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DAL 2 MAGGIO LA MOSTRA “ETTORE SCOLA. NON CI SIAMO MAI LASCIATI” | FINO AL 13 SETTEMBRE 2026 AL MUSEO DI ROMA A PALAZZO BRASCHI

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DAL 2 MAGGIO LA MOSTRA “ETTORE SCOLA. NON CI SIAMO MAI LASCIATI” | FINO AL 13 SETTEMBRE 2026 AL MUSEO DI ROMA A PALAZZO BRASCHI

Redazione-  A dieci anni dalla scomparsaEttore Scola torna idealmente a incontrare il suo pubblico con una mostra che ne celebra l’eredità creativa e umana. Dal 2 maggio al 13 settembre, il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospita Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati, un percorso immersivo che attraversa lo sguardo e l’opera di uno dei più raffinati protagonisti del nostro cinema.

L’esposizione intreccia vita e immaginazione, restituendo un ritratto ricco e sfaccettato dell’autore: non solo regista, ma sceneggiatore, disegnatore e acuto osservatore del suo tempo. Dalle radici a Trevico al legame profondo con Roma, il racconto accompagna visitatrici e visitatori in un viaggio fatto di immagini, parole e suggestioni, come le pagine di un racconto in continua trasformazione.

“A dieci anni dalla scomparsa del Maestro Ettore Scola, rendiamo omaggio con questa grande mostra ad un umanista dallo sguardo libero del cinema italiano, che ha raccontato i suoi personaggi, gli esseri umani, in modo completo, riuscendo a far vivere nell’immaginario collettivo che sopravvive ai suoi film, il tratto concreto e mai banale delle relazioni, delle persone nel divenire del nostro tempo; le difficoltà, l’amore, l’amicizia, la vecchiaia e la morte. La mostra racconta tutti questi aspetti e lo fa dedicando uno sguardo importante alla città di Roma, a cui Ettore Scola era legato da un legame speciale, profondo e autentico, in grado di raccontare la Capitale senza edulcorazioni, nelle sue verità e nelle sue diverse fasi storiche, a partire dal dopoguerra. L’esposizione a Palazzo Braschi significa riconoscere la rilevanza del cinema e il suo valore di accessibilità culturale, grazie al modo di raccontare del Maestro: un racconto popolare, denso di riflessione critica ma anche di leggerezza” dichiara Massimiliano SmeriglioAssessore alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale.

 

La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e curata da Silvia Scola e Alessandro Nicosia, è organizzata e realizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura. Sono inoltre presenti materiali di Rai Teche, dell’Archivio storico Luce e prestiti della Collezione Studio EL – Cinecittà S.p.A.

 

Arricchita da documenti mai esposti prima, la rassegna svela un aspetto intimo della sua creatività e presenta fotografiemanoscrittioggettisceneggiature originali e appunti personaliarticoli di giornali e rivistevignettebozzetti di scena –non semplici schizzi, ma vere e proprie “sceneggiature visive” attraverso cui Scola studiava tic, volti e debolezze degli italiani, trasformando la satira giornalistica nel grande cinema che tutti conosciamo. Completano il percorso filmati e documentariopere d’arte e, tra i cimeli più iconici, spiccano le sedie da registala macchina da scriverei primi ciakil trench indossato da Federico Fellini in C’eravamo tanto amati. Molti dei materiali provengono dall’Archivio della famiglia Scola curato negli anni da Marco Scola di Mambro, nipote di Ettore.

L’esposizione si articola in tre sezioni tematiche che ripercorrono la sua vita e la sua opera.

L’uomo ricostruisce gli inizi di Ettore Scola, nato nel 1931 a Trevico, e la sua formazione tra il Sud Italia e Roma, nel quartiere Esquilino. Qui prende forma uno sguardo attento e partecipe sulle contraddizioni della realtà. Ancora giovanissimo entra nell’ambiente del “Marc’Aurelio”, dove incontra, tra gli altri, Federico Fellini e Steno. È l’inizio di una straordinaria carriera da sceneggiatore, che lo porterà a collaborare con alcuni dei protagonisti della commedia all’italiana e a lavorare, tra radio, televisione e cinema, anche con Alberto Sordi, contribuendo a film diventati iconici come Il sorpasso e I mostri. Dal 1964 passa alla regia, sviluppando uno stile personale, ironico e profondamente civile, capace di raccontare la vita quotidiana intrecciandola con la grande Storia. I suoi film danno voce a sogni, fragilità e contraddizioni di un intero Paese.

