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Gli echi tormentosi nel romanzo “Gli occhi della Madre” dell’autrice Angela Kosta

In un’analisi parziale dell’opera e della consapevolezza creativa della poetessa e scrittrice Angela Kosta, esaminando alcune delle sue poesie dal punto di vista nel contenuto e struttura, abbiamo fornito un’interpretazione fenomenologica della sua personalità artistica, definendola come un noto fenomeno letterario nella letteratura albanese.

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Cover di Gli occhi della Madre

Redazione-  In un’analisi parziale dell’opera e della consapevolezza creativa della poetessa e scrittrice Angela Kosta, esaminando alcune delle sue poesie dal punto di vista nel contenuto e struttura, abbiamo fornito un’interpretazione fenomenologica della sua personalità artistica, definendola come un noto fenomeno letterario  nella letteratura albanese. Le sue opere trasmettono con sensibilità e originalità il sentire del nostro tempo, attraverso varie forme espressive. (Il fenomeno letterario Angela Kosta – Gazeta Dielli, 19 febbraio 2025).

In questa autrice, la natura sembra aver raddoppiato i doni artistici. Non è solo una figura di rilievo nella poesia, ma anche una talentuosa romanziera, ispirata dalla curiosità, che ci ha donato opere che hanno viaggiato e continuano a viaggiare nel mondo.

Sebbene l’autrice lo definisca un thriller, il romanzo, in realtà è una storia realistica, o meglio, un’alternanza tra narrazione realistica e finzione. Alcuni elementi appartengono al mondo referenziale, dunque reale, mentre altri sono legati al mondo specifico della fantasia.
Il passaggio tra realtà e immaginazione è così fluido che il lettore con naturalezza, è portato a credere ad entrambe. In fondo, la verità del mondo, è lo stesso frutto della finzione.

I romanzi, che costituiscono un aspetto rilevante dell’opera di Angela Kosta, sono apprezzati per la loro straordinaria forza artistica, ricchi di metafore, ambiguità, e un’accurata enumerazione di dettagli descrittivi selezionati. Opere come “Anima prigioniera” (2003, ristampa 2024), “La collana magica” (2007), “Il milionario povero” (2017), “Oltre l’oceano” (2019), rappresentano un’esperienza originale, tanto nella scrittura quanto nei temi trattati.
Lo stile narrativo è prevalentemente classico, con una narrazione esterna e onnisciente che penetra nella struttura del racconto e nella psicologia dei personaggi. Anche i loro pensieri interiori emergono con forza, portando idee e messaggi potenti.

Il romanzo che prenderemo in esame in questa recensione si intitola “Gli occhi della madre”, pubblicato in Albania in lingua albanese nel 2025, in Turchia in lingua turca nel 2024 e di recente in Italia nella 2° edizione.

Questo libro occupa senza dubbio un posto speciale nel corpus letterario di Angela Kosta.

L’opera è stata insignita del terzo premio come romanzo thriller, dalla casa editrice KUBERA EDIZIONI. Nonostante sia stato pubblicato nel 2011 e scritto tanti anni prima, (quando l’autrice non aveva ancora la vasta esperienza artistica di oggi), il romanzo mantiene una forte attualità, grazie alla visione lucida e concreta della realtà che l’autrice ha saputo offrire.

Il romanzo si apre su un orizzonte filosofico che oscilla tra fenomenologia ed esistenzialismo, dove risalta un’intuizione strutturalista.

– Trascendenza oltre la ragione dell’irrazionalità

Il ruolo della famiglia, non dal punto di vista pedagogico ma filosofico, nell’ambito di una società aggressiva come quella odierna, risulta estremamente indebolito a causa dei rapporti diseguali tra essa e questa “società aggressiva”. Sotto la pressione di un clima sociale tanto distorto, la famiglia si vede costretta a incubare se stessa e a generare, suo malgrado, ibridi aggressivi che tendono a disintegrare quel poco di dominio che potrebbe esserle rimasto dal suo antico potere tradizionale.

I genitori sono attori immersi nel difficile gioco della vita: adattati, ipocriti, servili, giusti e onesti, codardi; sono individui di questa società che conserva una purezza umana ma al tempo stesso è corrosa nella sua dimensione morale. Figure di questo tipo assorbono e trasmettono negatività ai figli, futuri individui di una società che sembra riprodurre, ciclicamente, i propri fallimenti.

Il romanzo “Gli occhi della madre”, in poche parole, narra la storia di un giovane trascurato e abbandonato dall’amore del padre, il quale, accecato da una catena di nevrosi che si susseguono come una maledizione senza via d’uscita, si trasforma in un assassino, giustificando ogni sua azione. La quantità di energia negativa che accumula dentro di sé cresce costantemente. Nek, prova un piacere ipertrofico nell’uccidere e nel pianificare gli omicidi, come se fossero l’anello fatale successivo di una catena inevitabile. Ha spezzato ogni ponte di comunicazione con le persone a lui care e non mostra il minimo desiderio di riflessione.

