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Salute

Chirurgia personalizzata all’ospedale San Carlo di Nancy: salvato un giovane paziente oncologico

🏥 Un trentenne con una storia oncologica complessa torna a vivere dopo aver affrontato una calcolosi massiva, grazie all’intervento “su misura” del prof. Alessandro Calarco all’Ospedale San Carlo di Nancy. Un esempio di eccellenza urologica che restituisce dignità e salute oltre ogni previsione.

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Chirurgia personalizzata all'ospedale San Carlo di Nancy: salvato un giovane paziente oncologico

Redazione-  Il percorso di cura che ha coinvolto A., oggi trentenne, rappresenta una sintesi estrema tra la resilienza del paziente e l’innovazione tecnologica applicata alla pratica clinica urologica. La sua storia, iniziata nell’infanzia con una diagnosi di neoplasia tra vescica e prostata a soli due anni, è un susseguirsi di chemioterapie, cicli di radioterapia e molteplici ricostruzioni chirurgiche dell’apparato urinario. Queste procedure, pur salvandogli la vita in tenera età, hanno lasciato in eredità un’anatomia profondamente alterata, caratterizzata da una fragilità cronica che ha segnato ogni fase della sua giovinezza.

Per decenni, A. ha convissuto con l’incontinenza e le limitazioni funzionali derivanti dagli esiti dei trattamenti oncologici. Tuttavia, la situazione è precipitata quando una calcolosi massiva ha colpito sia la neovescica che i reni. Gli stent, essenziali per il drenaggio urinario, si erano calcificati fino a diventare impossibili da rimuovere con le tecniche operatorie standard. Dopo aver ricevuto il rifiuto da parte di diverse strutture ospedaliere, che consideravano il quadro clinico ormai inoperabile, la svolta è arrivata presso l’Ospedale San Carlo di Nancy, struttura romana accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale e parte di GVM Care & Research.

Un approccio chirurgico sartoriale per sfide complesse

È qui che il giovane ha incontrato il professor Alessandro Calarco, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Urologia. La condizione di A. non richiedeva solo competenza tecnica, ma una visione d’insieme capace di superare i limiti della chirurgia tradizionale. Il paziente, arrivato al pronto soccorso in preda a dolori lancinanti e senza alcuna alternativa terapeutica, ha trovato nel team di Calarco la determinazione necessaria per affrontare una sfida che molti consideravano persa in partenza.

L’intervento risolutivo, eseguito con successo, ha previsto una procedura combinata di straordinaria precisione. I chirurghi hanno operato attraverso accessi simultanei: una tecnica chirurgica percutanea retroperitoneale sui reni, unita a un intervento transaddominale sulla neovescica. Questa modalità ha permesso di bonificare le aree critiche, superando le difficoltà poste da un’anatomia che presentava cicatrici estese e una conformazione interna notevolmente diversa da quella fisiologica. La capacità del team di adattare la chirurgia alle specifiche esigenze del ragazzo ha trasformato un caso clinico giudicato proibitivo in un successo terapeutico.

Il valore della personalizzazione in urologia

Il professor Calarco sottolinea come il successo non sia dipeso solo dalla destrezza manuale, ma dalla volontà di non rassegnarsi a prospettive limitanti. Per i medici di medicina specialistica, la gestione di pazienti con una storia oncologica pregressa così lunga rappresenta un terreno di confronto con i limiti della scienza medica. Ogni centimetro di tessuto operato ha richiesto una valutazione prudente, tale da garantire la massima efficacia senza compromettere l’equilibrio del paziente.

L’eccezionalità di questo approccio è stata riconosciuta anche dalla comunità scientifica di settore: il caso di A. è stato presentato al Congresso Nazionale di Urologia, venendo citato come esempio virtuoso di trattamento personalizzato. La medicina moderna, infatti, tende sempre più verso questa direzione “sartoriale”, dove il protocollo viene adattato al corpo del paziente e non viceversa. Per A., il risultato è un ritorno a una quotidianità finalmente priva del dolore costante che lo aveva perseguitato per mesi.

