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Cultura

“Il cammino di Elisabetta”, il racconto di Menda Vreto tra il fango del viaggio e la rinascita di una famiglia

🚨 UN RACCONTO ESCLUSIVO DA LEGGERE TUTTO D’UN FIATO! Menda Vreto firma la toccante e profonda storia di “Elisabetta”: il viaggio nella notte da Valona, il fango dello sbarco e il doloroso distacco dai figli. Una testimonianza intima sulla forza dell’amore materno e la rinascita di una famiglia 👇#mendavreto #elica #racconti #letteratura #storiereali #culturaabruzzo #pagineutili

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Luna

La testimonianza intima di una madre tra la dolorosa distanza e il faticoso ritorno alla normalità

Redazione-  La letteratura contemporanea e la narrativa d’impegno civile si arricchiscono di una testimonianza intima, potente e profondamente drammatica, capace di dare voce alle ferite invisibili e ai silenzi che segnano i destini di migliaia di persone sospese tra due mondi. Attraverso una prosa asciutta, lineare e priva di retorica sentimentale, la scrittrice Menda Vreto regala ai lettori del giornale un racconto esclusivo che esplora la carne viva della memoria e i legami familiari messi alla prova dalla distanza temporale e geografica. Al centro della narrazione si staglia la figura di Elisabetta, una madre coraggiosa che si trova a dover compiere la scelta più dolorosa e lacerante per una donna, ovvero quella di lasciare i propri figli in tenera età per intraprendere un viaggio verso l’ignoto, spinta dalla necessità materiale e dall’impossibilità di intravedere un futuro dignitoso nella propria terra d’origine.
Il racconto si sviluppa come un diario dell’anima che prende le mosse dalle atmosfere sospese di una città di lago, dove la nebbia mattutina sembra congelare la realtà, per poi catapultare il lettore nell’oscurità instabile di una notte in gommone in partenza da Valona. Tra le lamiere e il fango vischioso delle coste italiane, illuminato da una luna che non chiarisce ma ferisce gli occhi dei testimoni, si consuma non solo l’epopea fisica dello sbarco e del soccorso spontaneo verso un bambino scivolato nel buio, ma soprattutto il dramma psicologico del distacco. La vera emergenza narrata da Menda Vreto non risiede infatti nello spettatolo del pericolo marino, ma nella spaventosa normalizzazione della distanza, un vuoto quotidiano che trasforma i figli lontani in una realtà parallela e che richiederà anni di faticosa, silenziosa e paziente ricostruzione emotiva per sconfiggere il senso di estraneità e ritrovare il calore perduto dell’abbraccio familiare.
Di seguito viene riportato il testo integrale del racconto firmato dall’autrice.

