Rimani in contatto con noi
#

Attualità

L’ultima locomotiva verso il cielo: addio a Francesco Guccini, il poeta burbero con l’eskimo che ha cantato l’anima dell’Italia

L’Italia perde il suo professore, il poeta con l’eskimo che ha dato voce ai nostri sogni. Francesco Guccini si è spento a 86 anni nella sua Pavana, circondato dall’amore della famiglia. Addio al maestro de “La locomotiva”, “Cirano” e “Dio è morto”. Buon viaggio, Francesco: salutaci le stelle. 🎸 🍷 😢

Pubblicato

a

Francesco Guccini

Redazione – Ci sono notizie di cronaca che, quando arrivano improvvise sulle agenzie, ti tolgono letteralmente il respiro, facendoti fermare per un istante il battito del cuore. Come se un pezzo fondamentale della tua stessa vita, della tua gioventù, dei tuoi amori e dei tuoi ricordi se ne andasse via per sempre, portato via dal vento freddo dell’Appennino. Francesco Guccini è morto. Il cantautore emiliano, il poeta burbero con la celebre “r” moscia, l’intellettuale puro con l’inseparabile eskimo e il bicchiere di vino sempre pieno sul tavolo, si è spento all’età di 86 anni. La notizia, diffusa dalla famiglia con il cuore inevitabilmente spezzato, è un colpo durissimo e sordo per la cultura italiana, ma soprattutto per l’anima di milioni di persone che sono cresciute ascoltando i suoi dischi consumati sui giradischi. Perché Francesco non era affatto solo un cantante. Era il professore di lettere che tutti noi avremmo voluto avere a scuola, era lo zio saggio che ti raccontava la vita al tavolo dell’osteria, era la voce tuonante della coscienza di un’Italia che sognava, lottava, si innamorava e, a volte, si arrendeva. Con la sua scomparsa, non se ne va solo un artista immenso: se ne va l’ultimo grande, ineguagliabile narratore delle nostre povere vite.

Pavana, l’ultimo respiro tra gli affetti più cari: il silenzio dignitoso di un addio privato

Francesco ha scelto di andarsene esattamente come ha vissuto: schivo, vero, lontano dai riflettori accecanti, dalle luci stroboscopiche dello showbiz e dal rumore ipocrita e inutile della mondanità. Si è spento dolcemente questa mattina nel suo amato rifugio di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, in provincia di Pistoia. Quel luogo magico, aspro e bellissimo, fatto di castagni secolari, fiumi freddi e silenzi antichi, che aveva tanto cantato nelle sue ballate e che era diventato il suo sacro buen retiro. Ad accompagnarlo nell’ultimo, grande e misterioso viaggio c’erano gli unici amori della sua vita: la moglie Raffaella e l’adorata figlia Teresa. Nel pieno e totale rispetto della sua natura profondamente vera, la famiglia ha annunciato che i funerali si terranno nei prossimi giorni in forma strettamente privata. Una scelta di dignità assoluta, che chiede a tutti noi il massimo rispetto e una doverosa discrezione in un momento di strazio. Francesco non amava le passerelle e non tollerava l’ipocrisia dei lutti “da vetrina” televisiva. Voleva andarsene con il sussurro del vento tra gli alberi, tenendo per mano solo le persone che gli volevano bene davvero.

Da professore riluttante a poeta immortale di una generazione: l’uomo dietro l’eskimo

