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Il pozzo della foresta: quando l’arte torna a parlare il linguaggio della natura

Ci sono luoghi che non si visitano soltanto. Si attraversano con gli occhi, con il cuore e, soprattutto, con l’anima. La Foresta Demaniale di Roccarainola è uno di questi luoghi. Un luogo dove il silenzio non è assenza di suono, ma presenza

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Redazione-  Ci sono luoghi che non si visitano soltanto. Si attraversano con gli occhi, con il cuore e, soprattutto, con l’anima. La Foresta Demaniale di Roccarainola è uno di questi luoghi. Un luogo dove il silenzio non è assenza di suono, ma presenza di vita. Dove gli alberi raccontano storie antiche e il vento sembra custodire memorie che l’uomo moderno ha quasi dimenticato.
È qui che prende forma “Il Pozzo della Foresta”, l’opera di Christian Leperino, presentata come un’esperienza che supera i confini dell’arte tradizionale per trasformarsi in un dialogo profondo tra uomo e natura.
Parlare di Christian Leperino significa parlare di un artista contemporaneo che non si limita a creare opere, ma costruisce ponti. Ponti tra il visibile e l’invisibile, tra la materia e lo spirito, tra la contemporaneità e quella dimensione ancestrale che continua ad abitare ogni essere umano. In questo senso Leperino assomiglia quasi a uno sciamano moderno. Non perché invochi magie, ma perché ci invita a riconnetterci con ciò che abbiamo smarrito: il rapporto autentico con la terra, con l’acqua, con gli animali, con il mistero della vita. Il pozzo, simbolo centrale dell’opera, non è soltanto una struttura fisica. È una metafora universale. Il pozzo custodisce l’acqua e l’acqua è vita. È origine, rinascita, purificazione. È il luogo da cui si attinge ciò che è essenziale. In una società che corre incessantemente verso il superfluo, il pozzo ci ricorda la necessità di tornare all’essenziale. Ed è impossibile, osservando questa installazione immersa nella foresta, non pensare a San Francesco d’Assisi. Il santo che parlava agli uccelli, che vedeva fratelli nel sole e nella luna, che chiamava il lupo “fratello” e non “bestia”. Il santo che aveva compreso una verità che oggi appare rivoluzionaria: l’uomo non è padrone della natura, ma parte di essa. La presenza dei lupi che abitano questi boschi rende ancora più suggestiva questa riflessione. Il lupo, spesso percepito come simbolo di paura, diventa qui emblema di equilibrio e appartenenza. Come nel celebre episodio francescano del lupo di Gubbio, ciò che temiamo può diventare ciò che comprendiamo, e ciò che comprendiamo può finalmente essere rispettato.
L’opera di Leperino sembra allora trasformarsi in una moderna lauda francescana, una meditazione contemporanea sul rapporto tra l’essere umano e il creato.
L’arte contemporanea, quando è autentica, non cerca soltanto di stupire. Cerca di interrogare. Di scuotere. Di generare consapevolezza. Troppo spesso si pensa che l’arte contemporanea sia distante dal pubblico. In realtà, i grandi artisti contemporanei sono coloro che riescono a dare forma alle domande del nostro tempo. E Christian Leperino appartiene a questa categoria. La sua ricerca artistica si autoafferma non per imposizione, ma per necessità. Perché nasce da una visione che trova nella natura il proprio linguaggio e nella coscienza collettiva il proprio interlocutore. In un’epoca dominata dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, “Il Pozzo della Foresta” ci invita a compiere un gesto semplice ma rivoluzionario: fermarci.
Fermarci ad ascoltare il rumore dell’acqua.
Fermarci a osservare gli alberi.
Fermarci a riconoscere che esiste una saggezza antica che continua a vivere nelle foreste, nei sentieri, negli animali e nei silenzi. Forse è proprio questa la grande forza dell’opera: ricordarci che il paradiso non è sempre altrove a volte si trova nel cuore di una foresta e basta avere il coraggio di scendere fino al pozzo per ritrovare noi stessi.

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Attendendo la rivelazione, la poesia di Guglielmo Rafudeglia tra mistica e destino eterno

✨ “Attendendo la Rivelazione” è il nuovo viaggio poetico di Guglielmo Rafudeglia: una riflessione profonda per riscoprire il senso ultimo della vita e dell’eternità.