L’artista, articolata nelle sottosezioni Lo sceneggiatoreIl disegnatore e Il regista, restituisce l’immagine di un autore completo. Dalla satira degli esordi alla maturità cinematografica, Scola attraversa e interpreta la cultura italiana del Novecento. La sua filmografia, intensa e riconoscibile, include capolavori come C’eravamo tanto amatiBrutti, sporchi e cattivi e Una giornata particolare, opere che raccontano l’Italia con profondità, ironia e umanità.

Roma è dedicata al rapporto speciale tra il regista e la città. Nato in Irpinia ma romano d’adozione, Scola ha osservato e raccontato la Capitale con uno sguardo al tempo stesso affettuoso e lucido. Nei suoi film Roma diventa protagonista: uno spazio vivo in cui si intrecciano storie individuali e collettive, specchio delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri. Dalle periferie alle terrazze borghesi, i luoghi si fanno scenari di incontri, conflitti e memorie. Un legame profondo e reciproco, suggellato anche dall’omaggio che la città gli ha dedicato nel 2016 nel cuore di Villa Borghese.

La mostra si rivolge a un pubblico ampio e trasversale, con l’obiettivo di restituire tutta la ricchezza dell’opera di Scola e di avvicinare anche le nuove generazioni al suo cinema. Approfondimenti, attività formative e un linguaggio accessibile accompagnano il percorso, favorendo una fruizione inclusiva e partecipata.

Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale che, attraverso materiali iconografici inediti e testimonianze – tra cui quelle di Fanny Ardant, Giuseppe Tornatore e Dacia Maraini – ripercorre le origini, il percorso artistico e l’eredità di un autore che ha saputo raccontare, con sensibilità e intelligenza, il nostro Paese.

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“Merita il Nobel per la Letteratura”: la clamorosa consacrazione internazionale per l’illustre poetessa Maria Teresa Liuzzo

“Questa Autrice italiana, grande amica del mondo, merita di essere tra i futuri candidati al Nobel per la Letteratura”. 🖋️ 🌍 La voce poetica della Dottoressa Maria Teresa Liuzzo conquista il panorama accademico internazionale! A lanciare la prestigiosissima proposta è l’illustre critico, romanziere e accademico algerino Med Nadhir Sebaa, che in una bellissima e commossa lettera analizza la “dissezione dell’anima umana” condotta magistralmente nei romanzi e nelle poesie della Liuzzo. Leggi l’articolo e scopri il testo integrale di questo commovente riconoscimento letterario. 👇 📖

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Maria Teresa Liuzzo

Redazione-  Ci sono voci letterarie che nascono per rimanere confinate nel proprio recinto accademico, e ci sono anime che, invece, scrivono con un respiro talmente universale da riuscire a scavalcare le montagne, attraversare gli oceani e unire popoli lontanissimi tra loro. Maria Teresa Liuzzo appartiene indiscutibilmente a questa seconda, rarissima e preziosissima categoria di autori. La sua scrittura, da sempre caratterizzata da una sensibilità quasi dolorosa e da un amore viscerale per l’umanità, continua ininterrottamente a raccogliere consensi e riconoscimenti di altissimo prestigio internazionale. L’ultimo, in ordine di tempo, è un tributo critico di una levatura e di una portata emotiva eccezionali, giunto direttamente dalle aule universitarie dell’Algeria, a firma di uno degli intellettuali più raffinati del bacino del Mediterraneo: il professor Med Nadhir Sebaa, docente di Letteratura presso l’Università di Batna, noto saggista, poeta, romanziere e critico d’arte di chiara fama.

