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Esteri

Le ragazze dell’Afghanistan: vittime di voci, fanatismo e delitti d’ono

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Le ragazze dell’Afghanistan: vittime di voci, fanatismo e delitti d’ono

Parte tre

Redazione- I delitti d’onore in Afghanistan rappresentano una delle realtà sociali più dolorose e complesse. In questi casi, ragazze e donne non vengono uccise per un crimine reale, ma per sospetti, voci, pressioni sociali, rifiuto di matrimoni forzati o semplicemente per il desiderio di continuare gli studi e scegliere liberamente il proprio futuro. Spesso l’autore della violenza è una persona molto vicina alla vittima: un padre, un fratello o un marito, individui che dovrebbero garantire protezione e sicurezza, ma che invece diventano protagonisti della tragedia.

Dodici anni fa, una di queste vittime era una ragazza di nome Zahra.

Zahra aveva solo diciannove anni. Era una studentessa di letteratura inglese e, oltre all’università, frequentava anche corsi di lingua. Era una ragazza tranquilla, diligente, con grandi sogni per il futuro. Voleva studiare, diventare traduttrice, essere indipendente e costruirsi una vita propria. Per lei, i libri non erano solo studio, ma speranza: la speranza di un futuro diverso, nonostante le difficoltà.

Ma in un contesto in cui una voce può diventare più forte della verità, la sua vita cambiò in modo irreversibile.

Alcuni amici del fratello le sussurrarono che “sua sorella aveva una relazione con il professore del corso”. Non c’erano prove, nessuna verifica, nessuna domanda rivolta direttamente a Zahra. Eppure quella sola frase fu sufficiente a scatenare nella mente del fratello sospetto, rabbia e un’idea distorta dell’onore familiare.

Più volte egli chiese ai genitori di impedire a Zahra di continuare gli studi. Ma loro si opposero. Credevano nel diritto della figlia all’istruzione e non vollero privarla del suo futuro.

Il giorno della festa di Eid al-Adha, mentre i genitori erano in moschea per la preghiera, la casa divenne il luogo di una tragedia irreversibile. In quelle ore di assenza, Zahra fu vittima di una violenza estrema. Quando i genitori tornarono, era già troppo tardi: la loro figlia non respirava più.

I delitti d’onore in Afghanistan non sono episodi isolati, ma il riflesso di una profonda crisi sociale in cui la vita delle donne viene talvolta considerata meno importante delle opinioni altrui, delle voci di strada e di interpretazioni distorte del concetto di onore. Spesso queste tragedie restano nascoste, normalizzate o non denunciate, e le vittime non hanno nemmeno la possibilità di ottenere giustizia.

Zahra avrebbe potuto avere un futuro diverso. Avrebbe potuto laurearsi, lavorare, vivere. Ma come molte altre ragazze vittime di questo tipo di violenza, il suo nome è diventato parte di una lunga lista di sogni interrotti.

Questa non è solo la storia di Zahra. È un monito doloroso: finché le voci avranno più peso della verità e il fanatismo più spazio della giustizia, altre ragazze continueranno a rischiare di perdere non solo i propri sogni, ma la vita stessa.

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L’ultimo volo da Kabul; dalla fuga di Ashraf Ghani alla caduta delle persone dall’aereo

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L’ultimo volo da Kabul; dalla fuga di Ashraf Ghani alla caduta delle persone dall’aereo

Redazione- Il 15 agosto 2021 è stato uno dei giorni più dolorosi della storia contemporanea dell’Afghanistan. Kabul cadde, il governo crollò e Ashraf Ghani, allora presidente dell’Afghanistan, lasciò il Paese. Milioni di persone, invece, rimasero nel Paese e furono costrette ad affrontare un futuro incerto, pieno di paura e angoscia.

Quel giorno Kabul non era più la città dei giorni precedenti. La gente seguiva con preoccupazione le notizie, i negozi chiudevano uno dopo l’altro e le famiglie non sapevano cosa sarebbe successo nelle ore successive. La notizia dell’avanzata dei talebani verso la capitale aveva diffuso la paura in tutta la città.

