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Cultura

Menda Vreto, la voce dell’Albania in Italia: quando la scrittura diventa un ponte tra due anime

Dalle difficoltà dell’emigrazione al successo su Marie Claire: la straordinaria storia di Menda Vreto. Bisnipote di un eroe dell’indipendenza albanese, oggi unisce Italia e Albania con la forza meravigliosa della sua penna. Una vita da romanzo! 📚 🇦🇱 🇮🇹

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Menda Vreto

Redazione – Ci sono vite che somigliano a dei bellissimi romanzi, e romanzi che non potrebbero mai nascere se non da una vita vissuta intensamente, tra sacrifici inenarrabili, radici strappate con dolore e nuove albe da costruire faticosamente giorno dopo giorno. La magnifica e commovente storia della scrittrice Menda Vreto appartiene indubbiamente a questa seconda, rarissima categoria. Con origini fieriamente albanesi e un cuore oggi profondamente e indissolubilmente legato all’Italia, Menda ha saputo compiere uno dei miracoli più difficili e nobili che un essere umano possa mai arrivare a realizzare: ha trasformato le cicatrici invisibili dell’emigrazione e la dura fatica quotidiana in una straordinaria testimonianza letteraria. Una scrittura purissima, intrisa di memoria storica, altissima sensibilità e profonda riflessione, che oggi rappresenta un ponte invisibile ma solidissimo tra le sponde del mare Adriatico, unendo due popoli meravigliosi attraverso il linguaggio universale delle emozioni e della letteratura.

Il peso glorioso delle radici: l’eredità del bisnonno Jani Vreto e il Risorgimento Albanese

Per comprendere appieno il sacro fuoco della cultura e dell’identità che arde inestinguibile nell’anima di Menda, è fondamentale fare un lungo tuffo nel passato e alzare lo sguardo verso il suo prezioso albero genealogico. Il sangue che le scorre nelle vene, infatti, è esattamente lo stesso di Jani Vreto (1822–1900), suo illustre e celebrato bisnonno. Parliamo di un vero e proprio gigante della storia balcanica: un patriota indomito, scrittore visionario, editore coraggioso e figura di primissimo piano della Rilindja Kombëtare, ovvero il glorioso Risorgimento nazionale albanese. Jani Vreto dedicò letteralmente ogni singolo respiro della sua avventurosa esistenza alla promozione viscerale della lingua e della cultura d’origine, tanto da contribuire attivamente alla complessa standardizzazione del moderno alfabeto e fondare, a Bucarest, la prima storica tipografia albanese. Essere la bisnipote diretta di uno dei principali artefici del risveglio nazionale e culturale di un intero popolo non è solo un inestimabile onore formale, ma è una vocazione al racconto, alla conservazione della memoria e alla difesa della propria identità, che Menda ha saputo raccogliere e onorare splendidamente in chiave moderna.

Dalle aule di agraria alla dura realtà dell’emigrazione: il coraggio inestimabile di ricominciare da zero

Cresciuta in Albania respirando fin da bambina una profondissima e insaziabile passione per i libri, le biblioteche e la conoscenza pura, Menda ha inizialmente declinato questo enorme amore verso la natura, intraprendendo brillanti studi universitari presso la Facoltà di Agraria. Si era specializzata con rigore in patologia vegetale, studiando da vicino e con affetto le malattie delle piante e i segreti misteriosi dei processi naturali legati alla terra madre. Ma la vita umana, si sa, ha quasi sempre percorsi tortuosi e imprevedibili. Il definitivo trasferimento in Italia ha rappresentato per lei uno spartiacque drammatico ma immensamente formativo. Come accade purtroppo a migliaia di emigranti, il primissimo impatto con la nuova, fredda realtà è stato durissimo da digerire: le inevitabili e frustranti barriere linguistiche, lo smarrimento profondo dell’inserimento in una società sconosciuta e la pressante necessità di doversi rimboccare le maniche per mangiare. Per sopravvivere dignitosamente e riuscire a integrarsi, Menda non si è mai arresa e ha svolto per anni i lavori più disparati e umili. Quelle che per molti borghesi sarebbero potute sembrare delle amare sconfitte personali, per lei si sono invece rivelate una miniera d’oro umana inestimabile. Tra i vari banchi di lavoro ha incrociato sguardi, ascoltato dolori inespressi, raccolto sorrisi e toccato con mano realtà sommerse, assorbendo storie di vita vissuta che, nel tempo, sono diventate il carburante prezioso e inesauribile per la sua formidabile penna.

