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Attualità

L’urlo silenzioso delle famiglie italiane: emergenza salute mentale, le richieste d’aiuto sono quadruplicate

I numeri spaventosi della salute mentale in Italia: telefonate d’aiuto quadruplicate. E a crollare ora sono i genitori, abbandonati dallo Stato e distrutti dalla fatica di assistere figli in crisi. Un’emergenza sociale di cui nessuno parla! 🧠 💔

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Depressione

Roma – C’è un grido d’aiuto silenzioso, disperato e costante che si alza ogni singolo giorno dalle case di migliaia di famiglie italiane. È un urlo che non fa quasi mai rumore sui grandi mezzi di comunicazione e che non scende in piazza a protestare, ma che si consuma spietatamente nel buio delle stanze chiuse e nel logorìo psicologico quotidiano. Stiamo parlando dell’emergenza strisciante legata alla salute mentale, un tema delicatissimo che per troppi decenni è stato trattato come uno scomodo tabù da nascondere sotto il tappeto. Oggi, complice l’onda lunga dell’isolamento pandemico e delle recenti crisi sociali ed economiche, questo malessere è esploso in tutta la sua drammaticità, trasformandosi in una vera e propria emergenza sanitaria di proporzioni nazionali.

I numeri del crollo psicologico: l’epidemia invisibile dell’Italia intera

A scattare una fotografia agghiacciante di questa sofferenza, che partendo dai dati del Lazio si estende ormai a macchia d’olio in tutta la Penisola, è il recentissimo bilancio del Soss, il servizio telefonico di supporto e orientamento sociale offerto gratuitamente dalla benemerita Fondazione don Luigi Di Liegro. Le statistiche rilasciate parlano fin troppo chiaro e fanno letteralmente tremare i polsi: in un solo anno, le richieste di aiuto sono quadruplicate. Ma a colpire profondamente l’opinione pubblica non è solo il volume impressionante delle chiamate giunte ai centralini, quanto l’identikit di chi le effettua. Ben il 60% delle richieste, infatti, non arriva direttamente da chi soffre del disagio psichico, ma dai suoi familiari più stretti, quasi sempre genitori ormai stremati. Inoltre, l’età media delle persone per cui si chiede disperatamente supporto è di 38 anni: la fotografia esatta e impietosa di una generazione adulta schiacciata dall’incertezza del futuro, dalla precarietà lavorativa e da un profondo, radicato senso di inadeguatezza sociale.

L’angoscia insopportabile dei genitori: quando chi cura ha bisogno di aiuto

Il dato forse più allarmante e doloroso di questo report riguarda però la figura del cosiddetto “caregiver”, ovvero il genitore, il partner o il parente che si prende cura quotidianamente del malato. All’inizio dell’anno scorso, le richieste di supporto psicologico rivolte ai genitori stessi per superare lo stress rappresentavano circa l’8% del totale. Oggi, solo analizzando il primo semestre dell’anno in corso, questa percentuale è schizzata a un drammatico 35%. Cosa significa questo numero? Significa che affrontare il mostro della malattia mentale tra le quattro mura domestiche è un fardello emotivamente così pesante e logorante che padri e madri finiscono inevitabilmente per crollare, arrivando a chiedere aiuto clinico anche per se stessi. Mantenere in equilibrio la barca di una famiglia quando un figlio sprofonda nel buio della depressione, dell’ansia cronica o degli attacchi di panico richiede un’energia sovrumana, un’energia che spesso si esaurisce lasciando i familiari in uno stato di disperazione e totale isolamento dal resto del mondo.

Il grave vuoto delle istituzioni e le liste d’attesa della sanità pubblica

Se fondazioni benefiche e associazioni del Terzo Settore registrano un boom di chiamate di questa immensa portata, è inevitabilmente a causa dell’enorme vuoto lasciato dalle istituzioni statali e dal Servizio Sanitario Nazionale. Rivolgersi al sistema pubblico per ottenere percorsi di riabilitazione o un ciclo di sedute psicologiche gratuite significa, nella stragrande maggioranza delle ASL italiane, doversi scontrare con liste d’attesa semplicemente infinite. In un ambito fragile e delicato come quello della salute mentale, dove il tempismo dell’intervento clinico può fare la differenza tra la vita e il gesto estremo, dover aspettare sei mesi per un consulto pubblico è un’attesa quasi criminale. Le famiglie italiane, peraltro già duramente provate dal carovita, sono così ingiustamente costrette a sobbarcarsi i costi proibitivi delle lunghe terapie private, oppure, nei drammatici casi di povertà, a rinunciare del tutto alle cure, rassegnandosi a gestire da sole crisi violente, isolamento sociale e gravi disturbi comportamentali.