In mezzo a quel caos arrivò la notizia della partenza di Ashraf Ghani da Kabul. Il presidente lasciò il Paese proprio nel giorno in cui la capitale era sull’orlo della completa caduta. In seguito, Ghani spiegò di aver preso quella decisione per evitare ulteriori spargimenti di sangue e combattimenti a Kabul. Ma per molti afghani quella partenza ebbe un significato completamente diverso.

Per loro rimaneva una domanda semplice, ma dolorosa: se il presidente lascia il Paese nel momento più difficile, a chi possono affidarsi le persone rimaste?

La fuga di Ghani divenne per molti il simbolo del crollo di un governo che avrebbe dovuto proteggere i propri cittadini. Forse la parte più amara della vicenda fu proprio questa: il presidente riuscì a lasciare il Paese, mentre milioni di persone non avevano la stessa possibilità. La gente comune rimase nelle proprie case, nelle strade e davanti ai cancelli dell’aeroporto, senza sapere cosa avrebbe portato il futuro.

Mentre Kabul cadeva, per molti abitanti la città sembrò cambiare volto nel giro di poche ore. La presenza dei talebani trasformò l’atmosfera della capitale in qualcosa di cupo e soffocante. Per coloro che temevano il loro ritorno, Kabul sembrava essere avvolta, simbolicamente, da un odore di marciume, morte e disgrazia; un sentimento di rabbia e disperazione che molti non riuscivano nemmeno a esprimere a parole.

Dopo la caduta di Kabul, l’aeroporto della capitale divenne l’ultima speranza per migliaia di persone. Le famiglie si riversarono lì, cercando disperatamente un modo per lasciare l’Afghanistan. Persone che avevano costruito tutta la propria vita nel Paese si trovarono improvvisamente costrette, nel giro di poche ore, a decidere se abbandonare la propria casa, il proprio lavoro, gli amici e la propria terra.

Alcuni avevano soltanto una piccola valigia. Altri non ebbero nemmeno il tempo di raccogliere le proprie cose. Madri stringevano i figli tra le braccia, padri cercavano una via per mettere in salvo le proprie famiglie e giovani che avevano trascorso anni a costruire il proprio futuro ora pensavano soltanto a fuggire.

Ma una delle scene più dolorose avvenne il giorno successivo, il 16 agosto.

Le immagini dell’aeroporto di Kabul mostrarono alcune persone mentre cercavano di aggrapparsi a un aereo militare C-17. Alcuni si erano attaccati alle parti esterne dell’aereo. Sapevano che era estremamente pericoloso, ma la paura di rimanere sembrava essere diventata più grande della paura della morte.

L’aereo iniziò a muoversi e poi si sollevò da terra. Alcune persone erano ancora aggrappate ad esso, come se quell’aereo rappresentasse la loro ultima possibilità di salvezza. Quando raggiunse una maggiore altezza, però, alcune di loro non riuscirono più a resistere e precipitarono, perdendo la vita. In seguito furono trovati anche resti umani nel vano del carrello dell’aereo.

Questa rimane una delle immagini più dolorose della caduta di Kabul: persone che si aggrappavano a un aereo per salvarsi e che, alla fine, caddero dal cielo.

In quel momento non si trattava più soltanto di emigrare; si trattava di disperazione. Il fatto che alcune persone fossero disposte a mettere in pericolo la propria vita pur di lasciare il Paese mostrava quanto fosse diventata profonda la paura del futuro.

Gli aerei decollavano uno dopo l’altro da Kabul. Alcune persone riuscivano a salire a bordo, mentre altre rimanevano dietro i cancelli dell’aeroporto. Alcuni riuscirono a fuggire, ma migliaia di altri furono costretti a rimanere.

In mezzo a tutta quella confusione, la fuga di Ashraf Ghani divenne soprattutto il simbolo di un crollo. Un presidente lasciò il Paese, mentre le persone che non avevano la possibilità di fuggire rimasero a vivere con le conseguenze della caduta.

Quel giorno non crollò soltanto un governo. Per molti crollarono la sicurezza, la fiducia e l’idea di un futuro per cui avevano lavorato per anni.

