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Esteri

Il vero motivo dello scontro Italia-Spagna: l’incubo jihadista e il segreto inconfessabile di Ceuta e Melilla

Il segreto inconfessabile dietro lo scontro tra Italia e Spagna: ecco perché Roma ha blindato le frontiere. 🛂 🇪🇸 Da decenni studiosi e intelligence avvertono: le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla sono storici “hub” per il terrorismo islamico (basti pensare che da qui venivano i terroristi delle stragi di Parigi, Bruxelles e Ramblas). Eppure, dopo l’invasione di 80mila irregolari di luglio, il governo di Madrid continua a negare l’evidenza, mentre jihadisti già espulsi si mischiano alla folla per infiltrarsi in Europa sfruttando il business dei migranti. Leggi l’inchiesta completa che svela i veri rischi per la nostra sicurezza. 👇 🚨

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Assalto migranti a Ceuta, Spagna

Roma / Madrid – C’è un convitato di pietra nel fragoroso scontro diplomatico che sta infiammando l’estate europea, spaccando a metà il Mediterraneo e mettendo in crisi la tenuta stessa del Trattato di Schengen. Mentre l’opinione pubblica si divide sulle file agli aeroporti e sui botta e risposta tra i governi di Roma e Madrid, c’è una parola che i vertici politici iberici, e gran parte della sinistra europea, sembrano ostinarsi a voler cancellare dal vocabolario ufficiale: terrorismo. Per comprendere appieno la gravità della decisione italiana di sospendere i controlli alle frontiere con la Spagna, non basta fermarsi alle immagini dei barchini e all’invasione senza precedenti di decine di migliaia di irregolari. Bisogna scavare più a fondo, guardare le mappe del Nord Africa e pronunciare due nomi che, da decenni, fanno tremare i polsi all’intelligence di mezzo mondo: Ceuta e Melilla.

Le enclavi del terrore: cosa dicono davvero gli studiosi

L’allarme non è nato ieri. Non è un’invenzione politica dell’ultima ora per giustificare una stretta sui confini, né un abbaglio securitario del governo italiano. Da anni, infatti, fior fior di studiosi, accademici ed esperti di geopolitica lanciano avvertimenti drammatici: le due exclavi spagnole in territorio marocchino sono da tempo dei veri e propri hub, crocevia strategici per il terrorismo di matrice islamica. Esistono innumerevoli e inconfutabili studi a sostegno di questa allarmante tesi.

Già nel lontano 2015, uno studio pionieristico firmato da Luis De La Corte, significativamente intitolato “Enclavi jihadiste? Uno studio sulla presenza e il rischio estremisti a Ceuta e Melilla”, scoperchiava il vaso di Pandora. E i numeri, freddi e spietati, non ammettono repliche. Secondo i dati forniti dal prestigiosissimo Istituto Reale El Cano (ripresi e rilanciati anche dai media francesi nel 2017), il 48,9% dei detenuti condannati in Spagna per attività legate allo Stato Islamico dal 2013 in poi risultava essere nato a Ceuta, e un ulteriore 22,1% proveniva da Melilla. Ma il dettaglio che gela il sangue è un altro: la maggior parte dei sanguinari autori delle stragi di Parigi (2015), di Bruxelles (2016) e dell’attentato sulle Ramblas in Catalogna (agosto 2017) aveva radici o legami operativi inconfutabili con questi specifici territori.

L’assalto di luglio e i fantasmi del passato: la ragione dell’Italia

È proprio in questo pesantissimo contesto storico e sociale che va inquadrata e compresa la reazione dell’Italia. L’invasione incontrollata di Ceuta avvenuta il 30 luglio scorso non è stata una semplice “emergenza umanitaria”, ma una colossale falla nel sistema di sicurezza dell’intera Unione Europea. Parliamo di decine di migliaia di soggetti ignoti, assiepati ai confini, che non sono stati minimamente schedati né controllati durante il caos dell’assalto. Migliaia di questi individui sono ancora oggi all’interno del territorio di Ceuta, rendendo il controllo del territorio una vera e propria missione impossibile per le stesse autorità spagnole.