La scrittura come ancora di salvezza: il meritato successo su Marie Claire e la pioggia di premi letterari

È proprio in Italia, immersa in questo mare di contraddizioni umane, che la sua intima esigenza di raccontarsi a cuore aperto e di raccontare la vita degli altri esplode definitivamente. Menda Vreto compie a questo punto un atto di coraggio intellettuale immenso, quasi rivoluzionario per chi proviene da un’altra nazione: inizia a scrivere complessi e strutturati libri direttamente in lingua italiana, adottando l’idioma del suo nuovo Paese adottivo per riuscire a descrivere emozioni intime, ricordi sfumati e grandi temi sociali universali. Il suo enorme talento naturale non passa affatto inosservato ai critici. Il suo primissimo libro cattura quasi immediatamente la curiosità e l’attenzione dei media nazionali italiani, tanto da guadagnarsi una lunga, bellissima e lusinghiera intervista sulle pagine della prestigiosissima rivista di caratura internazionale Marie Claire. È la consacrazione ufficiale e definitiva della sua preziosa voce letteraria nel panorama culturale. Ma il bellissimo percorso non finisce certo qui: la sua inimitabile capacità di scavare con delicatezza nei meandri bui dell’animo umano le vale ben presto il prestigioso Premio della Giuria in un importante concorso letterario, portando al meritato inserimento della sua opera in un’esclusiva antologia dedicata ai migliori talenti emergenti. Un riscatto sociale, culturale e personale che ha il sapore dolcissimo di una vittoria schiacciante sul destino avverso.

Un ponte vitale tra due sponde: il giornalismo militante e il delicato racconto degli ultimi

La vulcanica e inarrestabile energia di Menda Vreto non si esaurisce però nella sola, seppur complessa, pubblicazione di opere librarie. Animata dalla stessa febbrile urgenza comunicativa e pedagogica del suo glorioso bisnonno Jani, l’autrice collabora oggi attivamente e incessantemente scrivendo per diverse riviste e pubblicazioni, sia diffuse online che in formato cartaceo. Tra queste spicca la collaborazione con Gazeta, dove i suoi lettissimi articoli diventano uno spazio libero e prezioso per affrontare a viso aperto tematiche culturali spesso trascurate, questioni sociali scottanti e profonde riflessioni legate alla complessa, e spesso dolorosa, esperienza umana dell’integrazione sociale. Nelle sue intense colonne giornalistiche, l’Albania e l’Italia smettono miracolosamente di essere due nazioni lontane e separate da una striscia di mare insidioso, e diventano un unico, grande, accogliente cortile umano dove le sofferenze, le speranze e i sogni si assomigliano tutti in modo sorprendentemente commovente.

Oltre i confini imposti e le barriere culturali: un invito umanissimo al dialogo e alla scoperta

Oggi la preziosa e ricercata scrittura di Menda Vreto rappresenta a tutti gli effetti un potente e raro antidoto intellettuale contro i pericolosi veleni del razzismo strisciante e della divisione tra popoli. La sua elegante penna riesce a unire magicamente la struggente malinconia della memoria personale passata a una spiccata, chirurgica sensibilità verso i sentimenti più profondi e inconfessabili dell’essere umano contemporaneo. Leggere i suoi testi equivale ad accettare un dolcissimo e inaspettato invito al dialogo costruttivo, alla sospensione totale del pregiudizio e alla vera comprensione reciproca. Il suo più grande e insostituibile merito civile è quello di riuscire a sussurrare dolcemente all’orecchio del lettore una grande verità che tutti noi, troppo spesso, dimentichiamo per comodità: dietro il volto stanco e sudato di un emigrante incrociato per strada, o dietro una lingua straniera parlata con evidente accento incerto, si nascondono quasi sempre ricchezze interiori incalcolabili, storie silenziose di eroismo quotidiano ed eredità storiche immense e prestigiose. La splendida vita di Menda Vreto ce lo insegna nel modo più alto possibile: basta solo avere il cuore abbastanza grande per fermarsi ad ascoltarle con rispetto.