Sotto la luna e nel fango — Il cammino di Elisabetta

di Menda Vreto
Vivevo in una città di lago. La mattina la nebbia saliva dall’acqua e copriva tutto, anche le case. A volte sembrava che le cose restassero sospese, come se non dovessero per forza diventare reali subito.
La vita invece era molto concreta. Soldi contati, giorni lunghi, la sensazione continua di non farcela del tutto. Non c’era niente di drammatico, ma neanche niente di leggero.
Quando abbiamo deciso di partire non c’è stato un momento preciso. Solo il fatto che restare stava diventando impossibile.
I miei figli erano piccoli. Uno di nove mesi, l’altro di tre anni. Li lasciai a mia madre.
Non ricordo parole giuste. Ricordo più che altro la fretta, il non riuscire a guardare troppo. Se li guardavo a lungo cambiava qualcosa dentro di me, e non potevo permettermelo.
Siamo partiti di notte da Valona.
Il gommone era pieno. Non c’era spazio, si stava stretti, con il corpo addosso agli altri. Il mare non era “spaventoso” in modo spettacolare, era peggio: era instabile. Ogni tanto sembrava calmo, poi all’improvviso cambiava.
Nessuno parlava molto. Qualcuno teneva la testa bassa. Qualcuno ogni tanto chiedeva “quanto manca”, ma senza aspettare davvero una risposta.
Io cercavo solo di restare presente, di non andare con la mente da nessuna parte.
Quando abbiamo visto l’Italia non ho provato sollievo. Solo un’altra tensione.
Poi tutto è successo in fretta. Confusione, voci, la barca che devia, qualcuno che urla. Non ho mai capito bene cosa stesse accadendo, solo che dovevamo scendere.
Il terreno era fango.
Non fango “leggero”. Un fango che ti prendeva i piedi e non li lasciava andare. Ogni passo costava.
C’era la luna, ma non aiutava molto. Illuminava senza chiarire.
Si sentivano persone che chiamavano i nomi degli altri. Alcuni erano caduti. Altri cercavano di tirarsi su.
Io mi muovevo senza una direzione precisa.
Poi ho visto un bambino con una coppia. Stava scivolando, non riusciva a restare in piedi.
Non ho pensato. Mi sono avvicinata e l’ho preso.
È stato istintivo. Non c’era una decisione. Solo il fatto che in quel momento qualcuno lo doveva reggere.
Ricordo il peso, il fango che tirava giù, e la voce della madre che continuava a chiamarlo.
Non so quanto tempo sia passato così.
Poi qualcuno è arrivato con delle coperte. Ci dicevano dove andare. Qualcuno piangeva, altri stavano zitti.
Nei giorni dopo ho ricominciato a lavorare. A fare telefonate. A sistemare documenti. A contare i giorni.
I miei figli erano lontani. E quella distanza non era più un’emergenza. Era diventata normale.
Quando li ho rivisti dopo anni, non mi hanno riconosciuta subito.
Non c’era scena. Nessun abbraccio immediato da film. Solo silenzio.
Mi guardavano come si guarda qualcuno che non si sa ancora dove mettere nella propria vita.
Anche io li guardavo così.
Non è tornato tutto insieme. Anzi, all’inizio non è tornato niente.
Ho cominciato semplicemente a esserci. A passare tempo. A non forzare le cose.
A volte restavamo seduti senza parlare. A volte bastava stare nella stessa stanza.
Non so dire il momento in cui è cambiato. So solo che a un certo punto non ero più “una sconosciuta”.
Oggi siamo una famiglia.
Non come prima. Non come l’avevo immaginata.
Ma ci siamo.

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Cultura

La poesia che scavalca i confini del mondo: l’arte universale di Donatella Nardin tra memorie materne e assenze

La poesia italiana conquista il mondo: scopriamo i versi struggenti di Donatella Nardin! 🖋️ 🌍 Da Cavallino Treporti (Venezia) fino al Giappone, ai Paesi Arabi e alla Cina! La poetessa Donatella Nardin è un vero orgoglio per la nostra letteratura: autrice di 10 sillogi poetiche di successo, le sue opere intime e delicate sono state tradotte in ben 8 lingue straniere, trionfando nei più prestigiosi festival internazionali! Oggi nella nostra rubrica culturale vi portiamo alla scoperta della sua arte attraverso due liriche meravigliose e commoventi, dedicate al tema del ricordo e dell’assenza. In “Materne Radici” respiriamo l’amore infinito della madre tra il profumo dei biancospini e i pomeriggi in giardino. Ne “La sedia vuota”, invece, l’autrice ci accompagna con una delicatezza disarmante nel mistero del dolore per chi ci ha lasciati “contro l’ignoto”. Un viaggio sensoriale purissimo che dimostra come la parola poetica sia l’unica cura per la nostra anima. Leggi le poesie complete e la loro analisi nel nostro articolo! 👇 📖

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Donatella Nardin

Cultura e Poesia – La vera poesia ha un potere rarissimo: quello di non fermarsi davanti a nessun confine geografico, linguistico o culturale. Quando un verso nasce dal profondo dell’anima e tocca i sentimenti universali dell’essere umano, riesce a viaggiare per il mondo portando con sé il suo carico di emozione. È esattamente questa la splendida parabola artistica e letteraria di Donatella Nardin, poetessa nata e residente nella suggestiva cornice di Cavallino Treporti (in provincia di Venezia). Appassionata fin dall’infanzia di lettura e scrittura, Nardin ha fatto della ricerca poetica la sua vera missione di vita, raccogliendo negli anni una quantità impressionante di consensi critici, premi e riconoscimenti di altissimo prestigio in Concorsi Letterari sia Nazionali che Internazionali, trionfando sia con opere edite che con manoscritti inediti.