E forse l’immagine più dolorosa di quei giorni è proprio questa: alcuni riuscirono a fuggire dal Paese, altri rimasero davanti ai cancelli dell’aeroporto e altri ancora caddero dal cielo; tutti erano alla disperata ricerca di una via per salvarsi.

Per coloro che vissero quei giorni, Kabul non fu soltanto una capitale il cui potere cambiò padrone. Fu una città ferita, una città nella quale molti sentirono svanire la propria sicurezza e il proprio futuro. E per coloro che vedevano il ritorno dei talebani come una tragedia, quel giorno rimase impresso nella memoria come il giorno in cui Kabul fu avvolta, metaforicamente, dall’odore della morte, del marciume e della sventura.

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Tensione alle stelle a Ceuta e Melilla: sventata l’invasione di Ferragosto. Esercito e migliaia di agenti blindano il confine tra Spagna e Marocco

L’Europa trema a Ferragosto: sventato un nuovo, massiccio assalto di migranti al confine spagnolo! 🚨 🌍 Il panico è scattato nelle scorse ore a Ceuta e Melilla (le enclavi spagnole in Nord Africa), dopo che un tam-tam sui social network marocchini invitava a invadere i confini nella giornata di oggi. Per evitare un nuovo disastro, è scattato un dispiegamento di forze spaventoso: il Marocco ha schierato il suo esercito e oltre 5.000 agenti per bloccare centinaia di disperati sulle montagne di Fnideq. Dall’altra parte, la Spagna ha blindato le città con oltre 1.500 poliziotti e 2.000 militari! 🪖 Le misure eccezionali si sono rese necessarie per evitare di rivivere la terrificante strage del 30-31 luglio, quando il caos al confine provocò oltre 140 morti e migliaia di ingressi irregolari. Leggi il nostro reportage esclusivo per capire cosa sta succedendo in queste ore ai confini caldissimi dell’Europa 👇 🛡️

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Guardia Civil a Ceuta

Ceuta – Mentre l’Europa si gode il riposo di metà agosto, ai confini più meridionali del continente si respira un clima da vero e proprio stato d’assedio. Le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, storici e caldissimi lembi di terra europea incastonati nel continente africano, si sono risvegliate oggi sotto una pesante cappa di tensione militare. L’incubo di una nuova, colossale “marcia” di disperati pronti a sfondare i confini si è materializzato nelle scorse ore, spinto da un tam-tam inarrestabile sui social network marocchini che invitava a tentare un massiccio ingresso irregolare proprio nella giornata di Ferragosto. Ma questa volta, i due governi coinvolti si sono fatti trovare pronti, schierando un dispositivo di sicurezza senza precedenti.

Il Marocco blinda i confini: esercito e 5.000 agenti per fermare la marcia

Le prime risposte per impedire il disastro umanitario e politico sono arrivate direttamente da Rabat. Le forze di sicurezza marocchine hanno infatti bloccato un massiccio tentativo organizzato da centinaia di migranti (in netta prevalenza di origine subsahariana) di raggiungere in maniera irregolare il valico di Ceuta. Secondo fonti vicine alla sicurezza marocchina, enormi gruppi di persone si erano sapientemente nascosti in un’aspra area montuosa nei pressi della città di Fnideq (la vecchia Castillejos durante il protettorato spagnolo), a sud-ovest dell’enclave iberica, in attesa del momento propizio per l’assalto.

Per arginare l’avanzata, il Marocco non ha badato a spese: ha schierato un cordone di sicurezza composto da centinaia di soldati dell’esercito lungo tutta la linea di confine con la Spagna. In totale, si stima che dal lato marocchino della frontiera siano stati mobilitati ben 5.000 agenti. Un muro umano invalicabile che, per il momento, ha garantito il mantenimento dell’ordine.