Curare la famiglia per curare l’individuo: il potere dei gruppi di mutuo aiuto

Come giustamente e costantemente sottolineato dagli esperti della Fondazione Di Liegro, il paradigma della cura deve necessariamente evolversi a livello nazionale. Investire seriamente nella salute mentale non può più significare soltanto somministrare potenti psicofarmaci o focalizzarsi unicamente sulla singola persona che manifesta il disagio acuto. Bisogna abbracciare e curare l’intero nucleo familiare. Attività come gli sportelli gratuiti di ascolto per i genitori, l’arteterapia e, soprattutto, i gruppi di mutuo aiuto multifamiliari si stanno rivelando degli strumenti terapeutici indispensabili. Condividere il proprio enorme dolore con altre madri e altri padri che stanno vivendo lo stesso insopportabile calvario aiuta a distruggere il pesante muro della vergogna sociale, riduce il gravoso carico assistenziale e favorisce la reale inclusione, dimostrando che non si è affatto soli ad attraversare questo tunnel buio.

Non c’è salute senza salute mentale: il doveroso appello alla grande politica

I dati esplosivi raccolti in questo ultimo anno devono suonare come una lacerante sirena d’allarme nelle ovattate stanze del Governo e dei Ministeri competenti. La cura della salute mentale non è un lusso borghese o un problema secondario di cui occuparsi a tempo perso, ma è il fondamento stesso del benessere e della produttività di un’intera Nazione. È giunto il momento irrevocabile che la politica italiana metta in campo risorse economiche e strutturali vere per garantire a tutti i cittadini, da Nord a Sud, l’accesso gratuito e tempestivo alle cure psicologiche di base. Abbandonare centinaia di migliaia di famiglie a se stesse, costringendole a elemosinare ascolto ai pur preziosi centralini di volontariato, è una sconfitta morale inaccettabile per uno Stato che si definisce civile. Perché una società moderna che non sa ascoltare, comprendere e curare la fragilità della mente, è una società inesorabilmente destinata a crollare sotto il peso della sua stessa, gelida indifferenza.

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Cultura

L’Ulivo della Pace unisce nel ricordo di Paolo: lo storico appello di Salvatore Borsellino per una via D’Amelio senza scontri

“Per me resterà un maledetto fascista, io per lui un maledetto anarchico. Ma sotto quell’ulivo abbiamo bevuto dalla stessa borraccia”. 🕊️ 🇮🇹 Un clamoroso patto di pace per via D’Amelio: dopo le urla e le tensioni del 19 luglio, Salvatore Borsellino chiede scusa alla famiglia e incontra Mauro La Mantia (storico organizzatore della Fiaccolata di destra). La promessa: mai più scontri nel luogo del dolore. I politici? “Se vogliono venire, stiano in silenzio tra la gente, senza fotografi”. Leggi l’emozionante retroscena. 📖 👇

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SAlvatore-La-mantia

Palermo – C’è un luogo a Palermo che non appartiene più alla topografia di una città, ma alla geografia dell’anima di un intero Paese. È via D’Amelio. Al centro di questo santuario laico a cielo aperto sorge “L’Albero della Pace”, un ulivo proveniente dalla Terra Santa. Fu piantato esattamente nella voragine scavata dall’autobomba che il 19 luglio 1992 squarciò l’Italia, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Eddie Walter Max Cosina e Vincenzo Fabio Li Muli. Quell’ulivo fu voluto fortemente da Maria Pia Lepanto, la madre di Paolo, per trasformare il cratere dell’odio nel nido dell’amore e della rinascita. Un luogo dove, spogliandosi di ogni ideologia politica, chiunque potesse raccogliersi in silenzio.

Il dolore e la rabbia: quando le urla hanno infranto la sacralità della memoria

Eppure, lo scorso 19 luglio 2026, quella promessa di pace è stata infranta. Le celebrazioni per l’anniversario della strage si sono trasformate in un momento di tensione che ha turbato profondamente il clima di raccoglimento. Cori, urla e slogan come “Fuori la mafia dallo Stato” (richiesta legittima ma urlata nel momento sbagliato) hanno sovrastato il silenzio che quel luogo impone. Il silenzio richiesto a gran voce anche da chi, quel giorno di tanti anni fa, ha perso una parte di sé.