«Quella fredda notte di novembre aveva appena ucciso una donna, non perché la odiasse, ma perché la amava. Tutto ciò poteva sembrare follia, ma questa era la verità. Inoltre, l’omicidio di quella notte non era stato casuale; aveva pianificato tutto nei minimi dettagli e non provava alcun rimorso per aver realizzato quel desiderio che lo tormentava da così tanto tempo. Ciò che più lo stupiva in quel momento, era la freddezza e il modo con cui aveva ucciso la donna che amava. L’espressione del suo volto mentre cadeva a terra gli aveva regalato, anche in quell’istante, una sensazione di felicità.»

Sua madre, Isabela, osserva impotente il figlio Nek, cadere vittima della strada e delle cattive compagnie, senza riuscire a proteggerlo dagli effetti devastanti degli stupefacenti:
«Nek era entrato nella rete della droga e guadagnava molto denaro, in modo completamente diverso dal misero stipendio del fratello. Quello che Al riusciva a ottenere con il suo lavoro, faceva ridere Nek per tutto il tempo. Al, inseguiva ogni giorno gli spacciatori, ma non era abile come pretendeva loro padre, quando in realtà non riusciva a capire che il capo dell’organizzazione della banda viveva sotto lo stesso tetto con lui».

Le nevrosi di Nek derivano da inibizioni profonde (repressioni e oppressioni) vissute fin dall’infanzia. Da qui nasce l’istinto aggressivo, una predisposizione infantile con una componente bio-psico-somatica associativa. Nek rappresenta l’uomo come prodotto di circostanze determinate. Soffre della mancanza di fiducia reciproca, litiga per gelosia con il fratello Al, nonostante la presenza della madre che cerca inutilmente di placare i contrasti. Ma i suoi consigli cadono nel vuoto.

Il sentimento di rovina morale e di decadenza interiore di Nek, è espresso chiaramente.
Nel fratello vede tutto ciò che lui non potrà mai essere. Nek riesce a esprimersi pienamente solo attraverso la violenza e l’omicidio, e così l’autrice metaforizza la sua decadenza spirituale con l’attesa morbosa di una sensazione: sentire l’odore dei cadaveri.

«Lottando con sé stesso per trattenersi, era entrato in casa tremando di rabbia e gelosia, e quella stessa sera aveva pianificato la vendetta. Entrambi dovevano pagare a caro prezzo: Al, perché gli aveva distrutto il sogno, aveva baciato quelle labbra dolci che solo lui avrebbe dovuto assaporare; e Laura, perché aveva permesso che ciò accadesse».

Il romanzo si presenta come una cronaca nera, in cui emerge la trascendenza verso la logica dell’irrazionalità.
-Non c’è alcuna differenza tra odio e amore. Entrambi sono sentimenti profondi che nascono nello stesso istante e non svaniscono mai. Ti distruggono e ti fanno soffrire senza pietà, – disse cinicamente Nek.

– Non sono d’accordo! L’amore è molto diverso dall’odio, – avrebbe voluto dire Ralf, ma per non contraddirlo, cambiò argomento.

Il fatalismo, come un fermento oscuro, accompagna il lettore durante tutto il racconto, generando una sensazione angosciante.
Ma lo scopo del romanzo non è quello di analizzare lo stato d’animo di Nek. L’autrice non scorge alcuna finestra aperta nell’anima del protagonista.

«Preferiva morire piuttosto che vedere Gioi tra le braccia di Al, non perché suo fratello non avesse diritto di innamorarsi, ma semplicemente perché la donna che doveva essere sua non doveva appartenere a nessun altro. Sfortunatamente, contro la sua volontà, si ripresentava ancora una volta la stessa storia.»

E così, la dinamica degli eventi accelera il suo epilogo. La sua vita, come una micro sequenza, si conclude con il suicidio, subito dopo la condanna a morte inflittagli dalla giustizia.

«Isabela uscì dall’aula del tribunale chiedendosi come fosse riuscita a sopportare le udienze e la sentenza dell’ergastolo per suo figlio. Profondamente devastata nell’animo, si sedette su una panchina lì vicino, incapace di trattenere le lacrime. Quale madre potrebbe sopportare un dolore simile? Suo figlio avrebbe trascorso la vita in prigione, fino all’ultimo respiro. Stava entrando giovane e ne sarebbe uscito anziano. “Dove ho sbagliato nell’educare i miei figli?”, – si domandò, mentre dentro di sé ammetteva che vedeva il fallimento in Nek, ma la soddisfazione in Al.»

– Estetica del testo letterario

Le narrazioni in questo romanzo sono frutto di fantasia, soggette all’estetica del testo letterario. In quest’opera emerge il fatalismo di una realtà apatica e letale, costruita con molteplici tecniche ed effetti che danno vita a un testo di particolare espressività. Il significato del testo non deriva solo dalla lettura critica, ma nasce dal rapporto comunicativo instaurato con il lettore. Le relazioni tra le parti e il complesso dell’opera sono quasi organiche. Gli eventi si susseguono in ordine cronologico. L’autrice ha lavorato con piena professionalità, per ridurre il testo letterario alle sole strutture semi-narrative, senza impoverirlo.