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Cultura

Dal rigore del Tribunale alla libertà della poesia: i versi potenti dell’ex magistrato Serenella Maria Siriaco contro la violenza sulle donne

“Eppure l’uomo, con lucida follia… ai suoi istinti bestiali osa dar libero sfogo. Non soccombere mai, denuncia con fermezza!”. 👩‍⚖️ ✍️ Una vita intera passata nei tribunali di Napoli, Milano e Roma a giudicare criminali come magistrato. E oggi, in pensione, una nuova vita dedicata al pianoforte e alla poesia. Scopriamo l’incredibile storia di Serenella Maria Siriaco, ex magistrato diventata una pluripremiata poetessa. Vi proponiamo due suoi componimenti: “Frammenti di vita” e, soprattutto, “La forza della donna”, un potentissimo e viscerale grido in versi contro la violenza sulle donne e l’amore malato. Fermatevi un minuto a leggere queste poesie straordinarie nel nostro articolo. Vi toccheranno il cuore! 👇 📖

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Serenella Maria Siriaco

Redazione  – Per decenni ha indossato la toga, sedendo negli scranni più alti e complessi dei tribunali di Milano, Roma e Napoli. Ha guardato negli occhi assassini, truffatori e uomini violenti, applicando la fredda e inesorabile logica della Giurisprudenza per difendere la società civile. Ma quando il sipario della carriera professionale si è chiuso con il meritato pensionamento, Serenella Maria Siriaco non si è fermata. Ha semplicemente cambiato linguaggio. Ha dismesso il rigore del Codice Penale per abbracciare l’infinita, terapeutica libertà della musica e della poesia.

Oggi vi proponiamo un viaggio nell’anima di una donna straordinaria, che ha saputo reinventarsi senza mai perdere la propria bussola morale. Nelle sue poesie, e in particolar modo nel potentissimo testo “La forza della donna”, riecheggia tutta l’esperienza di chi ha visto da vicino i danni devastanti della violenza domestica. I suoi versi sono un inno viscerale al coraggio femminile, un invito perentorio a non soccombere mai agli abusi e a denunciare l’inganno di chi scambia l’amore con il possesso brutale. Ma c’è spazio anche per la tenerezza dei ricordi in “Frammenti di vita”, dove il bilancio di un’esistenza intensa si scioglie in un sorriso all’alba.


Chi è Serenella Maria Siriaco

Serenella Maria Siriaco è nata a Salerno il 1° gennaio 1946. Dotata di un’intelligenza brillante e di una ferrea determinazione, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Napoli, ha bruciato le tappe vincendo il difficilissimo concorso in magistratura ad appena 23 anni. Ha esercitato con dedizione e rigore la sua professione nelle tre città più grandi e complesse d’Italia: Milano, Roma e Napoli.

Appena andata in pensione, ha deciso di dare finalmente libero sfogo alle sue altre due grandi passioni sopite: la musica e la poesia. Ha pubblicato il libro autobiografico dal titolo “La donna e il giudice”, un’opera intensa che lo scorso anno è stata insignita del prestigioso premio DivinaMente donna. Autrice poliedrica, ha vinto diversi riconoscimenti letterari sia per i suoi racconti che per le sue liriche. Oggi, dimostrando che non è mai troppo tardi per inseguire l’arte, sta studiando pianoforte e composizione, definendo questa nuova fase della sua vita come un’esperienza semplicemente “fantastica”.


LE POESIE

La forza della donna

Sii fiera donna, di essere donna.
Non t’appartiene l’odio, ma l’amore
e da quest’amore, tua vera forza,
nasce la vita.
Tu sola, in un abbraccio,
sai leggere la gioia
negli occhi ridenti del figlio
mentre nei tuoi si tuffano commossi.

Tu sola con un bacio, una carezza,
sai donar felicità a chi ti ama
e il vero amore insegui
a costo di soffrire.

Eppure l’uomo, con lucida follia,
sul corpo tuo che crede fragile
o sul corpo indifeso dei figli
ai suoi istinti bestiali osa dar libero sfogo.

E se, tremando, gridi alla violenza
se al suo inganno con rabbia ti ribelli
se invochi aiuto o cerchi di fuggire
ad uccidere lo porta il suo furore.
Non soccombere mai al suo volere
difendi con coraggio te stessa e i figli tuoi
denuncia con fermezza chi amore non sa dare.
Chi prova amore non può mai ferire;
attimi di gioia vorrà donare
per cogliere sempre il sorriso
nello sguardo, nei silenzi dell’amato
per salutare con gioia ogni nuovo giorno,
per proteggere, con la forza dell’amore,
la bellezza della vita.