Non è un caso, né una coincidenza sfortunata, che nei boschi limitrofi alla città autonoma siano state rinvenute armi nascoste, né che tra la folla siano stati individuati e fermati soggetti in passato già espulsi dalla stessa Spagna per “radicalizzazione jihadista”. Nei rapporti confidenziali finiti sui tavoli del governo, viene messo nero su bianco un sospetto gravissimo: Ceuta, per la sua conformazione e la sua storia, funge ancora oggi da centro di radicalizzazione e reclutamento, con decine di miliziani partiti negli scorsi anni per combattere nelle rovine della Siria e dell’Iraq.

La strategia della “negazione” spagnola e lo spostamento verso l’Europa

A fronte di questa mole schiacciante di indizi, prove e relazioni d’intelligence, la reazione del governo di Madrid guidato da Pedro Sanchez ha dell’incredibile: negare. Negare tutto, su tutta la linea. Si nega l’allarme jihadista nonostante gli arresti mirati, si nega l’esistenza di un travaso di clandestini da Ceuta alla penisola iberica, nonostante le spiagge siano testimoni di quotidiani viavai di gommoni, moto d’acqua e lance veloci. Una cecità politica che l’Italia ha deciso, legittimamente, di non poter più assecondare.

«La negazione è un tratto ben noto e ricorrente tra gran parte dell’establishment politico di sinistra europeo», ha commentato con asprezza lo studioso ed esperto di terrorismo internazionale Giovanni Giacalone. «Vale la pena ricordare che per anni, anche in Italia, diversi politici sostenevano ciecamente che ‘i terroristi non arrivano sui barconi via mare’, per poi essere drammaticamente smentiti dai fatti e dal sangue. È un dato di fatto incontrovertibile che i flussi migratori irregolari rappresentano una minaccia reale non solo in relazione alla criminalità ordinaria, ma anche al terrorismo jihadista. Il governo italiano aveva quindi pienamente ragione a sospendere immediatamente Schengen con la Spagna».

Il business del terrore: il contrabbando di uomini finanzia la jihad

A chiudere il cerchio su questa intricata e pericolosa rete c’è un rapporto dettagliato elaborato dal Cross-Border Conflict Evidence, Policy and Trends. Il documento evidenzia come i grandi gruppi armati non statali che insanguinano l’Africa – dai miliziani di Boko Haram in Nigeria ai gruppi jihadisti nel Sahel e in Mali, fino alle fazioni libiche – si finanzino e traggano immensi benefici logistici proprio dal traffico e dal contrabbando di migranti verso l’Europa.

In questo scenario, varcare il confine di Ceuta rappresenta la chiave di volta, il passaggio fondamentale. E la tattica è sempre la stessa: infiltrare i miliziani più giovani, magari sfruttando le maglie larghe delle politiche europee per l’accoglienza dei “minori non accompagnati”. Dimostrare in fretta che un ventenne radicalizzato abbia in realtà meno di 18 anni è un’impresa titanica per chiunque, e nel frattempo, da Ceuta, i sospetti vengono trasferiti nella penisola iberica, da cui far perdere le proprie tracce verso il resto d’Europa diventa un gioco da ragazzi. Checché ne dicano Madrid e i difensori del “liberi tutti”, la sicurezza nazionale non è un concetto su cui si può giocare d’azzardo.

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Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

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Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

Redazione- In Afghanistan, la pressione sull’abbigliamento e sull’aspetto personale non riguarda più soltanto le donne, ma coinvolge anche gli uomini. Quando una persona rischia lo stipendio, il lavoro o la propria posizione a causa della barba, del cappello, del turbante o del modo in cui si veste, non si parla più semplicemente di abbigliamento: si parla di dignità, libertà personale e rispetto dell’essere umano.

Mentre molte famiglie affrontano povertà, disoccupazione, difficoltà economiche e il peso della vita quotidiana, molti lavoratori sono costretti a vivere con una nuova paura: perdere il proprio sostentamento non per mancanza di capacità o impegno, ma per non corrispondere a un modello esteriore imposto.

Una società non cresce controllando l’aspetto delle persone. Un Paese si costruisce con istruzione, lavoro, competenza, giustizia, salute e rispetto per ogni individuo. Quando l’attenzione si concentra sull’apparenza invece che sui problemi reali della gente, le sofferenze aumentano e le vere necessità rimangono senza risposta.

Per anni le donne afghane hanno vissuto restrizioni e pressioni sulla loro libertà personale; oggi anche molti uomini sentono il peso di regole che entrano nella loro vita privata. La paura e l’obbligo non possono sostituire la fiducia e il rispetto.