Dal punto di vista della struttura formale, Kosta concepisce il testo estetico come una generalità, come un segno organizzato in unità funzionali all’interno dello spazio testuale. Siamo quindi di fronte a una concezione tipologica del testo, non a una semplice divisione in sequenze. Sono proprio le relazioni tra le suddivisioni testuali a rivelare un significato profondo e nascosto del testo.

Angela Kosta non applica un modello ex novo a ogni testo. Il testo è diviso in parti che hanno relazioni motivate tra loro. Nei rapporti logici tra testo e soggetto si distingue chiaramente il rapporto sensibile, gli echi angoscianti che il testo produce sul soggetto:

“Gioi: Nek mi ha minacciato con lo sguardo e si è arrabbiato molto quando ha saputo che sarei stata io la futura moglie di suo fratello.”
Ha estratto la pistola e, pensando che non doveva perdere tempo, ha detto:
– Mi dispiace davvero per quello che sto facendo, credimi, ma preferisco vederti morta piuttosto che vicino a un’altra persona che non ti ama quanto ti amo io.
– L’altra persona è tuo fratello. Rifletti su quello che stai facendo! – disse Gioi in fretta, cercando di farlo ragionare.
Lui aveva programmato di uccidere anche lei, perché solo così avrebbe potuto vivere in pace. Si era sentito sollevato quando aveva visto Letizia uscire dalla stanza…”

Il testo letterario è un catalizzatore delle manifestazioni di volontà, credenze e passioni. Trasforma i valori e, allo stesso tempo, libera momentaneamente il soggetto da un mondo eccessivamente oggettivato con cui non è in sintonia. Il pensiero artistico si esprime attraverso un legame strutturale e non esiste al di fuori di questo. Tale legame comprende tutti i livelli del testo: la locuzione, la frase e il paragrafo.

– Contesto sociale-psicologico e contrasti

Il romanzo è un quadro analitico della società contemporanea, dove i problemi socio-psicologici ribollono come in un grande calderone. In modo paradossale e estenuante, quest’opera crea un ritratto dell’Italia odierna, sospesa tra tradizione, ragione e nevrosi. I protagonisti sono eroi e vittime tra loro e nella società. L’impegno della scrittrice è di affermare i valori su cui dovrebbe fondarsi questa società. Al centro del romanzo si percepisce un messaggio di perfezione morale dell’uomo. L’autrice si è premurata di non cadere in uno schema sociologico. Pur non essendo il contesto di natura sociologica, la scrittrice lo osserva da una prospettiva semiotica, ossia attraverso i temi della forma, della comprensione e della comunicazione.
Le radici comuni che l’autrice scopre sono fenomeni culturali e semiotici.

I contrasti marcati e inconciliabili, che per l’autrice sono un elemento fondamentale non solo dello stile, ma anche della costruzione dell’opera, costituiscono l’asse semantico di questo lavoro. Questi contrasti servono a mettere in opposizione eventi, dati e personaggi tra loro, oltre a scoprire le contraddizioni all’interno degli stessi personaggi, eventi e dati. Il romanzo dimostra che il bene e il male sono realmente separati e distinguibili, ma in determinate circostanze sembrano aver fatto il nido all’interno dell’uomo, dell’evento o del dato.

– I confini diacronici della narrazione

“Gli occhi della madre” è un romanzo di neorealismo duro, con una narrazione intensamente drammatica. Il narratore esterno si immerge completamente nel testo, diventando un narratore lineare ma ricco di rotture, brevi svolte, e ritardi nel racconto, accompagnati da numerose osservazioni sia esterne che interne, che lo conducono al nucleo esistenziale dei personaggi, caratterizzati da comportamenti specifici e predefiniti.

I protagonisti sono Al, Nek, la madre, Gioi, Letizia, figure che si accettano reciprocamente o sono in profondo conflitto. L’opera si basa sul contrasto: da una parte Nek, dall’altra il fratello Al, la sua fidanzata Gioi, Letizia, Sindy e Fabio, portatori delle migliori virtù umane. (Sindy voleva porre fine alla relazione con Fabio, semplicemente per paura che le rovinasse la vita). Al, subisce delusioni dal tragico destino del fratello Nek, dal modello dell’autorità genitoriale, dalla morte in un luogo chiuso e in un circolo vizioso.

Nel contesto letterario dell’opera emerge un discorso narrativo. L’autrice ha scelto una narrazione lineare, ritmica, focalizzata sull’essenza, che con una sintesi di fatti offre il significato di una vita e delle prove da superare. L’autrice costruisce capitolo dopo capitolo il contrappunto, e il soggetto possiede tutte le modalità necessarie per portare a termine il programma narrativo, cioè realizzare l’atto.

