteratura e poesia. Attraverso le sue opere ha contribuito alla valorizzazione della memoria storica, dell’identità e della cultura albanese, portandone la voce oltre i confini nazionali.
Angjelina Xhara Papalilo rappresenta così una personalità poliedrica e autorevole dell’arte albanese, protagonista di una lunga carriera dedicata alla cultura, alla creatività e alla promozione della pace e del dialogo tra i popoli.
“NeRoma 2026”, quando il “Crime” diventa “Cultura”: la sfida di Fabio Mundadori
C’è una Roma che non ha bisogno di essere raccontata attraverso le cartoline. È una Roma più inquieta, misteriosa, attraversata da ombre, domande, indagini e storie che sembrano nascere proprio nei suoi vicoli. È la Roma del noir, quella che ogni anno trova nel NeRoma Noir Festival uno dei suoi palcoscenici più autorevoli.
Nel 2026 il festival torna con la IX edizione e con una promessa ormai consolidata: trasformare il mondo del crime in un grande laboratorio culturale capace di mettere insieme scrittori, lettori, giornalisti, criminologi, editori e professionisti della narrazione.
Roma- C’è una Roma che non ha bisogno di essere raccontata attraverso le cartoline. È una Roma più inquieta, misteriosa, attraversata da ombre, domande, indagini e storie che sembrano nascere proprio nei suoi vicoli. È la Roma del noir, quella che ogni anno trova nel NeRoma Noir Festival uno dei suoi palcoscenici più autorevoli.
Nel 2026 il festival torna con la IX edizione e con una promessa ormai consolidata: trasformare il mondo del crime in un grande laboratorio culturale capace di mettere insieme scrittori, lettori, giornalisti, criminologi, editori e professionisti della narrazione.
Al centro di questa avventura c’è anche Fabio Mundadori che da direttore artistico del festival ha contribuito a costruire un appuntamento capace di superare i confini della semplice rassegna letteraria. NeRoma, infatti, non è soltanto un luogo dove presentare libri: è uno spazio nel quale il giallo, il thriller e il noir diventano strumenti per interrogare la società, le sue paure e le sue contraddizioni.
Nato nel 2018 da un’idea di Simona Teodori, Fabio Mundadori e Chiara de Magistris, NeRoma Noir Festival è cresciuto fino a diventare un appuntamento di respiro internazionale. L’Instituto Cervantes lo descrive come un festival dedicato al genere crime, capace di dare spazio tanto agli autori affermati quanto ai nuovi talenti e di creare collaborazioni con importanti realtà italiane e internazionali.
La forza del progetto sta proprio nella sua capacità di non considerare il noir – e più in generale il crime –un genere di nicchia. Al contrario, il noir può raccontare il presente con una precisione talvolta più incisiva della cronaca. Dietro un delitto letterario possono nascondersi interrogativi sulla giustizia; dietro un’indagine, il ritratto di una società; dietro un investigatore, la fragilità dell’uomo contemporaneo.
Ed è qui che il lavoro di Mundadori assume un significato particolare. La direzione artistica non consiste soltanto nella costruzione di un programma, ma nella capacità di creare connessioni, individuare voci, valorizzare autori e costruire un dialogo tra letteratura e realtà.
NeRoma 2026 si inserisce dunque in un percorso che guarda anche ai giovani scrittori. Il festival ha infatti sviluppato negli anni diversi premi e concorsi dedicati alla narrativa crime, offrendo agli autori emergenti occasioni concrete di confronto e, in alcuni casi, la possibilità di arrivare alla pubblicazione. Come accade da alcuni anni, anche per l’edizione 2026 è previsto, tra gli altri, il Premio NeRoma per racconti inediti in collaborazione con Il Giallo Mondadori. Il vincitore sarà premiato durante la IX edizione del festival e il racconto sarà successivamente pubblicato in appendice a un fascicolo della storica collana.
È una scelta culturale precisa: non limitarsi a celebrare chi è già arrivato, ma costruire una strada per chi sta ancora cercando la propria voce.
E in questo percorso emerge anche la vocazione internazionale di NeRoma. La collaborazione con il Tenerife Noir Festival, per esempio, ha aperto negli anni un dialogo europeo attorno alla narrativa criminale, favorendo scambi tra autori, festival e culture differenti.
Il noir, del resto, non conosce confini. Cambiano le città, le lingue e le atmosfere, ma rimangono le grandi domande: perché nasce il male? Quanto siamo disposti a conoscere la verità? Dove termina la responsabilità individuale e dove comincia quella collettiva?