Lo scudo della Spagna: migliaia di militari a difesa delle enclavi

Se in Marocco si marcia, in Spagna non si dorme. Fonti del Ministero dell’Interno di Madrid riferiscono di una situazione di «calma tesa» al valico di Melilla, dove la giornata odierna si sta svolgendo senza incidenti, ma sotto l’occhio vigile di un dispiegamento di forze abnorme. I controlli iberici sono stati portati ai massimi livelli di allerta: attualmente, a difesa dei valichi, sono schierati 880 agenti della Polizia Nazionale (ben 270 in più rispetto alla fine di luglio) e 714 agenti della Guardia Civil (quasi 200 unità aggiuntive). A questo formidabile scudo si aggiunge un plotone di 45 agenti della celere (antisommossa) e 20 specialisti della Brigada Central de Extranjeria y Frontera, il cui delicato compito è esaminare le eventuali richieste di protezione internazionale dei pochi che riescono a passare. Ma il dato più impressionante riguarda l’esercito: circa 2.000 militari spagnoli restano mobilitati a supporto delle forze dell’ordine.

L’ombra della strage di luglio: un confine bagnato di sangue

Questa impressionante militarizzazione della frontiera non è frutto della paranoia, ma è la diretta conseguenza di quanto accaduto solo poche settimane fa. Le ferite della mostruosa crisi del 30 e 31 luglio sono ancora aperte e sanguinanti. In quelle 48 ore di caos totale, si stima che circa 80.000 persone abbiano travolto e attraversato il confine di Ceuta. Un esodo biblico che si è trasformato in una mattanza: i dati diffusi dall’Istituto di Medicina Legale di Ceuta parlano di almeno 82 morti confermati solo sul lato spagnolo. Secondo le stime raggelanti delle organizzazioni umanitarie indipendenti, come Caminando Fronteras, le vittime reali schiacciate e annegate sui due lati della frontiera sarebbero almeno 141.

Il bilancio attuale: migliaia di irregolari bloccati a Ceuta

Oggi, mentre la Polizia pattuglia incessantemente i confini, all’interno della città autonoma spagnola si vive un vero e proprio dramma sociale. Secondo le stime del sindaco-presidente di Ceuta, Juan Jesus Vivas, nella città resterebbero bloccate tra le 8.000 e le 12.000 persone in condizione di totale irregolarità, a fronte di una media di circa 200 rimpatri volontari al giorno verso il Marocco.

L’unica buona notizia di questa vigilia di fuoco arriva dal mondo del web: la macchina della propaganda dell’immigrazione clandestina sembra aver perso colpi. Le autorità informatiche spagnole hanno infatti rilevato che i gruppi Facebook utilizzati per promuovere gli ingressi di massa a Ceuta per la giornata di oggi hanno perso circa 290.000 iscritti rispetto al milione di utenti che aveva seguito ciecamente il primo, letale appello di luglio. Un calo di adesioni che, unito allo spiegamento militare, ha per ora scongiurato un nuovo, catastrofico assalto all’Europa.

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Devastante terremoto in Indonesia: scossa di magnitudo 7.7 sventra l’isola di Flores. Morti, dispersi sotto le macerie e il terrore dello tsunami

Scene di puro terrore e apocalisse nel Sud-est asiatico. 🚨 🌊 Un violentissimo terremoto di magnitudo 7.7 ha devastato l’isola di Flores, in Indonesia. La scossa, violentissima e a bassissima profondità (solo 10 km), ha fatto crollare decine di edifici: si contano già 20 morti accertati e si scava a mani nude per salvare i dispersi sepolti vivi sotto le macerie, con i soccorsi purtroppo bloccati dalle frane sulle strade. Pochi minuti dopo il sisma, il mare si è improvvisamente ritirato: un segnale spaventoso che ha scatenato il panico da tsunami (allarme poi fortunatamente revocato), costringendo decine di migliaia di persone a fuggire disperate verso le colline! L’Indonesia rivive l’incubo delle tragedie del passato sull'”Anello di Fuoco”. Nel nostro articolo trovate tutti gli aggiornamenti live e i dettagli della situazione 👇 💔

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Terremoto in Indonesia

Giacarta – La terra è tornata a tremare con inaudita e cieca violenza nel Sud-est asiatico, scatenando scenari di morte, distruzione e terrore assoluto tra la popolazione. Nelle scorse ore, un catastrofico terremoto di magnitudo 7.7 sulla scala Richter ha letteralmente sventrato l’isola di Flores, situata nell’Indonesia orientale. Il bilancio provvisorio di questo dramma della natura è già pesantissimo e, purtroppo, destinato ad aggravarsi con il passare delle ore, man mano che i soccorritori riusciranno a raggiungere i villaggi più isolati.