Arrabbiato, deluso e amareggiato, Nek non riesce a sottomettersi alle leggi della famiglia e della società, cosa che lo spinge verso una catena di crimini. Anche il livello discorsivo è stabile, più vicino alla manifestazione, aggiungendo maggiore coerenza e decisione rispetto agli elementi previsti nelle strutture semi-narrative. L’autrice passa spesso dalle strutture profonde semi-narrative a quelle discorsive.

C’è un’articolazione logica del quadrato con le strutture narrative antropomorfe, così come le relazioni di affermazione e negazione si trasformano in rapporti di connessione e separazione tra soggetto – oggetto. In questa storia si osserva la trasformazione delle funzioni narrative in azioni e la sostituzione del fluire indefinito degli eventi con una collocazione precisa nello spazio e nel tempo.

La narrazione si concentra maggiormente sulla situazione pragmatica della produzione del discorso. Il racconto ha confini diacronici, cioè una definizione e una frequenza, un ritmo nella comparsa delle unità costitutive. La diacronia reale è singolativa anche nei testi di finzione, dove il racconto singolativo può emergere in qualsiasi momento all’interno di una sequenza ripetitiva, attraverso il gioco delle definizioni interne.

– Organizzazione semantica e approccio semiotico

L’intero contesto del romanzo è curato per amplificare o “narcotizzare” i diversi componenti semantici delle parole. La scrittrice considera l’organizzazione semantica delle unità di manifestazione strettamente dipendente dal contesto. Si orienta quindi verso una semantica testuale, poiché sono i testi nel loro insieme a determinare la composizione e la gerarchia delle unità più piccole.

I diversi componenti semantici si organizzano tra loro sia a livello frasale, cioè all’interno di una frase, sia a livello interfrasale, ossia su dimensioni più ampie della frase stessa. Sarebbe strano se in un testo composto da molte frasi nessun elemento semantico svolgesse la funzione di collante tra di esse. Attraverso l’isotopia, il “filo rosso” semantico che attraversa il testo, si garantisce la coerenza dello stesso.

Per ottenere questa coerenza semantica, all’autrice non basta ripetere di tanto in tanto alcune parole o unità semantiche. Le isotopie nel testo di Kosta sono spesso molteplici: isotopia tematica, figurativa, corporea, ma in questo romanzo si usa anche l’isotopia relazionale, cioè le relazioni familiari, amorose, psicologiche tra i protagonisti.

La scoperta delle diverse isotopie e delle loro relazioni ci conduce alle prime ipotesi sull’organizzazione profonda dei valori. Nel romanzo questa consapevolezza positiva si esprime in modo esplicito, mentre l’approccio semiotico ci permette di vedere chiaramente all’interno dell’opera.

Descrivere semioticamente gli stati d’animo, e non solo gli eventi fattuali, è la sfida della semiotica contemporanea. La dimensione pragmatica si intreccia completamente con quella cognitiva, cioè all’interno dei fenomeni di conoscenza, costruzione e manipolazione del sé e dell’altro.

La semiotica strutturale cerca di trattare in modo omogeneo i discorsi-oggetto e i loro contesti, elaborando così una semiotica delle situazioni, che è parte integrante della più ampia semiotica dell’azione.

Da: Arben Iliazi – Critico letterario albanese, giornalista, drammaturgo, poeta, saggista.

Arben Iliazi

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Ildije Xhemali: la poesia come voce di pace e umanità

Oggi presentiamo ai nostri lettori Ildije Xhemali, scrittrice e poetessa albanese che vive attualmente nella città di Elbasan. Sebbene sia in pensione, il suo spirito si rinnova ogni giorno attraverso i versi intensi e delicati che continua a comporre con inesauribile passione.

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Libri

Redazione-  Oggi presentiamo ai nostri lettori Ildije Xhemali, scrittrice e poetessa albanese che vive attualmente nella città di Elbasan. Sebbene sia in pensione, il suo spirito si rinnova ogni giorno attraverso i versi intensi e delicati che continua a comporre con inesauribile passione.

Nata nel 1952 a Lushnjë, in Albania, nel 1973 ha intrapreso gli studi presso l’Università “Aleksandër Xhuvani” di Elbasan, conseguendo la laurea in Lingua e Letteratura Albanese. Per quasi quarant’anni ha esercitato con dedizione la professione di insegnante nelle città di Lushnjë ed Elbasan. Finora ha pubblicato dieci libri e numerose sue poesie sono apparse in diverse antologie edite in Albania e Kosovo.

Nella prosa e nei testi poetici di Ildije Xhemali emerge una profonda riflessione sull’esistenza umana. La sua voce si leva con forza contro le guerre ingiuste, le sofferenze e le devastazioni che esse provocano. La poetessa affida a Dio una preghiera intensa: quando giungerà il momento di lasciare questa vita, desidera essere condotta in un luogo dove possa continuare a seminare pace e amore.