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#Poesia #Mistica #LibriConsigliati #GuglielmoRafudeglia

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Copertina Attendendo la Rivelazione

Redazione-  La letteratura contemporanea incontra la riflessione metafisica nell’ultima opera di Guglielmo Rafudeglia, dal titolo “Attendendo la Rivelazione. Tra Poesia e Mistica”. Pubblicato da Aletti Editore all’interno della prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia”, il volume rappresenta la sintesi di un percorso umano e spirituale che abbraccia oltre quarant’anni di ricerca interiore. L’opera, che ha già suscitato interesse in contesti di rilievo come il Salone Internazionale del Libro di Torino, si propone non solo come raccolta di versi, ma come una bussola esistenziale volta a decifrare il senso ultimo dell’esperienza umana.

Il concetto di rivelazione come specchio dell’anima

Al centro della poetica di Rafudeglia si colloca una riflessione teologica ben precisa: l’esistenza umana viene interpretata come un “Libro della Vita” che ogni individuo scrive quotidianamente attraverso le proprie scelte, i pensieri più reconditi, le azioni e le omissioni. Il titolo della silloge non è casuale. Per l’autore, la “Rivelazione” non rappresenta un concetto astratto o lontano, bensì un appuntamento ineludibile: il momento del disvelamento finale. In questa visione, la poesia diventa lo strumento per accogliere la luce dello Spirito, capace di porre l’uomo di fronte alla verità specchiata della propria coscienza.

L’autore sostiene che, dopo la separazione tra anima e corpo, ogni individuo dovrà confrontarsi con il giudizio del Creatore. Tale passaggio non è vissuto con il timore del castigo, quanto piuttosto con la consapevolezza di chi attende la conclusione logica e armonica del proprio cammino terreno. Le liriche di Rafudeglia, dunque, invitano il lettore a una vigilanza costante, trasformando la quotidianità in un tempo prezioso, fecondato dalle promesse divine e dalla ricerca di un’autenticità che trascende la puramente materiale.

Uno stile ispirato alla tradizione e alla contemplazione

La cifra stilistica di Rafudeglia si distacca da ogni estetismo fine a sé stesso, privilegiando un linguaggio lirico denso e carico di tensione morale. Giuseppe Aletti, editore e formatore, ha evidenziato nella prefazione all’opera come il lavoro dell’autore sia attraversato da una spinta verso l’assoluto, fondendo la disciplina della scrittura con l’urgenza della testimonianza. Ispirandosi ai testi evangelici e alla sapienza contenuta nel Libro del Siracide, Rafudeglia ha scelto di “trafficare” le scoperte fatte durante la sua meditazione, convinto che il dono della parola poetica debba essere messo al servizio della collettività.

Il metodo compositivo seguito dall’autore richiama – per intenti e profondità – la lezione dantesca, in cui la poesia nasce sotto l’impulso di un’ispirazione superiore. Questo approccio rende il messaggio dell’opera universale: le vette della mistica non sono riservate a pochi eletti, ma sono accessibili a chiunque scelga di improntare la propria esistenza alla giustizia, alla misericordia e alla fedeltà verso il prossimo. La “Regola Aurea” dell’amore diventa così la chiave di lettura per decodificare il mistero della vita e prepararsi al compimento finale in cui, come suggerisce l’autore, ogni lacrima sarà asciugata.

La poesia come forma di veglia nel mondo moderno

In una società spesso caratterizzata dalla frenesia e dalla superficialità, l’opera di Rafudeglia si pone in controtendenza. Essa richiede al lettore di rallentare, di fermarsi a osservare le pieghe della propria coscienza e di riconoscere i “primi chiarori dell’aurora eterna” già nella caducità del presente. Il volume funge da esortazione esistenziale, spingendo verso una pienezza di vita che non teme il dolore, ma che lo integra in un disegno di salvezza e di amore.

La scelta del formato e-book, affiancata alla versione cartacea, mira a rendere questo messaggio accessibile a un pubblico ampio, pronto a cimentarsi con una lettura che è tanto poetica quanto filosofica. La missione che Guglielmo Rafudeglia affida al lettore è chiara: vivere ogni istante con verità, trasformando il proprio vissuto quotidiano in un’opera degna di essere contemplata alla luce dell’eternità. “Attendendo la Rivelazione” non è dunque una semplice lettura, ma una sfida lanciata alla mente e al cuore, un richiamo alla responsabilità dell’essere in vista di un destino che, pur essendo celato, definisce il senso profondo di ogni nostra azione terrena.

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Il fascino della letteratura sotto le stelle: Evelina Sgarbi presenta “Nata Sgarbi” nella cornice di palazzo Cenci

🌙 Un appuntamento imperdibile nel cuore di Roma: stasera Evelina Sgarbi presenta il suo libro “Nata Sgarbi” tra le mura storiche di Arsenale Cenci. Un racconto intimo su identità, famiglia e arte.

