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Attualità

Salviamo gli istituti alberghieri. Torniamo a formare professionisti, non spettatori della cucina italiana

C’è un paradosso che l’Italia non può più permettersi.Siamo il Paese che ha fatto della cucina, dell’ospitalità, dell’enogastronomia e dell’accoglienza alcuni dei propri più straordinari biglietti da visita nel mondo. Siamo la nazione nella quale migliaia di ristoratori, cuochi, pasticcieri, maître, sommelier e professionisti dell’ospitalità portano quotidianamente all’estero competenza, cultura e identità.

Eppure continuiamo troppo spesso a trattare gli istituti alberghieri quasi come se fossero scuole di serie B.

È una contraddizione che denuncio da anni, come docente e come direttore de La Voce della Scuola.

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Dal Progetto ’92 ai laboratori, dalla Terza Area agli ITP: è arrivato il momento di una riforma vera. La cucina italiana è patrimonio UNESCO, ma il primo luogo in cui dobbiamo difenderla e tramandarla è la scuola

 

Redazione-  C’è un paradosso che l’Italia non può più permettersi.Siamo il Paese che ha fatto della cucina, dell’ospitalità, dell’enogastronomia e dell’accoglienza alcuni dei propri più straordinari biglietti da visita nel mondo. Siamo la nazione nella quale migliaia di ristoratori, cuochi, pasticcieri, maître, sommelier e professionisti dell’ospitalità portano quotidianamente all’estero competenza, cultura e identità.

Eppure continuiamo troppo spesso a trattare gli istituti alberghieri quasi come se fossero scuole di serie B.

È una contraddizione che denuncio da anni, come docente e come direttore de La Voce della Scuola.

Oggi, però, non basta più denunciare.

È arrivato il momento di costruire una grande battaglia nazionale per il rilancio degli istituti professionali alberghieri italiani.

E bisogna avere il coraggio di pronunciare alcune parole che per troppo tempo sono sembrate appartenere al passato: laboratori, professionalizzazione, Terza Area, rapporto con le imprese, competenze tecnico-pratiche, dignità degli ITP, collegamento con l’università.

Ripartire da ciò che funzionava: la lezione del Progetto ’92

Non si tratta di coltivare nostalgie.

Si tratta di capire che cosa funzionava e perché funzionava.

Il Progetto ’92 aveva compreso un principio elementare che troppe successive riforme hanno progressivamente annacquato: un istituto professionale deve possedere una fortissima identità professionale.

La sperimentazione introdusse una struttura capace di mettere in relazione formazione generale, discipline d’indirizzo, stage e mondo del lavoro. Nel biennio conclusivo trovava spazio la cosiddetta Terza Area, pensata proprio per creare una connessione concreta tra istruzione professionale e realtà produttiva.

Dobbiamo allora avere il coraggio di chiederci: perché non recuperare, aggiornandolo al presente, quello spirito?

Non significa riprodurre meccanicamente la scuola degli anni Novanta.

Significa recuperare la sua intuizione fondamentale.

Un alberghiero senza un numero adeguato di ore di laboratorio non è pienamente un alberghiero.

Puoi studiare perfettamente la storia della cucina, conoscere le caratteristiche organolettiche degli alimenti, imparare HACCP, marketing, diritto, economia, lingue straniere e scienza degli alimenti. Tutto necessario.

Ma arriva un momento nel quale uno studente deve prendere in mano un coltello, organizzare una brigata, preparare una salsa, conoscere una materia prima, allestire una sala, accogliere un cliente, gestire un errore durante un servizio.

Perché un mestiere si studia, ma si impara anche facendolo.

Restituire ore ai laboratori

La prima richiesta che dovrebbe partire dal mondo degli alberghieri verso il Ministero dell’Istruzione e del Merito è dunque chiarissima:

ripristinare e aumentare le ore di laboratorio.

Non è una rivendicazione corporativa.

È una questione didattica.

Lo hanno ribadito anche la Federazione Italiana Cuochi e la Rete Nazionale degli Istituti Alberghieri d’Italia, indicando tra le questioni centrali il sostegno ai laboratori, la formazione pratica, i tirocini e l’aggiornamento dei docenti tecnico-pratici.

E questo è un punto decisivo.

Perché il laboratorio costa.

Costa la materia prima. Costa mantenere efficienti cucine, sale, bar, pasticcerie e attrezzature. Costa adeguarsi alle innovazioni tecnologiche. Costa garantire sicurezza.