L’epicentro e i danni: scossa a soli 10 chilometri di profondità

Secondo i rilevamenti incrociati delle autorità sismologiche statunitensi e indonesiane, l’epicentro del potentissimo sisma è stato localizzato in mare, appena al largo della costa settentrionale dell’isola, a circa 68 chilometri a nord-ovest dalla città costiera di Ende. A rendere l’impatto della scossa particolarmente distruttivo è stata la sua profondità relativa: l’ipocentro è stato individuato a soli 10 chilometri sotto la crosta terrestre. Una scossa così superficiale sprigiona infatti la sua massima energia direttamente sugli edifici e sulle infrastrutture, radendo al suolo le costruzioni meno resistenti. Alla scossa principale hanno fatto seguito fortissime e incessanti repliche (scosse di assestamento), la più violenta delle quali ha raggiunto la preoccupante magnitudo di 6.1, rendendo estremamente pericoloso qualsiasi tentativo di soccorso tra le macerie.

Il mare si ritira: la fuga disperata per sfuggire allo tsunami

Ma oltre al crollo degli edifici, a seminare il vero panico tra migliaia di cittadini è stato l’incubo dell’onda anomala. Subito dopo la scossa 7.7, l’Agenzia indonesiana di meteorologia, climatologia e geofisica (Bmkg) ha diramato un’immediata allerta tsunami, stimando il possibile arrivo di onde alte fino a tre metri. L’incubo si è materializzato davanti agli occhi terrorizzati degli abitanti di Nagekeo (l’area costiera più vicina all’epicentro), che hanno visto il mare ritirarsi improvvisamente: il più tragico e noto segnale premonitore dell’arrivo di uno tsunami. Le immagini trasmesse dalle televisioni locali hanno mostrato centinaia di famiglie in preda al panico, intente ad evacuare le proprie case e a correre disperatamente verso le zone collinari più elevate per mettersi in salvo.

Solo dopo ore di indicibile angoscia, l’allerta tsunami è stata ufficialmente revocata, anche se le autorità hanno severamente raccomandato alla popolazione di non rientrare negli edifici lesionati, per scongiurare crolli causati dalle repentine scosse di assestamento.

Macerie e frane: una corsa contro il tempo per i soccorsi

Nonostante la revoca dello tsunami, l’isola piange le sue vittime. Le prime e frammentarie informazioni ufficiali parlano di almeno 20 persone decedute sotto i crolli, sei feriti gravi e almeno altre due persone ancora sepolte vive sotto i detriti delle proprie abitazioni. «Il nostro unico obiettivo in questo momento è individuare ed estrarre le vittime ancora sepolte sotto le macerie», ha dichiarato con urgenza Fathur Rahman, responsabile delle operazioni di soccorso. Un’operazione difficilissima, resa ancora più complessa e disperata dalle innumerevoli frane innescate dal terremoto, che hanno letteralmente tagliato in due la viabilità dell’isola, bloccando l’accesso dei mezzi pesanti di soccorso a intere cittadine.

La “maledizione” dell’Anello di Fuoco

L’Indonesia vive in una perenne, drammatica convivenza con le forze più estreme della Terra, trovandosi adagiata esattamente lungo il cosiddetto “Anello di Fuoco” del Pacifico: un enorme arco tettonico caratterizzato da una spaventosa attività sismica e vulcanica. L’isola di Flores, purtroppo, conosce bene questo tipo di catastrofi: nel 1992 fu colpita da un terremoto di magnitudo 7.7 che scatenò uno tsunami assassino, causando circa 2.500 morti. Ma la ferita più profonda nel cuore dell’Indonesia (e del mondo intero) resta senza dubbio quella del 26 dicembre 2004, giorno di Santo Stefano: un sisma di magnitudo 9.1 al largo di Sumatra generò il famigerato tsunami che spazzò via oltre 220.000 vite in tutta la regione. Oggi, di fronte a questa nuova scossa 7.7, il Paese asiatico trattiene nuovamente il fiato, pregando affinché il bilancio delle vittime non si trasformi nell’ennesima strage della sua tormentata storia.

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