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Attualità

Poste Italiane, un annullo speciale per il 70° anniversario di Marcinelle

Poste Italiane attiva un annullo speciale a Roma per il 70° anniversario della tragedia di Marcinelle: sabato 8 agosto sportelli aperti in piazza San Silvestro. ✉️ 🕊️

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Immagine Annullo Roma

Roma – Nel fitto ordito della memoria collettiva nazionale, della tutela delle radici culturali e delle iniziative istituzionali volte a onorare il sacrificio dei lavoratori all’estero, il recupero dei simboli storici rappresenta un pilastro sussidiario fondamentale per l’educazione civile del Paese. Giovedì 6 agosto 2026, Poste Italiane ha ufficializzato l’attivazione di un esclusivo servizio filatelico temporaneo in concomitanza con le celebrazioni ufficiali della Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo. La ricorrenza di quest’anno riveste un significato di straordinario spessore storiografico, coincidendo con il settantesimo anniversario della tragedia mineraria di Marcinelle, consumatasi in Belgio l’8 agosto 1956. L’iniziativa si offre ai collezionisti, alle famiglie e ai cittadini onesti come un prezioso strumento per deostruere l’oblio del tempo e imprimere sulla carta una traccia indelebile di rispetto e solidarietà nazionale.

Il bollo speciale richiesto dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro

L’hardware grafico e celebrativo del timbro postale risponde a una formale e prestigiosa richiesta avanzata dal Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), organo di rilievo costituzionale da sempre in prima linea nel monitorare le dinamiche del comparto professionale e della saggistica economica. Il bollo speciale riporterà la dicitura ufficiale a perenne memoria dei fatti: “Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo – 70° Anniversario della tragedia di Marcinelle – 8.8-2026”. Questo prezioso manufatto d’archivio permetterà di storicizzare le corrispondenze cartacee, trasformando una comune lettera in un reperto culturale idoneo a tramandare i valori della dignità del lavoro e del legame indissolubile con la patria alle future generazioni.

L’accesso allo Spazio Filatelia in Piazza San Silvestro h24

Sotto il profilo strettamente logistico e operativo, gli uffici tecnici del gruppo postale hanno individuato come baricentro e sede esclusiva del servizio lo storico e monumentale Spazio Filatelia Roma, situato nella centrale Piazza San Silvestro 20. Nella mattinata di sabato 8 agosto 2026, dalle ore 8:00 alle 12:00, il personale e i tecnici di sportello saranno a completa disposizione del pubblico per l’apposizione del timbro su cartoline, buste d’acquisto e fogli ricordo. Al fine di azzerare i labirinti delle attese per i cittadini che giungono dalle diverse province e azzerare le paratie burocratiche, la direzione ha predisposto canali di accoglienza rapida nel pieno rispetto delle regole di afflusso dei locali.

I canali telematici e le commissioni filateliche a distanza

Per andare incontro alle esigenze dei collezionisti transnazionali, dei pendolari e di tutti gli appassionati residenti fuori dal distretto metropolitano capitolino, Poste Italiane ha attivato una procedura sussidiaria a distanza per l’invio delle commissioni filateliche. Gli utenti interessati potranno trasmettere i propri dossier e i documenti da timbrare in modalità postale h24 direttamente all’indirizzo dello Spazio Filatelia di via del Babuino e Piazza San Silvestro, usufruendo della tracciabilità delle spedizioni. Per azzerare i dubbi operativi, la presidenza ha messo a disposizione il recapito telefonico ufficiale 06 69737273 per un’assistenza personalizzata e trasparente, consigliando la consultazione del portale telematico specializzato filatelia.poste.it per monitorare i cataloghi.