Una dissezione dell’anima tra umanesimo, scienza e infinito amore

Nel suo approfondito e commosso saggio critico, il professor Sebaa non si limita a un’analisi stilistica fredda e distaccata dell’immensa antologia della Liuzzo, ma entra in profonda connessione con la spiritualità della scrittrice. Definisce la sua opera come “abbondante, originale e variegata”, lodando la sua straordinaria capacità di riproporre le grandi tematiche universali dell’esistenza umana (la vita, la morte, il dolore, la speranza) senza mai cadere nella retorica o in stili antiquati. Anzi, secondo l’accademico algerino, Maria Teresa Liuzzo compie nei suoi testi una vera e propria “dissezione quasi psicanalitica” dell’animo umano.

È una passeggiata dell’intelligenza, la sua, condotta sempre con l’ausilio di due stampelle fondamentali: l’umanesimo più puro e un’impalcatura scientifica che le impedisce di scivolare nella banalità. L’autrice rifugge con fermezza quello che il critico chiama genialmente il “lettino da scrittura di Procuste”, ovvero la tentazione di piegare la realtà alle proprie tesi, costringendo il lettore in schemi rigidi. Al contrario, la Liuzzo resta sempre umile, fedele al suo principio fondante: “Scrivere significa rimanere umili, perché solo l’amore per i nostri simili innalza gli altri”.

Il rifugio dell’infanzia e la feroce condanna dei vizi adulti

La grandezza della Liuzzo, che il critico sottolinea con ammirazione, risiede nella sua lealtà, nella semplicità e nel calore con cui affronta argomenti abissali. L’amore universale si traduce spesso in un disperato e romantico ritorno all’infanzia, l’unico vero luogo dell’innocenza. Nei versi e nella prosa della poetessa emerge con forza la certezza incrollabile che ogni bambino nasca intelligente, buono e puro, e che debba essere protetto con i denti e con le unghie dalla “stupidità e dalla perversione degli adulti”, mali che l’autrice denuncia e seziona meticolosamente, condannando i vizi, gli odi ingiustificati e le trasgressioni ridicole dell’era moderna.

L’appello del professor Med Nadhir Sebaa: “Candidatela al Nobel”

Attraverso grandi affreschi che rendono omaggio alla dignità delle donne e dell’essere umano nella sua interezza, le opere della Liuzzo (da “La luce del ritorno” a “Genesis”, passando per lo struggente “Non dirmi che ho amato il vento!”) dimostrano una padronanza stilistica sbalorditiva. Maria Teresa domina sia la lingua letteraria più alta e cesellata, sia la forza saporita e carnale dei dialetti. Ed è proprio al culmine di questa incisiva disamina che il professor Sebaa lancia il suo appello vibrante e inequivocabile: questa autrice, grande amica dell’Algeria e del mondo intero, “merita di essere tra i futuri candidati al Nobel per la Letteratura”.

Il testo integrale della lettera critica

Per onorare la statura intellettuale del mittente e della destinataria, e per permettere ai lettori di assaporare la bellezza assoluta di queste parole, riportiamo di seguito il testo integrale e originale redatto dal Professor Med Nadhir Sebaa (datato 28 luglio 2023):

«Per la scrittrice e poetessa Maria Teresa Liuzzo: opera abbondante, originale e variegata…

“Scrivere significa rimanere umili”. Solo l’amore per i nostri simili innalza gli altri (M.T.L.). L’opera di Maria Teresa Liuzzo, famosa scrittrice – poetessa italiana, riconosciuta dal grande pubblico, è caratterizzata dalla geniale ripetizione di argomenti attuali, nelle forme moderne, da tradurre nell’ottica di una dissezione quasi psicanalitica, la passeggiata della bella intelligenza umana con umanesimo, scienza e grande originalità, evitando il ”lettino da scrittura di PROCUSTE”, elastico, sbiadito e attuale.

Maria Teresa, lontana da ogni pretesa intellettuale descritta nelle sue suggestive poesie e nei romanzi in prosa, le gioie, i dolori, le speranze della vita… con lealtà, semplicità e calore… L’amore degli uomini del mondo, dei suoi fratelli e simili, è uno dei tanti temi essenziali, fino al ritorno all’infanzia per estrarre la certezza che ogni bambino è intelligente, fondamentalmente innocente e che va protetto dalla stupidità e dalla perversione degli adulti; che lei denuncia meticolosamente.