A distanza di qualche settimana, a prendere la parola in modo netto e coraggioso è il Movimento delle Agende Rosse, ma soprattutto è lo stesso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che con una lucidità e un’onestà intellettuale rare ha deciso di mettere a nudo la propria anima, chiedendo scusa per primo e annunciando un patto storico di riconciliazione.

Le lacrime dei familiari e il pentimento di un fratello ferito

In una lettera carica di sofferenza, Salvatore Borsellino ammette le proprie fragilità di uomo ferito: «Mi sono lasciato trascinare soprattutto dalla rabbia, rabbia che mi serve per lenire il dolore di una ferita che non potrà mai chiudersi. Neanche se dovessi avere Giustizia prima di morire, anche perché non credo più nella giustizia degli uomini e, ormai da tempo, ho perso anche la fede».

Ma la rabbia ha ceduto il passo al pentimento quando i suoi occhi hanno incrociato quelli della sua famiglia. «Mi sono reso conto di avere sbagliato a dare sfogo alla mia rabbia, in quel luogo e in quel giorno. Me ne sono reso conto vedendo le lacrime di mia figlia Stella, di mia nipote Roberta, di sua figlia Adele e di altri. Pensando che anche mia madre avrebbe pianto nel vedere quello che lei aveva voluto diventasse un luogo di pace, trasformarsi in un luogo di scontro». Un dolore acuito dalla vista di tanti giovani padri che, tenendo un bambino per mano e una fiaccola nell’altra, hanno preferito voltarsi e tornare indietro pur di non assistere a quello spettacolo divisivo.

L’incontro impossibile: l'”anarchico” Borsellino e il “fascista” La Mantia

Da questa dolorosa presa di coscienza è nato un gesto politico e umano clamoroso. Il giorno successivo agli scontri, Salvatore Borsellino ha chiesto e ottenuto un incontro con Mauro La Mantia, esponente della Comunità ’92 (ex dirigente giovanile di Azione Giovani\An) e storico organizzatore della tradizionale “fiaccolata” di destra in memoria del Giudice.

È stato un faccia a faccia schietto, duro ma rispettoso. «A Mauro, con il quale ho avuto un colloquio franco e che stimo nonostante la vita ci abbia portato a combattere su fronti diversi, ho detto che quello che è successo quest’anno non deve più succedere». Borsellino ha usato parole fortissime per descrivere l’incontro: «Gli ho detto che in altri giorni e in altri luoghi lui resterà sempre per me un maledetto fascista, e io per lui un maledetto anarchico. Ma ho voluto, sotto quell’albero di ulivo, bere insieme dalla stessa borraccia e tenere insieme lo stesso tricolore».

La promessa per il futuro: il silenzio trionfi e la politica stia tra la gente

Da quell’incontro sotto l’Albero della Pace è scaturita una promessa solenne. Le urla, la rabbia e le rivendicazioni ci saranno ancora, perché l’Italia è una democrazia e le ferite delle stragi sanguinano ancora, ma non accadranno mai più in quel luogo e in quel giorno. Mai più in via D’Amelio.

L’anno prossimo, il 19 luglio sarà scandito esclusivamente dalla musica, dalle note dei violoncelli suonati dai ragazzi palestinesi e israeliani, in un inno assoluto alla pace. A suggello di questo patto, Salvatore Borsellino ha chiesto a Mauro La Mantia di salire sul palco al suo fianco per tenere insieme il Tricolore in un silenzio rispettoso e rigoroso. Con una sola, inderogabile e fiera condizione: «A patto che non ci siano, insieme a lui, rappresentanti delle istituzioni e di partito. O, se ci saranno, che stiano in mezzo alla gente, confusi tra la folla, senza fotografi o giornalisti attorno».

In un Paese perennemente diviso, in cui la memoria spesso diventa un campo di battaglia per meschini calcoli elettorali, il gesto di Salvatore Borsellino e Mauro La Mantia ci ricorda che l’eternità di chi si è sacrificato per lo Stato conta più di qualsiasi differenza ideologica. Via D’Amelio non è un palcoscenico per slogan, ma il nido che l’Italia non deve smettere di proteggere.