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Attualità

L’ultima locomotiva verso il cielo: addio a Francesco Guccini, il poeta burbero con l’eskimo che ha cantato l’anima dell’Italia

L’Italia perde il suo professore, il poeta con l’eskimo che ha dato voce ai nostri sogni. Francesco Guccini si è spento a 86 anni nella sua Pavana, circondato dall’amore della famiglia. Addio al maestro de “La locomotiva”, “Cirano” e “Dio è morto”. Buon viaggio, Francesco: salutaci le stelle. 🎸 🍷 😢

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Francesco Guccini

Redazione – Ci sono notizie di cronaca che, quando arrivano improvvise sulle agenzie, ti tolgono letteralmente il respiro, facendoti fermare per un istante il battito del cuore. Come se un pezzo fondamentale della tua stessa vita, della tua gioventù, dei tuoi amori e dei tuoi ricordi se ne andasse via per sempre, portato via dal vento freddo dell’Appennino. Francesco Guccini è morto. Il cantautore emiliano, il poeta burbero con la celebre “r” moscia, l’intellettuale puro con l’inseparabile eskimo e il bicchiere di vino sempre pieno sul tavolo, si è spento all’età di 86 anni. La notizia, diffusa dalla famiglia con il cuore inevitabilmente spezzato, è un colpo durissimo e sordo per la cultura italiana, ma soprattutto per l’anima di milioni di persone che sono cresciute ascoltando i suoi dischi consumati sui giradischi. Perché Francesco non era affatto solo un cantante. Era il professore di lettere che tutti noi avremmo voluto avere a scuola, era lo zio saggio che ti raccontava la vita al tavolo dell’osteria, era la voce tuonante della coscienza di un’Italia che sognava, lottava, si innamorava e, a volte, si arrendeva. Con la sua scomparsa, non se ne va solo un artista immenso: se ne va l’ultimo grande, ineguagliabile narratore delle nostre povere vite.

Pavana, l’ultimo respiro tra gli affetti più cari: il silenzio dignitoso di un addio privato

Francesco ha scelto di andarsene esattamente come ha vissuto: schivo, vero, lontano dai riflettori accecanti, dalle luci stroboscopiche dello showbiz e dal rumore ipocrita e inutile della mondanità. Si è spento dolcemente questa mattina nel suo amato rifugio di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, in provincia di Pistoia. Quel luogo magico, aspro e bellissimo, fatto di castagni secolari, fiumi freddi e silenzi antichi, che aveva tanto cantato nelle sue ballate e che era diventato il suo sacro buen retiro. Ad accompagnarlo nell’ultimo, grande e misterioso viaggio c’erano gli unici amori della sua vita: la moglie Raffaella e l’adorata figlia Teresa. Nel pieno e totale rispetto della sua natura profondamente vera, la famiglia ha annunciato che i funerali si terranno nei prossimi giorni in forma strettamente privata. Una scelta di dignità assoluta, che chiede a tutti noi il massimo rispetto e una doverosa discrezione in un momento di strazio. Francesco non amava le passerelle e non tollerava l’ipocrisia dei lutti “da vetrina” televisiva. Voleva andarsene con il sussurro del vento tra gli alberi, tenendo per mano solo le persone che gli volevano bene davvero.

Da professore riluttante a poeta immortale di una generazione: l’uomo dietro l’eskimo

Nato a Modena il 14 giugno del 1940, la vita terrena di Guccini è stata un romanzo lungo e straordinario. Iniziò come insegnante, poi lavorò come giovane e curioso cronista alla Gazzetta di Modena, fino ad approdare, quasi riluttante e timido, nel mondo caotico della musica. Non voleva stare sul palco sotto i riflettori, Francesco. Preferiva starsene dietro le quinte a scrivere per gli altri, regalando all’Italia capolavori immortali cantati da Caterina Caselli e dai gruppi beat dell’epoca come l’Equipe 84 e i Nomadi. Canzoni titaniche, spirituali e profetiche come “Auschwitz”, “Per fare un uomo” o la struggente “Dio è morto” portano orgogliosamente la sua firma. Ma è negli anni ’70, con il definitivo trasferimento a Bologna, che nasce il mito incrollabile del cantautore. Vestito con l’inseparabile eskimo, con la barba incolta, gli occhiali spessi e la voce baritonale, Guccini è diventato il megafono umano di una generazione intera, l’idolo indiscusso della stagione dell’impegno politico e sociale. Ha saputo fondere l’alta letteratura (citando Borges, la Bibbia, Cervantes e Dumas) con il linguaggio crudo della strada, degli studenti e dei contadini, creando un genere narrativo unico al mondo.