Sono interrogativi che spiegano perché NeRoma continui a parlare a un pubblico sempre più ampio.
La IX edizione, che si terrà dal 16 al 18 ottobre 2026, rappresenterà quindi un nuovo capitolo di questa storia. E ancora una volta Fabio Mundadori, con Chiara de Magistris e Simona Teodori, sarà chiamato a tenere insieme le diverse anime della manifestazione: la letteratura, l’intrattenimento, la riflessione sociale, la scoperta dei nuovi talenti e il confronto internazionale.
In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediatamente spiegato, il noir conserva invece il valore prezioso del dubbio. Non offre necessariamente risposte: costruisce domande. E forse è proprio questo il segreto del suo successo.
NeRoma 2026 nasce così sotto il segno di una convinzione semplice ma potente: raccontare il crimine significa, prima ancora, raccontare l’essere umano.
Fabio Mundadori e NeRoma continuano a farlo mettendo la cultura al centro dell’indagine. Perché dietro ogni mistero c’è una storia. E dietro ogni storia, inevitabilmente, c’è qualcuno che cerca di capire chi siamo davvero.
In foto Fabio Mundadori e Chiara De Magistris
NEROMA 2026, IL LATO OSCURO DELLE STORIE: INTERVISTA A FABIO MUNDADORI
Dottor Mundadori, il noir racconta il crimine, ma forse racconta soprattutto l’essere umano. Quando Lei pensa al NeRoma, qual è la prima parola che le viene in mente?
La parola che mi viene in mente è curiosità. Tutte le storie nascono da una domanda, ma il noir ha la propria: una domanda che riguarda la natura del male, le sue motivazioni, le radici del delitto. E la curiosità, secondo me, è una delle forme più alte dell’intelligenza. NeRoma, come il noir, nasce proprio dal desiderio di andare oltre la superficie delle cose.
Il pubblico cerca nel noir il mistero, la tensione, talvolta persino la paura. Ma che cosa cerca, secondo Lei, il lettore dentro una storia criminale?
Cerca una verità. Non necessariamente la verità del delitto narrato, ma una verità più profonda, che riguarda noi stessi. Il lettore entra in una storia per scoprire chi è il colpevole, ma spesso finisce per interrogarsi sulle proprie paure, sulle proprie fragilità, sulle proprie zone d’ombra e ad affrontare ciò che lo mette più a disagio. È questo il grande potere della narrativa noir.
Lei ha costruito negli anni un festival che non si limita alla presentazione dei libri. Qual è la differenza tra organizzare un evento e costruire una comunità culturale?
Un evento finisce quando si spengono le luci. Una comunità, invece, continua a vivere dopo. Il nostro obiettivo è proprio questo: creare incontri, relazioni, occasioni di confronto. Un festival non dovrebbe essere soltanto un calendario di appuntamenti, ma un luogo nel quale le persone possano sentirsi parte di qualcosa.
Nel mondo contemporaneo siamo sommersi dalle immagini e dalle informazioni. Perché dovremmo ancora avere bisogno delle storie?
Perché le informazioni ci dicono cosa è accaduto, mentre le storie cercano di spiegarci perché è accaduto. Una notizia può raccontare un fatto in poche righe; una storia può mostrarci le conseguenze di quel fatto, le emozioni, le contraddizioni, la complessità. Abbiamo bisogno delle storie perché abbiamo bisogno di comprendere, non soltanto di sapere: è così che le storie modificano la nostra mente, il nostro modo di pensare e – di riflesso – la realtà.
Le storie sono il filo che non solo tiene insieme LA cultura, ma anche LE culture.
Questo è ciò che è accaduto con Tenerife Noir Festival e con tutti i festival italiani di genere e non che ogni edizione compaiono sulle locandine di NeRoma.
Grazie a NeRoma sono nate amicizie, collaborazioni, spunti per nuovi eventi: tenete d’occhio le pagine del festival perché è in arrivo qualcosa che vi sorprenderà.
Il noir mette spesso in scena il male. Lei pensa che la letteratura possa aiutarci a comprenderlo?
Comprendere non significa giustificare. La letteratura può però permetterci di guardare il male senza semplificarlo. Può mostrarci le circostanze, le scelte, le responsabilità. E soprattutto può ricordarci che dietro ogni vicenda criminale ci sono persone, vittime, famiglie, ferite. Il noir migliore non spettacolarizza il male: lo interroga.