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Attualità

Scontro totale Meloni-Sánchez: l’Europa si spacca sui migranti e torna l’incubo delle frontiere chiuse

Il sogno di un’Europa senza confini va in frantumi. 🇪🇺 ❌ Scontro totale tra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez sull’emergenza migranti di Ceuta. L’Italia sospende Schengen per blindare la sicurezza nazionale, la Spagna risponde con un ultimatum e ripristina da stanotte i controlli per chi viaggia dal nostro Paese. “È un siluro contro l’Europa”, accusa Madrid. Leggi tutti i dettagli di questa clamorosa rottura diplomatica e cosa cambia per i turisti italiani in partenza. ✈️ 🛂

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Meloni-Sánchez

Roma / Madrid – C’era una volta l’Europa senza confini, quel sogno chiamato Schengen che permetteva ai cittadini del Vecchio Continente di viaggiare liberi, da Roma a Madrid, senza dover mai mostrare un passaporto. Oggi, nel cuore infuocato dell’estate 2026, quel sogno sembra essersi infranto contro il muro della dura realtà. La crisi migratoria esplosa nei giorni scorsi nell’enclave di Ceuta si è rapidamente trasformata in uno scontro diplomatico senza precedenti tra il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni e l’esecutivo spagnolo di Pedro Sánchez. Una vera e propria guerra fredda politica che, a partire dalla mezzanotte di sabato 8 agosto, riporta in auge lo spettro delle dogane, dei controlli serrati e delle frontiere chiuse.

La rappresaglia di Madrid e i disagi per i viaggiatori italiani

La decisione presa da Madrid è un fulmine a ciel sereno che rischia di rovinare le vacanze a migliaia di turisti. Fonti governative iberiche hanno infatti annunciato il ripristino temporaneo (ma immediato) dei controlli alle frontiere interne per tutti i viaggiatori in arrivo dall’Italia. La motivazione ufficiale parla di “persistente pressione migratoria irregolare”, ma i contorni della vicenda sanno chiaramente di ritorsione politica. Fino al 7 settembre (salvo clamorosi cambi di rotta), chi atterrerà in Spagna dall’Italia o sbarcherà nei porti iberici dovrà rassegnarsi a subire verifiche a campione su identità, passaporto e nazionalità. Per i cittadini provenienti da Paesi terzi, i controlli saranno ancora più estenuanti, estendendosi a visti e permessi di soggiorno.

È un colpo durissimo per la fluidità dei collegamenti nel pieno della stagione turistica, un disagio inaspettato per migliaia di famiglie e lavoratori che si ritrovano, loro malgrado, ostaggio di un braccio di ferro istituzionale giocato sulla loro pelle.

Il braccio di ferro e l’ultimatum spagnolo: “L’Italia affonda l’Europa”

Ma come si è arrivati a questo punto di non ritorno? La miccia che ha fatto esplodere la polveriera è stata innescata nei giorni scorsi, quando l’Italia, preoccupata per i massicci flussi irregolari provenienti dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta, aveva deciso di sospendere unilateralmente l’applicazione del trattato di Schengen per i cittadini di Paesi terzi in arrivo dal territorio iberico. Una mossa che ha mandato su tutte le furie il governo Sánchez.

Madrid aveva immediatamente lanciato un vero e proprio ultimatum a Roma: revocare il blocco entro domenica 9 agosto, o subire “misure proporzionate per tutelare gli interessi e la dignità dei cittadini spagnoli”. E le parole volate in queste ore sono state a dir poco incendiarie. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, intercettato dai cronisti al suo arrivo in Colombia, non ha usato mezzi termini: «Questa misura del governo italiano è un siluro che colpisce al cuore l’Unione Europea. Si tratta di un attacco diretto contro gli spagnoli e contro l’Europa intera. Non c’è alcun motivo per misure così ingiustificate. L’Italia, peraltro, è il Paese Ue con il maggior numero di ingressi irregolari. Oggi più che mai l’Europa ha bisogno di unità, non di muri».

La ferma risposta di Palazzo Chigi: “Non accettiamo imposizioni sulla sicurezza”

Chi si aspettava un passo indietro da parte dell’Italia è rimasto deluso. L’esecutivo di Giorgia Meloni non solo ha respinto al mittente l’ultimatum spagnolo, ma ha deciso di tenere il punto con estrema fermezza. In una nota gelida e perentoria, Palazzo Chigi ha messo in chiaro che «l’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale e il controllo delle proprie frontiere».