Inni collettivi, fumo e bottiglie di vino: i suoi concerti come indimenticabili osterie dell’anima

Chiunque abbia avuto la fortuna immensa di assistere almeno una volta a un suo concerto dal vivo, sa perfettamente che non si trattava di semplici esibizioni musicali. I concerti di Guccini erano delle gigantesche, calde e meravigliose osterie dell’anima. Tra una canzone e l’altra, Francesco si sedeva sullo sgabello, teneva lunghissimi monologhi esilaranti, beveva vino rosso, fumava e parlava con il suo pubblico sterminato come se fossimo tutti seduti nel salotto di casa sua a Bologna. E poi partivano quegli inni collettivi che ci hanno cresciuto, che ci hanno consolato per un amore perduto, e che abbiamo cantato a squarciagola fino a perdere completamente la voce: la rabbia proletaria de “La locomotiva”, la nostalgia dolceamara di “Piccola città” o “Il vecchio e il bambino”, la poesia assoluta e straziante di “Vedi cara”, “Incontro” o “Autogrill”. Fino alla rabbia sputata in faccia ai moralisti finti e ai borghesi con “L’avvelenata”, e alla fierezza intellettuale di “Cirano”. Ogni sua canzone era una dura lezione di vita, uno specchio in cui guardare le nostre umane fragilità, le nostre paure e i nostri sogni infranti.

A settembre il grande abbraccio del suo popolo: perché Francesco non morirà mai

Dal 2012, dopo la toccante uscita del disco “L’ultima Thule”, Francesco aveva deciso lucidamente di appendere la chitarra al chiodo. Si era ritirato dalle scene musicali attive per dedicarsi esclusivamente alla sua altra, gigantesca passione: la scrittura. E anche lì aveva dimostrato la sua genialità assoluta, sfiorando il trionfo nel 2020 con l’ingresso nella cinquina del prestigiosissimo Premio Campiello con il romanzo “Tralummescuro”. Ci aveva avvisati che non avrebbe più cantato o fatto dischi, ma saperlo vivo, lì a Pavana nella sua casa, ci faceva sentire al sicuro. Ora quel vuoto intellettuale sembra davvero incolmabile. Proprio per permettere al suo immenso, devoto e oggi orfano pubblico di salutarlo come si deve, la famiglia organizzerà una grande cerimonia commemorativa pubblica nel mese di settembre. Sarà un momento di lacrime calde, di lunghi abbracci, e sicuramente di chitarre scordate suonate per le strade cantando a squarciagola le sue canzoni immortali.

Ciao Francesco, salutaci le stelle e bevi un bicchiere di quello buono per noi

Oggi l’Italia è un Paese infinitamente più povero, più solo, più ignorante e decisamente meno poetico di ieri. La morte di Francesco Guccini segna la fine irrevocabile di un’era irripetibile della canzone d’autore italiana. Ci ha insegnato l’ironia pungente, l’impegno civile senza compromessi, la dolcezza infinita della nostalgia e la rabbia sacrosanta contro le ingiustizie dei potenti. Ci ha insegnato che le parole sono pietre da scagliare e che la musica può letteralmente salvare l’anima di un uomo. Buon viaggio, “vecchio” professore. La tua ultima possente locomotiva a vapore è partita fischiando verso il cielo, ma noi, quaggiù sulla terra, continueremo ostinatamente a cantare le tue parole. Salutaci le stelle, guarda giù ogni tanto, e conservaci un posto libero all’osteria dell’eternità. Noi non sappiamo dove andremo, ma sappiamo che il tuo ricordo, nel nostro cuore, ci sarà per sempre.

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Attualità

“Il Mattutino” dal Castello Sforzini: l’elogio dell’umiltà, della generosità incondizionata e del coraggio di cambiare

“I semi migliori non chiedono applausi, ma solo terra fertile in cui crescere”. Torna il suggestivo e profondo Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Una riflessione poetica sull’umiltà, sulla generosità che non cerca gratitudine e sul coraggio di affrontare i cambiamenti. Un balsamo per l’anima prima di iniziare la giornata! 🏰 🌅 📖

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Il Mattutino di giovedì 6 Agosto

Riflessioni e Società – In un mondo moderno che corre decisamente troppo veloce, schiacciato dal rumore assordante delle infinite notifiche digitali e dall’ossessione viscerale per l’apparenza, c’è un bisogno sempre più disperato di ritrovare spazi di silenzio in cui l’anima possa tornare a respirare. Luoghi fisici e interiori in cui le parole non vengono urate con rabbia per ferire l’avversario, ma vengono sussurrate con dolcezza per curare le ferite. È esattamente questo lo spirito nobile che anima “Il Mattutino”, la profonda e preziosa rubrica di riflessione che ci giunge oggi, giovedì 6 agosto 2026, dalle storiche, austere e silenziose mura del Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Si tratta di un irrinunciabile appuntamento con lo spirito, un balsamo ristoratore per la mente che, attraverso tre semplici ma potentissime e folgoranti immagini poetiche, ci invita a fermarci, a guardarci dentro con onestà e a ricalibrare la nostra fragile bussola interiore prima di uscire di casa per affrontare le mille battaglie della quotidianità.

“I semi migliori non chiedono applausi. Chiedono terra”: la potenza silenziosa e invincibile dell’umiltà

La prima riflessione donataci dal Mattutino odierno colpisce in modo chirurgico e spietato dritta al cuore dell’ego moderno: “I semi migliori non chiedono applausi. Chiedono terra”. Viviamo, purtroppo, nella civiltà del palcoscenico perenne, un’epoca tristemente segnata dal narcisismo in cui sembra che un’azione buona, un progetto di vita sudato o un traguardo raggiunto non abbiano alcun valore reale se non vengono immediatamente certificati da una valanga di “like”, di visualizzazioni o di complimenti ipocriti sui social network. Eppure, la natura ci insegna quotidianamente la lezione più alta e rivoluzionaria di tutte: la vera grandezza nasce sempre nel buio, nel silenzio, nella solitudine laboriosa e nascosta. Il minuscolo seme destinato a diventare una possente quercia secolare non perde un solo istante del suo tempo a cercare disperatamente l’approvazione del contadino; chiede solo ed esclusivamente di essere piantato nella terra profonda, di potersi sporcare, di poter affondare le proprie fragili radici nel fango e nel sacrificio. Le persone che cambiano davvero in meglio il mondo, i grandi e silenziosi lavoratori, i padri e le madri di famiglia che si spaccano la schiena ogni giorno per i propri figli, non cercano applausi o passerelle televisive. Cercano semplicemente un terreno fertile in cui far germogliare l’amore, l’educazione e l’onestà. È un inno meraviglioso e struggente al valore inestimabile dell’umiltà, lanciato contro la vuota arroganza dei nostri tempi.