Ricco, variegato, affascinante, il lavoro della Dottoressa Liuzzo, romantico e talvolta autobiografico – e che disegna grandi affreschi in omaggio all’essere umano, alle donne e all’umanità, ha il raro privilegio di avere suscitato un considerevole numero di studi dedicati alla sua esperienza e al suo percorso intimo. Le critiche più diverse sono state formulate sulla sua antologia, composta da ”La luce del ritorno ”, ”L’ombra affamata della madre”, ”E adesso parlo!”, ”Genesis”, ”Umanità” …trasporto abilmente dei temi di tutto ciò che aveva vissuto finora, scritti con sensibilità e intrisi di energia, motivazione, nuovo Spirito e amore, che hanno dominato la sua vita, ogni disegno dall’arsenale della sua autobiografia, per misurare il suo talento, la sua originalità, alla vigilia di un’infinita ricerca umanista espressa con forza nel suo bellissimo ”Non dirmi che ho amato il vento!”.

Poiché sottolinea il ridicolo delle trasgressioni, degli odi e dei vizi, Maria Teresa si è volentieri collocata in diacronia, attraverso un contributo e un immaginario che danno alla lettura alcune sorti di personaggi, attori, registrate nella Storia più esaustiva di uno spazio familiare ampliato nell’ambiente sociale. Con una grande tecnica di spogliarello e armata di mente acuta, uno sguardo osservatore, una grande sensibilità, Maria Teresa Liuzzo ci rivela le innumerevoli risorse sia della lingua letteraria sia dei dialetti che lei utilizza con indirizzamento e in modo gustoso.

Questa Autrice, grande amica del mio Paese Algeria e del mondo, merita di essere tra i futuri candidati al NOBEL per la LETTERATURA.

Med Nadhir Sebaa, 28 luglio 2023»

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Sanremo come dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana: un’idea di “italianità musicale” che trae origine dal patrimonio mediterraneo della canzone partenopea del Novecento.

Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, la canzone italiana non ha ancora un’identità autonoma: è proprio la tradizione napoletana a fornire il modello melodico e poetico su cui il Festival costruirà la propria estetica. Un punto spesso dimenticato è che il Casinò di Sanremo ospitò in effetti già prima, nel 1931, una grande manifestazione dedicata alla musica napoletana, il Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi .

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Tiziana Fiori

Redazione-  Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, la canzone italiana non ha ancora un’identità autonoma: è proprio la tradizione napoletana a fornire il modello melodico e poetico su cui il Festival costruirà la propria estetica. Un punto spesso dimenticato è che il Casinò di Sanremo ospitò in effetti già prima, nel 1931, una grande manifestazione dedicata alla musica napoletana, il Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi .

 La kermesse, pur non ripetuta, rimase nella memoria cittadina e divenne il modello mentale per chi, dopo la guerra, immaginò un festival musicale stabile. . Questo dato è cruciale: la canzone napoletana, primo repertorio urbano moderno d’Italia, entra così nel DNA del Festival prima ancora che il Festival  stesso esista!

Non è un caso che molti dei primi interpreti sanremesi — da Nilla Pizzi a Claudio Villa — incarnino una vocalità chiaramente debitrice della tradizione partenopea.

 La canzone napoletana struttura il DNA stesso di Sanremo.

Nel processo di formazione della canzone italiana, Napoli svolge un ruolo fondativo: non solo perché la canzone napoletana costituisce il primo repertorio urbano moderno della penisola, ma perché offre all’immaginario nazionale un modello melodico, linguistico e sentimentale che diventerà la matrice della produzione musicale italiana, anche nel mondo.

 L’autore Aniello Califano è dunque uno dei mediatori attraverso cui la tradizione napoletana si apre alla dimensione nazionale: la sua scrittura, più immediata e melodicamente “cantabile”, prefigura quella linea melodica che, attraverso Murolo, Bruni, Ranieri e poi D’Alessio, confluirà nella canzone italiana del secondo Novecento.