Ma non finanziare il laboratorio costa molto di più al Paese, perché significa diplomare ragazzi con minori opportunità di acquisire quelle competenze che le imprese chiedono loro il giorno successivo al diploma.

Gli istituti alberghieri devono quindi avere un fondo strutturale nazionale destinato ai laboratori e all’acquisto delle materie prime, senza essere costretti ogni anno a inventarsi soluzioni per consentire agli studenti di esercitarsi.

Ripristiniamo una nuova Terza Area professionalizzante

Serve poi un secondo passaggio.

Una nuova Terza Area.

Chiamiamola come vogliamo: Terza Area 4.0, area professionalizzante, alta specializzazione scolastica.

Ma restituiamo agli studenti degli ultimi anni un segmento realmente professionalizzante costruito insieme a imprese, chef, strutture ricettive, ristorazione collettiva, associazioni professionali e università.

Non semplice alternanza.

Non qualche settimana trascorsa in azienda per riempire moduli.

Formazione professionalizzante vera.

Ogni istituto dovrebbe poter creare specializzazioni territoriali: cucina mediterranea, pasticceria, arte bianca, cucina salutistica, banqueting, management alberghiero, turismo enogastronomico, sommellerie, mixology, ristorazione collettiva, food cost, tecnologie alimentari, sostenibilità, comunicazione del cibo.

Il territorio deve entrare nella scuola e la scuola deve entrare nel territorio.

Il caso Miami dimostra quello che gli alberghieri possono fare

Proprio in questi giorni una storia dovrebbe far riflettere il Ministero.

Un ex studente di una scuola alberghiera dell’Appennino modenese, originario di Faenza, diventato successivamente docente di tecniche di sala e bar, ha costruito la propria esperienza imprenditoriale nella ristorazione a Miami.

E per portare negli Stati Uniti professionalità italiana ha fatto una cosa straordinariamente semplice: ha dato lavoro anche a suoi ex studenti.

Quei ragazzi hanno affrontato visti, trasferimento, lingua, una cultura differente e un nuovo mercato del lavoro. Alcuni stanno costruendo lì il proprio percorso professionale.

Ecco cos’è un istituto alberghiero.

Non una scuola nella quale finiscono gli studenti che “non vogliono studiare”.

Questa rappresentazione deve essere cancellata una volta per tutte.

L’alberghiero può essere un ascensore sociale e professionale, una scuola capace di portare un ragazzo dalla cucina o dalla sala didattica di una provincia italiana a una grande esperienza internazionale.

Pacifico: Valditara apra finalmente il dossier alberghieri

La vicenda ha spinto anche il presidente nazionale Anief Marcello Pacifico a rivolgersi al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, chiedendo un rilancio degli istituti alberghieri.

Una richiesta che condivido.

Ma credo che dobbiamo andare persino oltre.

Non basta una campagna promozionale.

Serve un piano nazionale per gli istituti alberghieri.

Un piano che restituisca centralità alla didattica laboratoriale e che riconosca definitivamente che l’istruzione professionale alberghiera rappresenta un settore strategico per l’economia, il turismo, l’occupazione e l’immagine internazionale dell’Italia.

La cucina italiana è patrimonio UNESCO: adesso investiamo nelle scuole che la tramandano

La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale, è entrata nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO.

Questa non può essere soltanto una medaglia da appuntare sul petto.

Se la cucina italiana è patrimonio culturale, allora gli istituti alberghieri sono tra i luoghi nei quali quel patrimonio viene trasmesso alle nuove generazioni.

E un patrimonio si tutela investendo nelle persone che devono custodirlo.

Per questo propongo un grande progetto nazionale che colleghi stabilmente istituti alberghieri, università di scienze gastronomiche, facoltà e corsi universitari del settore agroalimentare, turismo, economia, management e tecnologie alimentari.

Uno studente dell’alberghiero deve sapere che il diploma non rappresenta necessariamente la conclusione del suo percorso formativo.

Può diventare chef.

Può diventare imprenditore.

Ma può anche proseguire all’università, diventare ricercatore, tecnologo alimentare, manager della ristorazione, esperto di turismo enogastronomico, comunicatore del food, docente, consulente.

Dobbiamo costruire una filiera formativa dell’enogastronomia italiana, dalla scuola professionale all’alta formazione.

E finalmente riconosciamo il valore degli ITP

Poi c’è una questione che considero non più rinviabile.

Gli insegnanti tecnico-pratici.

Per anni gli ITP sono stati trattati quasi come una componente accessoria del sistema scolastico.

Ma in un istituto professionale il docente tecnico-pratico è una delle colonne portanti della didattica.