Nonostante la natura cronica della sua condizione richieda controlli periodici e possibili interventi di revisione futura, il cambiamento nella sua qualità di vita è radicale. Il giovane, che oggi può condurre una quotidianità quasi del tutto normale, definisce questo traguardo come il dono più grande ricevuto dopo anni di battaglie cliniche. La sua testimonianza funge da monito sul valore fondamentale della fiducia tra medico e paziente e sull’importanza di non interrompere mai la ricerca di soluzioni, anche quando le cartelle cliniche sembrano non lasciare più spazio alla speranza.

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Salute

Il diritto alla salute è diventato un lusso: il dramma inaccettabile della sanità pubblica

Liste d’attesa infinite, medici in fuga e cure negate: l’inchiesta sull’ospedale pubblico che si sgretola e il diritto alla salute negato. 🚑 🏥

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Medico stanco

Roma – Esiste una linea di demarcazione sottile ma sempre più profonda che sta dividendo silenziosamente la popolazione del nostro Paese: quella tra chi può permettersi di curarsi e chi, rassegnato, è costretto a rinunciare alla propria salute. L’Articolo 32 della Costituzione italiana, che per decenni ha tutelato la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, garantendo cure gratuite agli indigenti, sembra oggi essersi trasformato in una promessa vuota. Da Nord a Sud, ma con picchi di drammaticità intollerabili nelle province e nelle aree interne, stiamo assistendo al progressivo e inesorabile smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale, un tempo orgoglio del nostro welfare pubblico e oggi ridotto a una gigantesca macchina inceppata dalla burocrazia, dai tagli lineari e da una carenza cronica di personale strutturato.

L’incubo quotidiano delle liste d’attesa e il paradosso dell’urgenza

Il sintomo più evidente e doloroso di questo collasso istituzionale è rappresentato dalle liste d’attesa, divenute un vero e proprio muro di gomma contro cui si infrangono le speranze dei cittadini. Prenotare un esame diagnostico salvavita, una risonanza magnetica, una mammografia o una semplice visita cardiologica attraverso i canali pubblici del Centro Unico di Prenotazione (CUP) si trasforma quotidianamente in un’odissea umiliante. Mesi, talvolta anni di attesa per prestazioni che richiederebbero tempistiche immediate. Il paradosso diventa crudele quando, a fronte di un’agenda pubblica completamente sbarrata, al paziente viene comunicato che la stessa prestazione, eseguita dallo stesso medico e nello stesso ospedale, è magicamente disponibile nel giro di pochi giorni se pagata di tasca propria in regime di “intramoenia”. Una distorsione del sistema che costringe i cittadini a mettere mano ai propri risparmi per non rischiare la vita.

La sanità a due velocità e il fenomeno della povertà sanitaria

Questa spinta forzata verso la privatizzazione strisciante sta generando un nuovo, gravissimo fenomeno sociologico: la povertà sanitaria. Di fronte all’impossibilità di accedere alle cure pubbliche in tempi ragionevoli, le famiglie appartenenti al ceto medio-basso si trovano di fronte a un bivio drammatico: indebitarsi per rivolgersi alle cliniche private o rinunciare del tutto alla prevenzione e alle terapie. I dati recenti delle associazioni del Terzo Settore fotografano una realtà allarmante, con milioni di italiani che ogni anno scelgono di non curarsi per ragioni puramente economiche. Il diritto universale alla salute, concepito dai padri costituenti come il grande livellatore sociale della nazione, sta mutando in un bene di consumo esclusivo, accessibile solo a chi dispone della liquidità necessaria per saltare la fila.