La forza della canzone napoletana sta nella sua capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità. Nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, la tradizione partenopea continua a generare nuove forme: la scuola chitarristica di Roberto Murolo, la vocalità drammatica di Sergio Bruni, la modernizzazione blues e jazz di Pino Daniele, la linea melodica pop di Massimo Ranieri e Gigi D’Alessio e la reinvenzione elettronica e urbana di Liberato

Tutte queste traiettorie, pur diversissime, mantengono un legame profondo con la tradizione ottocentesca e con quella generazione d’oro di poeti che ha definito il linguaggio della canzone napoletana.

 In questo orizzonte, la figura di Aniello (Alessandro) Califano si colloca come punto di snodo tra la grande stagione poetica di fine Ottocento e la successiva nazionalizzazione del gusto melodico. Rispetto ai tre grandi autori che hanno definito l’identità della canzone napoletana — Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e Libero Bovio —A. Califano ha saputo trasformare, in questo continuum, la tradizione in un linguaggio accessibile, popolare, nazionale, contribuendo a costruire quel ponte che unisce Napoli alla canzone italiana.

Califano è uno dei parolieri più influenti della canzone napoletana classica: autore di alcuni dei testi più celebri della tradizione partenopea, tra cui ’O surdato ’nnammurato (1915), Tiempe belle, presenti nelle raccolte e nei concerti dedicati alla tradizione partenopea e interpretate da generazioni di cantanti napoletani e non solo, rimanendo nel repertorio fino a oggi.

La sua scrittura combina lirismo popolare, attenzione alla vita quotidiana e un forte senso melodico, elementi che diventeranno tratti distintivi della canzone napoletana del Novecento.

 La sua poetica si fonda su una emozione immediata, diretta, capace di parlare a un pubblico vasto senza rinunciare a una forte intensità espressiva e comunicativa che anticipa la futura canzone italiana.

’O surdato ’nnammurato, con la sua apparente semplicità, è un esempio perfetto: una canzone popolare che trascende il locale, capace di diventare simbolo identitario e di attraversare il Novecento fino a oggi, preludendo a quella linea melodica che, attraverso Murolo, Bruni e poi Ranieri, confluirà nella canzone italiana del secondo Novecento. In questo senso, Califano non è soltanto un autore della tradizione napoletana: è uno dei mediatori attraverso cui “Napoli entra nel cuore della canzone italiana”, trasformando un patrimonio locale in un linguaggio nazionale.

La canzone italiana, così come si definisce nel dopoguerra, non nasce dal nulla: eredita a piene mani dalla tradizione napoletana una serie di elementi strutturali e simbolici: la melodia, la forma strofica regolare (strofa–ritornello, modulazioni) e la tematizzazione dell’amore, della nostalgia, del mare e della città.

Un’idea di “italianità musicale” fondata sul Mediterraneo che il Festival di  Sanremo eredita e istituzionalizza.

Non è un caso che molti dei primi interpreti sanremesi provenissero da quella tradizione o ne fossero influenzati.

 La kermesse , in questo senso, non inventa la canzone italiana: la istituzionalizza, la nazionalizza, la televisivizza. E lo fa a partire da un patrimonio che è, in larga parte, napoletano.

Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, infatti, la canzone italiana “nazionale”, come già ribadito, non esiste ancora come genere autonomo.

Il Festival dei fiori come dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana

Il Festival di Sanremo nasce nel 1951 in un’Italia che sta ricostruendo la propria identità culturale e simbolica dopo la guerra, e fin dall’inizio si configura come un vero dispositivo di nazionalizzazione della musica leggera. impressa nella memoria cittadina e fornì il modello mentale per la futura manifestazione. Quando in quell’anno la RAI e il Casinò decidono di creare una competizione dedicata alla “canzone italiana”, non fanno altro che istituzionalizzare un patrimonio già riconosciuto come nazionale, trasformando un repertorio locale in un linguaggio condiviso.