Nato a Modena il 14 giugno del 1940, la vita terrena di Guccini è stata un romanzo lungo e straordinario. Iniziò come insegnante, poi lavorò come giovane e curioso cronista alla Gazzetta di Modena, fino ad approdare, quasi riluttante e timido, nel mondo caotico della musica. Non voleva stare sul palco sotto i riflettori, Francesco. Preferiva starsene dietro le quinte a scrivere per gli altri, regalando all’Italia capolavori immortali cantati da Caterina Caselli e dai gruppi beat dell’epoca come l’Equipe 84 e i Nomadi. Canzoni titaniche, spirituali e profetiche come “Auschwitz”, “Per fare un uomo” o la struggente “Dio è morto” portano orgogliosamente la sua firma. Ma è negli anni ’70, con il definitivo trasferimento a Bologna, che nasce il mito incrollabile del cantautore. Vestito con l’inseparabile eskimo, con la barba incolta, gli occhiali spessi e la voce baritonale, Guccini è diventato il megafono umano di una generazione intera, l’idolo indiscusso della stagione dell’impegno politico e sociale. Ha saputo fondere l’alta letteratura (citando Borges, la Bibbia, Cervantes e Dumas) con il linguaggio crudo della strada, degli studenti e dei contadini, creando un genere narrativo unico al mondo.

Inni collettivi, fumo e bottiglie di vino: i suoi concerti come indimenticabili osterie dell’anima

Chiunque abbia avuto la fortuna immensa di assistere almeno una volta a un suo concerto dal vivo, sa perfettamente che non si trattava di semplici esibizioni musicali. I concerti di Guccini erano delle gigantesche, calde e meravigliose osterie dell’anima. Tra una canzone e l’altra, Francesco si sedeva sullo sgabello, teneva lunghissimi monologhi esilaranti, beveva vino rosso, fumava e parlava con il suo pubblico sterminato come se fossimo tutti seduti nel salotto di casa sua a Bologna. E poi partivano quegli inni collettivi che ci hanno cresciuto, che ci hanno consolato per un amore perduto, e che abbiamo cantato a squarciagola fino a perdere completamente la voce: la rabbia proletaria de “La locomotiva”, la nostalgia dolceamara di “Piccola città” o “Il vecchio e il bambino”, la poesia assoluta e straziante di “Vedi cara”, “Incontro” o “Autogrill”. Fino alla rabbia sputata in faccia ai moralisti finti e ai borghesi con “L’avvelenata”, e alla fierezza intellettuale di “Cirano”. Ogni sua canzone era una dura lezione di vita, uno specchio in cui guardare le nostre umane fragilità, le nostre paure e i nostri sogni infranti.

A settembre il grande abbraccio del suo popolo: perché Francesco non morirà mai

Dal 2012, dopo la toccante uscita del disco “L’ultima Thule”, Francesco aveva deciso lucidamente di appendere la chitarra al chiodo. Si era ritirato dalle scene musicali attive per dedicarsi esclusivamente alla sua altra, gigantesca passione: la scrittura. E anche lì aveva dimostrato la sua genialità assoluta, sfiorando il trionfo nel 2020 con l’ingresso nella cinquina del prestigiosissimo Premio Campiello con il romanzo “Tralummescuro”. Ci aveva avvisati che non avrebbe più cantato o fatto dischi, ma saperlo vivo, lì a Pavana nella sua casa, ci faceva sentire al sicuro. Ora quel vuoto intellettuale sembra davvero incolmabile. Proprio per permettere al suo immenso, devoto e oggi orfano pubblico di salutarlo come si deve, la famiglia organizzerà una grande cerimonia commemorativa pubblica nel mese di settembre. Sarà un momento di lacrime calde, di lunghi abbracci, e sicuramente di chitarre scordate suonate per le strade cantando a squarciagola le sue canzoni immortali.

Ciao Francesco, salutaci le stelle e bevi un bicchiere di quello buono per noi

Oggi l’Italia è un Paese infinitamente più povero, più solo, più ignorante e decisamente meno poetico di ieri. La morte di Francesco Guccini segna la fine irrevocabile di un’era irripetibile della canzone d’autore italiana. Ci ha insegnato l’ironia pungente, l’impegno civile senza compromessi, la dolcezza infinita della nostalgia e la rabbia sacrosanta contro le ingiustizie dei potenti. Ci ha insegnato che le parole sono pietre da scagliare e che la musica può letteralmente salvare l’anima di un uomo. Buon viaggio, “vecchio” professore. La tua ultima possente locomotiva a vapore è partita fischiando verso il cielo, ma noi, quaggiù sulla terra, continueremo ostinatamente a cantare le tue parole. Salutaci le stelle, guarda giù ogni tanto, e conservaci un posto libero all’osteria dell’eternità. Noi non sappiamo dove andremo, ma sappiamo che il tuo ricordo, nel nostro cuore, ci sarà per sempre.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Esteri

Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

Pubblicato

a

Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

Redazione- In Afghanistan, la pressione sull’abbigliamento e sull’aspetto personale non riguarda più soltanto le donne, ma coinvolge anche gli uomini. Quando una persona rischia lo stipendio, il lavoro o la propria posizione a causa della barba, del cappello, del turbante o del modo in cui si veste, non si parla più semplicemente di abbigliamento: si parla di dignità, libertà personale e rispetto dell’essere umano.

Mentre molte famiglie affrontano povertà, disoccupazione, difficoltà economiche e il peso della vita quotidiana, molti lavoratori sono costretti a vivere con una nuova paura: perdere il proprio sostentamento non per mancanza di capacità o impegno, ma per non corrispondere a un modello esteriore imposto.

Una società non cresce controllando l’aspetto delle persone. Un Paese si costruisce con istruzione, lavoro, competenza, giustizia, salute e rispetto per ogni individuo. Quando l’attenzione si concentra sull’apparenza invece che sui problemi reali della gente, le sofferenze aumentano e le vere necessità rimangono senza risposta.

Per anni le donne afghane hanno vissuto restrizioni e pressioni sulla loro libertà personale; oggi anche molti uomini sentono il peso di regole che entrano nella loro vita privata. La paura e l’obbligo non possono sostituire la fiducia e il rispetto.

Il dolore più grande è vedere persone che cercano solo di lavorare, mantenere le proprie famiglie e vivere con dignità, costrette a preoccuparsi non solo del pane quotidiano, ma anche di come apparire per non essere punite.

La dignità umana non si misura dalla lunghezza della barba o dal tipo di vestito. Una nazione diventa forte quando protegge la dignità dei suoi cittadini e permette loro di vivere con rispetto e sicurezza.

Continua a Leggere

Esteri

Il vero motivo dello scontro Italia-Spagna: l’incubo jihadista e il segreto inconfessabile di Ceuta e Melilla

Il segreto inconfessabile dietro lo scontro tra Italia e Spagna: ecco perché Roma ha blindato le frontiere. 🛂 🇪🇸 Da decenni studiosi e intelligence avvertono: le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla sono storici “hub” per il terrorismo islamico (basti pensare che da qui venivano i terroristi delle stragi di Parigi, Bruxelles e Ramblas). Eppure, dopo l’invasione di 80mila irregolari di luglio, il governo di Madrid continua a negare l’evidenza, mentre jihadisti già espulsi si mischiano alla folla per infiltrarsi in Europa sfruttando il business dei migranti. Leggi l’inchiesta completa che svela i veri rischi per la nostra sicurezza. 👇 🚨

Pubblicato

a

Assalto migranti a Ceuta, Spagna

Roma / Madrid – C’è un convitato di pietra nel fragoroso scontro diplomatico che sta infiammando l’estate europea, spaccando a metà il Mediterraneo e mettendo in crisi la tenuta stessa del Trattato di Schengen. Mentre l’opinione pubblica si divide sulle file agli aeroporti e sui botta e risposta tra i governi di Roma e Madrid, c’è una parola che i vertici politici iberici, e gran parte della sinistra europea, sembrano ostinarsi a voler cancellare dal vocabolario ufficiale: terrorismo. Per comprendere appieno la gravità della decisione italiana di sospendere i controlli alle frontiere con la Spagna, non basta fermarsi alle immagini dei barchini e all’invasione senza precedenti di decine di migliaia di irregolari. Bisogna scavare più a fondo, guardare le mappe del Nord Africa e pronunciare due nomi che, da decenni, fanno tremare i polsi all’intelligence di mezzo mondo: Ceuta e Melilla.