La fuga dei camici bianchi e la crisi dei piccoli ospedali di provincia

A monte di questo disservizio cronico c’è un’emorragia silenziosa che sta svuotando le corsie: la grande fuga del personale medico e infermieristico. Sottopagati, costretti a turni massacranti, privi di tutele legali adeguate e spesso vittime di aggressioni fisiche da parte di un’utenza esasperata, i professionisti della salute stanno abbandonando il settore pubblico. Molti scelgono la via delle cooperative private, diventando medici “a gettone” per le strutture d’emergenza; altri preferiscono emigrare all’estero, dove le loro competenze vengono valorizzate con stipendi dignitosi e condizioni di lavoro umane. A pagarne il prezzo più alto sono i piccoli ospedali di provincia, progressivamente svuotati di reparti cruciali, ridimensionati a semplici punti di primo intervento o chiusi definitivamente in nome della razionalizzazione della spesa regionale, lasciando interi bacini territoriali privi di un’assistenza tempestiva.

La necessità di una rinascita civica per salvare il modello pubblico

Accettare passivamente la trasformazione della sanità da diritto costituzionale a servizio a pagamento significa arrendersi al declino della nostra civiltà giuridica e sociale. Non si tratta semplicemente di denunciare i disservizi, ma di esigere una profonda rivoluzione politica e gestionale. Il rilancio del Sistema Sanitario Nazionale richiede lo sblocco immediato delle assunzioni, l’adeguamento salariale del personale, l’abbattimento del precariato e, soprattutto, una visione strategica che rimetta al centro la medicina territoriale e la vicinanza al paziente. Difendere l’ospedale pubblico significa difendere l’ultimo e più importante presidio di uguaglianza della nostra società: una battaglia di civiltà che non appartiene a una fazione politica, ma all’intero tessuto cittadino che rifiuta di considerare la propria vita una semplice voce di spesa in un bilancio aziendale.

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Salute

Psicopatologia da web. Il ruolo della prevenzione digitale nei bambini e negli adolescenti. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Psicopatologia da web

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”

 

Redazione-  ​Nell’era dell’iperconnessione permanente, smartphone, tablet e social media sono diventati parte integrante della quotidianità di bambini e adolescenti, ridefinendo i confini della crescita, delle relazioni e della percezione di sé. Ma qual è il reale impatto di questo “mondo virtuale” sulla mente in evoluzione delle nuove generazioni? ​Per comprendere i rischi e le opportunità di questo scenario, abbiamo rivolto alcune domande di riflessione alla Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).

Con la sua guida clinica e scientifica, in questa intervista di oggi, esploriamo l’aumento dei disturbi legati all’uso improprio della rete, le vulnerabilità neurobiologiche degli adolescenti, le dinamiche familiari alterate dall’isolamento digitale e le strategie più efficaci di prevenzione e intervento terapeutico.

Dott.ssa Lucattini, nella pratica clinica si osserva un aumento di disturbi legati direttamente all’uso improprio o eccessivo della rete tra bambini e adolescenti?

Sì, ormai da alcuni anni numerosi studi scientifici confermano un aumento delle situazioni in cui l’uso digitale partecipa al disagio psicologico di bambini e adolescenti. Non sempre ne è la causa diretta. Più spesso intercetta e amplifica vulnerabilità già presenti, come ansia, depressione, impulsività, solitudine, difficoltà scolastiche o fragilità dell’autostima.

È importante distinguere un uso frequente da un uso problematico, dall’ansia ossessiva alla dipendenza vera e propria. Il problema clinico compare quando l’adolescente perde il controllo, non riesce a interrompersi e continua nonostante le conseguenze sul sonno, sullo studio e sulle relazioni. La relazione può essere circolare. Chi soffre già di per sé (ansia, angoscia e depressione) cerca rifugio online e il rifugio digitale può progressivamente aggravare il disagio (Behavioral Sciences (Basel), 2025).

Quali sono le manifestazioni psicopatologiche più frequenti che si riscontrano oggi rispetto al passato?

Più frequentemente si osservano sono ansia, umore depresso, insonnia, irritabilità, inversione del ritmo sonno veglia, difficoltà di concentrazione, calo scolastico e progressivo isolamento.