Il dolore più grande è vedere persone che cercano solo di lavorare, mantenere le proprie famiglie e vivere con dignità, costrette a preoccuparsi non solo del pane quotidiano, ma anche di come apparire per non essere punite.

La dignità umana non si misura dalla lunghezza della barba o dal tipo di vestito. Una nazione diventa forte quando protegge la dignità dei suoi cittadini e permette loro di vivere con rispetto e sicurezza.

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Il nuovo patto militare che cambia il mondo. Sforzini avverte: “L’Italia non è periferia, torni a essere potenza del Mediterraneo”

Il nuovo patto d’acciaio tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan cambia per sempre gli equilibri mondiali. 🌍 🛡️ Luca Sforzini (Centro Studi Rinascimento Nazionale) lancia una lucidissima e spietata analisi geopolitica: “Queste rotte decidono la nostra economia e i costi delle nostre fabbriche. L’Italia smetta di sentirsi l’ultima ruota del carro europeo e torni a comportarsi da vera potenza al centro del Mediterraneo. E Israele non si tocca”. Leggi l’approfondimento completo su come questo accordo cambierà le sorti del mondo. 👇 🇮🇹

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Bandiere della Turchia, Arabia Saudita, Pakistan

Roma – Il mondo sta cambiando a una velocità vertiginosa e le vecchie mappe del potere globale, disegnate nel dopoguerra, si stanno sgretolando sotto il peso di nuove e inaspettate alleanze. L’orologio della storia corre veloce e chi resta fermo rischia di essere schiacciato. Proprio per questo motivo, il dibattito politico italiano non può più limitarsi alle piccole beghe di palazzo o alle polemiche da talk show. A lanciare un sasso nello stagno del torpore istituzionale è Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che ha appena pubblicato una densa e lucida analisi geopolitica incentrata sul clamoroso accordo di difesa comune sottoscritto il 7 agosto scorso da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Un asse inedito, potente e destinato a ridisegnare per sempre gli equilibri del cosiddetto “Mediterraneo allargato” e dell’intero Occidente.

Il patto a tre: un “Articolo 5” in salsa mediorientale

L’accordo siglato tra Riyadh, Ankara e Islamabad non è un semplice trattato commerciale, ma un vero e proprio patto di ferro militare. Introduce infatti un principio di difesa collettiva estremamente vincolante: un attacco armato contro uno dei tre Paesi firmatari viene considerato, in automatico, un attacco contro tutti. È un meccanismo di mutuo soccorso che lo stesso ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha accostato tecnicamente e politicamente al celeberrimo “Articolo 5” della NATO. Ci troviamo di fronte all’unione di tre colossi profondamente diversi ma strategicamente complementari: la sterminata potenza economica ed energetica saudita, l’avanzatissima capacità militare e industriale turca e il cruciale peso strategico (oltre che nucleare) pachistano.

«Abbiamo voluto dedicare a questo passaggio epocale un’analisi specifica», spiega con forza Luca Sforzini, «perché riteniamo che la politica italiana debba urgentemente tornare ad occuparsi sul serio di geopolitica. Dobbiamo liberarci una volta per tutte dalle vecchie lenti ideologiche e dalla tentazione infantile di considerare ogni mutamento internazionale come una semplice partita di calcio, in cui bisogna solo fare il tifo o fischiare. La domanda che poniamo è molto più concreta e vitale: questa nuova architettura di sicurezza può essere utile anche all’Italia e all’Occidente? La nostra risposta è sì, ma a condizioni molto precise».

Riscoprire la “potenza” per garantire la pace e la deterrenza

L’analisi del Centro Studi Rinascimento Nazionale scardina i tabù del pacifismo a oltranza e recupera una parola che il vocabolario politico europeo, troppo spesso in balia del politicamente corretto, ha progressivamente espulso: la potenza. Secondo Sforzini, infatti, «non tutto ciò che nasce fuori dai confini dell’Occidente nasce necessariamente contro di noi».

«La potenza non coincide affatto con l’aggressione, anzi. La storia e il sano realismo politico ci insegnano l’esatto contrario: quando esiste un equilibrio credibile delle forze in campo, il costo di una potenziale aggressione aumenta vertiginosamente e la guerra diventa semplicemente meno conveniente per tutti. È il principio stesso della deterrenza». Insomma, se le potenze regionali (come Turchia e Arabia Saudita) iniziano ad assumersi le proprie responsabilità in termini di sicurezza, gli Stati Uniti potrebbero finalmente esercitare una leadership globale meno affannosa e più strategica.