È il professionista che trasforma la conoscenza in competenza.

È colui che insegna allo studente non soltanto che cosa fare, ma come farlo.

Manualità, organizzazione, precisione, disciplina professionale, gestione dei tempi, sicurezza, capacità di lavorare in squadra non si apprendono soltanto sui libri.

Passano attraverso il laboratorio.

E nel laboratorio passa la professionalità dell’ITP.

Per questo occorre finalmente affrontare anche la questione della piena valorizzazione giuridica ed economica degli insegnanti tecnico-pratici, fino ad affrontare seriamente il tema dell’equiparazione retributiva.

Stessa funzione docente, stessa dignità professionale: il riconoscimento economico non può continuare a essere considerato un tabù.

La valorizzazione deve comprendere inoltre aggiornamento professionale continuo, esperienze nelle imprese, formazione specialistica e possibilità di collaborazione con università, associazioni e centri di alta formazione.

La Federazione Italiana Cuochi e le associazioni di categoria: costruiamo un’alleanza

Non dobbiamo partire da zero.

La Federazione Italiana Cuochi opera da anni nel campo della formazione e della valorizzazione della professionalità. La collaborazione tra FIC e Re.Na.I.A. rappresenta una strada importante perché mette allo stesso tavolo scuola e professione.

Ed è esattamente questa la direzione da seguire.

FIC, Re.Na.I.A., associazioni dei maître, sommelier, pasticcieri, albergatori, ristoratori, FIPE, associazioni datoriali, sindacati, camere di commercio, università, ITS Academy e territori devono essere convocati dal Ministero.

Un grande tavolo nazionale sull’istruzione alberghiera italiana.

Non l’ennesimo convegno.

Non l’ennesima fotografia istituzionale.

Non l’ennesimo protocollo destinato a rimanere sulla carta.

Un tavolo con una scadenza e con un obiettivo preciso:

produrre una vera riforma degli istituti alberghieri italiani.

Otto proposte per cambiare davvero gli alberghieri

La piattaforma potrebbe partire da otto punti.

1. Aumento strutturale delle ore di laboratorio, soprattutto nel triennio.

2. Fondo nazionale permanente per laboratori e materie prime, sottratto alla precarietà dei singoli bilanci scolastici.

3. Introduzione di una nuova Terza Area professionalizzante, costruita con imprese, professionisti e territori.

4. Rafforzamento di stage e percorsi formativi di qualità, anche internazionali, evitando esperienze puramente formali.

5. Riconoscimento e valorizzazione giuridica ed economica degli ITP, insieme a un grande piano di aggiornamento professionale e alla discussione sull’equiparazione retributiva.

6. Collegamento strutturale tra istituti alberghieri, ITS Academy e università, affinché il diploma sia anche la porta verso l’alta formazione.

7. Accordi nazionali con FIC, Re.Na.I.A. e associazioni professionali e datoriali, per avvicinare realmente formazione e lavoro.

8. Un programma nazionale di promozione degli istituti alberghieri e della cultura enogastronomica italiana, anche alla luce del riconoscimento UNESCO.

Basta considerare l’alberghiero una scuola di ripiego

Ma prima ancora delle norme dobbiamo vincere una battaglia culturale.

Dobbiamo smettere di dire a un ragazzo bravo: “Tu puoi fare il liceo”.

Come se scegliere un professionale significasse avere minori capacità.

No.

Un ragazzo eccellente deve poter scegliere un alberghiero perché vuole diventare uno dei migliori chef d’Europa, un grande maître, un manager dell’ospitalità, un imprenditore della ristorazione o uno studioso di scienze gastronomiche.

La scuola professionale non deve essere il luogo dell’ultima scelta.

Deve tornare a essere la scuola della prima scelta professionale.

Dobbiamo restituire prestigio sociale all’istruzione professionale.

E per farlo dobbiamo smettere di pensare che cultura e lavoro siano due mondi contrapposti.

Saper fare è cultura.

Conoscere una materia prima è cultura.

Conoscere un territorio è cultura.

Saper raccontare un vino, organizzare un servizio, progettare un menu, conoscere la storia di un piatto e trasformare prodotti semplici in un’esperienza gastronomica è cultura.

La cultura professionale è cultura.

Una battaglia che porto avanti da anni

Come docente ho visto ragazzi trasformarsi entrando in laboratorio.

Ho visto studenti che sui banchi sembravano disinteressati diventare attentissimi davanti a una postazione di lavoro.