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#Roma #ArsenaleCenci #EvelinaSgarbi #Letteratura

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Redazione-  Roma accoglie una serata all’insegna della cultura e della riflessione letteraria nelle ore in cui la città eterna si prepara a chiudere il sipario della giornata. Questa sera, sabato 13 giugno, lo storico Arsenale Cenci, situato in via Beatrice Cenci 8, diventerà il palcoscenico per il lancio di un format culturale ambizioso: “Un libro a mezzanotte”. L’evento inaugurale, fissato per le ore 23.00, vedrà protagonista Evelina Sgarbi, che presenterà al pubblico la sua opera d’esordio editoriale intitolata “Nata Sgarbi”, pubblicata da Piemme Edizioni. La scelta dell’orario, insolita per le presentazioni librarie classiche, vuole sottolineare l’atmosfera raccolta e quasi confidenziale che si respira all’interno di questo spazio polifunzionale, situato nel cuore pulsante del Rione Regola.

Un palcoscenico storico nel cuore del rione regola

Arsenale Cenci non è un luogo qualunque. Incastonato tra le mura di Palazzo Cenci, un complesso architettonico che ha attraversato secoli di storia romana, lo spazio si configura come un circolo artistico esclusivo, proiettato verso il dialogo tra il passato monumentale di Roma e le sollecitazioni della contemporaneità. La vicinanza al suggestivo Monte Cenci rende la cornice particolarmente evocativa: il rione, storicamente legato alle vicende della famiglia Cenci, si presta perfettamente a ospitare incontri che mescolano arte, biografia e indagine intellettuale. La struttura, che funge da punto di riferimento per eventi che spaziano dalle arti visive alla letteratura, apre oggi le porte a una narrazione intima, dove il cognome della protagonista, celebre e talvolta ingombrante agli occhi dell’opinione pubblica, diventa il punto di partenza per una ricerca identitaria personale e priva di filtri.

Il racconto di un’identità tra pubblico e privato

“Nata Sgarbi” si presenta come un saggio autobiografico in cui l’autrice analizza il legame complesso con il padre, Vittorio Sgarbi, figura dominante del panorama artistico e politico italiano. La narrazione non si limita a ripercorrere aneddoti di vita familiare, ma cerca di comporre un mosaico che mette in luce la figura di Evelina come individuo autonomo, capace di guardare con occhi distaccati e critici la grandezza e le contraddizioni dell’uomo che le ha dato il nome. Il libro, distribuito da Piemme, offre uno spaccato inedito sul rapporto tra padre e figlia, esplorando le dinamiche di un cognome che impone una presenza costante nel dibattito pubblico, ma che al contempo nasconde sfumature private raramente esplorate prima d’ora.

Accanto ad Evelina Sgarbi, la serata vedrà la partecipazione di figure di primo piano del panorama accademico e istituzionale. A intervenire saranno Valentina Virgili, docente, storica e critica dell’arte, la cui analisi offrirà una chiave di lettura estetica e culturale alla vicenda biografica, e Francesco Cozza Caposavi, docente e Presidente dell’Associazione Dimore Storiche del Lazio, oltre che consigliere del Ministero della Cultura. La presenza di Cozza Caposavi aggiunge un valore istituzionale alla serata, legando il racconto dell’autrice alla tutela del patrimonio culturale italiano, non solo inteso come pietre e musei, ma come storie umane che si innestano negli spazi storici che abitiamo. L’incontro sarà moderato da Arbiter.Art, che guiderà il dibattito in un clima che si preannuncia vivace e intellettualmente stimolante.

La scelta di inaugurare il format “Un libro a mezzanotte” proprio con questa pubblicazione suggerisce l’intenzione degli organizzatori di creare una consuetudine notturna dedicata al pensiero profondo. In una città che spesso vive la cultura solo nelle ore diurne o negli eventi di massa, Arsenale Cenci prova a invertire la tendenza, trasformando il tempo della tarda serata in un momento di concentrazione. Le aspettative per l’evento sono elevate, considerando la curiosità che circonda la figura di Evelina Sgarbi e il prestigio della location coinvolta. Le porte di via Beatrice Cenci si apriranno dunque per un dialogo che, sebbene parta dalla sfera privata, finisce per toccare corde comuni a molti: la ricerca del proprio posto nel mondo e la gestione di un’eredità intellettuale e familiare complessa.

