Esteri
Ritrovati i corpi dei due alpinisti morti in Nepal
‘Ritrovati in Nepal i corpi di 5 alpinisti…’ delle 14.17) Sono in viaggio verso Katmandu in Nepal il fratello e la mamma di Marco Di Marcello, il biologo teramano di 37 anni disperso dallo scorso novembre quando la cordata di alpinisti di cui faceva parte, impegnata nella spedizione internazionale sul Dolma Khang, fu travolta una valanga attorno ai 5.600 metri di quota dello Yalung Ri.
La loro partenza, che segue a poche ore di distanza quella dal Canada della moglie del disperso, fa presagire che le autorità governative nepalesi, in costante contatto con la Farnesina, abbiano elementi utili per ritenere che uno dei cinque cadaveri individuati nella neve nei giorni scorsi, nell’area dell’incidente, possa appartenere al loro congiunto.
Da qui la necessità di averne conferma attraverso un riconoscimento ufficiale della salma.
Da quanto si è appreso nelle ultime ore, l’ennesimo tentativo di raggiungere la quota con gli elicotteri per il recupero dei corpi è stato anche oggi vanificato dalle avverse condizioni meteo.Un ulteriore tentativo sarà effettuato nella giornata di domani, quando in Italia sarà notte.
Dei cinque corpi individuati, uno solo è stato identificato con certezza, ed apparterrebbe ad uno sherpa nepalese che faceva parte della spedizione. All’appello, di quella cordata, oltre a Marco Di Marcello, mancano ancora un altro italiano – Markus Kirchler – un alpinista francese e uno tedesco. Nei giorni immediatamente successivi al 3 novembre, quando la valanga travolse il gruppo nella Rolwaling Valley, furono recuperati i corpi di un nepalese e e di Paolo Cocco, fotografo abruzzese 41enne di Fara San Martino, in provincia di Chieti. Le ricerche dei dispersi furono sospese definitivamente il 10 novembre.
Esteri
Francia – bambino di otto ustionato dopo l’esplosione di uno squishy
Un bambino di 8 anni in Francia è rimasto ustionato dall’esplosione di uno squishy, un giocattolo anti stress contenente una sostanza gelatinosa. Sul caso è stata aperta un’indagine per “lesioni personali con conseguente incapacità lavorativa totale superiore a tre mesi”.
Da una prima ricostruzione, il bambino di 8 anni, originario di Saint-Omer, nel Pas-de-Calais in Francia, stava giocando con uno squishy, quando il giocattolo è esploso, riversandogli addosso il gel che conteneva.
Il piccolo ha riportato ustioni di secondo grado al viso e al torace. L’episodio è avvenuto il 24 luglio 2026 e la Procura di Saint-Omer ha ora aperto un’inchiesta per accertare le cause dell’incidente.
Secondo quanto riferito dalla madre a La Voix du Nord, il prodotto era un “Cool mix supergel“, acquistato in un punto vendita Smyths Toys di Arques.
Dopo che la pallina è esplosa, il bambino è corso dalla mamma in preda al panico. La donna avrebbe provato a togliergli il gel dal viso ma ha visto che la pelle veniva via e ha così capito che era successo qualcosa di grave.
Esteri
Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà
Redazione- In Afghanistan, la pressione sull’abbigliamento e sull’aspetto personale non riguarda più soltanto le donne, ma coinvolge anche gli uomini. Quando una persona rischia lo stipendio, il lavoro o la propria posizione a causa della barba, del cappello, del turbante o del modo in cui si veste, non si parla più semplicemente di abbigliamento: si parla di dignità, libertà personale e rispetto dell’essere umano.
Mentre molte famiglie affrontano povertà, disoccupazione, difficoltà economiche e il peso della vita quotidiana, molti lavoratori sono costretti a vivere con una nuova paura: perdere il proprio sostentamento non per mancanza di capacità o impegno, ma per non corrispondere a un modello esteriore imposto.
Una società non cresce controllando l’aspetto delle persone. Un Paese si costruisce con istruzione, lavoro, competenza, giustizia, salute e rispetto per ogni individuo. Quando l’attenzione si concentra sull’apparenza invece che sui problemi reali della gente, le sofferenze aumentano e le vere necessità rimangono senza risposta.