Frammenti di vita

Un cielo terso colorava d’azzurro
i miei occhi stupiti che d’incanto
curiosi si aprivano al mondo.
Sempre nell’amor cresciuta,
ancora inseguo quel magico sogno che è la vita,
un treno che veloce si allontana.
E la mente, solo diario dei ricordi,
come album prezioso conserva
gioie dolori conquiste emozioni.
Lo sfoglio e rivedo il volto dei miei cari.
Nel rimpianto che m’assale
una lacrima silente bagna il viso.
Questi frammenti di vita, oramai parte di me,
sono il mio grido di dolore,
il canto vivo di un eterno amore.
D’un tratto sorrido:
tra le braccia dell‘uomo che amo
ammiro la luce di un’alba radiosa.

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Cultura

“Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”: il viaggio spietato e meraviglioso di Zanë Mehmeti alla ricerca del perdono interiore

“L’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita”. 📖 🧠 Ospitiamo oggi sulle nostre pagine un testo di straordinaria, commovente potenza introspettiva. S’intitola “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, firmato dalla poetessa e scrittrice macedone Zanë Mehmeti. Una discesa chirurgica nelle fragilità umane: l’incapacità di mettere dei confini, la tendenza a confondere la disciplina con l’autolesionismo, la fretta di amare e, infine, il coraggio difficilissimo di perdonare non gli altri, ma se stessi. Se vi siete mai sentiti in prigione dentro la vostra stessa identità, questo testo vi lascerà senza fiato. Leggetelo tutto d’un fiato nel nostro articolo 👇 🕊️

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Zanë Mehmeti

Redazione – Ci sono testi letterari che non si limitano a farsi leggere, ma che ti leggono dentro. Ti costringono a fermarti, a guardarti allo specchio senza filtri e a fare i conti con quel tribunale implacabile che ognuno di noi ha costruito segretamente dentro di sé. È esattamente questo l’effetto dirompente che provoca la lettura di “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, l’ultimo, intensissimo scritto della poetessa e filologa Zanë Mehmeti.

Con una lucidità quasi chirurgica, l’autrice disseziona il concetto di autodisciplina, trasformandolo in una confessione a cuore aperto sulle ferite dell’identità, sull’urgenza dell’amore e sulla vitale necessità di imparare a mettere dei confini (non per odiare gli altri, ma per proteggere se stessi). Un testo magnifico che offriamo oggi ai nostri lettori, per imparare che la forma più alta di libertà non è sfuggire al proprio passato, ma firmare finalmente un trattato di pace con se stessi.


Chi è Zanë Mehmeti

Zanë Mehmeti è una poetessa, scrittrice e professoressa nata nel 1983 a Gostivar, nella Repubblica di Macedonia del Nord. Ha conseguito la laurea presso la Facoltà di Filologia, Dipartimento di Lingua e Letteratura Albanese, dell’Università “San Cirillo e Metodio” di Skopje, seguita da un master in Lingua Albanese presso l’Università Statale di Tetovo. Attenta studiosa, ha già pubblicato due libri di studi in ambito linguistico e semantico (“La lingua e lo stile nella prosa di Anton Pashku” e “Pashku, unico nel suo genere”). Autrice di prosa e poesia, è attualmente in attesa della pubblicazione della sua prima raccolta poetica ufficiale.


Anatomia di un’anima che non sa fermarsi

di Zanë Mehmeti

Non ho mai saputo lasciare me stessa senza freni. L’ho tenuta sotto osservazione con una vigilanza quasi crudele, come se dentro di me vivesse un’estranea, per la quale dovessi cercare delle prove prima di fidarmi di lei. Ho messo ogni sentimento di fronte a una domanda, ho fatto passare ogni desiderio attraverso la dogana della ragione, ho custodito ogni debolezza come un oggetto proibito, nel caso in cui un giorno avessi avuto bisogno di usarla contro me stessa.

Dentro di me ha vissuto a lungo un giudice che conosceva la colpa prima che nascesse il crimine. La punizione non arrivava dopo l’errore; lo aspettava nel corridoio. E io, senza rendermene conto, sono diventata contemporaneamente l’accusata, la testimone e la carceriera di me stessa. Forse questo è uno dei meccanismi più raffinati dell’autodistruzione; chiamare disciplina ciò che, in silenzio, ha iniziato ad assomigliare alla violenza.