Una vita per la parola: il talento internazionale di Donatella Nardin

Il curriculum letterario dell’autrice veneta è un vero e proprio vanto per la cultura italiana contemporanea. Le sue poesie e i suoi racconti intimi hanno trovato spazio in innumerevoli raccolte collettanee di diverse e prestigiose Case editrici, arricchendo antologie di Premi Letterari, riviste di settore specializzate, e dominando siti web e lit-blog dedicati alla letteratura (anche oltreoceano).

La forza viscerale dei suoi versi è tale da aver spinto traduttori e accademici di tutto il mondo a trasporre le sue liriche in inglese, francese, spagnolo, polacco, arabo, romeno, albanese e perfino in giapponese, garantendole un posto d’onore nei magazine digitali e cartacei di questi rispettivi e lontanissimi Paesi.

Le 10 sillogi e il ponte culturale verso l’Oriente

La produzione di Donatella Nardin conta ad oggi ben dieci sillogi poetiche pubblicate, opere che fungono da veri e propri ponti culturali. Tra le più recenti e acclamate spiccano capolavori bilingue come “L’occhio verde dei prati” (Fara Editore, con versione inglese a cura di Ivano Mugnaini) e “Il dono e la cura” (Aletti Editore, impreziosita dalla traduzione in lingua araba del Professor Hafez Haidar). A queste si aggiungono la plaquette italo-romena “Fioriture d’ombra”, “Poesie velate” (Il Convivio Editore) e “Intingo le dita nella parola” (Macabor Editore).

Il suo inarrestabile percorso internazionale l’ha vista recentemente protagonista anche in Polonia (con l’antologia bilingue “Panta rei – Tutto passa”) e persino nell’Estremo Oriente: nel luglio 2023, le sue liriche hanno trionfato nel Poetry Collection Award e sono state declamate al prestigioso Literature Festival Zehng Nian Cup a Quingzhou City, in Cina.

“Materne Radici”: il profumo dell’eternità

Per comprendere appieno la poetica delicata e sensoriale della Nardin, vi proponiamo oggi due liriche di straordinaria intensità. La prima, “Materne Radici”, è un tuffo commovente nella memoria olfattiva e visiva legata alla figura della madre:

A saziarci non fu il vanto del fiore
– madre –
ma un’audacia d’aromi
in soffi, in respiri.
Erano i pomeriggi passati
a bere cioccolata calda
sotto la quercia in giardino.
Nemmeno a dire se fossero
voli aggraziati d’uccelli
tra le scapole nude.
A saziarci, nell’inesauribile fluire
dell’essere,
fu il profumo ventoso
dei biancospini,
bacio materno che mai finisce,
tra le ciglia dischiuse,
poesia.

In questi versi, la madre non è un ricordo statico, ma un’esperienza sensoriale che permea la natura (“il profumo ventoso dei biancospini”). I pomeriggi passati sotto la quercia a bere cioccolata diventano il rifugio eterno dell’anima, un “bacio materno che mai finisce”. La poesia, qui, si fa carne, respiro e cura.

“La sedia vuota”: il dolore inintelligibile dell’assenza

Di tono diametralmente opposto, ma altrettanto potente, è la seconda opera, intitolata “La sedia vuota”, un confronto diretto e dolente con il concetto ineluttabile della perdita:

Tutto l’amore è stato già detto
e scritto per questo non so dire
i giorni suoi lasciati altrove.
Forse nei sogni li ho rivisti
attraversare i miei,
due dita tremanti a disegnare
nell’altro il restare contro
l’ignoto che l’ha strappata via.
Era tepore l’immagine sua
come di albero fiero svettante
in un possibile vero.
Ci è segreto, ora, il suo tempo
scarna la gioia, inintelligibili
i giorni se giorni in lei
ancora potremo dirli da posare
intatti, leggeri sulla sedia vuota
in giardino.

Qui il dolore della perdita (probabilmente della stessa figura materna o di una persona profondamente radicata nell’anima dell’autrice) viene dipinto non con disperazione urlata, ma con uno struggente senso di vuoto. Quella sedia vuota in giardino diventa il simbolo dell’attesa di chi resta, costretto a fare i conti con l’ignoto. Donatella Nardin ci consegna così un dittico poetico meraviglioso, dimostrando che, anche di fronte al dolore più inintelligibile, l’inchiostro e la parola restano la nostra unica, vera salvezza.