Ho visto capacità emergere quando finalmente qualcuno ha dato loro la possibilità di fare.

Come direttore de La Voce della Scuola, questa battaglia la seguo e la sostengo da anni.

E continueremo a farlo.

Ma oggi credo sia arrivato il momento di passare dalla denuncia alla proposta e dalla proposta alla mobilitazione culturale.

Chiediamo al ministro Giuseppe Valditara di convocare gli istituti alberghieri italiani.

Chiediamo di ascoltare dirigenti, docenti, ITP e soprattutto studenti.

Chiediamo di ascoltare FIC, Re.Na.I.A., associazioni di categoria, imprese, università e professionisti.

E poi prendiamo una decisione.

Facciamo tornare gli istituti alberghieri al centro della strategia educativa, turistica, culturale ed economica dell’Italia.

Perché mentre noi discutiamo se aumentare o diminuire un’ora di laboratorio, i nostri ragazzi vengono richiesti nei ristoranti, negli alberghi e nelle strutture ricettive di tutto il mondo.

Mentre discutiamo sulla dignità degli ITP, sono proprio quelle competenze tecnico-pratiche a rendere riconoscibile il professionista italiano all’estero.

Mentre continuiamo a domandarci quale futuro dare agli istituti professionali, un ex docente può arrivare a costruire un’attività imprenditoriale dall’altra parte dell’oceano e offrire opportunità ai ragazzi che ha formato.

Forse la risposta è già davanti ai nostri occhi.

L’Italia ha una delle più grandi tradizioni enogastronomiche del mondo. Ha scuole alberghiere, docenti, ITP, professionisti, associazioni e studenti capaci di trasformare quella tradizione in futuro.

Manca una scelta politica forte.

E allora diciamolo con chiarezza:

Ridate ore ai laboratori.

Ridate forza alla formazione professionalizzante.

Ripristinate una Terza Area moderna e realmente professionalizzante.

Ridate dignità, carriera e riconoscimento economico agli ITP.

Collegate gli alberghieri alle università e all’alta formazione.

Portate dentro le scuole i grandi professionisti e portate gli studenti nelle migliori realtà italiane e internazionali.

E soprattutto smettiamo di considerare questi istituti come una periferia del sistema scolastico.

Perché una nazione che considera la propria cucina un patrimonio da mostrare al mondo deve avere il coraggio di considerare le scuole che formano chi quella cucina la custodirà, la interpreterà e la porterà nel futuro come scuole strategiche per il Paese.

La cucina italiana ha conquistato il mondo.

Adesso tocca alla scuola italiana essere all’altezza della sua cucina.

Se sei d’accordo, questa battaglia è anche tua

Se condividi queste proposte, non lasciare che questo editoriale resti soltanto un articolo.

Condividilo.

Fallo arrivare ai colleghi, ai docenti tecnico-pratici, ai dirigenti scolastici, agli studenti, alle famiglie, agli chef, ai professionisti dell’ospitalità, agli imprenditori, alle associazioni di categoria, ai sindacati, alle università e ai rappresentanti delle istituzioni.

Facciamo arrivare forte e chiaro un messaggio:

gli istituti alberghieri italiani devono tornare a essere una priorità della scuola e del Paese.

Se sei d’accordo, condividi questo editoriale e scrivi a: segreteria@vocedellascuola.it.

Raccogliamo idee, testimonianze, esperienze e adesioni.

Costruiamo insieme una proposta da portare al Ministero e alle istituzioni.

Perché dalle singole scuole può nascere qualcosa di molto più grande:

una mobilitazione nazionale per il rilancio dell’istruzione alberghiera italiana.

È il momento di farci sentire.

Più laboratorio. Più professionalità. Più dignità agli ITP. Più alta formazione. Più futuro per i nostri studenti.

La Voce della Scuola sarà al loro fianco.

Editoriale del Direttore – La Voce della Scuola

Diego Palma

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Attualità

Caso Nicola Maggiotto, lo psicologo Claudio Belardo avverte: “La violenza giovanile si sconfigge educando alle emozioni. Fermarsi è segno di forza”