La “linea rossa” di Rinascimento Nazionale: Israele non si tocca

Se l’accordo può rappresentare un fattore di stabilizzazione (contrastando il terrorismo e l’estremismo islamico), esiste però un paletto invalicabile. Su questo, Sforzini non fa sconti e traccia una linea rossa inequivocabile: «Questa nuova architettura di sicurezza non dovrà e non potrà mai diventare un fronte anti-israeliano. Israele rimane per noi, e per tutto l’Occidente, un alleato strategico imprescindibile. Qualsiasi nuovo equilibrio regionale che voglia definirsi realmente stabile e duraturo dovrà, prima o poi, essere capace di integrare al suo interno la sicurezza di Israele, e non certo di minacciarla. Gli Accordi di Abramo ci hanno già dimostrato che l’impossibile può diventare possibile quando cambiano gli interessi in gioco».

L’impatto sulle nostre case: l’Italia al centro del Mediterraneo

Ma perché un accordo tra sauditi e pachistani dovrebbe interessare a un operaio di Torino o a un commerciante di Bari? La risposta del Centro Studi è tanto semplice quanto spietata: «Gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso, il Canale di Suez… non sono luoghi esotici o lontani che interessano soltanto ai diplomatici in giacca e cravatta o ai generali. Sono le vere arterie pulsanti dell’economia italiana. Da quelle rotte marittime dipendono la nostra energia, i nostri commerci, i nostri approvvigionamenti e i costi industriali delle nostre aziende. In breve, da lì dipende la nostra prosperità quotidiana. La geopolitica entra prepotentemente nelle fabbriche e nelle case degli italiani molto prima di quanto i nostri politici sembrino accorgersene».

L’appello finale di Sforzini è una scossa per l’orgoglio nazionale: «Abbiamo una posizione geografica straordinaria, eppure troppo spesso ragioniamo col complesso d’inferiorità, come se fossimo una sbiadita provincia periferica dell’Europa continentale. Dobbiamo capovolgere questa prospettiva perdente: l’Italia non è l’estrema periferia meridionale dell’Europa. L’Italia è il cuore pulsante e il centro geografico del Mediterraneo. E deve cominciare a comportarsi, politicamente, di conseguenza. Vogliamo un’Italia e un Occidente forti, non Paesi perennemente incapaci di assumersi responsabilità senza prima attendere istruzioni da qualcun altro».

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Spagna, scatta la rappresaglia e l’Europa trema. Turisti divisi agli arrivi: “Italiani da una parte, interrogati dalla Polizia”

L’incubo di Schengen è realtà. Da mezzanotte i turisti in arrivo dall’Italia in Spagna sono finiti sotto la lente della Polizia ✈️ 🇪🇸 “Siamo stati divisi in due file, gli italiani da una parte. Chi non aveva documenti spagnoli è stato portato in una stanza”, raccontano sgomenti i primi viaggiatori. Caos totale per i controlli a campione. E mentre l’Europa scende in campo implorando di “ritrovare la fiducia”, migliaia di vacanze rischiano di iniziare nel peggiore dei modi. Leggi l’articolo per tutti i dettagli e gli aggiornamenti in tempo reale! 🛂 👇

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Controllo documenti turisti italiani in Spagna

Madrid / Bruxelles – L’incubo è diventato realtà. Quella che fino a ieri sembrava soltanto una pericolosa minaccia diplomatica lanciata dai palazzi della politica spagnola, da questa notte si è trasformata in un caos tangibile, vissuto sulla pelle di migliaia di viaggiatori inconsapevoli. Dalla mezzanotte di oggi, infatti, il governo di Pedro Sánchez ha dato ufficialmente il via alla sua “rappresaglia” contro l’Italia: sono scattati i controlli a tappeto, seppur a campione, per tutti i passeggeri provenienti dal nostro Paese. Una mossa che di fatto congela temporaneamente il trattato di Schengen, riportando l’orologio della storia europea indietro di decenni e gettando nel panico chi si stava apprestando a godersi le meritate vacanze estive.