L’arrivo della televisione nel 1955 amplifica il processo: il Festival di San Remo diventa un rito collettivo, un luogo in cui la melodia mediterranea, la vocalità lirica e il sentimentalismo ereditati dalla tradizione napoletana vengono diffusi in tutto il Paese, contribuendo a costruire un immaginario musicale unitario in un’Italia ancora profondamente regionale. In questo senso, Sanremo non è semplicemente un festival: è un meccanismo culturale che seleziona, codifica e trasmette un’idea di italianità musicale, trasformando la canzone in un bene nazionale. La sua funzione non è solo estetica, ma politica e simbolica: attraverso la radio prima e la televisione poi, la kermesse crea un repertorio comune, un lessico affettivo condiviso, un pantheon di interpreti e melodie che diventano parte della memoria collettiva. La canzone napoletana, che aveva già elaborato un linguaggio melodico riconoscibile e una poetica dell’emozione immediata, trova così nel Festival il luogo della propria nazionalizzazione definitiva, mentre Sanremo trova in essa la propria matrice estetica. Il risultato è un processo circolare: Napoli fornisce il modello, il Festival di  Sanremo lo diffonde, l’Italia lo riconosce come proprio.

La televisione come vettore di nazionalizzazione del Festival di Sanremo

Il ruolo della televisione nella storia del Festival di Sanremo è così decisivo da poter essere considerato il vero motore della sua trasformazione in un dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana. Se le prime edizioni del Festival (1951–1954) avevano un impatto limitato e si svolgevano nel salone del Casinò, tra tavolini e pubblico distratto, è solo con il 1955 — anno in cui la RAI trasmette per la prima volta la kermesse in diretta televisiva — che Sanremo diventa un fenomeno culturale di massa, capace di raggiungere un pubblico nazionale e di costruire un immaginario condiviso .

La televisione, introdotta in Italia nel gennaio 1954, era allora un medium nuovo, desiderato, quasi magico. Poche famiglie possedevano un apparecchio, ma la visione collettiva nei bar, nei circoli, nei locali pubblici trasformava ogni trasmissione in un rito comunitario. Il Festival di Sanremo, trasmesso in diretta già dal secondo anno di vita della TV, divenne immediatamente uno degli appuntamenti più seguiti: un evento che non solo intratteneva, ma riuniva gli italiani, contribuendo a costruire una cultura nazionale in un Paese ancora segnato da forti differenze regionali.

La televisione amplificò il Festival proprio nel momento in cui l’Italia stava vivendo il miracolo economico, un periodo di modernizzazione accelerata che favorì la diffusione di nuovi consumi culturali e di nuovi modelli di vita. In questo contesto, Sanremo divenne il luogo in cui la musica leggera — fino ad allora diffusa soprattutto attraverso la radio e i circuiti locali — veniva codificata, selezionata e trasmessa come repertorio nazionale.

La televisione non si limitò a mostrare le canzoni: costruì un’estetica, un linguaggio, una ritualità. Le inquadrature, i costumi, la scenografia, la presenza del presentatore, la gestualità dei cantanti: tutto contribuiva a creare un immaginario riconoscibile e ripetibile. La canzone italiana, attraverso Sanremo, divenne un prodotto visivo oltre che sonoro, e la sua diffusione televisiva ne garantì la circolazione capillare. Brani come Grazie dei fiori o Nel blu dipinto di blu non furono solo successi musicali: furono eventi televisivi, momenti di identificazione collettiva che entrarono nella memoria nazionale.

La televisione, inoltre, rese possibile un processo di standardizzazione del gusto: ciò che veniva premiato a Sanremo diventava automaticamente “italiano”, mentre ciò che restava fuori tendeva a essere percepito come periferico o minoritario. In questo senso, il Festival agì come un filtro culturale: selezionava, legittimava e diffondeva un modello melodico che, pur trasformandosi nel tempo, rimase sempre riconoscibile. La tradizione napoletana — già radicata nel DNA del Festival grazie alla kermesse del 1931‑32 — trovò così nella televisione il mezzo per diventare definitivamente nazionale.

In sintesi, la televisione non fu un semplice canale di trasmissione: fu il dispositivo che trasformò Sanremo in un rito nazionale, capace di unificare il Paese attraverso la musica. Senza la televisione, Sanremo sarebbe rimasto un festival locale; con la televisione, divenne il luogo in cui l’Italia imparò a riconoscersi nella propria canzone.

Il Festival, nato per rilanciare il turismo e creare un repertorio nazionale, compie un’operazione culturale precisa: trasforma un modello locale (napoletano) in un modello nazionale, lo “normalizza” attraverso l’orchestrazione RAI , lo rende televisivo e popolare.