Per anni le donne afghane hanno vissuto restrizioni e pressioni sulla loro libertà personale; oggi anche molti uomini sentono il peso di regole che entrano nella loro vita privata. La paura e l’obbligo non possono sostituire la fiducia e il rispetto.
Il dolore più grande è vedere persone che cercano solo di lavorare, mantenere le proprie famiglie e vivere con dignità, costrette a preoccuparsi non solo del pane quotidiano, ma anche di come apparire per non essere punite.
La dignità umana non si misura dalla lunghezza della barba o dal tipo di vestito. Una nazione diventa forte quando protegge la dignità dei suoi cittadini e permette loro di vivere con rispetto e sicurezza.
Esteri
Il vero motivo dello scontro Italia-Spagna: l’incubo jihadista e il segreto inconfessabile di Ceuta e Melilla
Il segreto inconfessabile dietro lo scontro tra Italia e Spagna: ecco perché Roma ha blindato le frontiere. 🛂 🇪🇸 Da decenni studiosi e intelligence avvertono: le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla sono storici “hub” per il terrorismo islamico (basti pensare che da qui venivano i terroristi delle stragi di Parigi, Bruxelles e Ramblas). Eppure, dopo l’invasione di 80mila irregolari di luglio, il governo di Madrid continua a negare l’evidenza, mentre jihadisti già espulsi si mischiano alla folla per infiltrarsi in Europa sfruttando il business dei migranti. Leggi l’inchiesta completa che svela i veri rischi per la nostra sicurezza. 👇 🚨
Roma / Madrid – C’è un convitato di pietra nel fragoroso scontro diplomatico che sta infiammando l’estate europea, spaccando a metà il Mediterraneo e mettendo in crisi la tenuta stessa del Trattato di Schengen. Mentre l’opinione pubblica si divide sulle file agli aeroporti e sui botta e risposta tra i governi di Roma e Madrid, c’è una parola che i vertici politici iberici, e gran parte della sinistra europea, sembrano ostinarsi a voler cancellare dal vocabolario ufficiale: terrorismo. Per comprendere appieno la gravità della decisione italiana di sospendere i controlli alle frontiere con la Spagna, non basta fermarsi alle immagini dei barchini e all’invasione senza precedenti di decine di migliaia di irregolari. Bisogna scavare più a fondo, guardare le mappe del Nord Africa e pronunciare due nomi che, da decenni, fanno tremare i polsi all’intelligence di mezzo mondo: Ceuta e Melilla.
Le enclavi del terrore: cosa dicono davvero gli studiosi
L’allarme non è nato ieri. Non è un’invenzione politica dell’ultima ora per giustificare una stretta sui confini, né un abbaglio securitario del governo italiano. Da anni, infatti, fior fior di studiosi, accademici ed esperti di geopolitica lanciano avvertimenti drammatici: le due exclavi spagnole in territorio marocchino sono da tempo dei veri e propri hub, crocevia strategici per il terrorismo di matrice islamica. Esistono innumerevoli e inconfutabili studi a sostegno di questa allarmante tesi.
Già nel lontano 2015, uno studio pionieristico firmato da Luis De La Corte, significativamente intitolato “Enclavi jihadiste? Uno studio sulla presenza e il rischio estremisti a Ceuta e Melilla”, scoperchiava il vaso di Pandora. E i numeri, freddi e spietati, non ammettono repliche. Secondo i dati forniti dal prestigiosissimo Istituto Reale El Cano (ripresi e rilanciati anche dai media francesi nel 2017), il 48,9% dei detenuti condannati in Spagna per attività legate allo Stato Islamico dal 2013 in poi risultava essere nato a Ceuta, e un ulteriore 22,1% proveniva da Melilla. Ma il dettaglio che gela il sangue è un altro: la maggior parte dei sanguinari autori delle stragi di Parigi (2015), di Bruxelles (2016) e dell’attentato sulle Ramblas in Catalogna (agosto 2017) aveva radici o legami operativi inconfutabili con questi specifici territori.