Per anni ho pensato che non perdere se stessi significasse tenerli sempre legati. Come se il carattere fosse un animale pericoloso, che dovesse essere tenuto sotto controllo, come se la libertà iniziasse solo dopo aver chiuso tutte le porte dentro di noi. Ma l’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita.

Ho capito tardi che nemmeno io ero ciò che avevo creduto di essere, e che nemmeno gli altri erano quelli che avevo scritto nella mia mente. L’essere umano è un malinteso che dura così a lungo che un giorno inizia a chiamare se stesso identità. Diamo dei nomi alle nostre ferite, poi prendiamo quei nomi per carattere. Diciamo “io sono così”, perché è più facile mantenere una prigione con un nome, piuttosto che accettare che la chiave sia sempre stata da qualche parte dentro di noi.

Tra tutti i miei errori, ce n’è uno che ritorna continuamente, vestito con gli abiti della virtù; la fretta. Ho confuso la profondità con la velocità. Ho pensato che ciò che sento intensamente debba essere necessariamente vero e che ciò che mi sconvolge debba essere necessariamente mio. Sono entrata in alcune anime prima di chiedermi se avessero una stanza per me. Ho creduto prima che la fiducia avesse guadagnato il diritto di esistere. Ho dato prima che mi venisse chiesto e ho amato prima di imparare che anche l’amore, per quanto grande sia, ha bisogno di una soglia.

Forse non ho sofferto perché ho sentito troppo. Ho sofferto perché ho agito troppo in fretta su ciò che sentivo. Questa è la differenza che un tempo non sapevo vedere. Il sentimento non è un ordine. È solo un segnale che attraversa il nostro essere. Ma io ho trattato i segnali come leggi. Una tristezza mi sembrava una responsabilità. Un’assenza mi sembrava un obbligo. Un dolore dell’altro mi sembrava un debito. Così, senza rendermene conto, ho iniziato a portare sulle spalle anche i pesi che non mi appartenevano.

Quest’anima non sa odiare. Un tempo lo chiamavo una virtù. Oggi so che anche la virtù, quando perde la misura, può diventare un modo elegante per abbandonare se stessi. Non so amare poco. L’amore in me non bussa. Entra. Sposta i mobili della memoria, cambia gli indirizzi dei sentimenti, dà alle persone stanze che forse non hanno mai meritato. Poi, quando se ne vanno, io rimango a cercare dentro me stessa le cose che ho dato loro senza ricevuta di ritorno. E ancora non so odiare.

Quante volte ho pensato a quanto sarebbe utile imparare quella freddezza con cui alcune persone passano attraverso di noi, come se fossimo soltanto un corridoio. Senza portare con sé alcuna responsabilità per il disordine che lasciano dietro di sé. Senza voltarsi indietro. Senza chiedersi se qualcuno sia rimasto lì, a raccogliere i pezzi di una fiducia che hanno calpestato senza accorgersene. Quanto vorrei imparare l’odio. Non per ferire. Per imparare il limite.

Per sapere dove finisce la misericordia e dove inizia l’abbandono di sé; dove il perdono è grandezza e dove si trasforma in un modo sofisticato per non accettare di essere stati feriti. Perché ci sono momenti in cui il perdono non è più un atto dell’anima, ma un modo per chiudere la ferita senza pulirla. Ma come si impara l’odio quando la propria anima non è stata costruita per portare armi? Come insegni alle mani a non tendersi più verso ciò che un tempo hanno abbracciato? Come convinci il cuore che non ogni persona che soffre debba essere salvata?

Lo chiedo, e la domanda non mi dà una risposta; mi apre un’altra stanza dentro me stessa. Può essere estirpata una tendenza dopo che è diventata carattere? Può essere staccata dall’essere quella parte che ti spinge a ripetere proprio ciò che hai giurato a te stessa che non avresti ripetuto? Oppure l’essere umano non guarisce uccidendo le proprie parti, ma portandole fino alla fine della comprensione, finché non abbiano più bisogno di dirigere la sua vita?

Forse le ferite non vogliono scomparire. Vogliono perdere la loro autorità. Forse ciò che chiamiamo “guarigione” non è lo sradicamento del passato, ma il cambiamento del rapporto con esso. Poter guardare un dolore senza obbedirgli più. Poter ricordare una persona, senza consegnarle di nuovo le chiavi della casa interiore. Poter sentire un impulso e non trasformarlo immediatamente in azione.