C’è ancora spazio, oggi, per gli scrittori esordienti in un panorama editoriale così affollato?
Deve esserci. Chi merita deve avere una chance: se non offriamo spazio alle nuove voci, il futuro della letteratura diventa più povero. Una delle responsabilità di un festival è proprio quella di scoprire talenti, dare loro visibilità e creare occasioni concrete. Un esordiente non ha bisogno soltanto di essere ascoltato: ha bisogno che qualcuno creda nella sua storia.
Qual è il talento più importante che dovrebbe possedere un giovane autore di noir?
Saper osservare. Prima ancora di scrivere bisogna imparare a guardare. Le persone, i luoghi, i silenzi, le contraddizioni. Un buon autore deve essere un osservatore del mondo. La tecnica si può studiare, lo stile si può affinare; la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono è qualcosa di più raro.
Roma è una città che sembra nata per il noir. Quanto conta la città nel racconto di una storia criminale?
Conta moltissimo. Una città non è soltanto uno sfondo: è un personaggio. Roma possiede una stratificazione straordinaria. Ha la bellezza, la storia, il potere, la periferia, i palazzi antichi e le contraddizioni contemporanee. È una città nella quale il passato e il presente convivono continuamente. Per questo può diventare un’infinita fonte narrativa.
Arriviamo a NeRoma 2026. Che cosa vorrebbe che il pubblico portasse a casa dopo aver partecipato al festival?
Vorrei che portasse a casa una domanda. Non necessariamente una risposta. Se una persona esce dal festival con la voglia di leggere un libro, di conoscere un autore, di discutere di una storia o semplicemente di osservare diversamente ciò che la circonda, allora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.
Qual è la sfida più grande per chi, come Lei, lavora per mantenere viva una manifestazione culturale?
Resistere alla tentazione della ripetizione. Ogni edizione deve avere una propria identità. La tradizione è importante, ma non può trasformarsi in immobilità. Bisogna avere il coraggio di rinnovarsi senza perdere ciò che ha reso riconoscibile il festival.
Lei crede che la cultura possa ancora cambiare qualcosa nella società?
Credo che possa cambiare le persone. E le persone, lentamente, possono cambiare la società. Non penso alla cultura come a qualcosa di astratto o distante dalla vita quotidiana. Un libro può modificare una prospettiva, una conversazione può mettere in discussione una certezza, un incontro può aprire una strada. Il cambiamento spesso comincia da qualcosa di apparentemente piccolo.
Se dovesse descrivere NeRoma con una sola immagine, quale sceglierebbe?
Una porta socchiusa nel buio. Perché il noir è proprio questo: qualcosa che ci invita a entrare senza dirci completamente cosa troveremo dall’altra parte.
E Lei, personalmente, che cosa continua a cercare dietro quella porta?
Cerco storie capaci di sorprendermi. Ma soprattutto persone capaci di raccontarle. Perché alla fine un festival non vive soltanto di libri, ma degli esseri umani che quei libri li scrivono, li leggono e li discutono.
Un’ultima domanda. Se il noir è il genere delle ombre, che cosa rappresenta per Lei la luce?
La consapevolezza. L’ombra non deve essere necessariamente qualcosa da cui fuggire. A volte dobbiamo attraversarla per capire meglio noi stessi. La luce, per me, è arrivare dall’altra parte con qualche certezza in meno, ma con qualche domanda in più. E forse è proprio questo che la cultura dovrebbe fare: non dirci sempre dove andare, ma insegnarci a vedere meglio la strada.
QUANDO LE OMBRE DIVENTANO STORIE
Alla fine, forse, il noir non è soltanto il racconto dell’oscurità. È il viaggio che compiamo per attraversarla.
Ed è proprio in quella penombra, dove le certezze vacillano e le domande diventano più importanti delle risposte, che NeRoma trova la sua anima. Fabio Mundadori ne custodisce lo spirito come si custodisce una luce discreta: senza abbagliare, ma capace di indicare una direzione.
Perché ogni storia nasconde un mistero, ogni mistero una verità e ogni verità un frammento dell’uomo.
E quando le pagine si chiudono, quando le voci del festival si spengono e Roma torna alla sua notte, qualcosa rimane: il desiderio di continuare a cercare.
Forse è questo il vero senso del noir.
Entrare nel buio non per avere paura, ma per scoprire quanta luce siamo ancora capaci di trovare dentro di noi.
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