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Cultura

Chi è Fatmir Terziu: lo scrittore, regista e intellettuale che porta l’anima dell’Albania nel mondo. Il ritratto di un “Grande Maestro”

Dalla scuola in Albania ai dottorati a Londra, fino ai riconoscimenti internazionali della BBC: scopri la straordinaria vita intellettuale di Fatmir Terziu! 🇦🇱 🇬🇧 📚 Oggi vi raccontiamo la storia di un vero e proprio “Grande Maestro” (titolo conferitogli direttamente dal Presidente della Repubblica d’Albania). Scrittore inarrestabile, poeta, regista pluripremiato, giornalista e brillante accademico: Fatmir Terziu è una figura titanica che ha saputo fondere l’antica anima balcanica con la modernità dei media britannici. Autore di innumerevoli romanzi di successo (da “Kojrillat” ai nuovissimi “Gabor” e “La luna di Belsh” del 2026), Terziu ha anche realizzato splendidi documentari e cortometraggi. La critica letteraria lo definisce “il Tempio della conoscenza” per la sua capacità di portare la letteratura e l’analisi albanese a standard accademici di livello globale. Leggi il nostro ritratto esclusivo per scoprire la vita, le opere e i tantissimi premi di questo straordinario ponte umano tra Oriente e Occidente! 👇 🎬

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Fatmir Terziu

Redazione – Esistono figure intellettuali il cui percorso di vita è talmente vasto e sfaccettato da sembrare un intero romanzo, personaggi capaci di abbattere le frontiere geografiche e linguistiche attraverso la sola forza del pensiero e della parola. Una di queste figure di spicco nel panorama culturale europeo contemporaneo è senza dubbio Fatmir Terziu. Scrittore, poeta, giornalista, regista, studioso e accademico pluripremiato: Terziu rappresenta oggi uno dei massimi esponenti della diaspora intellettuale albanese, un ponte vivente e pulsante che unisce i Balcani alla Gran Bretagna, mescolando l’antica e fiera tradizione della Terra delle Aquile con le moderne dinamiche della comunicazione globale.

Dall’Albania a Londra: il viaggio di una mente instancabile

Il viaggio intellettuale di Fatmir Terziu affonda le sue radici nella solida formazione albanese. Dopo aver completato gli studi presso la scuola superiore “Dhaskal Todhri”, si è dedicato con passione alla lingua e alla letteratura albanese, iniziando la sua carriera come insegnante e poi come direttore scolastico. Ma la sua sete di conoscenza lo ha presto spinto oltre i confini patri. Trasferitosi nel Regno Unito, ha intrapreso un impressionante percorso accademico: dagli studi presso l’High Melton College fino alla London South Bank University (LSBU), dove si è specializzato in Media Production e Digital Film. La vetta del suo percorso accademico è stata raggiunta con un Master alla Roehampton University e il prestigioso Dottorato (PhD) in Filosofia, Letteratura, Media, Cultura e Politica conseguito presso la LSBU.

Una vita per il giornalismo e la parola libera

La penna di Terziu non si è mai fermata. Fin dagli esordi ha inondato la stampa albanese con i suoi scritti taglienti e profondi. È stato un giornalista di punta per “RD”, caporedattore del giornale indipendente “Fjala e Lirë” e persino Direttore della Televisione “Dardan”. Trasferitosi oltremanica, ha continuato a essere la voce della sua gente fondando e dirigendo testate come “Albanian Mail”, “Albanian News” e “Albanian Post” nel Regno Unito. Oggi, il suo impegno giornalistico prosegue senza sosta online, dirigendo il rinomato portale culturale e informativo www.fjalaelire.com, una vera e propria agorà virtuale per i liberi pensatori.

La sterminata produzione letteraria: romanzi e poesie

È impossibile riassumere in poche righe l’immenso contributo letterario di Fatmir Terziu. Autore instancabile, ha spaziato con naturalezza dalla poesia alla narrativa breve, fino ai romanzi complessi e strutturati. Tra le sue opere più iconiche, molte delle quali pubblicate anche nel Regno Unito, troviamo raccolte poetiche come “Non tacere” (2000) e “Il mondo del tempo” (2010), affiancate da romanzi di enorme spessore psicologico come “Grykës” (2012), “Il pozzo”, l’acclamato Kojrillat”

” (2013) e i recentissimi titoli del 2026, “Gabor” e “La luna di Belsh”. Il suo racconto in lingua inglese “Ghost Diamond” ha addirittura vinto un prestigioso concorso indetto dalla BBC britannica, a testimonianza di una versatilità linguistica e narrativa fuori dal comune.