Negli anni ’50, quando la televisione entra nelle case (dal 1955)   Sanremo diventa il luogo in cui la canzone napoletana si mescola con:

– swing e jazz americano

– chanson francese

– primi influssi rock

– musica orchestrale da varietà

Il risultato è la “canzone italiana moderna”, che conserva però un nucleo melodico chiaramente mediterraneo.

Gli ultimi cantanti vincitori della rassegna sanremese hanno proposto canzoni facilmente riconducibili alle tematiche e sonorità melodiche napoletane: la  recente canzone vincitrice neomelodica  Per sempre Sì ,presentata dall’artista Sal da Vinci, è un esempio eclatante di come il gusto musicale nazionale sia stato negli anni fortemente influenzato dalla tradizione melodica imperante nella più seguita ed amata  kermesse canora italiana!

Per cui vale ancora più che mai  lo slogan

PERCHE’ SANREMO È SEMPRE SANREMO!

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La forza incrollabile delle donne: la storia di Menda Vreto, tra sacrifici, lacrime e una speranza invincibile

“La vera forza non è non piangere o non avere paura. La vera forza è andare avanti, mettendo da parte te stessa per salvare chi ami”. ❤️ 😢 Una storia che vi stritolerà il cuore, ma che vi riempirà di un’immensa speranza. Leggi la straordinaria testimonianza di Menda Vreto: immigrata in Italia, con il marito gravemente malato, la casa all’asta e due figlie piccole. Per salvarle ha messo da parte la sua laurea in agronomia, è andata a fare la badante a Milano e ha lottato con le unghie e con i denti. Oggi, le sue bambine sono donne laureate e di successo. Un potentissimo inno all’amore materno e alla dignità femminile. 👇 🌹

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Menda Vreto

Storie Vere – Viviamo in un’epoca in cui la parola “resilienza” viene spesso abusata, svuotata del suo significato più profondo e utilizzata come un banale slogan motivazionale. Ma ci sono vite, storie scritte con le lacrime e con il sudore, che ci ricordano cosa significhi davvero resistere alle tempeste dell’esistenza. Quella di Menda Vreto non è una semplice testimonianza biografica: è un inno viscerale e potentissimo alla forza inesauribile delle donne, all’amore materno che non conosce ostacoli e alla dignità di chi sceglie di non arrendersi mai, nemmeno quando il destino sembra accanirsi con la massima ferocia.

L’arrivo in un Paese sconosciuto e l’ombra devastante della malattia

La storia di Menda inizia come quella di tante donne immigrate: l’arrivo in Italia in giovanissima età, un Paese nuovo da decifrare, una lingua da imparare e, soprattutto, due bambine piccole da crescere e proteggere. Lasciarsi alle spalle le proprie radici, una vita conosciuta e rassicurante, per lanciarsi verso un futuro incerto è già di per sé una prova di coraggio titanica. Ma la vita, purtroppo, aveva in serbo per la sua famiglia sfide ben più crudeli.

Il marito di Menda viene colpito da una gravissima malattia allo stomaco, un calvario clinico che lo costringe a subire ben tre interventi chirurgici. E come se non bastasse, anche la stessa Menda finisce sotto i ferri per due operazioni alla tiroide. In pochissimo tempo, quella che doveva essere una serena famiglia in cerca di fortuna si ritrova travolta: due genitori malati, due figlie piccole da mantenere, le bollette che si accumulano, i risparmi che svaniscono e il conto in banca che si prosciuga. Sono i giorni più bui, quelli in cui la disperazione bussa forte alla porta e in cui, per riuscire a mettere qualcosa in tavola, diventa indispensabile bussare con umiltà alle porte della Caritas.

Il pasto della disperazione e l’innocenza protetta a tutti i costi

C’è un ricordo, nella mente di questa donna straordinaria, che fa stringere il cuore e che fotografa meglio di mille trattati sociologici cosa significhi la povertà assoluta. Menda lo chiama, con un sorriso amaro, “il ricordo della pasta con le farfalle”. Quando metteva la pentola sul fuoco, l’acqua non bolliva per cuocere il formato di pasta che tutti conosciamo, ma perché nel pacco c’erano letteralmente le farfalline, gli insetti del cibo avariato, eppure non c’era nient’altro da mangiare per sfamare la famiglia.