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L’ultima opera di Francesco Paolo Glaviano esplora la paura come motore esistenziale nell’era iperconnessa

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Francesco Paolo Glaviano

Redazione-  “La Paura e l’Ignoranza sono i pilastri del Potere con la ‘P’ maiuscola”. Così scriveva Pier Paolo Pasolini, e da questa riflessione prende le mosse “Paura Quantistica”, l’ultima raccolta poetica di Francesco Paolo Glaviano, pubblicata dall’Aletti Editore nella collana “I Diamanti della Poesia”. Un’opera che si configura come un audace esperimento letterario, capace di coniugare la dimensione intima del poeta con una più ampia riflessione sulla fragilità dell’esistenza umana nell’era digitale.

Il concept: dalla paura statica alla benzina per il motore

«Non dobbiamo pensare che la Paura sia qualcosa di statico – ha dichiarato l’autore, originario di Palermo ma attualmente residente a Roma –. La Paura deve essere la benzina per il nostro motore». Questa frase riassume il messaggio centrale del libro: il superamento delle proprie paure attraverso la coagulazione di verità, coraggio e consapevolezza delle proprie imperfezioni. Il concetto di “Me nel Noi” che attraversa l’intera raccolta non è un semplice esercizio stilistico, ma una vera e propria poetica dell’identità collettiva.

Glaviano, che oltre a essere poeta è anche attore, costruisce quello che il maestro Giuseppe Aletti definisce «un universo poetico visionario, spesso allucinato, in cui il linguaggio procede per accumulo di immagini, cortocircuiti simbolici, richiami cosmici, corporei e spirituali». Nella prefazione al volume, Aletti evidenzia come al centro dell’opera emerga «una sensibilità esistenziale che interroga continuamente la condizione umana: la paura, l’amore, il tempo, la morte, la libertà, il rapporto tra materia e mistero».

La scrittura come ecosistema complesso

Per Glaviano, la scrittura non è semplicemente un modo per ordinare il caos interiore, né uno specchio delle proprie contraddizioni: è un ecosistema complesso. «Scrivo i bordi dei miei pensieri – spiega l’autore – la continua scelta, il continuo collasso della funzione d’onda». Quest’ultimo riferimento alla meccanica quantistica non è casuale: il titolo stesso, “Paura Quantistica”, evoca l’incertezza fondamentale che caratterizza la fisica delle particelle, trasposta metaforicamente nell’esperienza umana. E mentre cancella e riscrive, rileggendo la stessa pagina anche cinque volte, l’autore afferma di sentire «sempre un’immensa voglia di vivere, di leggere e rileggere, scrivere e riscrivere».

Dalla dislessia infantile alla scoperta del colore delle parole

Un elemento biografico particolarmente significativo emerge dalla storia personale dell’autore. Fin dall’infanzia, Glaviano ha sviluppato una profonda empatia verso il prossimo, imparando a guardare oltre le corazze sociali per coglierne le sfumature e le vulnerabilità. Questa sensibilità è stata affinata anche grazie al superamento di un limite personale: una lieve dislessia infantile che, da ostacolo e fonte di timore, è stata trasformata nel corso degli anni in una straordinaria risorse creativa. «Da quel limite – racconta il poeta – ho imparato a scoprire il colore delle parole», trasformando quella che poteva essere una debolezza in una chiave di lettura unica del mondo.

La copertina: il mare nero come metafora visiva

Il cuore visivo e concettuale del libro è racchiuso anche nella sua copertina. L’acronimo del titolo P A U R A si sovrappone a un disegno a pastelli realizzato dallo stesso autore. «Il mare nero, mia latente Paura – spiega Glaviano – sussurra alle mie orecchie d’immergermi giù come un palombaro nella materia oscura». Un’immagine potente che racchiude in sé tutta la tensione dialettica tra paura e desiderio di conoscenza, tra il buio dell’ignoto e la volontà di esplorarlo.

Un’indagine antropologica e filosofica

Con la sua opera, esposta anche negli spazi Aletti Editore al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, Glaviano attua un’indagine antropologica e filosofica di grande attualità. Unisce l’arte della parola a una profonda sensibilità visiva e teatrale, creando un’opera ibrida che trascende i confini del genere poetico tradizionale. «Auguro a chiunque di vivere non di trappole di speranza ma di vibrata e pura volontà», scrive l’autore, lasciando al lettore un messaggio di speranza concreta.

La raccolta è disponibile sia in formato cartaceo sia come e-book, permettendo così a un pubblico ampio di accedere a questa riflessione lucida e profonda sull’inquietudine del nostro tempo. “Paura Quantistica” rappresenta un contributo significativo alla poesia italiana contemporanea, capace di parlare alle generazioni più giovani senza rinunciare a una profondità intellettuale che non conosce limiti anagrafici.

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