Possono comparire controllo compulsivo delle notifiche, crisi di rabbia quando il dispositivo viene tolto, perdita di interesse per attività precedentemente amate e crescente dipendenza dal giudizio degli altri. Non si tratta sempre di nuove psicopatologie, disturbi psicologici o malattie mentali. Spesso sono conflitti propri dell’età evolutiva che il digitale rende più intensi e continui, difficili da comprendere e più difficili da gestire. Lo schermo può inoltre diventare uno strumento per evitare emozioni dolorose, frustrazioni o relazioni vissute come troppo impegnative e rappresentare un impedimento ad una normale crescita psicologica, emotiva e affettiva. Il digitale ha un forte impatto inconscio poiché isola la sensorialità e allontana da relazioni interpersonali profonde (International Journal of Behavioral Medicine, 2025).

Dal punto di vista psicoanalitico, perché la mente di un adolescente è così vulnerabile agli schermi e ai social media?

 

L’adolescenza è una fase di costruzione, definizione e ampliamento dell’identità personale, crescita e cambiamenti del corpo, conoscenza della sessualità e trasformazione del rapporto con i genitori. Il ragazzo deve separarsi dalle immagini infantili di sé e costruire un’identità nuova. In questo processo lo sguardo dei coetanei diventa particolarmente importante.

I social offrono uno specchio sempre disponibile. Like, follower e commenti possono essere vissuti come misure del proprio valore personale. Quando l’autostima è ancora fragile e in divenire, il mancato riconoscimento online può essere percepito come una ferita narcisistica.

Lo schermo rafforza l’idealizzazione della propria immagine, proteggendosi dalla complessità e dall’incertezza della relazione reale. Questa protezione diventa rischiosa quando impedisce di sperimentare il confronto, l’attesa e la frustrazione (Scientific Reports, 2026).

Quali sono i meccanismi attraverso cui l’iperconnessione altera la percezione della realtà, può generare ansia e depressione negli adolescenti e nei bambini?

 

I social espongono continuamente a immagini selezionate, corpi perfetti e idealizzati, successi personali mostrati come raggiungibili senza impegno e difficoltà. Fiabe raccontante dai moderni cantastorie che non vengono riconosciute dagli adolescenti che confrontano la propria vita reale con una rappresentazione costruita, cinematografica, della vita altrui, mostrata come autentica. Le menzogne anche se colorate, patinate e spumeggianti, generano sempre nei ragazzi una percezione  di falsificazione e tradimento del vero, purtroppo però accompagnati da una sensazione inadeguatezza e fallimento che, poiché non razionalizzabile, rimane a livello emotivo e inconscio. Per cui il fallimento è doppio per non riuscire a decifrare le proprie intuizioni e per la competizione con modelli irraggiungibili anche nelle più intense fantasie.

Inoltre, la necessità di essere sempre disponibili, il timore di essere esclusi e il dolore di non ricevere risposte possono generare un vero stress digitale. Le notifiche intermittenti mantengono inoltre una condizione di attesa e di eccitazione difficile da interrompere.

Dal punto di vista psicoanalitico, l’iperconnessione può ridurre lo spazio mentale necessario per pensare le emozioni. L’esperienza viene immediatamente agita, condivisa o controllata, invece di essere elaborata interiormente (Addictive Behaviors, 2026).

Nel caso dei bambini più piccoli, quali rischi comporta l’esposizione precoce a smartphone e tablet?

Nei primi anni il bambino impara a conoscere e vivere le emozioni attraverso la relazione con l’adulto. Il volto, la voce e la presenza del genitore aiutano a tollerare l’attesa, la noia, la frustrazione e l’angoscia.

Quando lo schermo viene utilizzato sistematicamente per calmare ogni pianto, il bambino può avere meno occasioni per sviluppare le risorse interne per modulare emozioni, pensieri e comportamenti. Il dispositivo può così di diventare un calmante esterno indispensabile.