Vorrebbe allattare due bambini appartenenti a fronti opposti, donare il velo nuziale a due giovani spose di schieramenti diversi e riconciliare due nemici che si sono combattuti, facendoli sedere alla stessa tavola per condividere il medesimo pane. Chiede inoltre a Dio la grazia di poter alleviare il dolore di due madri accomunate dalla perdita dei propri figli in guerra.

In queste immagini si manifesta tutta la nobiltà d’animo e la profonda missione umanitaria dell’autrice. Attraverso una ricca allegoria e una raffinata maestria poetica, Ildije Xhemali trasmette un messaggio universale di fraternità, mettendo simbolicamente in scena protagonisti, registi e spettatori della tragedia umana.

Con straordinario dinamismo l’autrice conduce il lettore al cuore delle grandi contraddizioni del nostro tempo, esprimendo una ferma condanna contro ogni forma di ingiustizia. Nel verso: «Dal nostro stesso sangue fummo annegati, ma siamo rinati», richiama l’attenzione su una delle più gravi tragedie contemporanee: la distruzione di massa degli innocenti.

«Il mondo tace», scrive la poetessa, denunciando l’indifferenza davanti alla sofferenza di bambini, anziani e di tutte le vittime innocenti, costrette a portare su di sé il peso della violenza, della menzogna e delle decisioni prese ai tavoli del potere, dove spesso viene deciso il destino dell’umanità.

Con il verso «Governanti, chiedete perdono, lasciando in pace i popoli», l’autrice si rivolge a coloro che, accecati dall’avidità e dal desiderio di potere, sacrificano milioni di vite umane per alimentare il proprio egoismo e la propria ipocrisia.

La poesia di Ildije Xhemali rappresenta una voce limpida e coraggiosa che invita alla pace, alla riconciliazione e alla solidarietà. Attraverso i suoi scritti e i suoi versi, la poetessa dona ai lettori una straordinaria ricchezza spirituale e testimonia quei valori umani autentici di cui il nostro tempo ha oggi più che mai bisogno.

Preghiera al Padre Eterno

Mio Signore,
Creatore dell’Universo!

Se fosse possibile,
esaudisci un mio desiderio.

Quando mi porterai con Te, al di là,
trovami una dimora presso gli innocenti,
le cui vite sono state distrutte dalla guerra
e dai suoi strumenti di morte.

Se ci sono bambini,
Ti prego,
ridonami un po’ di latte materno al seno,
affinché io possa nutrire due bambini appartenenti a campi opposti.

Se ci sono due giovani fanciulle di fronti opposti, donami i loro veli,
affinché possa vederle spose.

Se ci fossero due guerrieri che si sono uccisi a vicenda,
Ti prego, donami un tavolo di mogano
attorno al quale possano sedersi
e condividere lo stesso pasto.

Se ci sono due madri che hanno perso i loro figli, concedimi la grazia di alleviare il loro dolore.

Se ci sono due comandanti avversari
(che raramente muoiono sul campo di battaglia), giudicateli Voi stesso.

Le guerre iniziano dalle teste cocciute,
da coloro che smarriscono la ragione nelle tenebre e si accecano con la propria avidità.

Il dolore galleggia in fiumi di sangue versati
da figli cresciuti lontano dal lusso,
mentre la carneficina si conclude con firme apposte attorno ai tavoli del potere.

Ciò che oggi dicono e interpretano gli attori della storia
sarà giudicato domani,
con maggiore lucidità, dagli spettatori.

Ma alla Giustizia non è mai concesso di sedersi al posto che le spetta,
perché quel posto è sempre occupato dagli ingiusti.

Io, oggi,
non riesco più a distinguere la finzione dalla verità
nei pensieri dello “sceneggiatore”,
né ciò che si cela dietro le quinte e le intenzioni del “regista”
di questa tragedia,
che costringe due o più popoli
a combattersi come gladiatori,
spargendo il proprio sangue
sui palcoscenici teatrali della nostra epoca.

Caro Dio, il vero giudizio finale,
appartiene giustamente a Te…
e solo a Te!

GOVERNANTI, FERMATE LA GUERRA

Dall’Estremo Oriente gridano i morti,
i bambini innocenti si disperano con forza:

«Smettete di combattere!
Non siete ancora sazi
del nostro sangue?

Ci avete uccisi, ci avete distrutti:
non vi basta tutto questo?

Quando ci avete strappato la vita,
il mondo intero taceva.»

Su di noi sono cadute soltanto
fuliggine e menzogne,
che non si sono arrese
neppure per un istante.

Dal nostro stesso sangue
fummo annegati,
ma siamo rinati.

Il “Terzo Mondo”, ieri come oggi,
non lo avete mai considerato.

A nessuno auguriamo
la nostra sorte.

In un unico Dio crediamo.

Non è mai troppo tardi.

Chiedete perdono,
lasciando in pace i popoli.

Voi, potenti:

«Fermate la guerra.
Allontanatevi dalle armi!»

