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Tangentopoli, 30 anni dopo: a Quarta Repubblica il faccia a faccia tra Di Pietro, Sama e Cusani

Trent’anni dopo la tempesta di Mani Pulite, i protagonisti si ritrovano faccia a faccia: le accuse, le memorie e l’eredità di Tangentopoli stasera da Nicola Porro. Non mancate all’approfondimento di Quarta Repubblica, ore 21.30 su Rete 4.
#Tangentopoli #ManiPulite #QuartaRepubblica #StoriaItaliana

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Questa sera, alle 21.30 su Rete 4, il programma condotto da Nicola Porro riunisce i protagonisti della stagione che ha cambiato la storia politica italiana. Un confronto inedito tra l’ex magistrato Antonio Di Pietro e i volti del processo Enimont, Sergio Cusani e Carlo Sama, per rileggere l’eredità di Mani Pulite a tre decenni di distanza.

Redazione-  Sono passati oltre trent’anni da quando il sistema dei partiti della Prima Repubblica si sgretolò sotto il peso delle inchieste giudiziarie milanesi, ridefinendo in modo permanente il volto dell’Italia. Questa sera, lo studio di Quarta Repubblica si trasforma in un teatro di memoria storica e confronto serrato: Nicola Porro ospiterà Antonio Di Pietro, l’ex pubblico ministero simbolo del pool di Mani Pulite, insieme a due figure centrali di quegli anni, Sergio Cusani e Carlo Sama. L’appuntamento, in onda in prima serata, promette di non essere soltanto una rievocazione nostalgica, ma un tentativo di tracciare un bilancio di quella stagione che ha segnato uno spartiacque tra il vecchio e il nuovo corso della nazione.

Il ritorno del pool e degli imputati

La presenza in studio di Antonio Di Pietro riporta al centro del dibattito la figura del magistrato che, con la sua inconfondibile parlata e la tenacia investigativa, divenne l’eroe mediatico di una riscossa popolare contro la corruzione sistematica. Dall’altra parte del tavolo, seduti come testimoni e protagonisti di una stagione di processi mediatici e giudiziari, ci saranno Sergio Cusani e Carlo Sama.

Cusani, consulente finanziario, è passato alla storia come l’imputato unico del processo Enimont, quello che più di ogni altro ha rappresentato il legame perverso tra politica e grande industria. Le sue udienze, trasmesse in diretta televisiva, furono le prime a trasformare l’aula di tribunale in un evento di massa, segnando l’inizio dell’era in cui la giustizia è diventata materia di dibattito pubblico quotidiano. Al suo fianco, Carlo Sama, braccio destro di Raul Gardini e figura chiave nelle strategie di potere del gruppo Ferruzzi-Montedison. La sua testimonianza offre un punto di vista interno su come venivano gestiti i rapporti tra le grandi holding e le segreterie dei partiti, un meccanismo di finanziamento illecito che è stato la linfa della vita pubblica italiana per decenni.

Una ferita ancora aperta

L’incontro di questa sera si inserisce in un dibattito mai del tutto sopito: è stata Mani Pulite una rivoluzione democratica o l’inizio di una deriva che ha svuotato la politica di contenuti, consegnandola a una fragilità cronica? La domanda aleggia ancora nelle aule parlamentari e nelle piazze. Per molti, il 1992 resta l’anno della fine dell’impunità; per altri, l’inizio di un declino in cui l’azione giudiziaria ha finito per sostituirsi al confronto politico, lasciando un vuoto di rappresentanza che il Paese fatica a colmare ancora oggi.

Il confronto condotto da Nicola Porro cercherà di scavare oltre le cronache del tempo. Non si tratterà solo di ricostruire il passaggio di bustarelle o i nomi dei beneficiari dei conti esteri, ma di comprendere come gli attori di allora vedono oggi le conseguenze di quel terremoto. Di Pietro, che ha vissuto in prima linea l’ascesa e il declino del consenso attorno all’operato dei magistrati, si troverà a rispondere alle domande di chi, al contrario, ha subito sulla propria pelle la pressione di una giustizia diventata, in quel contesto, il principale attore politico.

La storia che si fa cronaca

L’evento di stasera su Rete 4 ha il valore di una testimonianza diretta, una rarità in un panorama televisivo dove la memoria storica viene spesso filtrata da ricostruzioni di terze parti. Vedere fianco a fianco, a distanza di trent’anni, l’accusa e la difesa del processo più importante della storia repubblicana offre uno spaccato unico della psicologia collettiva del tempo. Sarà interessante osservare non solo le risposte, ma anche le attitudini, i silenzi e le prospettive di chi ha vissuto in due mondi contrapposti: quello del Palazzo, con il suo sistema di potere ormai collassato, e quello delle Procure, che con la propria azione hanno accelerato il cambiamento.