Le enclavi del terrore: cosa dicono davvero gli studiosi

L’allarme non è nato ieri. Non è un’invenzione politica dell’ultima ora per giustificare una stretta sui confini, né un abbaglio securitario del governo italiano. Da anni, infatti, fior fior di studiosi, accademici ed esperti di geopolitica lanciano avvertimenti drammatici: le due exclavi spagnole in territorio marocchino sono da tempo dei veri e propri hub, crocevia strategici per il terrorismo di matrice islamica. Esistono innumerevoli e inconfutabili studi a sostegno di questa allarmante tesi.

Già nel lontano 2015, uno studio pionieristico firmato da Luis De La Corte, significativamente intitolato “Enclavi jihadiste? Uno studio sulla presenza e il rischio estremisti a Ceuta e Melilla”, scoperchiava il vaso di Pandora. E i numeri, freddi e spietati, non ammettono repliche. Secondo i dati forniti dal prestigiosissimo Istituto Reale El Cano (ripresi e rilanciati anche dai media francesi nel 2017), il 48,9% dei detenuti condannati in Spagna per attività legate allo Stato Islamico dal 2013 in poi risultava essere nato a Ceuta, e un ulteriore 22,1% proveniva da Melilla. Ma il dettaglio che gela il sangue è un altro: la maggior parte dei sanguinari autori delle stragi di Parigi (2015), di Bruxelles (2016) e dell’attentato sulle Ramblas in Catalogna (agosto 2017) aveva radici o legami operativi inconfutabili con questi specifici territori.

L’assalto di luglio e i fantasmi del passato: la ragione dell’Italia

È proprio in questo pesantissimo contesto storico e sociale che va inquadrata e compresa la reazione dell’Italia. L’invasione incontrollata di Ceuta avvenuta il 30 luglio scorso non è stata una semplice “emergenza umanitaria”, ma una colossale falla nel sistema di sicurezza dell’intera Unione Europea. Parliamo di decine di migliaia di soggetti ignoti, assiepati ai confini, che non sono stati minimamente schedati né controllati durante il caos dell’assalto. Migliaia di questi individui sono ancora oggi all’interno del territorio di Ceuta, rendendo il controllo del territorio una vera e propria missione impossibile per le stesse autorità spagnole.

Non è un caso, né una coincidenza sfortunata, che nei boschi limitrofi alla città autonoma siano state rinvenute armi nascoste, né che tra la folla siano stati individuati e fermati soggetti in passato già espulsi dalla stessa Spagna per “radicalizzazione jihadista”. Nei rapporti confidenziali finiti sui tavoli del governo, viene messo nero su bianco un sospetto gravissimo: Ceuta, per la sua conformazione e la sua storia, funge ancora oggi da centro di radicalizzazione e reclutamento, con decine di miliziani partiti negli scorsi anni per combattere nelle rovine della Siria e dell’Iraq.

La strategia della “negazione” spagnola e lo spostamento verso l’Europa

A fronte di questa mole schiacciante di indizi, prove e relazioni d’intelligence, la reazione del governo di Madrid guidato da Pedro Sanchez ha dell’incredibile: negare. Negare tutto, su tutta la linea. Si nega l’allarme jihadista nonostante gli arresti mirati, si nega l’esistenza di un travaso di clandestini da Ceuta alla penisola iberica, nonostante le spiagge siano testimoni di quotidiani viavai di gommoni, moto d’acqua e lance veloci. Una cecità politica che l’Italia ha deciso, legittimamente, di non poter più assecondare.