Il “branco” trasforma la rabbia in violenza: le parole dello psicologo ci fanno riflettere! 🧠 💔 A seguito dei recenti e drammatici fatti di cronaca giovanile che hanno coinvolto anche Nicola Maggiotto, l’esperto psicologo Claudio Belardo interviene duramente per analizzare il fenomeno della violenza tra ragazzi. “Le dinamiche di gruppo azzerano le responsabilità individuali per il disperato bisogno di sentirsi accettati. Ma comprendere questi meccanismi non significa giustificare chi sbaglia!”, avverte il medico. La soluzione? Ripartire dall’educazione emotiva fin da piccoli e affidarsi ai veri valori dello Sport. “Dobbiamo insegnare ai ragazzi che allontanarsi da una provocazione o da una rissa non è codardia, ma è la forma più alta di Forza e di Autocontrollo!”. Infine, un duro richiamo alla stampa: “Smettiamola di spettacolarizzare il dolore delle famiglie. Rispettiamo la dignità umana”. Leggete l’illuminante intervista completa nel nostro nuovo articolo! 👇 👨‍⚕️

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Claudio Belardo

Redazione– I recenti e drammatici fatti di cronaca, su tutti il delicato caso che ha coinvolto il giovane Nicola Maggiotto, hanno riportato prepotentemente e tragicamente al centro del dibattito pubblico nazionale il fenomeno in costante ascesa delle aggressioni giovanili. Ma al di là delle indagini giudiziarie e delle sentenze emesse frettolosamente sui social network, c’è un vuoto profondo che merita di essere analizzato con urgenza: le complesse e subdole dinamiche psicologiche che possono trasformare un banale conflitto verbale in un irreversibile episodio di brutale violenza.

Senza entrare morbosamente nei dettagli personali della vicenda specifica, e lasciando agli organi inquirenti competenti ogni necessaria ricostruzione dei fatti, a gettare una luce chiarificatrice sul tema interviene il Dottor Claudio Belardo, stimato psicologo ed esperto in benessere psicologico, dinamiche dello sport e performance. Il suo è un invito perentorio a spostare l’attenzione collettiva dalla sterile e sensazionalistica cronaca nera al campo ben più complesso e salvifico della prevenzione.

Oltre la cronaca: l’analisi psicologica delle aggressioni e del “branco”

«Quando assistiamo inermi a episodi di violenza», esordisce lo psicologo, «dobbiamo avere l’onestà intellettuale di chiederci anche cosa accade prima: quali emozioni profonde non vengono riconosciute in tempo, quali silenziosi segnali di disagio vengono colpevolmente ignorati e quali meccanismi perversi trasformano la rabbia e la frustrazione repressa in pura aggressività fisica».

L’analisi di Belardo si sofferma con particolare, severa attenzione sulle temibili dinamiche di gruppo. La presenza del “branco”, degli amici o dei semplici spettatori passivi, infatti, può influenzare e alterare radicalmente il comportamento del singolo individuo attraverso pericolosi meccanismi di emulazione, una spasmodica ricerca di approvazione sociale e una drastica riduzione della percezione della propria responsabilità penale e morale. «All’interno di un gruppo coeso può diventare molto più difficile fermarsi. Il bisogno giovanile di dimostrare forza, di essere accettati dal branco o di non apparire mai deboli può contribuire ad amplificare a dismisura comportamenti che, se presi individualmente, verrebbero con ogni probabilità maggiormente controllati o repressi», spiega il professionista.

“Comprendere non è giustificare”: le trappole e l’autocontrollo

Lo psicologo ci tiene però a tracciare una linea di demarcazione nettissima. Analizzare questi oscuri meccanismi psicologici non significa, in alcun modo, attenuare o cancellare le responsabilità individuali di chi compie atti violenti. «Comprendere non significa giustificare. La responsabilità personale delle proprie azioni resta il fulcro centrale del vivere civile. Ma se vogliamo fare prevenzione reale sul territorio, dobbiamo necessariamente conoscere a fondo ciò che può favorire questa drammatica escalation e, di conseguenza, intervenire molto prima che venga superato il limite di non ritorno».

Educare alle emozioni: la palestra di vita e il ruolo dello Sport

Secondo la visione del Dottor Belardo, la prevenzione primaria dovrebbe partire dalla scuola e dalla famiglia attraverso una strutturata educazione emotiva, insegnando ai ragazzi, fin dall’età evolutiva, a riconoscere, mappare e gestire i sentimenti di rabbia, l’intolleranza alla frustrazione, le provocazioni esterne e la tremenda pressione psicologica del gruppo.