Storie di ordinario caos: “Italiani da una parte, spagnoli dall’altra”

L’atmosfera che si respira in queste ore convulse nei principali scali iberici ha un sapore amaro e surreale. Gli aeroporti maggiormente colpiti dalla stretta, a causa dell’altissimo volume di traffico turistico agostano proveniente dall’Italia, sono i nodi nevralgici della movida e del relax: Madrid, Barcellona, Malaga, Siviglia, Valencia, Alicante, Palma e Ibiza. A questi si aggiungono i grandi porti del Mediterraneo che accolgono quotidianamente le navi da crociera cariche di italiani. La Polizia Nazionale spagnola ha ricevuto ordini chiari: verificare identità, nazionalità e, per i cittadini extra-Ue, scartabellare visti e permessi di soggiorno.

I racconti dei primi italiani sbarcati in terra iberica, raccolti dai media locali come El Pais, restituiscono l’immagine di un’Europa improvvisamente ostile. Giovanni, un turista partito stamattina da Roma Fiumicino e diretto all’aeroporto El Prat di Barcellona, non nasconde il suo fastidio per un’accoglienza decisamente inaspettata: «All’arrivo, appena scesi, la polizia ci ha letteralmente divisi in due gruppi. Hanno chiesto i documenti in modo specifico agli italiani. Spero vivamente che questa situazione assurda finisca al più presto», ha ammesso sventolando il suo documento. Una selezione all’ingresso che lascia l’amaro in bocca a chi pensava di viaggiare liberamente in terra “amica”.

Interrogatori lampo e stanze separate: l’amarezza di chi viaggia

Ancora più surreale è la testimonianza di Jorge Villoslada, cittadino spagnolo, ma proveniente anche lui da Roma. «È successa una cosa molto strana, che non avevo mai visto», racconta. «All’arrivo, la Polizia ci ha fermati e ci ha chiesto in modo diretto cosa ci facessimo in Spagna. Io ho mostrato loro la mia carta d’identità spagnola e mi hanno lasciato andare quasi subito. Ma chi non aveva documenti iberici è stato prelevato e portato in una stanza separata per essere identificato con più calma». Fonti della polizia hanno cercato di gettare acqua sul fuoco, spiegando che l’Italia è considerata un “punto critico” e che l’obiettivo primario è scovare i passeggeri sospettati di provenire da fuori dell’Ue, ma i disagi e il senso di umiliazione per i viaggiatori restano altissimi.

Il fattore casualità: da Bologna a Barcellona senza intoppi

In questo clima di tensione, a regnare è però anche la più totale imprevedibilità. I controlli, infatti, vengono applicati “a campione”. Così, mentre i voli da Roma sembrano essere sotto la lente d’ingrandimento delle autorità di frontiera catalane, altre tratte procedono lisce come l’olio. È il caso di Lidia, partita da Modena e imbarcatasi a Bologna. «Quando siamo arrivati all’aeroporto di El Prat, ci aspettavamo il peggio, ma non abbiamo incontrato nessun controllo», confessa sollevata. Dello stesso avviso Nicoletta, partita da Torino: «Siamo arrivate con i documenti stretti in mano per evitare problemi, pronte a mostrare tutto, ma nessuno ci ha fermate o ci ha chiesto nulla». Una lotteria delle frontiere che non fa altro che aumentare lo stato d’ansia per chi è in partenza dall’Italia in queste ore.

Scende in campo l’Europa: l’appello alla “fiducia” del commissario Brunner

Di fronte all’escalation di questa “guerra fredda” mediterranea, i vertici dell’Unione Europea non potevano più restare a guardare. Nelle ultime ore, a scendere pesantemente in campo per cercare di placare gli animi è stato il Commissario Ue agli Affari Interni, Magnus Brunner. Con un intervento mirato sui social (sulla piattaforma X), Brunner ha assunto il delicato ruolo di paciere tra Roma e Madrid.

«Oggi ho avuto contatti diretti con i ministri dell’Interno spagnolo e italiano», ha dichiarato Brunner, cercando di rassicurare l’opinione pubblica europea. «Entrambi mi hanno confermato che i controlli alle frontiere interne sono rigidamente temporanei. Ho sottolineato a entrambi i progressi compiuti dall’Ue nella lotta all’immigrazione clandestina, ma soprattutto ho ricordato loro che la fiducia reciproca tra gli Stati membri resta la nostra risorsa più preziosa».

Un richiamo forte all’unità, che speriamo serva a far rientrare l’allarme prima del 7 settembre, data ultima (teorica) del blocco spagnolo. Fino ad allora, ai turisti italiani non resta che stringere i denti, preparare i documenti prima di scendere dall’aereo e sperare di non finire “nella fila sbagliata”.

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