Tra saggistica, critica letteraria e linguaggio cinematografico

Fatmir Terziu non è solo un creatore di mondi, ma anche un finissimo analista. I suoi saggi critici e i suoi libri di studio, come le due monumentali parti di “Critica Diversa: Un’osservazione all’interno della prosa e della poesia albanese” o le affascinanti analisi sull’opera letteraria di Ismail Kadare, sono oggi testi di riferimento. E quando la parola scritta non basta, Terziu impugna la telecamera: la sua produzione cinematografica e documentaristica ha ricevuto plausi internazionali. Cortometraggi come “Pencil and Computer” o documentari intensi come “Clouds of Smoke” (selezionato al New York Independent Film Festival) e “Passi nella vita di uno scrittore”, dimostrano la sua totale padronanza del linguaggio dei media.

I riconoscimenti istituzionali e l’amore della critica

Un simile sforzo titanico non poteva certo passare inosservato. La bacheca di Fatmir Terziu è colma di riconoscimenti assoluti: dal Premio “Uomo dell’Anno” FloartPress, alla prestigiosa Onorificenza di “Grande Maestro” fino alla massima Onorificenza Presidenziale “Gjergj Kastrioti – Skënderbeu”, entrambe conferitegli direttamente dal Presidente della Repubblica d’Albania.

Ma forse, il premio più grande per un autore è il giudizio dei suoi pari. E le parole della critica sono inequivocabili: «La prosa di Terziu scorre come una macchina sull’autostrada globale», afferma Zyba Hysen Hysa. Il Professor Zyhdi Dervishi sottolinea come Terziu porti «standard contemporanei e occidentali avanzati nella critica letteraria albanese». E come chiosa perfettamente lo studioso Xheladin Mjeku, «Fatmir Terziu è il vero Tempio della conoscenza agli occhi della critica letteraria». Un tempio le cui porte, fortunatamente, sono aperte al mondo intero.

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Cultura

“Le lacrime non entrano nella valigia”: l’addio straziante e la pioggia di Londra nei versi sublimi della poetessa uzbeka Khosiyat Rustamova

Come si fa a mettere le lacrime dentro una valigia? L’addio struggente in aeroporto nei versi di Khosiyat Rustamova! 🧳 ✈️ Viaggiamo fino in Uzbekistan per scoprire una delle voci poetiche più intense della letteratura contemporanea. La poetessa ci regala un capolavoro assoluto intitolato “Le lacrime non possono entrare nella mia valigia”, in cui descrive il dolore paralizzante del distacco in un freddo aeroporto, in partenza verso la pioggia di Londra. Mentre ci si preoccupa di mettere l’ombrello in valigia, il vero peso invisibile è quello delle emozioni e dell’angoscia: “E io… tremo… sassi in gola. Mi trascina il dolore ovunque”. Un affresco sull’amore, sulla lontananza e sull’isolamento (con le “parole inglesi premute nel petto”) che vi farà venire i brividi. Leggete l’analisi e il testo integrale della poesia nel nostro nuovo articolo dedicato alla Cultura! 👇 📖

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Khosiyat Rustamova

Uzbekistan – Ci sono luoghi, nel mondo moderno, che non appartengono a nessuna nazione in particolare, pur contenendole tutte. Sono i cosiddetti “non-luoghi”, spazi di transito dove le vite umane si sfiorano, si incrociano e, inevitabilmente, si separano. L’aeroporto è il teatro per eccellenza degli addii, il palcoscenico freddo e asettico dove si consumano i distacchi più dolorosi. È proprio in questo scenario sospeso tra la terra e il cielo che prende vita la struggente lirica di Khosiyat Rustamova, una delle voci poetiche più autorevoli, intense e tradotte dell’odierno Uzbekistan. Con i suoi versi viscerali, la poetessa ci regala un affresco formidabile sul dolore della partenza, sul senso di smarrimento e sul peso invisibile dei sentimenti che nessuna stiva d’aereo potrà mai contenere.