(Traduzione: Angela Kosta)

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L’epica quotidiana nell’arte di Mario Vespasiani: a Grottammare il mito classico torna per curare le ferite dell’uomo moderno

Il mito classico non è morto, vive e respira dentro le battaglie della nostra quotidianità! A Grottammare la mostra “Cantami o Musa” dell’artista Mario Vespasiani ci ricorda che ognuno di noi nasconde una dimensione epica. Un viaggio meraviglioso tra pittura, amore, femminilità sacra e ricerca della verità. 🎨 ✨ 🏺

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Opera di Mario Vespasiami

Grottammare  – Viviamo, nostro malgrado, in un’epoca frettolosa, distratta, ferocemente schiacciata dalla tirannia dell’immediatezza. Un tempo in cui la produzione bulimica e superficiale di immagini usa e getta sembra aver definitivamente relegato il mito, l’epica e il senso del sacro negli scaffali più polverosi delle biblioteche, come se fossero reperti di un passato prestigioso ma irrimediabilmente distante dalla nostra caotica quotidianità. Eppure, proprio da questa apparente lontananza siderale, si leva oggi una voce potente, antica e al tempo stesso modernissima. È la voce silenziosa ma dirompente del progetto artistico “Cantami o Musa”, che il visionario artista Mario Vespasiani ha magistralmente sviluppato in ben tre sedi museali a Grottammare, nelle Marche. Non stiamo parlando di una semplice e canonica mostra d’arte figurativa da sfogliare con gli occhi, ma di una vera e propria epifania visiva. Un percorso dell’anima che ci dimostra con prepotenza come gli archetipi immortali della cultura classica non siano affatto morti, ma offrano ancora oggi le uniche, preziose chiavi di lettura in grado di decifrare il dolore, l’amore e l’insondabile mistero del nostro turbolento presente.

“Cantami o Musa”: quando gli eroi dell’epica quotidiana siamo noi

L’incipit omerico, preso orgogliosamente in prestito dal celebre canto dell’Iliade, non viene affatto usato da Vespasiani come una sterile citazione erudita o come un nostalgico e passivo richiamo all’antichità per pochi addetti ai lavori. Al contrario, diventa uno specchio ustionante in cui costringerci a rifletterci. Nel linguaggio corrente siamo stati tristemente abituati a pensare che l’epica appartenga solo agli eroi con la spada, ai semidei del passato remoto. Vespasiani compie qui un miracolo puramente concettuale: recupera il significato originario dell’epica e lo spalma con dolcezza sulla pelle stanca dell’uomo contemporaneo. Attraverso la forza simbolica, vibrante e magnetica della sua pittura, ogni singolo volto ritratto sembra custodire una vicenda che supera l’identità individuale per abbracciare l’universo. Nei lineamenti tracciati, nei solchi della pelle, negli sguardi profondi e nella magistrale costruzione della luce riaffiorano i grandi, immensi temi che accompagnano il respiro dell’uomo da millenni: il viaggio faticoso, la prova da superare, la fedeltà incrollabile a un ideale, il desiderio bruciante di conoscenza, il lutto insopportabile della perdita, la vertigine dell’amore e la luce salvifica della rinascita. Vespasiani ci urla silenziosamente che la Musa continua a parlare a ciascuno di noi, suggerendoci che la vita di ogni singola persona normale nasconde una dimensione eroica, profonda e del tutto inaspettata. L’antico e il contemporaneo smettono così, finalmente, di farsi la guerra e ritrovano una continuità culturale commovente.

Mara, immensamente più di una musa: il grembo universale dell’ispirazione

In questo vertiginoso viaggio nei meandri del cuore umano, una figura attraversa la mostra ergendosi a baricentro emotivo assoluto dell’opera: Mara. Tuttavia, sarebbe gravemente ingiusto e intellettualmente riduttivo relegarla al banale ruolo di semplice “musa” iconografica. Nelle mani e nell’anima dell’artista, Mara si trasforma nel principio ispiratore per eccellenza, nella rappresentazione fisica ed emotiva di un’energia generatrice assoluta e pura. È la capacità, tutta umana e dolcissima, di far nascere la bellezza assoluta attraverso la relazione sincera, l’ascolto intimo e l’amore incondizionato. Ci troviamo di fronte a un’immagine della femminilità potentissima, distante anni luce sia dagli stereotipi vuoti e degradanti della società dell’immagine, sia dalle sterili e rumorose contrapposizioni ideologiche moderne. La donna assume qui il ruolo ancestrale di origine sacra della creazione, una gravità spirituale che orienta il pensiero e restituisce significato all’atto artistico stesso. In questo altissimo senso, Mara smette di essere soltanto una donna in carne ed ossa per assurgere a simbolo universale: l’ispirazione intesa come fondamento stesso della nostra cultura.

Oltre i confini della tela: la ribellione silenziosa di un artista poliedrico

Il grande insegnamento di Mario Vespasiani passa inevitabilmente anche attraverso il suo modo personalissimo di intendere il mestiere (o meglio, la vocazione spirituale) dell’artista. Negli anni, il suo inconfondibile linguaggio visivo ha continuato a evolvere su vari e complessi livelli. La sua celebre “luce” è stata capace di modificare costantemente il rapporto con il colore, rivelando un processo di sperimentazione permanente che rifugge dalla noia e dalla ripetitività. Ma la sua vera ribellione intellettuale sta nel dimostrarci che l’innovazione tecnica non interrompe quasi mai la tradizione: al contrario, la vivifica e le dona nuovo respiro. Pittura, letteratura e musica, per Vespasiani, non costituiscono gelidi compartimenti stagni da esplorare separatamente in modo settoriale, ma aspetti fortemente complementari di una medesima, estenuante ricerca della verità. I libri dialogano apertamente con le immagini dipinte, la profonda riflessione teorica alimenta le setole del pennello, la struttura musicale detta il ritmo invisibile all’opera pittorica. È una splendida figura di artista rinascimentale prestata al Terzo Millennio, capace di unire organicamente molteplici linguaggi in una visione rigorosamente e ostinatamente coerente.

Le grandi domande ineludibili dell’anima: a cosa serve davvero la bellezza oggi?

Quando le luci calde delle sale museali di Grottammare si spegneranno, l’eco di “Cantami o Musa” lascerà nel cuore di chi l’ha vissuta una testimonianza pesantissima, che supera di gran lunga la consueta portata di una normale esposizione temporanea. Il progetto di Vespasiani non ci chiede passivamente di ammirare la sua perizia tecnica sulle tele, ma ci prende per il bavero e ci costringe a fare i conti con alcune domande fondamentali e ineludibili per la nostra esistenza: quale posto occupa ancora il mito nella formazione delle nostre coscienze di individui moderni? Quale tremenda e meravigliosa responsabilità etica e morale possiede oggi chi si definisce artista? Quale ruolo salvifico può ancora svolgere la bellezza pura nella costruzione di una società collettiva migliore e più giusta? Sono interrogativi vertiginosi che, purtroppo, raramente trovano asilo nel dibattito artistico contemporaneo, ormai tragicamente e unicamente concentrato sulle ciniche dinamiche del mercato, sulle aste milionarie, sull’ossessione per le tecnologie digitali o sull’effimero sensazionalismo delle mode espositive passeggere.

Un balsamo prezioso per la coscienza civile: l’insegnamento immortale dell’arte

In un panorama dominato dal vuoto autoreferenziale, Vespasiani ha scelto con orgoglio la strada più impervia e coraggiosa: riaffermare con forza la funzione educativa, pedagogica e curativa dell’arte, senza mai per questo rinunciare alla complessità della ricerca formale. Non ha la folle ambizione di proporci a tutti i costi nuove mitologie, ma ha la rara maestria di dimostrarci che i grandi archetipi classici continuano a vivere e sanguinare nelle nostre strade, che la tecnica pittorica è ancora il più potente strumento di conoscenza dell’anima umana, e che le arti, quando sanno dialogare amorevolmente tra loro, ci restituiscono il senso più alto dell’essere civiltà. L’opera di Mario Vespasiani si distingue nel mondo per la volontà ferrea di tenere insieme, in una magnifica sintesi, la ricerca formale, la memoria classica intoccabile, l’innovazione e una spiccata responsabilità civile. Un capolavoro intellettuale che ci ricorda, a voce bassa, una verità assoluta: per quanto la vita di tutti i giorni ci sembri cinica, stancante o ordinaria, è proprio attraverso gli occhi dell’arte che riusciamo, ancora oggi, a riconoscere il carattere straordinario, eroico ed epico della nostra esperienza umana.

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Silvi Marina, sbarca l’Imperial Royal Circus: cento animali e show da record

L’Imperial Royal Circus sbarca a Silvi Marina dal 13 al 30 agosto: uno show da record con 100 animali, la Donna Laser e sconti online su Biglietto Prenotato. 🎪 🦒

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Silvi Marina – Nel dinamico e affascinante universo dello spettacolo dal vivo e delle grandi produzioni itineranti che caratterizzano la stagione estiva lungo il litorale adriatico, l’arte della pista circolare si conferma una leva strategica fondamentale per il turismo di prossimità e l’intrattenimento delle famiglie. La splendida cornice costiera abruzzese si appresta ad accogliere uno degli eventi più imponenti, celebrati e attesi dell’anno. Da giovedì 13 a domenica 30 agosto 2026, la città di Silvi Marina ospiterà le monumentali strutture dell’Imperial Royal Circus, reduce da un Summer Tour straordinario contrassegnato da sold-out da record. Considerato dalla critica internazionale tra i complessi circensi più grandi e importanti d’Europa, lo show allestirà la sua imponente tensostruttura lungo la Strada Statale 16 Adriatica, in un’area posizionata esattamente di fronte al punto vendita Lidl, offrendo ai residenti e ai numerosi villeggianti oltre due ore di pura meraviglia, adrenalina e divertimento pulito all’aria aperta.