«Dobbiamo aiutare i nostri giovani a capire che allontanarsi da una provocazione non significa affatto avere paura, né essere codardi. Sapersi fermare è una forma altissima di forza: significa possedere un saldo autocontrollo, una grande consapevolezza di sé e la capacità matura di prevedere le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni». In questo lungo e faticoso percorso formativo, la famiglia, la scuola e i centri di aggregazione sociale hanno una responsabilità educativa fondamentale. Anche lo Sport agonistico e amatoriale può rappresentare uno straordinario strumento di prevenzione: «Lo sport insegna da sempre che la forza e la violenza sono due concetti completamente opposti. Le regole, la disciplina ferrea, il rispetto sacrale dell’avversario, la nobile gestione della sconfitta e il controllo delle emozioni sotto pressione sono competenze umane che non servono soltanto per vincere una gara, ma servono per sopravvivere e prosperare nella vita di tutti i giorni».

Il richiamo ai media: “Non trasformiamo la sofferenza in spettacolo”

C’è infine un ultimo, doloroso aspetto sul quale Belardo invita tutti (in primis la stampa e l’opinione pubblica) a riflettere: il modo spesso cinico in cui episodi delicatissimi vengono raccontati, sezionati e dati in pasto ai social. «Dietro ogni fatto di cronaca ci sono persone in carne ed ossa e famiglie distrutte. Possiamo e dobbiamo discutere del fenomeno sociologico senza trasformare la sofferenza e la tragedia individuale in un grottesco spettacolo mediatico. La sacra dignità della persona deve venire sempre prima della curiosità morbosa per i dettagli di cronaca».

Da qui il suo forte invito a utilizzare anche gli episodi più oscuri che scuotono l’opinione pubblica per costruire una riflessione ben più ampia e duratura sulla prevenzione. «Non possiamo limitarci a parlare di educazione emotiva soltanto il giorno dopo un tragico episodio di violenza per poi dimenticarcene. Bisogna lavorare prima, in tempo di pace, aiutando i giovani a sviluppare una vera empatia. Prevenire significa fornire loro questi strumenti indispensabili molto prima che diventino drammaticamente necessari».

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Politica

Caso Ranucci, il monito di Luca Sforzini: «Report ha indagato anche su di me, ma chi fa politica vive in una casa di vetro. La Rai accenda un’altra trasmissione»

“La politica è una casa di vetro: non spegnete le telecamere, accendetene di nuove!” 🎥 🏛️ L’intervento a gamba tesa di Luca Sforzini sul delicatissimo “caso Ranucci-Report”. Il Presidente di Rinascimento Nazionale spiazza tutti con una confessione choc: “Anche io e il mio mondo politico siamo finiti nel mirino di Report. Ma chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere!”. Sforzini si schiera apertamente a difesa del giornalismo d’inchiesta, definendo inaccettabile ogni ipotesi di censura o epurazione di Ranucci, e lancia una proposta rivoluzionaria ai vertici Rai: lasciare intatto Report su Rai 3 e creare una SECONDA trasmissione d’inchiesta concorrente e autonoma su Rai 2! “Non voglio una Rai amica dei partiti, voglio una tv libera che sia scomoda per tutti. Il potere che teme le domande dei giornalisti non merita la fiducia del popolo”. Leggete l’appello integrale nel nostro ultimo articolo e diteci da che parte state! 👇 🗞️

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Ranucci

Redazione  – In un momento storico e politico in cui i rapporti tra i palazzi del potere e il giornalismo d’inchiesta sembrano vivere una fase di perenne, altissima e pericolosa tensione, c’è una voce fuori dal coro che spariglia le carte sul tavolo. È quella di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che è intervenuto a gamba tesa sul caldissimo “caso Sigfrido Ranucci”, che vede da giorni il conduttore di Report al centro di veleni, indiscrezioni di sostituzioni e pressioni politiche. Sforzini non ha scelto la strada del conformismo, ma ha rilasciato una dichiarazione coraggiosa, partendo da un clamoroso retroscena personale: il fatto di essere stato lui stesso nel mirino della celebre trasmissione di Rai 3.

La politica come “Casa di Vetro”: il rispetto per chi indaga

«Report ha indagato anche su di me, sul mondo politico nel quale mi muovo e su Rinascimento Nazionale», esordisce senza filtri Sforzini. Una confessione che, per molti politici, sarebbe l’occasione perfetta per scagliarsi contro la trasmissione e chiederne la chiusura. Per il Presidente di Rinascimento Nazionale, invece, è esattamente il contrario: «Sono stato dall’altra parte delle telecamere. Proprio per questo oggi dico ai vertici: non spegnete quelle telecamere, anzi accendetene anche altre».