Il paradosso del bagaglio: l’ombrello e le lacrime

La poesia, intitolata emblematicamente “Le lacrime non possono entrare nella mia valigia…” (mirabilmente tradotta in italiano da Rifat Ismaili), si apre con un dialogo quotidiano, quasi banale, che nasconde in realtà una voragine emotiva: «Hai preso tutto, anche l’ombrello? Dopotutto Londra è la città della pioggia!». È la classica raccomandazione di chi resta, di chi cerca di proteggere la persona amata dal clima avverso di una città straniera. Ma la risposta della poetessa è il manifesto di un’anima in tumulto: «Sai, mi piace camminare sotto la pioggia senza ombrello…».

Il vero fulcro dell’opera risiede nel contrasto titanico tra ciò che è materiale e ciò che è spirituale. Quando prepariamo i bagagli per un lungo viaggio, ci preoccupiamo di piegare con cura i vestiti, di incastrare gli oggetti necessari, di non superare i limiti di peso imposti dalle compagnie aeree. Ma come si fa a imballare l’angoscia? «Non importa quanto ci provassi, non riuscivo ad adattarmi: le lacrime non entreranno nella mia valigia». Il dolore dell’addio è un bagaglio a mano invisibile, un sasso in gola che il viaggiatore è costretto a trascinarsi dietro, ovunque vada.

La pioggia di Londra e l’isolamento linguistico

La pioggia londinese di novembre, che fa da sfondo alla poesia, non è soltanto un elemento meteorologico, ma si trasforma nello specchio esatto dell’interiorità della protagonista. Il cielo piange in perfetta sincronia con gli occhi umidi della donna in fila al gate. C’è un profondo senso di alienazione in questi versi. L’aeroporto è frenetico, «sono di nuovo in fila di fretta», ma la poetessa è emotivamente paralizzata.

Il senso di estraneità esplode in un verso di rara potenza: «Parole inglesi premute nel mio petto». Trovarsi in un Paese straniero, circondati da una lingua che non è la propria, amplifica a dismisura il senso di isolamento. Le parole inglesi non riescono a uscire, si comprimono nel petto come un macigno, soffocando le emozioni e lasciando spazio solo a uno sguardo ansioso che cerca disperatamente un appiglio di familiarità.

I bambini e il momento del distacco finale

Nel caos dell’imbarco, l’attenzione della poetessa viene improvvisamente catturata da un dettaglio vitale: «I figli di una donna straniera sono divertenti. Una ragazza si è lanciata contro di me sfuggendo dalla mano di sua madre». È un attimo di distrazione, un barlume di innocenza e normalità (i fattorini che giocano con le borse) che le permette di “dimenticare un po’ il mondo”. Ma è solo un’illusione momentanea.

Il distacco finale è imminente, implacabile. «Hai allungato la mano per dire addio. E io… tremo… sassi in gola». La chiusura della poesia circolare riprende l’immagine iniziale: il dolore la trascina ovunque, accompagnato da quelle inesorabili lacrime che non sono riuscite a trovare spazio in nessuna valigia. Vi proponiamo di seguito la lettura integrale di questo capolavoro contemporaneo.

Il testo della poesia

Hai preso tutto, anche l’ombrello? Dopotutto Londra è la città della pioggia!
Sai, mi piace camminare sotto la pioggia senza ombrello…

Qualcosa mi è caduto dagli occhi…
Bene, eccoti qui!
Non c’è anima nella mia anima!
Non importa quanto ci provassi,
non riuscivo ad adattarmi-
Le lacrime non entreranno nella mia valigia.
Il tempo corre tra di noi,
Gli anni cadono nella notte. Aeroporto.
Quando piangiamo entrambi.
Forti piogge nella gloriosa Londra…
Novembre, non guardare,
ho gli occhi un po’ umidi…
E sono di nuovo in fila di fretta.
Mi guardo intorno con ansia
Parole inglesi premute nel mio petto.

I figli di una donna straniera sono divertenti.
Una ragazza si è lanciata contro di me.
Sfuggendo dalla mano di sua madre. I fattorini giocano con la mia borsa.
Dimentico un po’ il mondo, tu Questo è il momento di rubarmi la mente.
Sto sempre dalla mia parte.
Il destino è sempre dalla mia parte. Ti ricordi se era dentro e fuori?
Non credo. Chi riderà e piangerà? Lascio il mondo lentamente
Non noterai nemmeno le piogge.
Hai allungato la mano per dire addio.
E io… tremo… sassi in gola.
Mi trascina il dolore ovunque.
Lacrime che non entravano nella valigia.

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