«La negazione è un tratto ben noto e ricorrente tra gran parte dell’establishment politico di sinistra europeo», ha commentato con asprezza lo studioso ed esperto di terrorismo internazionale Giovanni Giacalone. «Vale la pena ricordare che per anni, anche in Italia, diversi politici sostenevano ciecamente che ‘i terroristi non arrivano sui barconi via mare’, per poi essere drammaticamente smentiti dai fatti e dal sangue. È un dato di fatto incontrovertibile che i flussi migratori irregolari rappresentano una minaccia reale non solo in relazione alla criminalità ordinaria, ma anche al terrorismo jihadista. Il governo italiano aveva quindi pienamente ragione a sospendere immediatamente Schengen con la Spagna».

Il business del terrore: il contrabbando di uomini finanzia la jihad

A chiudere il cerchio su questa intricata e pericolosa rete c’è un rapporto dettagliato elaborato dal Cross-Border Conflict Evidence, Policy and Trends. Il documento evidenzia come i grandi gruppi armati non statali che insanguinano l’Africa – dai miliziani di Boko Haram in Nigeria ai gruppi jihadisti nel Sahel e in Mali, fino alle fazioni libiche – si finanzino e traggano immensi benefici logistici proprio dal traffico e dal contrabbando di migranti verso l’Europa.

In questo scenario, varcare il confine di Ceuta rappresenta la chiave di volta, il passaggio fondamentale. E la tattica è sempre la stessa: infiltrare i miliziani più giovani, magari sfruttando le maglie larghe delle politiche europee per l’accoglienza dei “minori non accompagnati”. Dimostrare in fretta che un ventenne radicalizzato abbia in realtà meno di 18 anni è un’impresa titanica per chiunque, e nel frattempo, da Ceuta, i sospetti vengono trasferiti nella penisola iberica, da cui far perdere le proprie tracce verso il resto d’Europa diventa un gioco da ragazzi. Checché ne dicano Madrid e i difensori del “liberi tutti”, la sicurezza nazionale non è un concetto su cui si può giocare d’azzardo.

Continua a Leggere

Attualità

Il Mattutino di Sforzini: “Nella battaglia pensa a me”, la forza dei legami indivisibili e il coraggio di affrontare la vita

“A volte il secondo tempo comincia prima dell’intervallo”. ⏳ ❤️ Una domenica di profonda ispirazione filosofica dal Castello Sforzini. Il Mattutino di oggi esplora il significato dei cambiamenti imprevisti, la forza incrollabile dei legami (indivisibili come i numeri primi) e la potenza di avere qualcuno a cui pensare durante le dure battaglie quotidiane della vita. Leggi l’approfondimento di questi pensieri poetici, un inno alla libertà, alla responsabilità e al coraggio. Buona domenica! ☀️ 👇

Pubblicato

a

Il mattutino di domenica 9 agosto 2026

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono domeniche in cui le parole non hanno bisogno di essere urlate per fare rumore. Esistono riflessioni che, racchiuse in pochissime righe, riescono a scavare dentro l’anima con la precisione di un bisturi, costringendoci a fermarci, a respirare e a guardare la nostra vita da una prospettiva completamente diversa. È questo il potere evocativo de “Il Mattutino”, la rubrica di pensieri che Luca Sforzini diffonde dal suggestivo ritiro del Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il messaggio diffuso oggi, domenica 9 agosto 2026, è un criptico e affascinante concentrato di poesia, logica matematica e spunti letterari, che risuona come un inno alla resilienza umana e alla forza indomabile dei legami autentici.

Il secondo tempo e l’arte complessa di farsi trovare pronti

«A volte il secondo tempo comincia prima dell’intervallo». La prima riflessione del Mattutino odierno colpisce per la sua disarmante lucidità metaforica. Quante volte, nel grande campo da gioco che è l’esistenza umana, ci illudiamo di avere il controllo totale sui tempi e sulle pause? Siamo programmati per credere che, dopo ogni grande sforzo, la vita ci conceda obbligatoriamente un momento di riposo, un “intervallo” in cui tirare il fiato, curare le ferite e riordinare le idee. Ma la realtà, spietata e meravigliosa, raramente segue i nostri schemi prefissati.