La sospensione di Schengen da parte italiana, dunque, resterà in vigore almeno fino al 15 agosto. Il Governo italiano teme infatti che, proprio a cavallo di Ferragosto, possa verificarsi una nuova, imponente ondata migratoria verso Ceuta, con il rischio concreto di infiltrazioni pericolose per la sicurezza del nostro Paese. Solo quando questa minaccia sarà rientrata, Roma valuterà se allentare la presa. Fonti vicine al Governo italiano ci tengono però a precisare che non si tratta di un “atto ostile” verso il popolo spagnolo: i controlli italiani, a differenza della rappresaglia di Madrid, riguardano solo i cittadini extra-Ue, garantendo la massima fluidità per gli europei.

Le accuse incrociate e il fallimento della solidarietà europea

A tentare di gettare acqua sul fuoco è intervenuto il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, che ha ribadito la natura «temporanea, mirata e selettiva» del provvedimento italiano, adottato con «l’unico obiettivo di tutelare la sicurezza nazionale». Ma la Moncloa (sede del governo spagnolo) non ci sta e continua a definire la mossa italiana come «ingiusta, discriminatoria e decisa unilateralmente senza preavviso».

Gli spagnoli ricordano inoltre come i migranti arrivati irregolarmente a Ceuta non possano comunque accedere allo spazio Schengen per via dello status speciale della città, e sottolineano di aver già rimpatriato in Marocco la quasi totalità delle persone entrate. C’è amarezza, nelle parole di Madrid, che rinfaccia a Roma di non aver mai subito controlli ai confini da parte della Spagna neppure nei momenti più drammatici dell’emergenza sbarchi a Lampedusa.

In questo scontro tra titani, dove nessuno sembra disposto a cedere di un millimetro, a perdere è senza dubbio l’idea stessa di Unione Europea. Mentre i palazzi della politica litigano accusandosi reciprocamente di scarsa solidarietà, a pagare il conto reale saranno i cittadini, costretti a rimettersi in fila per mostrare i documenti, come se gli ultimi trent’anni di storia europea fossero stati improvvisamente cancellati con un colpo di spugna.

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Politica

Scommesse e Decreto Dignità, l’ira di Sforzini contro Giorgetti: “Fa la guerra al calcio e regala l’Italia all’illegalità”

“Lo Stato incassa le tasse dal gioco legale ma vieta gli sponsor, favorendo le scommesse clandestine e affossando lo sport italiano”. ⚽️ 🇮🇹 Duro attacco di Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale) contro il Ministro Giorgetti sul Decreto Dignità: “Un proibizionismo inutile. Sblocchiamo le sponsorizzazioni legali per finanziare i piccoli campi di provincia e i settori giovanili”. Leggi l’intervista integrale e le proposte per salvare il calcio italiano! 🏟️ 💶

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Castellar Ponzano (AL) – C’è un paradosso tutto italiano che si consuma sulla pelle dello sport più amato nel nostro Paese. Da una parte ci sono le società di calcio, dai grandi club professionistici fino alle piccole e gloriose squadre dilettantistiche di provincia, che faticano ogni giorno per far quadrare i conti, pagare le bollette degli stadi e mantenere in vita i settori giovanili. Dall’altra c’è lo Stato, che invece di aiutarle decide deliberatamente di tagliare una delle loro fonti di sostentamento più importanti: le sponsorizzazioni del circuito del gioco legale. A lanciare un durissimo atto d’accusa contro questa politica è Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank legato a “Futuro Nazionale con Vannacci”), che dal Castello Sforzini punta il dito dritto contro il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Lo statalismo moralistico che uccide i nostri vivai calcistici

La miccia della polemica si è accesa dopo le indiscrezioni sulla volontà del Governo di inasprire ulteriormente il famigerato “Decreto Dignità”, bloccando in modo ancora più stringente qualsiasi forma di pubblicità legata alle scommesse sportive. «Apprendo che il ministro Giancarlo Giorgetti non soltanto intende difendere uno degli errori più gravi compiuti negli ultimi anni ai danni dell’economia del calcio italiano, ma vorrebbe addirittura irrigidirlo», attacca frontalmente Sforzini. «È una scelta economicamente miope, culturalmente proibizionista e politicamente incomprensibile per un ministro che appartiene, o dovrebbe appartenere, a una maggioranza di centrodestra».