La tradizione della famiglia Dell’Acqua e lo zoo viaggiante

L’architettura dello spettacolo poggia sulla solida e secolare tradizione della famiglia Dell’Acqua, una delle dinastie più illustri e autorevoli della saggistica e della storia circense italiana, capace di fondere il rigore delle vecchie discipline a una costante e trasparente ricerca di innovazione tecnologica. Il colosso itinerante porta con sé una monumentale carovana composta da oltre cento esemplari di animali provenienti da ogni angolo del pianeta, accuditi nel pieno rispetto e nell’amore quotidiano da addestratori professionisti. Durante l’intervallo dello show, i cittadini e le scolaresche avranno l’opportunità unica di visitare quello che è a tutti gli effetti il parco zoo viaggiante più grande d’Italia, deostruendo la distanza con la natura per ammirare da vicino la maestosa giraffa reale, il grande ippopotamo, bisonti americani, leoni, tigri reali e i magnifici cavalli dell’alta cavalleria araba.

Dalla donna laser di Las Vegas al Transformers Bumblebee

Sotto la direzione artistica di Rodolfo Dell’Acqua, il palinsesto dell’Imperial Royal Circus si sviluppa come un affresco corale in cui le esibizioni tradizionali dialogano con scenografie ed effetti di ultima generazione. In esclusiva assoluta per la platea italiana, la pista ospiterà attrazioni mai viste prima nella penisola: direttamente dagli Stati Uniti e da Las Vegas arriverà la spettacolare performance visiva della Donna Laser, accompagnata dalle evoluzioni estreme e mozzafiato degli acrobati alla Doppia Ruota della Morte del Team Tabares. Per la gioia dei bambini e dei minori, lo show riserverà la strabiliante apparizione del Transformer Bumblebee, un’autentica e gigantesca macchina robotica capace di trasformarsi dal vivo davanti agli occhi del pubblico, affiancata dalle spericolate incursioni dei motociclisti sudamericani nel Globo di Metallo.

I campioni di Monte Carlo e la comicità del Clown Ridolini

Il valore transnazionale della produzione, applaudita nel corso delle ultime stagioni da oltre due milioni di spettatori in diverse nazioni europee, è avallato da un parterre di artisti d’eccellenza, vincitori di dieci record mondiali e pluripremiati nei più prestigiosi festival del mondo, compreso il celebre Festival Internazionale del Circo di Monte Carlo. Sul proscenio si alterneranno i volteggi aerei alle cinghie e al trapezio di Liana ed Etel Biasini, i lanci dei giocolieri di Arnaldo Sibilla e i grandi felini guidati in pista dal domatore Carlos Gaona e da Denny Montico. Il ritmo della serata e la spensieratezza delle famiglie saranno invece garantiti dall’irresistibile carisma dello showman più amato della pista, il celebre Elder, noto al pubblico come il mitico Clown Ridolini, impeccabile nel regalare sorrisi e risate senza tempo.

I biglietti su Biglietto Prenotato ed il calendario dei riposi h24

Sotto il profilo strettamente logistico e operativo, l’ufficio tecnico ha predisposto un calendario di spettacoli flessibile per andare incontro alle esigenze del pubblico balneare. Nelle giornate di giovedì e venerdì, e nei turni feriali intermedi, l’appuntamento unico è fissato per le ore 21:15, mentre il sabato, la domenica e i giorni festivi è previsto il doppio spettacolo alle ore 18:00 e alle 21:15, ricordando che mercoledì 19 e mercoledì 26 agosto la pista osserverà un turno di riposo per consentire la manutenzione h24 delle strutture. Per azzerare i labirinti delle code alle casse, la direzione ha attivato una collaborazione con il portale digitale www.bigliettoprenotato.it, dove i clienti possono bloccare online il coupon a tariffe agevolate — con ticket speciali da 7 euro per la prima del 13 agosto e da 9 euro per i giorni di Ferragosto —, saldando poi comodamente la quota restante direttamente ai botteghini.

Il circo come welfare culturale contro l’isolamento dei monitor

In ultima analisi, il trionfo stanziale dell’Imperial Royal Circus a Silvi Marina rappresenta una risorsa strategica per il turismo d’esperienza e genera ricadute felici sull’indotto del commercio di vicinato, dei ristoranti e delle attività della somministrazione della provincia teramana. Sradicare i giovani, i minori e le famiglie dall’isolamento  indotto dall’abuso degli schermi digitali e delle reti virtuali, per ricondurli nella ritualità dell’incontro sotto la tenda a condividere la magia delle passioni reali, costituisce il pilastro più alto del moderno welfare culturale. L’impegno sociale della scuderia Dell’Acqua si concretizza inoltre attraverso il progetto di solidarietà “Un Sorriso per Tutti”, che porta spettacoli gratuiti e clown nei reparti pediatrici degli ospedali, dimostrando che il domani della nostra terra dipende dalla capacità di unire il merito del talento alla trasparenza della solidarietà umana.

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