Ci sono sfide inaspettate, cambiamenti improvvisi, dolori lancinanti o gioie travolgenti che irrompono nella nostra quotidianità senza alcun preavviso, stravolgendo il cronometro. Il “secondo tempo” della vita spesso ci aggredisce mentre siamo ancora convinti di essere a metà dell’opera. E questa frase non è un monito amaro, ma un potentissimo invito alla flessibilità spirituale: il vero coraggio non sta nel pretendere l’intervallo che ci spetta di diritto, ma nella capacità di farsi trovare sempre pronti, lucidi e combattivi anche quando il fischio d’inizio ci coglie di sorpresa, magari di spalle o col fiato corto.

Il sette, un numero primo: la forza di ciò che non può essere diviso

Il secondo frammento di pensiero si sposta sul piano del simbolismo matematico e filosofico: «Il sette è un numero primo. Anche quando qualcuno vorrebbe dividerlo». Il sette è, da sempre, il numero della perfezione, della completezza ciclica (i giorni della creazione, i giorni della settimana, le virtù, i peccati capitali). Ma la sua natura più intrinseca, matematicamente parlando, è la sua assoluta indivisibilità. Un numero primo appartiene solo a se stesso e all’unità.

La riflessione di Sforzini è una fulgida metafora dei rapporti umani e dei princìpi morali. Esistono legami, idee, valori e identità che possiedono la stessa inscalfibile natura dei numeri primi. Ci sarà sempre qualcuno – la società liquida, i detrattori, le avversità – che tenterà disperatamente di “dividerli”, di frammentarli per indebolirli e renderli innocui. Ma ciò che è autenticamente indivisibile resisterà a ogni tentativo di scomposizione. Difendere la propria natura di “numero primo” in un mondo che cerca costantemente di omologare e spezzettare l’anima, è l’atto di ribellione più puro che un essere umano possa compiere.

“Domani nella battaglia pensa a me”: l’eco immortale dell’animo umano

La terza frase è un pugno nello stomaco di un’eleganza assoluta: «Domani nella battaglia pensa a me». I lettori più colti e attenti avranno immediatamente colto la citazione. Si tratta di un’eco potentissima tratta dal Riccardo III di William Shakespeare, diventata poi celebre grazie all’omonimo e splendido romanzo dello scrittore spagnolo Javier Marías. Nelle tende dell’accampamento prima dello scontro decisivo, gli spettri sussurrano questa frase ai protagonisti. Ma calata nella nostra quotidianità, questa invocazione perde i suoi connotati lugubri e si trasforma in un disperato inno all’amore e al ricordo.

Tutti noi, ogni giorno, affrontiamo battaglie logoranti. Sfide sul lavoro, lotte contro la malattia, scontri con noi stessi o con i nostri demoni interiori. In queste trincee personali, la solitudine è il nemico peggiore. Sapere che qualcuno ci chiede di essere pensato, sapere di avere un faro, un volto, un ricordo felice a cui ancorarci nel momento in cui il frastuono dello scontro si fa assordante, è la vera arma segreta per non soccombere. Pensare a chi amiamo nella battaglia non ci indebolisce, ma ci rende invincibili, ricordandoci il motivo esatto per cui stiamo combattendo.

Libertà, responsabilità e coraggio: le tre bussole per navigare il presente

Il sigillo finale di questo Mattutino è una triade di auguri che dovrebbe essere incisa sulla porta di casa di ognuno di noi: «Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio». Tre parole pesantissime, indissolubilmente legate l’una all’altra.

Non può esserci vera Libertà senza l’assunzione totale della Responsabilità per le proprie azioni, per i propri pensieri e per l’impatto che questi hanno sugli altri. E nessuna di queste due virtù può esistere senza il Coraggio: il coraggio di scendere in campo anche quando non c’è stato l’intervallo, il coraggio di restare indivisibili come numeri primi e il coraggio di portare chi amiamo nel cuore durante le battaglie della vita. Una splendida domenica di luce a tutti i lettori.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza