Ambiente
GROTTE DI STIFFE: SCOPERTO IL RHINOLOPHUS EURYALE TRA I 350 PIPISTRELLI PRESENTI, PUBBLICATO L’IMPORTANTE STUDIO SU SPECIE VULNERABILE E RARA IN ABRUZZO
L’ARTICOLO DAL GRANDE VALORE NATURALISTICO E CONSERVAZIONISTICO SCRIVE UN NUOVO CAPITOLO PER IL SITO DALL’INESTIMABILE PATRIMONIO GEOLOGICO
L’AUTORE VALERI, STUDENTE DI BIOLOGIA AMBIENTALE UNIVAQ: “COLONIA NUMEROSA È NOTIZIA RILEVANTE, FONDAMENTALE MONITORAGGIO AMBIENTALE”; PROFESSOR LUNGHI: “CONOSCENZA ARMA MIGLIORE PER PROTEGGERE BIODIVERSITÀ”; DIRETTORE ATC CASULLI: “ORGOGLIOSI, LAVOREREMO ANCORA CON MAGGIORE RESPONSABILITÀ A TUTELA DEL NOSTRO ECOSISTEMA”
Redazione- Dalle Grotte di Stiffe arriva una scoperta di grande valore naturalistico e conservazionistico: nel cuore del sito dall’inestimabile patrimonio geologico, popolato da circa 350 pipistrelli, è stata accertata la presenza di numerosi individui di Rhinolophus euryale e, secondo le stime, la colonia locale è in gran parte composta proprio da questa specie.
A rivelarlo un importante studio che porta la firma di Andrea Valeri, 24 anni, studente magistrale di Biologia Ambientale all’Università dell’Aquila, pubblicato in un articolo sulla rivista scientifica Check List – The Journal of Biodiversity Data, nell’ambito di un progetto sulla chirotterofauna guidato dal professor Enrico Lunghi, del Dipartimento di Medicina Clinica, Sanità Pubblica, Scienze della Vita e dell’Ambiente Univaq.
Si apre così un nuovo capitolo per l’affascinante complesso di grotte, che si trova nel Parco regionale Sirente Velino e nelle vicinanze del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, gestito dall’Azienda Territorio e Cultura in qualità di Ente strumentale del Comune di San Demetrio ne’ Vestini (L’Aquila), al quinto posto tra le grotte in Italia per numero di presenze, con un fatturato di quasi 900.000 euro nel 2025 quando hanno accolto oltre 67.000 visitatori.
“In Abruzzo si trovano circa 24 specie di pipistrelli, anche se è difficile fornire numeri precisi – spiega Valeri – Nelle Grotte di Stiffe ne contiamo almeno 4, dal miniottero comune, o Miniopterus schreibersii, ai vari rinolofidi, tra cui il nostro Rhinolophus euryale, anche detto ferro di cavallo per via della caratteristica foglia nasale che, altra rilevante particolarità, consente loro di emettere ultrasuoni a differenza di altre specie che utilizzano la bocca”.
La presenza di Rhinolophus euryale nella nostra regione è stata scarsamente documentata, con un solo avvistamento certo negli ultimi decenni (2005), contribuendo a considerarla rara. L’ipotesi è che tale rarità sia probabilmente apparente e attribuibile alla mancanza di monitoraggi mirati, piuttosto che a una reale assenza.
A tal proposito, osserva Valeri: “ciò che vogliamo sottolineare con lo studio, che poi è un po’ la base della mia tesi, è l’importanza dei monitoraggi ambientali, perché è grazie a questi che riusciamo a scoprire la presenza di determinate specie e, come in questo caso, incappare in belle sorprese, per questo è fondamentale l’osservazione sistematica nel tempo”.
“Inoltre, considerato che R. euryale è classificato come specie vulnerabile in Italia, la presenza di una colonia numerosa nelle Grotte di Stiffe conferisce al sito un rilevante valore conservazionistico a livello regionale – evidenzia ancora Valeri – Non abbiamo un riscontro reale rispetto al loro numero nel nostro Paese ma si ipotizza che le popolazioni diminuiscano a causa dell’impatto dell’uomo, soprattutto per la perdita degli habitat, perché queste sono specie che vivono tipicamente dentro alle grotte e vanno a cacciare in ambienti prettamente boschivi, dove è presente macchia mediterranea. Attraverso fattori di rischio come l’agricoltura intensiva, l’utilizzo di sostanze chimiche come pesticidi, fertilizzanti e altre tipologie di pressioni, questa specie è sempre meno rintracciabile. Quindi aver trovato un luogo, un ‘riparo’ come quello di Stiffe è una notizia di grande rilievo, ancora di più nella nostra regione dove la presenza non era segnalata”.
Aggiunge il professor Lunghi: “La conoscenza è la nostra arma migliore per proteggere la biodiversità. Questo studio rappresenta il nostro primo passo per salvaguardare questa specie nel nostro territorio e l’importanza di proseguire le attività di monitoraggio e tutela, sottolineando più in generale la necessità di approfondire la conoscenza della chirotterofauna in Abruzzo”.
Una rivelazione che si inserisce nel lungo percorso di valorizzazione del sito naturalistico, sempre più presente tra le destinazioni turistiche speleologiche italiane grazie ad una mirata promozione nei più prestigiosi palcoscenici nazionali ed internazionali, come l’ultimo di Bolzano, in occasione della Fiera del Tempo Libero 2026, dal 16 al 19 aprile, e ancora prima a Bmt-Borsa Mediterranea del Turismo di Napoli, alla Bit- Borsa Internazionale del Turismo di Milano e a Btm-Business Tourism Management di Bari.
Per Victor Casulli, direttore dell’ATC, l’Azienda Territorio e Cultura: “È emozionante sapere che una specie così rara e vulnerabile abbia scelto come ‘casa’ le nostre Grotte di Stiffe. Si tratta di una scoperta che ci riempie di orgoglio e ci spinge ad agire con ancora maggiore responsabilità a tutela del nostro patrimonio naturalistico e della biodiversità del nostro territorio”.
Attualità
Caccia, tre italiani su quattro chiedono più limiti o l’abolizione: il sondaggio che divide il Paese
🦌 Tre italiani su quattro chiedono di limitare drasticamente o abolire la caccia. Il sondaggio Piepoli per Fondazione Capellino fotografa un Paese sempre più lontano dal mondo delle doppiette e contrario all’allargamento delle attività venatorie. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#Caccia #Sondaggio #Animali #Ambiente
Redazione- La caccia continua a perdere consenso in Italia e oggi, secondo un sondaggio commissionato dalla Fondazione Capellino all’Istituto Piepoli, quasi tre italiani su quattro ritengono che l’attività venatoria debba essere limitata drasticamente o addirittura abolita. È il dato politico e culturale più netto che emerge dall’indagine, che fotografa un Paese sempre meno vicino al mondo delle doppiette e sempre più sensibile ai temi della tutela animale, della biodiversità e della sicurezza nei territori.
I numeri delineano un orientamento molto chiaro. Per circa un italiano su tre, la caccia dovrebbe essere consentita solo in situazioni di emergenza, come il contenimento di specie invasive o di popolazioni animali considerate eccessive. Un ulteriore 14% ritiene che l’attività venatoria debba essere ridotta progressivamente fino a scomparire, mentre un italiano su quattro si dichiara favorevole all’abolizione completa. Sul fronte opposto, il 23% del campione pensa che la caccia debba rimanere regolamentata come oggi, mentre appena il 6% ne chiede un incentivo.
Un mondo sempre più ristretto e invecchiato
Il sondaggio conferma una tendenza che da anni attraversa il panorama venatorio italiano. Se negli anni Ottanta i cacciatori attivi erano quasi due milioni, oggi vengono stimati tra 600mila e 700mila, con una base composta in larga maggioranza da uomini e con un’età media sempre più alta. Molti appartengono infatti alla fascia degli over 60, mentre la distribuzione geografica continua a concentrarsi soprattutto in regioni come Toscana, Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia.
Questa trasformazione demografica racconta molto più di un semplice calo numerico. Segnala un cambiamento profondo nel rapporto tra società italiana, mondo rurale, tempo libero e sensibilità ambientale. La figura del cacciatore, un tempo più radicata nell’immaginario collettivo e nella vita delle campagne, appare oggi molto meno rappresentativa del sentire comune, soprattutto nelle generazioni più giovani e nei contesti urbani.
Il nodo della riforma e il timore per le specie protette
A rendere ancora più netto il fronte dei contrari è il dibattito attorno alla riforma della normativa venatoria. L’ipotesi che la caccia possa essere estesa anche a specie finora protette, come il lupo, ha contribuito ad aumentare la diffidenza dell’opinione pubblica. Secondo l’indagine, il 71% degli italiani guarda con disprezzo alla possibilità che alcune specie animali protette possano diventare bersaglio dei cacciatori. Solo il 4% si dice favorevole a una caccia senza limiti, mentre il restante 25% accetterebbe deroghe alle tutele solo in circostanze eccezionali, ad esempio in presenza di sovraffollamento o di danni rilevanti ad agricoltura e allevamento.
La percezione, dunque, è che l’attività venatoria non possa essere allargata senza conseguenze sul piano etico e ambientale. Ed è proprio questo uno dei punti più divisivi del confronto pubblico: da una parte chi parla di gestione faunistica e contenimento, dall’altra chi teme un arretramento nella protezione della fauna selvatica.
Aree protette, visori notturni e sicurezza: i motivi del no
Un altro dato significativo riguarda il grado di conoscenza della riforma. Un italiano su due afferma di essersi informato almeno in parte sul nuovo impianto normativo, mentre il 10% dice di averlo fatto in modo dettagliato. Una volta conosciuti i contenuti della proposta, però, il consenso cala sensibilmente: solo il 24% la considera necessaria, mentre il 76% si dichiara contrario.
Le ragioni del rifiuto sono legate soprattutto a quattro aspetti: tutela degli animali, protezione della biodiversità, sicurezza dei cittadini e promozione di un turismo naturalistico alternativo. Tra gli elementi che generano maggiore preoccupazione c’è la possibilità di estendere l’attività venatoria nelle aree naturali protette, nei boschi demaniali e nelle foreste, oltre all’uso di strumenti ottici e visori notturni. Per una parte ampia dell’opinione pubblica, si tratta di un confine che non dovrebbe essere superato.
Cresce anche la disponibilità a mobilitarsi
Il sondaggio segnala inoltre una disponibilità molto alta alla mobilitazione civile. Il 77% degli italiani si dice pronto a firmare una petizione per fermare o abolire la caccia. Un dato che trova un primo riscontro nella raccolta firme lanciata dal Wwf, già arrivata a oltre 223mila adesioni. Anche questo elemento racconta un cambiamento importante: il tema non resta confinato agli addetti ai lavori o alle associazioni di settore, ma entra sempre più nel dibattito pubblico come questione culturale, ambientale e politica.
A più di trent’anni dalla legge quadro che regola l’attività venatoria, il confronto sulla caccia torna quindi al centro con una novità evidente: la maggioranza del Paese non sembra più identificarsi con il modello delle doppiette come tradizione da difendere. E se una riforma della normativa può apparire inevitabile per ragioni tecniche e gestionali, il clima sociale che emerge da questa indagine suggerisce che qualsiasi intervento dovrà fare i conti con un’opinione pubblica sempre più distante dal mondo venatorio.
Ambiente
Il futuro del Parco Sirente Velino passa per la valorizzazione delle eccellenze locali e del turismo esperienziale
🌲 Il Parco Sirente Velino punta tutto sulla qualità e sull’innovazione per rilanciare le sue eccellenze. Scopri i dettagli del nuovo progetto per le filiere agroalimentari e il turismo esperienziale.
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#SirenteVelino #SviluppoTerritoriale #Agroalimentare #Abruzzo
Redazione- Il territorio del Parco regionale Sirente Velino si prepara a una svolta strategica per il proprio futuro. Recentemente, presso la sala conferenze del Comune di Avezzano, è stato presentato il documento di analisi che getta le basi per il progetto “Sapori e Benessere del Velino Sirente”. Si tratta di uno studio approfondito, basato sulla metodologia della “swot territoriale”, finalizzato a mappare le risorse del comprensorio per avviare una valorizzazione strutturata delle filiere agroalimentari e dell’offerta turistica legata al benessere.
L’iniziativa, fortemente voluta dall’ente Parco guidato dal presidente Francesco D’Amore, ha ottenuto il sostegno del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, sotto l’egida del sottosegretario Luigi D’Eramo. L’esecuzione tecnica è stata affidata al Distretto Biologico Decumano Maximo d’Abruzzo, con il supporto della società Agrilogos di Todi e l’analisi sul campo curata dalla Bio verde Abruzzo di Chieti.
Una radiografia del territorio per superare le criticità
Il cuore dell’analisi presentata risiede nell’individuazione dei fattori che definiscono l’identità del Sirente Velino. Tra i punti di forza spiccano la qualità ambientale, l’integrità del patrimonio naturale e culturale, nonché la presenza di produzioni agroalimentari identificabili come eccellenze locali, tra le quali spiccano le filiere del miele e del tartufo. Tuttavia, lo studio non si limita a celebrare le risorse esistenti. Il documento evidenzia con chiarezza le sfide che le comunità locali devono affrontare: la frammentazione dell’offerta, la difficoltà di accesso ai mercati internazionali, il fenomeno dello spopolamento e la necessità impellente di potenziare i canali di commercializzazione.
Il presidente D’Amore ha sottolineato la natura partecipata dell’intero percorso, che punta a costruire un modello di sviluppo basato su basi scientifiche. L’obiettivo è integrare le potenzialità della natura con il turismo esperienziale, promuovendo un benessere che sia sostenibile e capace di coinvolgere attivamente le nuove generazioni. Il progetto non si ferma alla teoria, ma prevede azioni concrete come lo sviluppo di laboratori di trasformazione, l’adozione di innovazioni tecnologiche per la vendita dei prodotti e la creazione di pacchetti turistici integrati che mettano in rete gusto e ambiente.
Le prossime tappe tra formazione e monitoraggio
La presentazione di questa analisi rappresenta soltanto l’incipit di un piano d’azione pluriennale. Nei prossimi mesi, il progetto entrerà nel vivo con una fase di validazione dei dati attraverso un censimento rigoroso delle risorse locali e un confronto costante con gli operatori del settore. Una collaborazione significativa è stata già avviata con l’Istituto Agrario “Arrigo Serpieri” di Pratola Peligna. Durante la prossima estate, gli studenti dell’istituto saranno impegnati in un percorso di alternanza scuola-lavoro dedicato al censimento degli operatori della tartuficoltura, fornendo un contributo fondamentale per la raccolta di informazioni precise e aggiornate.
Massimo Lucaroni, consulente esperto che coordina le procedure operative, ha chiarito la funzione del metodo applicato: “La swot analysis non è un insieme di decisioni già prese, ma una radiografia del territorio. Grazie a questo strumento possiamo orientare le risorse verso azioni mirate, evitando sprechi e focalizzando gli sforzi sulle reali necessità produttive”.
Il responsabile unico del progetto, il direttore del Parco Igino Chiuchiarelli, supervisionerà l’avanzamento dei lavori, garantendo che ogni passaggio sia in linea con gli obiettivi di sostenibilità. La sfida per il Parco Sirente Velino è ora quella di trasformare questo patrimonio di dati in una crescita economica concreta, trasformando la ricchezza naturale in un volano per la valorizzazione del territorio e per la sopravvivenza delle attività produttive montane. La sinergia tra istituzioni, mondo scolastico e imprese locali sarà, nei prossimi mesi, il termometro della riuscita di questa ambiziosa visione di sviluppo regionale.
Ambiente
Ambiente e transizione verde: l’approccio scientifico degli studenti dell’Istituto Alessandrini di Teramo
🌲 Gli studenti dell’Istituto Alessandrini di Teramo diventano ambasciatori della sostenibilità: dai laboratori dell’ARPA ai progetti di ripristino ambientale, ecco come il futuro si costruisce tra i banchi di scuola.
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#Teramo #Ambiente #Scuola #Sostenibilità
Redazione- Teramo, la sensibilità verso le tematiche ambientali trova terreno fertile tra i banchi di scuola, trasformandosi da semplice nozione teorica a impegno civile e scientifico. Si è concluso nei giorni scorsi il modulo di approfondimento dedicato all’ambiente e alla transizione verde, parte integrante del complesso progetto nazionale denominato “Non è solo sport”. Protagonisti indiscussi di questo percorso sono stati gli studenti e le studentesse della classe 2A dell’indirizzo Chimica dell’Istituto Tecnico Tecnologico “Alessandrini” di Teramo, che hanno vissuto un’esperienza di crescita collettiva sotto la guida attenta dei docenti Patrizia De Amicis, Nicola Olivieri e Francesco Verrocchio.
L’iniziativa non si è limitata alle aule scolastiche, ma ha portato i ragazzi a confrontarsi direttamente con le istituzioni e le realtà che presidiano la salute del territorio abruzzese. Il calendario del progetto ha previsto tappe di grande valore didattico, tra cui le visite tecniche ai laboratori dell’ARPA Abruzzo (Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente) nel distretto provinciale di Teramo. Qui, i giovani allievi hanno avuto modo di osservare le metodologie di analisi chimica e biologica impiegate per il monitoraggio costante delle matrici ambientali, acquisendo consapevolezza sulla precisione necessaria per preservare gli ecosistemi locali.
Un viaggio diretto tra natura e ripristino ambientale
Il percorso formativo si è spinto ben oltre la chimica analitica, espandendosi nell’osservazione diretta del patrimonio naturalistico regionale. La visita alla Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Calanchi di Atri ha permesso di analizzare una delle formazioni geologiche più tipiche del paesaggio teramano, offrendo spunti di riflessione critica sull’erosione e sulla protezione della biodiversità nel bacino mediterraneo.
Successivamente, il gruppo si è spostato a Pettorano sul Gizio, in provincia dell’Aquila, per un incontro con l’associazione Rewilding Apennines. Questa realtà è impegnata nel ripristino di habitat naturali e nella coesistenza pacifica tra le attività umane e la fauna selvatica. Per gli studenti dell’Alessandrini, questo confronto ha rappresentato un momento di sintesi tra il rigore della formazione scientifica e la visione etica della gestione del territorio. Comprendere come la tecnologia possa supportare il ripristino di ecosistemi degradati ha rappresentato il nodo centrale dell’intero modulo, permettendo ai ragazzi di collegare le nozioni apprese in classe con le sfide che le nuove generazioni dovranno affrontare nel prossimo decennio.
L’impegno sociale e la comunicazione del sapere
Il valore aggiunto di questo progetto risiede nel metodo di restituzione scelto dai partecipanti. L’apprendimento non si è concluso con una prova d’esame, ma attraverso la creazione di una serie di pannelli divulgativi ideati e realizzati direttamente dagli studenti. Questi manufatti grafici e testuali, pensati per sintetizzare le esperienze vissute, hanno lo scopo di trasformare il corridoio principale dell’Istituto in uno spazio di riflessione permanente. I pannelli raccontano la complessità dei processi naturali, le insidie della crisi climatica e le buone pratiche di sostenibilità che ognuno può adottare nel quotidiano.
Durante l’evento conclusivo, la dirigente scolastica Maria Letizia Fatigati, affiancata dalla collaboratrice vicaria Amalia Savini e dai docenti responsabili, ha sottolineato l’importanza di questo traguardo per la comunità scolastica. La soddisfazione espressa dalla dirigente tocca un punto nevralgico della gestione scolastica attuale: la capacità di trasformare i fondi nazionali, spesso legati a procedure burocratiche complesse, in risultati tangibili per la formazione degli studenti. La dirigente ha evidenziato come vedere il personale docente, amministrativo e gli alunni collaborare per produrre una rendicontazione sociale del percorso rappresenti il successo più alto dell’istituzione formativa, che va a valorizzare le eccellenze del territorio teramano.
L’attività si inserisce in un quadro più ampio di potenziamento delle competenze di cittadinanza attiva. Gli studenti dell’indirizzo Chimica, solitamente focalizzati sull’analisi tecnica dei materiali, hanno dimostrato in questo progetto una spiccata propensione per la comunicazione scientifica, imparando a veicolare concetti di transizione ecologica con un linguaggio accessibile ai propri coetanei. Questo esperimento dimostra come l’integrazione tra percorsi tecnici e attenzione ambientale sia la strada maestra per formare cittadini consapevoli, pronti a contribuire a un futuro dove scoperte scientifiche e rispetto dell’ecosistema camminano di pari passo. Il lavoro svolto all’Alessandrini resta una testimonianza di come la scuola possa farsi promotrice di un cambiamento culturale profondo, partendo dai bisogni locali per guardare con competenza alle emergenze globali.
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