Le conseguenze di questo blocco cadono a pioggia su tutto il sistema sportivo nazionale. Il calcio italiano ha un disperato bisogno di capitali freschi per competere a livello internazionale, ma soprattutto per costruire e modernizzare impianti fatiscenti, finanziare i vivai e sostenere il dilettantismo, vera e propria spina dorsale sociale delle nostre città. Mentre i club esteri si fortificano grazie agli sponsor, in Italia si sceglie volontariamente di chiudere i rubinetti di una fonte di finanziamento proveniente da imprese, è bene ricordarlo, perfettamente legali.

Il paradosso di Stato: incassare le tasse ma vietare le sponsorizzazioni

Il cuore del problema, secondo l’analisi di Sforzini, risiede in un’ipocrisia di fondo inaccettabile. «Il paradosso è clamoroso: parliamo di imprese legali, autorizzate, regolamentate e pesantemente tassate dallo Stato italiano. Lo Stato incassa miliardi dal gioco legale, lo disciplina, concede le autorizzazioni e poi pretende quasi che gli operatori autorizzati debbano vergognarsi di esistere e nascondersi», spiega il presidente di Rinascimento Nazionale. «Tutto questo non è liberalismo, non è responsabilità civile, non è nemmeno buona amministrazione. È un banale e dannoso statalismo moralistico».

Oscurare i loghi e i nomi delle aziende legali, infatti, non fa scomparire per magia la voglia di scommettere degli italiani, ma rischia di produrre l’effetto diametralmente opposto. Vietare la comunicazione agli operatori autorizzati rende molto meno riconoscibile, soprattutto per i più giovani, il confine tra il mercato sicuro, tracciabile e regolamentato e la pericolosa giungla del mercato clandestino gestito dalla criminalità organizzata.

“Giorgetti si accoda al PD”: l’appello per una politica economica di libertà

La dura presa di posizione di Sforzini tocca inevitabilmente anche gli equilibri e l’identità politica dell’attuale maggioranza. «Pochi giorni fa avevamo criticato aspramente il Partito Democratico proprio perché proponeva di rafforzare questo divieto assurdo. Oggi dobbiamo constatare qualcosa di politicamente ancora più sorprendente e deludente: a spingere nella stessa direzione è un ministro di centrodestra».

Un cortocircuito politico che non può passare inosservato. «Se la destra e la sinistra finiscono per fare a gara su chi proibisce di più, allora qualcuno dovrà ricordare che esiste anche un’altra cultura politica nel nostro Paese: quella della libertà, della responsabilità individuale, dell’impresa e di uno Stato che si limita a stabilire regole chiare, senza pretendere di fare il tutore morale dei cittadini adulti».

La proposta: fondi per i dilettanti e tolleranza zero per la criminalità

Non si tratta però solo di una critica distruttiva. La ricetta proposta da Luca Sforzini è chiara, pragmatica e mira a salvare lo sport di base senza abbassare la guardia sulle patologie sociali. La ludopatia non si combatte oscurando una maglietta di Serie A, ma con la prevenzione sul territorio, l’informazione capillare nelle scuole, i controlli ferrei sui limiti di età e strumenti sanitari e sociali adeguati e ben finanziati.

«La nostra posizione è chiara e l’abbiamo formulata pubblicamente da tempo», rilancia Sforzini. «Chiediamo l’abolizione del divieto per gli operatori autorizzati, una forte semplificazione burocratica e, contemporaneamente, una guerra senza quartiere al gioco illegale e clandestino. Si riaprano le sponsorizzazioni agli operatori legali sotto regole rigorose e trasparenti, tutelando con estrema severità i minori, ma si destini obbligatoriamente una parte delle ingenti risorse generate direttamente al calcio di base, ai vivai, agli impianti di provincia e alle società dilettantistiche che oggi fanno fatica a comprare persino i palloni per i ragazzini».

«Giorgetti scelga da che parte stare», conclude perentorio Sforzini. «O con il proibizionismo fallimentare del Decreto Dignità, oppure con un calcio italiano che vuole tornare a crescere e competere nel mondo. Trasformare gli operatori legali in nemici pubblici, mentre le mafie e il mercato illegale ringraziano e continuano a esistere indisturbati, non è rigore. È semplicemente una pessima politica».

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