Il rischio non dipende soltanto dalla durata dell’esposizione, ma da ciò che lo schermo sostituisce,  il contatto fisico affettuoso, le parole che consolano, le attenzioni che generano sicurezza interiore. Sono particolarmente importanti per lo sviluppo sano del bambino, il dialogo, il gioco simbolico, il movimento, l’esplorazione e la condivisione emotiva con l’adulto (Behavioral Science, 2026).

 

Come cambia al riguardo, la dinamica della relazione genitori-figli nell’era digitale e quali segnali d’allarme non dovrebbero mai essere sottovalutati?

Il conflitto sullo smartphone può diventare il luogo interiore e concreto, in cui si esprimono problemi più profondi, come il bisogno di autonomia dell’adolescente, l’ansia di controllo del genitore e la difficoltà reciproca nel riconoscere limiti e separazioni.

Anche l’esempio degli adulti è fondamentale. Quando il genitore controlla continuamente il telefono mentre i figli gli parlano, il bambino può sentirsi ignorato o meno importante del dispositivo.

I principali segnali di allarme sono isolamento, uso notturno, insonnia, irritabilità intensa, calo scolastico, perdita delle amicizie, abbandono dello sport, menzogne sull’utilizzo e incapacità di fermarsi. Autolesionismo, ideazione suicidaria e cyberbullismo richiedono sempre una valutazione specialistica tempestiva (Medical Internet Research, 2025).

​Quando la situazione evolve in una vera e propria psicopatologia o in un ritiro sociale e al riguardo, qual è l’approccio terapeutico più efficace?

Quando compare una perdita persistente di controllo e l’attività digitale diventa prioritaria rispetto a tutto, scuola, sonno, relazioni e cura personale. Quando la vita scompare e resta soltanto il mondo virtuale.

La “terapia” non può limitarsi al sequestro dello smartphone. È necessario comprendere quale funzione psicologica svolga il dispositivo. Può servire a non sentire solitudine, vergogna, angoscia, vuoto o paura del giudizio.

Il trattamento psicoterapeutico integrato deve coinvolgere l’adolescente e la famiglia e ripristinare gradualmente la centratura di se stessi, il sonno, le relazioni, la frequenza scolastica, l’attività fisica. Gli interventi psicoanalitici strutturati hanno prove scientifiche consistenti. Un trattamento psicodinamico o psicoanalitico può lavorare sulle fragilità identitarie, narcisistiche e interpersonali che sostengono il ritiro (JMIR Mental Health, 2026).

Quali conseguenze in particolare può comportare l’accesso precoce sui dispositivi digitale sulle performance scolastiche?

 

Numerosi studi scientifici dimostrano che l’accesso precoce e l’uso prolungato dei dispositivi digitali può essere associato a una riduzione delle capacità di attenzione, ritardo nel linguaggio, difficoltà in scrittura, calcolo e fluidità nella lettura. Inoltre, soprattutto negli adolescenti, sottrae tempo al sonno, e a tutte interazioni sociali e educative. Uno studio longitudinale su 6.281 bambini neozelandesi ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi tra i 2 e i 4 anni e mezzo è associata, negli anni successivi, a prestazioni inferiori nel linguaggio, nella scrittura, nel calcolo e nella fluidità alfabetica, oltre che a maggiori difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Già oltre 1,5 ore al giorno a 2 anni si osservavano esiti peggiori a 4 anni e mezzo; oltre 2,5 ore al giorno aumentavano i problemi con i pari fino agli 8 anni. Le associazioni restavano significative anche considerando il contesto familiare e sociale, lo studio mostra una correlazione e non un rapporto causale (Developmental Psychology, 2026).

Quali consigli si sente di dare in merito, per un uso consapevole e sicuro del web e della tecnologia in termini preventivi ed efficaci, anche per non demonizzarla del tutto?