Il concetto di fondo espresso da Sforzini è lapidario e inattaccabile. Secondo il Presidente, infatti, il compito di chi viene interpellato o attenzionato dalla stampa non è mai quello di chiedere censure, ma di fornire spiegazioni chiare. «Sono d’accordissimo con un principio molto semplice: chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere dal giornalismo d’inchiesta. E gli italiani non sono affatto spettatori ingenui: sanno distinguere la sostanza vera dalle macchinazioni, i fatti dalle forzature, le inchieste serie dalle ricostruzioni pretestuose. Chi sceglie di occuparsi della cosa pubblica sceglie, per definizione, di vivere in una casa di vetro».

“Non voglio una Rai amica”: l’elogio del giornalismo scomodo

Ma l’intervento di Sforzini si spinge oltre la semplice difesa d’ufficio del programma condotto da Sigfrido Ranucci, toccando il tema spinosissimo della lottizzazione e dell’indipendenza del Servizio Pubblico radiotelevisivo. «Non voglio una Rai amica della destra e non la voglio amica della sinistra», tuona Sforzini. «Voglio una Rai abbastanza libera e coraggiosa da essere scomoda a entrambe le fazioni. Se Report fa domande anche a me o alla parte politica nella quale mi muovo, il mio compito istituzionale non è chiedere che smetta di fare il suo lavoro: il mio dovere civico è rispondere».

Il giornalismo d’inchiesta, ammette il leader politico, può certamente commettere degli errori o prendere abbagli. «Lo si smentisce carte alla mano, lo si critica, lo si contesta anche duramente. Ma alle domande scomode si risponde: non si spegne la telecamera che le pone. Se questo accadesse, non sarebbe una vittoria della politica sul giornalismo, ma una drammatica e inaccettabile sconfitta della democrazia».

La proposta in Rai: un secondo “Report” concorrente su Rai 2

Da qui nasce la dirompente proposta operativa rivolta direttamente ai vertici di Viale Mazzini: rilanciare anziché arretrare. «Al caso Ranucci la Rai deve rispondere con più giornalismo d’inchiesta, non con meno. Un solo Report non basta: facciamone due». La soluzione avanzata da Sforzini è pratica e ambiziosa: anziché accanirsi per spegnere il format o ipotizzare surreali epurazioni per sostituire Ranucci, la Rai dovrebbe lasciare immutata e intoccabile la trasmissione su Rai 3 così com’è. Nel frattempo, dovrebbe però impegnarsi a istituire formalmente una seconda redazione permanente di giornalismo d’inchiesta per la Rete 2, autonoma, libera, garantita e dichiaratamente concorrenziale rispetto alla squadra di Report. «Così si vedrà chi ha più filo da tessere sul campo», chiosa Sforzini.

La moglie di Cesare e il potere: chi teme le domande non merita fiducia

L’appello si chiude con un richiamo colto ma terribilmente attuale, ispirato a Caio Giulio Cesare: «La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Se vogliamo ridare vera fiducia e speranza alla Nazione, chiunque ricopra ruoli di responsabilità deve sentire il peso di questo antico monito». Il messaggio finale inviato ai palazzi romani è un colpo da ko: «Il potere che teme le domande è un potere che teme la trasparenza. E un potere che teme la trasparenza non merita la fiducia dei cittadini. Chi esercita il potere deve semmai temere le proprie risposte, non certo le domande dei giornalisti».

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Economia

Boom del cashback per le famiglie italiane: ScontiPoste da record, nel 2025 restituiti 12 milioni di euro ai clienti. Ecco come funziona il programma

Il modo più facile per farsi ridare soldi mentre si fa la spesa! 🛒 💸 Il programma fedeltà ScontiPoste ha chiuso un anno da vero record: nel 2025 ha restituito la bellezza di 12 MILIONI DI EURO sotto forma di cashback direttamente nelle tasche degli italiani! Più di 3 milioni e mezzo di cittadini hanno risparmiato acquistando con le loro carte Postepay o BancoPosta negli oltre 12.000 negozi fisici e online convenzionati. Il sistema è geniale e automatico: basta pagare con la carta (o tramite QR Code) e lo sconto, che può arrivare fino a un clamoroso 30%, vi viene accreditato sul conto nel giro di 5 giorni lavorativi, senza dover fare assolutamente nulla! Avete l’App di Poste Italiane? Usate la mappa interattiva per scoprire i negozi vicino a voi. Leggete la nostra guida completa nel nuovo articolo per iniziare subito a risparmiare centinaia di euro all’anno! 👇 💳

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Carta Banco Posta

Redazione – In un periodo storico in cui l’attenzione al bilancio familiare e la gestione oculata delle spese quotidiane sono diventati imperativi categorici per milioni di cittadini, c’è chi fa della fedeltà un vero e proprio motore di risparmio concreto. Il bilancio del 2025 per ScontiPoste, l’apprezzatissimo programma fedeltà ideato da Poste Italiane, si è appena chiuso registrando numeri letteralmente da record. A trionfare, in questo caso, è il caro vecchio portafoglio degli italiani: nell’ultimo anno, infatti, il programma ha restituito ai propri clienti l’incredibile cifra di ben 12 milioni di euro di cashback (ovvero di rimborso diretto delle spese effettuate).