Perciò, forse non voglio imparare l’odio. Voglio imparare la distanza. Non quella distanza fredda che nasce dall’indifferenza, ma quello spazio sottile tra il sentimento e l’azione, dove l’essere umano per la prima volta conquista un secondo di libertà. Lì dove il cuore parla, ma non decide da solo. Lì dove la ragione ascolta, ma non prende in mano il martello. Lì dove il sentimento non viene soffocato e l’impulso non domina. Voglio imparare a restare lì.

In quel punto interiore in cui l’amore non è più perdita dei confini. Dove il perdono non è resa. Dove la bontà non richiede sacrificio di sé. Dove l’allontanamento non ha bisogno di essere chiamato odio, per essere giusto. Voglio imparare che posso allontanarmi da qualcuno senza dichiararlo nemico. Che posso non odiarti e comunque non permetterti di farmi tornare a essere ciò che non voglio essere. Che posso comprendere senza giustificare. Posso perdonare, senza riportarti nella mia vita. Posso amarti e, proprio per questo motivo, non perdere più me stessa amando.

Forse questo è ciò che non ho capito in tutti questi anni; il limite non è il muro che costruiamo contro gli altri. È la linea in cui finalmente iniziamo a non abbandonare noi stessi. E così, per la prima volta, voglio guardare me stessa senza un giudice. Non per perdonarla immediatamente. Né per punirla di meno, né per reinventarla da capo. Voglio solo conoscerla.

Vederla anche nei suoi errori, senza ridurla a essi. Ascoltarla anche nelle sue debolezze, senza trasformarle in colpa. Lasciarla respirare, senza chiederle conto di ogni battito. Perché forse la forma più alta di autodisciplina non è dominare se stessi, ma non avere più bisogno di dominarsi con la violenza.

E forse la forma più difficile della libertà non è diventare qualcun altro. È non essere più contro ciò che sei stato. Non spendere il resto della vita combattendo con la persona che sei sopravvissuto essendo. Sederti finalmente di fronte a te stesso, senza verbale, senza atto d’accusa, senza una condanna prestabilita, e capire che ciò che cercavi in tutti questi anni non era un’altra versione di te stesso. Era la pace con la versione che non sapevi amare.

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Cultura

Abbiamo imparato a essere ovunque, tranne che dentro noi stessi

C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.

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Letizia Bonelli

La solitudine nell’epoca dell’intelligenza artificiale e il diritto di restare umani