L’assalto di luglio e i fantasmi del passato: la ragione dell’Italia
È proprio in questo pesantissimo contesto storico e sociale che va inquadrata e compresa la reazione dell’Italia. L’invasione incontrollata di Ceuta avvenuta il 30 luglio scorso non è stata una semplice “emergenza umanitaria”, ma una colossale falla nel sistema di sicurezza dell’intera Unione Europea. Parliamo di decine di migliaia di soggetti ignoti, assiepati ai confini, che non sono stati minimamente schedati né controllati durante il caos dell’assalto. Migliaia di questi individui sono ancora oggi all’interno del territorio di Ceuta, rendendo il controllo del territorio una vera e propria missione impossibile per le stesse autorità spagnole.
Non è un caso, né una coincidenza sfortunata, che nei boschi limitrofi alla città autonoma siano state rinvenute armi nascoste, né che tra la folla siano stati individuati e fermati soggetti in passato già espulsi dalla stessa Spagna per “radicalizzazione jihadista”. Nei rapporti confidenziali finiti sui tavoli del governo, viene messo nero su bianco un sospetto gravissimo: Ceuta, per la sua conformazione e la sua storia, funge ancora oggi da centro di radicalizzazione e reclutamento, con decine di miliziani partiti negli scorsi anni per combattere nelle rovine della Siria e dell’Iraq.
La strategia della “negazione” spagnola e lo spostamento verso l’Europa
A fronte di questa mole schiacciante di indizi, prove e relazioni d’intelligence, la reazione del governo di Madrid guidato da Pedro Sanchez ha dell’incredibile: negare. Negare tutto, su tutta la linea. Si nega l’allarme jihadista nonostante gli arresti mirati, si nega l’esistenza di un travaso di clandestini da Ceuta alla penisola iberica, nonostante le spiagge siano testimoni di quotidiani viavai di gommoni, moto d’acqua e lance veloci. Una cecità politica che l’Italia ha deciso, legittimamente, di non poter più assecondare.
«La negazione è un tratto ben noto e ricorrente tra gran parte dell’establishment politico di sinistra europeo», ha commentato con asprezza lo studioso ed esperto di terrorismo internazionale Giovanni Giacalone. «Vale la pena ricordare che per anni, anche in Italia, diversi politici sostenevano ciecamente che ‘i terroristi non arrivano sui barconi via mare’, per poi essere drammaticamente smentiti dai fatti e dal sangue. È un dato di fatto incontrovertibile che i flussi migratori irregolari rappresentano una minaccia reale non solo in relazione alla criminalità ordinaria, ma anche al terrorismo jihadista. Il governo italiano aveva quindi pienamente ragione a sospendere immediatamente Schengen con la Spagna».
Il business del terrore: il contrabbando di uomini finanzia la jihad
A chiudere il cerchio su questa intricata e pericolosa rete c’è un rapporto dettagliato elaborato dal Cross-Border Conflict Evidence, Policy and Trends. Il documento evidenzia come i grandi gruppi armati non statali che insanguinano l’Africa – dai miliziani di Boko Haram in Nigeria ai gruppi jihadisti nel Sahel e in Mali, fino alle fazioni libiche – si finanzino e traggano immensi benefici logistici proprio dal traffico e dal contrabbando di migranti verso l’Europa.
In questo scenario, varcare il confine di Ceuta rappresenta la chiave di volta, il passaggio fondamentale. E la tattica è sempre la stessa: infiltrare i miliziani più giovani, magari sfruttando le maglie larghe delle politiche europee per l’accoglienza dei “minori non accompagnati”. Dimostrare in fretta che un ventenne radicalizzato abbia in realtà meno di 18 anni è un’impresa titanica per chiunque, e nel frattempo, da Ceuta, i sospetti vengono trasferiti nella penisola iberica, da cui far perdere le proprie tracce verso il resto d’Europa diventa un gioco da ragazzi. Checché ne dicano Madrid e i difensori del “liberi tutti”, la sicurezza nazionale non è un concetto su cui si può giocare d’azzardo.
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