“Ogni faro illumina anche chi non lo saluta”: la generosità pura che non cerca alcuna gratitudine

Il secondo, romanticissimo aforisma ci porta di colpo in mare aperto, nel cuore nero della tempesta: “Ogni faro illumina anche chi non lo saluta”. Quante volte, nella nostra debolezza umana, ci siamo sentiti delusi, traditi o profondamente amareggiati perché il tanto bene che abbiamo fatto a qualcuno non è stato riconosciuto o apprezzato? Quante volte, stanchi e feriti, abbiamo smesso di aiutare il prossimo perché ci siamo sentiti dati per scontati o non adeguatamente ringraziati? La potente immagine del faro sradica completamente questa piccolezza d’animo. Il faro si erge solitario, stoico e possente sulla gelida scogliera, e nel cuore della notte sferzata dal vento gelido e dalla pioggia continua imperterrito a lanciare il suo fascio di luce per salvare le navi in balia delle onde dalla distruzione. Lo fa senza mai fermarsi a chiedere se su quelle navi ci siano marinai gentili, se ci siano uomini grati o, al contrario, anime irriconoscenti ed egoiste. Lo fa semplicemente perché illuminare l’oscurità e salvare vite è la sua natura, la sua irrinunciabile missione. Questo è il senso più puro, alto e quasi divino della vera generosità e dell’amore incondizionato: fare del bene senza aspettarsi assolutamente nulla in cambio, nemmeno un fugace saluto, nemmeno un frettoloso “grazie”. Perché il premio per aver illuminato la strada buia di qualcuno risiede esclusivamente e meravigliosamente nella bellezza dell’atto stesso.

“La locomotiva sembrava fosse un mostro strano…”: superare la paura dell’ignoto e governare il progresso

La terza immagine evocata saggiamente dalle stanze del Castello Sforzini è un vero e proprio salto nella storia e nella sociologia umana: “La locomotiva sembrava fosse un mostro strano…”. Il pensiero corre inesorabile a quel preciso momento storico in cui il progresso tecnologico, sotto forma di sbuffi di vapore bollente, acciaio rovente e fragore metallico, fece la sua comparsa dirompente nelle tranquille e silenziose campagne dell’Ottocento, terrorizzando chi non lo comprendeva. Ogni grande cambiamento, ogni inevitabile rivoluzione tecnologica o sociale appare inizialmente ai nostri occhi spaventati come un “mostro strano e cattivo” che minaccia di distruggere le nostre fragili certezze. È accaduto con la durissima rivoluzione industriale e sta accadendo in modo del tutto speculare oggi, sotto i nostri occhi spesso terrorizzati, con l’avvento travolgente e inarrestabile dell’Intelligenza Artificiale, con i drastici cambiamenti del mercato del lavoro, con le trasformazioni della società globale. Il messaggio del Mattutino è un potente invito psicologico a non farci paralizzare dalla paura dell’ignoto. Il mostro strano non va fuggito nascondendo la testa sotto la sabbia, ma va studiato, affrontato, compreso e, infine, guidato. Non dobbiamo mai accettare il ruolo di passeggeri passivi o di spettatori terrorizzati del cambiamento imposto da altri, ma dobbiamo lottare per essere i macchinisti attivi in grado di domare la locomotiva, per farla viaggiare in sicurezza sui giusti binari del bene comune.

Il Castello Sforzini di Castellar Ponzano: un indispensabile rifugio spirituale contro la superficialità

Non è certamente un caso fortuito che riflessioni così profonde, taglienti e poetiche provengano proprio dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Questo luogo magico, intimamente intriso di storia secolare e circondato dalla quiete rassicurante e laboriosa della nostra provincia, si erge non solo come un magnifico monumento architettonico, ma come una vera e propria e inespugnabile roccaforte dello spirito. In una società che urla insulti e che corre disperatamente verso il niente, il Castello rappresenta quel rifugio intellettuale necessario dove l’antica saggezza del passato riesce ancora a parlare, con voce chiara, a un presente spesso drammaticamente smarrito. Le parole che giungono puntuali da quelle antiche mura non sono mai semplici e vuote citazioni, ma semi preziosi che vengono lanciati nella terra inaridita delle nostre coscienze, sperando di trovare cuori aperti e pronti ad accoglierli e a farne tesoro.

Il nostro augurio per il cammino quotidiano: libertà intellettuale, senso di responsabilità e coraggio

A conclusione di questa bellissima pagina di altissima e rara umanità, il Mattutino ci congeda con una benedizione laica che è anche un formidabile manifesto programmatico per affrontare a testa alta la vita di tutti i giorni: “Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio”. Tre pilastri inscindibili su cui fondare la nostra condotta. Non esiste vera e autentica libertà se essa non è costantemente bilanciata dal peso della responsabilità civile verso se stessi e, soprattutto, verso chi ci sta accanto. E, allo stesso tempo, non si può esercitare alcuna forma di responsabilità senza l’immane coraggio di compiere delle scelte precise, anche e soprattutto quando queste scelte si rivelano difficili, impopolari o dolorose per noi. È esattamente con questo prezioso e inestimabile bagaglio morale che siamo chiamati, stamattina, ad alzarci dal letto, uscire di casa e affrontare a viso aperto il mondo. Essendo sempre e solo semi silenziosi che chiedono terra da coltivare, essendo sempre e solo fari coraggiosi che illuminano il mare senza mai chiedere l’elemosina di un applauso.

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Esteri

Quando un post su Facebook diventa un caso di sicurezza: la storia dei giornalisti sotto pressione in Afghanistan

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Nazim Qasemi

Redazione- A Badakhshan, nel nord-est dell’Afghanistan, il confine tra una semplice opinione espressa sui social network e un’accusa capace di portare all’arresto sembra diventare sempre più sottile.

Nazim Qasemi, giornalista locale della provincia di Badakhshan, sarebbe stato arrestato mercoledì sera dagli apparati d’intelligence dei talebani. Secondo fonti vicine al giornalista, il motivo del fermo sarebbe legato a un commento pubblicato sul suo profilo Facebook, nel quale Qasemi criticava il comportamento delle autorità talebane nella provincia durante le operazioni contro i trafficanti di oppio, denunciando presunti trattamenti discriminatori su base etnica.

La moglie del giornalista ha confermato pubblicamente l’arresto attraverso un messaggio diffuso su Facebook, spiegando che gli agenti dell’intelligence talebana lo avrebbero prelevato intorno alle 21:00.

Per Qasemi non si tratterebbe del primo confronto con le autorità. Secondo persone a lui vicine, questo sarebbe il secondo arresto subito nel corso dell’anno. In occasione del precedente fermo, la denuncia sarebbe arrivata dall’ufficio talebano per la “promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, che lo avrebbe accusato di non seguire alcune norme imposte dal nuovo regime, tra cui quella relativa alla barba e al rispetto delle direttive talebane.

La vicenda di Qasemi rappresenta una realtà più ampia vissuta da molti giornalisti afghani: in un ambiente dove ogni critica può trasformarsi in un rischio personale, il lavoro giornalistico è diventato un esercizio quotidiano tra il dovere di raccontare e la paura delle conseguenze.

Per molti reporter locali, soprattutto nelle province lontane dalla capitale Kabul, i social network sono diventati uno spazio ambivalente: un luogo dove informare e condividere opinioni, ma anche un territorio monitorato dalle autorità e potenzialmente fonte di accuse.

Secondo Reporters Sans Frontières, l’Afghanistan occupa il 175º posto su 180 Paesi nella classifica mondiale della libertà di stampa del 2026. L’organizzazione denuncia un clima in cui le critiche ai talebani sono fortemente limitate, l’autocensura è in aumento e il rischio di arresto continua a pesare sui giornalisti.

La storia di Nazim Qasemi non è soltanto quella di un singolo reporter fermato per una pubblicazione online. È il simbolo di una realtà in cui raccontare, criticare o semplicemente esprimere un’opinione può trasformarsi in una sfida alla libertà personale.

In Afghanistan, per molti giornalisti, la domanda non è più soltanto cosa si può raccontare, ma quale prezzo si rischia di pagare per farlo.

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