-Accompagnare, non soltanto controllare. I genitori è importante che si interessino alla vita digitale dei figli con curiosità e interesse, affinché il bambino possa raccontare ciò che fa e vede online senza temere rimproveri;

-Dare limiti chiari e prevedibili. Regole coerenti sugli orari aiutano a contenere l’impulsività e offrono quella funzione protettiva che bambini e adolescenti non sono ancora pienamente capaci di esercitare da soli;

-Proteggere il sonno e gli spazi familiari. È opportuno evitare dispositivi durante i pasti e prima di dormire e lasciare lo smartphone fuori dalla camera durante la notte;

-Non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente e blocca la crescita mentale.  Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione;

-Proteggere la vita reale e le attività con amici e all’aria aperta. Il digitale è sano quando non sostituisce gioco, movimento, amicizie, studio e relazione affettiva. La qualità dell’equilibrio conta molto più della semplice contabilità regionalistica delle ore quotidiane da dedicare agli strumenti digitali. semplice numero di ore;

-Educare al pensiero critico, sempre, approfittando del modo digitale così familiare ai ragazzi. Occorre spiegare che immagini, corpi e vite mostrate online sono spesso selezionati o modificati, aiutando i ragazzi a non identificare il proprio valore con like e approvazione sociale;

-Essere un buon modello di riferimento. Un adulto capace di interrompere l’uso del telefono, ascoltare e tollerare il silenzio, che pratica sport, che scherza e gioca con i figli, mostra al di là delle parole, con “azioni parlati”, che la tecnologia è uno strumento utile (ad esempio in ambito scolastico e professionale) ma non un oggetto indispensabile a scopo ludico.

Lucattini

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Salute

Sanità in Alto Sangro, ALI Abruzzo sposa la linea Cgil: aree interne isolate

🚨 CRISI SANITÀ IN ABRUZZO: ANGELO RADICA (ALI) SPOSA LA BATTAGLIA DELLA CGIL SUI TAGLI NELL’ALTO SANGRO: “MUSEI ISOLATI E SERVIZI AL COLLASSO”Un serio e durissimo atto d’accusa contro lo smantellamento dei servizi di pubblica sicurezza sanitaria nelle aree interne dell’Appennino. Il Presidente di ALI Abruzzo (Autonomie Locali Italiane) e Sindaco, Angelo Radica, interviene con fermezza in coincidenza con il dibattito in Commissione Vigilanza in Consiglio Regionale per blindare la mobilitazione che la Cgil, insieme a comitati e associazioni del territorio, conduce da mesi contro le carenze sanitarie dell’Alto Sangro. L’associazione dei Comuni esige che il nuovo atto aziendale della ASL preveda risorse finanziarie stabili e risposte immediate per i cittadini. 🏛️📉 hospitalRadica snocciola dati e numeri impressionanti che fotografano un paradosso insostenibile: il distretto dell’Alto Sangro, che nel mese di agosto tocca punte tra le 60mila e le 80mila presenze giornaliere grazie all’e-commerce dei flussi turistici, dista ben 40 chilometri dal primo ospedale utile e si ritrova da quasi due anni senza un’ambulanza medicalizzata del 118 a terra. Manca inoltre la guardia medica turistica, nonostante i ripetuti bandi aziendali andati deserti. Per ALI Abruzzo, il diritto alla salute dei residenti delle montagne non può dipendere da aiuti una tantum, ma richiede un ripensamento radicale delle politiche industriali e sanitarie per garantire l’equità contrattuale e la coesione territoriale di tutto l’Abruzzo. 🇮🇹🛡️✨👇 Ritieni che le aree interne abruzzesi debbano ricevere incentivi economici speciali per attirare medici e garantire le ambulanze del 118 h24? Dì la tua nei commenti!#SanitàAbruzzo #AltoSangro #AngeloRadica #AliAbruzzo #CgilAbruzzo #CommissioneVigilanza #Ambulanza118 #GuardiaMedicaTuristica #WelfareTerritoriale #ConsiglioRegionaleAbruzzo