Redazione-  C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.
La triste verità è che sappiamo raggiungere tutti, ma sempre meno noi stessi. La tecnologia non è il nemico, sarebbe intellettualmente pigro sostenerlo, ha migliorato vite, abbattuto distanze, democratizzato conoscenze e creato possibilità che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrate fantascienza.
Il problema nasce quando uno strumento smette di essere soltanto uno strumento e comincia, lentamente, a modificare il nostro modo di percepirci, è qui che la questione diventa profondamente umana.
L’identità trasformata in rappresentazione, per secoli l’identità è stata qualcosa che si costruiva vivendo, oggi, sempre più spesso, viene costruita mentre viene mostrata. Non ci limitiamo più a essere, documentiamo il nostro essere. Fotografiamo un luogo prima ancora di guardarlo; rendiamo pubblica un’emozione mentre forse non abbiamo ancora avuto il tempo di comprenderla. Trasformiamo momenti privati in contenuti e quasi senza accorgercene, cominciamo a osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. È una rivoluzione antropologica prima ancora che tecnologica, perché quando l’approvazione diventa misurabile un numero di visualizzazioni, di reazioni, di follower esiste il rischio che anche il valore personale finisca per essere percepito come qualcosa di misurabile, ma la dignità umana non possiede un contatore. Un uomo non vale di più perché viene guardato da centomila persone e non vale di meno perché nessuno ha messo un “mi piace” alla sua giornata.
Sembra un’ovvietà, eppure abbiamo costruito un sistema economico gigantesco proprio sulla nostra necessità di essere visti. La memoria che non dimentica, c’è poi un’altra contraddizione, che conosco bene anche professionalmente,
l’essere umano dimentica, la rete, molto meno. Un errore compiuto a vent’anni può ricomparire a quaranta. Una fotografia, una vicenda giudiziaria, una frase infelice, un articolo, un’accusa, persino un fatto ormai superato possono continuare a definire digitalmente una persona anni dopo, ed è qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una materia per giuristi. Diventa una domanda sulla civiltà, abbiamo diritto a cambiare? E, soprattutto, abbiamo diritto a non essere identificati per tutta la vita con ciò che siamo stati in un determinato momento?
Una società incapace di dimenticare rischia di diventare anche una società incapace di perdonare, non significa cancellare la storia né manipolare la verità. Significa riconoscere una cosa molto più semplice: la verità di una persona non può essere ridotta a una pagina indicizzata da un motore di ricerca. Noi siamo anche ciò che abbiamo fatto dopo. Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, gli errori che abbiamo compreso, le persone che siamo riusciti a diventare.
Tempus fugit, dicevano i latini.
Nel mondo digitale, invece, il tempo passa, ma spesso le tracce restano immobili.
Ed è forse una delle grandi questioni etiche che dovremo affrontare nei prossimi anni.
La generazione che deve essere vista, penso soprattutto ai ragazzi, non perché siano più fragili delle generazioni precedenti, ma perché stanno affrontando qualcosa che nessuna generazione precedente ha dovuto affrontare nelle stesse dimensioni. Devono diventare adulti mentre vengono osservati, scoprire il proprio corpo mentre il corpo è continuamente confrontato con altri corpi, devono comprendere chi sono mentre qualcuno suggerisce loro, attraverso un algoritmo, chi dovrebbero essere e devono persino imparare a sbagliare sapendo che uno sbaglio può essere fotografato, registrato, condiviso e conservato.
Noi potevamo avere un’adolescenza sbagliata,
loro rischiano di avere un’adolescenza archiviata,
la differenza è enorme.
Per questo educare oggi non può significare semplicemente limitare uno smartphone.
Bisogna insegnare qualcosa di molto più difficile: la capacità di non dipendere dallo sguardo degli altri per sapere chi siamo.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e siamo entrati in una fase ancora più complessa.
Una macchina oggi può scrivere, tradurre, elaborare immagini, imitare una voce, suggerire decisioni, conversare,
domani farà molto di più,
mon credo abbia senso averne paura. Credo invece sia necessario avere coscienza del confine, perché la domanda decisiva non è fino a che punto diventerà intelligente una macchina. La domanda è quanto resteremo umani noi.
Se deleghiamo la memoria, la scrittura, la scelta, la creatività e persino la compagnia, dovremo essere ancora più gelosi di ciò che non può essere delegato: il giudizio, la responsabilità, l’empatia, il dubbio, soprattutto il dubbio.
Una macchina può fornire una risposta in pochi secondi,
ma alcune delle domande più importanti della vita hanno avuto bisogno di anni per trovare una risposta e
qualche volta non l’hanno trovata affatto,anche questo è essere umani. Il lusso del silenzio, forse per questo, proprio nei giorni in cui milioni di persone partono, fotografano, raccontano e pubblicano, dovremmo riscoprire un piccolo gesto rivoluzionario, non mostrare tutto, conservare qualcosa, un tramonto che non diventi una storia, una cena senza fotografie, una persona ascoltata senza guardare lo schermo, un dolore che non abbia bisogno di diventare pubblico per essere vero.
Una felicità che non debba essere dimostrata a nessuno,
non è nostalgia del passato
è difesa dell’intimità e l’intimità, nel mondo della sovraesposizione, rischia di diventare uno degli ultimi territori autenticamente liberi.
Hannah Arendt ci ha insegnato quanto sia fondamentale distinguere ciò che appartiene allo spazio pubblico da ciò che deve poter restare privato.
Oggi quel confine è diventato sottilissimo, sta a noi ridisegnarlo perché possiamo costruire algoritmi straordinari, città intelligenti, realtà artificiali e macchine capaci di parlare come noi. Ma nessuna innovazione potrà stabilire quanto vale una persona.
Nessun motore di ricerca potrà contenere interamente una vita.
Nessun algoritmo dovrebbe avere l’ultima parola sulla nostra identità.
Il futuro tecnologico arriverà comunque, ed è giusto che arrivi.
La vera sfida sarà un’altra,
fare in modo che, mentre costruiamo macchine sempre più simili all’uomo, l’uomo non finisca per diventare sempre più simile a una macchina;
perché forse il progresso più difficile non sarà andare più veloci. Sarà ricordarci, ogni tanto, dove stavamo andando.

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