I numeri di un successo inarrestabile: dal 2010 a oggi

A beneficiare concretamente di questi preziosi rimborsi sono stati quasi 3,5 milioni di clienti sparsi su tutto il territorio nazionale. Un bacino d’utenza sterminato, che grazie a oltre 20 milioni di singole transazioni quotidiane ha generato un volume complessivo di spesa superiore alla mostruosa soglia dei 500 milioni di euro. Questi dati vertiginosi confermano quanto gli italiani abbiano ormai compreso e interiorizzato le logiche del cashback moderno.

Si tratta di un successo clamoroso che si rinnova e cresce anno dopo anno: basti pensare che dal suo lancio ufficiale, avvenuto nell’ormai lontano 2010, il circuito ScontiPoste ha restituito agli italiani la vertiginosa somma di oltre 150 milioni di euro in rimborsi totali. Una pioggia di denaro tornata direttamente nelle tasche dei risparmiatori, consacrando l’iniziativa di Poste Italiane tra i programmi di fedeltà aziendale di maggior successo e più apprezzati a livello europeo.

Come funziona la “magia” del risparmio: sconti automatici fino al 30%

Ma qual è il segreto di questo straordinario successo popolare? Semplicemente l’immediatezza e la trasparenza. ScontiPoste è il programma fedeltà di Poste Italiane dedicato in via esclusiva a tutti i titolari di carte di pagamento Postepay e BancoPosta. Aderendo al programma, il cliente ha la straordinaria opportunità di risparmiare cifre importanti, ottenendo rimborsi che possono arrivare persino al 30% di sconto sugli acquisti di tutti i giorni.

Per ottenere questo vantaggio economico non bisogna fare trafile burocratiche complesse: basta semplicemente pagare i propri acquisti utilizzando le carte Postepay o BancoPosta all’interno del vastissimo circuito di partner. Parliamo di oltre 12.000 negozi convenzionati, sia fisici (quelli sotto casa, nei centri commerciali e nelle piazze d’Italia) che online. In alternativa alla carta fisica, per gli amanti della massima tecnologia, è perfettamente possibile usare anche il comodo “Codice Postepay”, semplicemente inquadrando e scansionando un QR Code dal proprio smartphone oppure cliccando su un apposito link fornito dal negoziante al momento del conto.

Semplicità e innovazione: l’accredito rapido in soli 5 giorni

Uno degli aspetti più amati del servizio ScontiPoste è l’estrema rapidità con cui il denaro torna materialmente a disposizione del cittadino. Il cashback accumulato facendo la spesa, comprando vestiti o prenotando servizi viene accreditato automaticamente sulla carta o sul conto che l’utente ha precedentemente selezionato come “preferito” (tramite l’App Poste Italiane o dal portale web poste.it).

Se, per distrazione, il cliente non ha preventivamente selezionato nessuno strumento preferito, nessun problema: il sistema intelligente effettua l’accredito direttamente sulla carta o sul conto legato alla carta appena usata per il pagamento. La grande comodità sta nel fatto che gli sconti sono applicati in modo del tutto automatico e i soldi vengono accreditati sul saldo entro appena 5 giorni lavorativi dalla contabilizzazione della transazione, senza dover inviare alcuna richiesta, scontrino o prova d’acquisto.

La mappa interattiva: come scovare i negozi convenzionati

Orientarsi tra migliaia di negozi per massimizzare il risparmio è facilissimo. Sul sito ufficiale Poste.it e sulla comodissima App Poste Italiane (sempre a portata di smartphone) è disponibile e costantemente aggiornato l’elenco completo di tutti gli esercenti che aderiscono all’iniziativa. La funzionalità più utile per i cittadini in movimento è senza dubbio la geolocalizzazione in tempo reale: basta aprire l’App mentre si cammina per strada e la mappa ci indicherà istantaneamente i negozi convenzionati nel raggio di pochi metri, suggerendoci dove fermarci a fare compere per ottenere sconti favolosi pagando con le nostre carte gialle o blu.

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