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Angelo Radica

L’Aquila – Nel complesso dibattito relativo alla pianificazione socio-sanitaria, alla gestione della spesa pubblica regionale e alla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), la tutela delle aree montane interne rappresenta una variabile nevralgica per la tenuta democratica e la coesione istituzionale dei territori. La gestione e le carenze strutturali del servizio sanitario nell’Alto Sangro sono state oggetto di una formale e tesa audizione dinanzi alla Commissione Vigilanza del Consiglio Regionale dell’Abruzzo. Sulla complessa controversia è intervenuto con una dura nota ufficiale il Presidente di ALI Abruzzo (Autonomie Locali Italiane), Angelo Radica, il quale ha espresso il pieno e incondizionato supporto dell’associazione dei Comuni alla mobilitazione sindacale promossa dalla Cgil, dai comitati civici e dalle organizzazioni locali, invocando una profonda revisione dell’atto aziendale della ASL 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila in via di imminente approvazione.

Il paradosso del turismo montano: picchi da 80mila presenze senza presidi

La disamina tecnica illustrata dal presidente Radica poggia su indicatori demografici e logistici che evidenziano una marcata asimmetria tra l’offerta di prestazioni sanitarie e i reali flussi di utenza registrati sul territorio. Il comprensorio dell’Alto Sangro, polo d’eccellenza per l’economia dell’intrattenimento e il turismo naturalistico e sciistico di secondo livello, fa registrare durante la stagione estiva e in particolare nel mese di agosto picchi strutturali compresi tra le 60mila e le 80mila presenze giornaliere. A fronte di questo massiccio incremento del bacino d’utenza potenziale, la distanza geografica tra i comuni del distretto montano e il più vicino presidio ospedaliero di pronto soccorso e rianimazione strutturato si attesta ad una media penalizzante di ben 40 chilometri di strade appenniniche, una condizione di isolamento logistico che innalza in modo geometrico i margini di rischio biologico in caso di traumi o patologie acute tempo-dipendenti.

La denuncia sul 118: due anni senza ambulanza medicalizzata e guardia turistica

Un capitolo di primaria gravità istituzionale sollevato da ALI Abruzzo investe la rete dell’emergenza-urgenza e la continuità assistenziale periferica, ambiti teoricamente blindati dai documenti di programmazione regionale ma di fatto depotenziati sul campo. Radica ha denunciato come la postazione del 118 dell’Alto Sangro risulti privata di un’ambulanza medicalizzata (ovvero provvista di medico a bordo) da ormai quasi ventiquattro mesi consecutivi, una lacuna che costringe i soccorritori a operare in regime di asfissia professionale. A questa criticità si somma la totale assenza del servizio di guardia medica turistica, una carenza strutturale cronica persistente nonostante i ripetuti e fallimentari tentativi burocratici di reclutamento messi in atto dalle direzioni aziendali, evidenziando il fallimento delle logiche d’ingaggio ordinarie rispetto al fabbisogno reale delle comunità locali.

Il manifesto di Radica: ripensare gli strumenti per garantire la coesione civile

In ultima analisi, la ricetta programmatica formulata da Autonomie Locali Italiane invoca il superamento definitivo della logica del finanziamento estemporaneo o del sussidio una tantum, considerati meri “pannicelli caldi” incapaci di invertire la rotta dello spopolamento e della migrazione sanitaria delle aree interne verso i poli costieri. La governance di ALI Abruzzo esorta la giunta regionale e l’assessorato alla Salute a introdurre all’interno del nuovo piano aziendale vincoli di bilancio stringenti e risorse finanziarie stabili e continue, in grado di incentivare economicamente il personale medico a presidiare le sedi disagiate e di strutturare reti di telemedicina e infrastrutture nZEB di medicina territoriale. Garantire servizi di pubblica sicurezza e di salute biologica h24 all’altezza del resto del Paese costituisce, conclude Radica, l’unico hardware politico in grado di tradurre l’equità sociale in un fattore di competitività economica e attrazione turistica per l’Abruzzo interno.

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