Eppure, in quel mare di privazioni, Menda aveva un solo, incrollabile obiettivo: proteggere le sue figlie dalla brutalità della sofferenza. «Cercavo di non far vedere il dolore alle mie figlie», racconta. «Le mandavo in camera a giocare, perché non volevo che portassero sulle loro piccole spalle il peso insostenibile dei problemi degli adulti. Volevo che, almeno per qualche ora, potessero sentirsi semplicemente bambine». Un atto di amore purissimo, un tentativo disperato di preservare un briciolo di innocenza infantile in una casa assediata dalle preoccupazioni.

Il sacrificio supremo: la separazione per salvare la casa all’asta

Ma l’amore, a volte, richiede strappi dolorosissimi. Con il marito invalido, le figlie da sfamare e l’incubo imminente di perdere la propria casa, finita all’asta per i debiti, Menda si trova davanti a un bivio drammatico. Deve fare la scelta più lacerante per una madre: separarsi fisicamente dalle sue figlie. Mette in un cassetto la sua laurea in agronomia, chiude i suoi sogni personali in una valigia e parte per Milano, accettando di lavorare come badante per assistere la madre di un primario dell’ospedale Niguarda.

Saranno sei lunghissimi, interminabili anni di lontananza. «È stato uno dei sacrifici più grandi della mia vita, un dolore che ancora oggi faccio fatica a raccontare. Ricordo i momenti in cui potevo vedere le mie bambine soltanto attraverso un vetro». In quel momento, il lavoro non era più una questione di realizzazione personale, ma di pura, ferrea sopravvivenza. Menda ha svolto i lavori più umili, quelli che molti rifiutano, senza provare mai un grammo di vergogna. Perché in ogni pavimento lavato, in ogni notte passata ad assistere un anziano, c’era la dignità della sua famiglia e la salvezza della sua casa.

Crescere troppo in fretta: il coraggio di due piccole donne

Mentre la madre combatteva a Milano, a casa le due bambine, di appena 10 e 8 anni, si trovavano costrette a crescere a una velocità innaturale. Hanno dovuto accudire il padre malato, imparare a cucinare, assumersi responsabilità giganti. Eppure, non solo hanno resistito, ma si sono distinte. Fortissime a scuola, trovavano addirittura il tempo per aiutare due bambine italiane a fare i compiti.

Il ricordo che più tormenta Menda è quello delle corsie d’ospedale, quando le sue figlie, guardando i medici negli occhi, chiedevano con il terrore nella voce: «Dottore, mio padre guarirà? Non morirà, vero?». Erano bambine che avevano conosciuto l’assenza e la paura della morte troppo presto. Eppure, proprio in quel dolore condiviso, la famiglia ha trovato la colla per non disgregarsi.

La rinascita: lauree, dignità e il vero significato della forza femminile

Oggi, la tempesta è finalmente alle spalle. Le lacrime hanno lasciato il posto a un orgoglio immenso, dirompente. Quelle due bambine impaurite sono diventate donne forti, laureate, specializzate, padrone del proprio destino. Menda è riuscita nella sua titanica impresa: ha salvato la casa, ha curato il marito, ha fatto studiare le figlie. Resta, nel cuore della madre, il rimpianto per non aver potuto regalare loro un’infanzia spensierata e leggera.

Ma la lezione che ci consegna Menda Vreto è universale e preziosa: «Ho imparato che la forza di una donna non significa non avere mai paura, non piangere o non sentirsi stanca. La vera forza è andare avanti anche quando si è terrorizzati. È rialzarsi quando non ci sono più energie, è fare sacrifici mantenendo intatta la propria dignità, mettendo da parte se stesse per proteggere chi amiamo».

La sua non è solo una storia di dolore, ma un inno alla speranza. Ci insegna che non si può cambiare il passato, ma si può trasformare la sofferenza in un’opportunità di rinascita inarrestabile. Ed è questa, in fondo, l’unica e meravigliosa verità: la vera forza delle donne sta nella sovrumana capacità di amare e di ricominciare. Anche quando il mondo intero ti dice che è impossibile.

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