Il Paese, che oggi si interroga su nuove forme di corruzione e su un sistema di giustizia ancora al centro di aspre polemiche, ha l’opportunità di guardare indietro per capire meglio il presente. La sfida di Quarta Repubblica sarà quella di bilanciare le prospettive, evitando di trasformare il racconto in agiografia o, al contrario, in una mera difesa d’ufficio, per restituire agli spettatori la complessità di una vicenda che, nel bene e nel male, definisce ancora oggi la nostra identità civile.

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Vertenza CallMat: i sindacati chiedono a TIM di blindare i volumi di lavoro a Matera

I sindacati ribadiscono l’ultimatum per il sito CallMat di Matera: senza il mantenimento dei volumi di lavoro, la riconversione aziendale rischia di fallire. #CallMat #Matera #Lavoro #Sindacati

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Redazione-  Le sigle sindacali SLC CGIL, FISTel CISL, UILFPC e UGL Telecomunicazioni hanno acceso i riflettori sulla vertenza CallMat durante l’ultimo Consiglio Comunale di Matera, ribadendo la necessità di mantenere invariati gli attuali volumi di attività affidati da TIM. La richiesta, definita prioritaria e non più rinviabile, mira a garantire la continuità occupazionale per centinaia di lavoratori, evitando che i progetti di riconversione e digitalizzazione restino solo promesse astratte in un settore, quello dei contact center, sempre più fragile.

Il dibattito istituzionale ha messo in luce diverse strade percorribili per il futuro del sito produttivo lucano, tra cui percorsi di riqualificazione professionale, investimenti in innovazione tecnologica e piani di digitalizzazione. Sebbene le rappresentanze sindacali guardino con interesse a tali ipotesi, è stato chiarito che nessun progetto di sviluppo può reggersi senza il consolidamento dei volumi di lavoro esistenti. Secondo i sindacati, la garanzia operativa fornita da TIM rappresenta l’unica condizione oggettiva in grado di tutelare i livelli occupazionali e dare respiro al territorio, permettendo al contempo di avviare un confronto serio con le istituzioni.

Il timore diffuso tra le sigle sindacali è che, in assenza di una clausola di salvaguardia sugli attuali carichi di lavoro, ogni tavolo di concertazione finisca per ridursi alla mera gestione degli esuberi. “Senza questa garanzia, qualsiasi confronto rischia di trasformarsi in una semplice conta dei tagli”, denunciano in una nota congiunta, sottolineando come la vertenza non riguardi solo la sopravvivenza di un’azienda, ma il tessuto produttivo e sociale dell’intera regione. Il settore dei contact center sta attraversando una fase di mutamento profondo, spinto dall’automazione e dall’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali. In questo scenario, i sindacati chiedono che la transizione venga guidata attraverso una programmazione condivisa, dove la responsabilità sociale d’impresa impedisca che i costi dell’innovazione ricadano esclusivamente sul personale.

L’appello è rivolto dunque in prima battuta a TIM, affinché confermi le commesse necessarie a mantenere inalterata l’operatività del centro, ma chiama in causa anche il Governo nazionale e la Regione Basilicata. Le istituzioni, sostengono i rappresentanti dei lavoratori, devono tradurre in atti concreti gli impegni assunti in passato, monitorando lo stato di avanzamento dei progetti di riconversione annunciati.

Solo preservando oggi il diritto al lavoro sarà possibile costruire un percorso di lungo periodo. Le organizzazioni sindacali, supportate dalla RSU CallMat, hanno già annunciato di voler mantenere alta la soglia di attenzione, confermando la mobilitazione a difesa della dignità dei dipendenti. La sfida per Matera è duplice: da un lato, integrare le nuove tecnologie per restare competitivi; dall’altro, evitare che il progresso tecnologico diventi sinonimo di desertificazione occupazionale in un’area che ha già pagato prezzi elevati in termini di trasformazioni industriali. La palla passa ora alle istituzioni e ai vertici aziendali, chiamati a fornire risposte certe in tempi brevi.

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CRISI CALLMAT MATERA, SCATTA IL CONTO ALLA ROVESCIA PER IL TAVOLO AL MINISTERO: I SINDACATI CHIEDONO STOP ALLE SPECULAZIONI

Massima allerta per la crisi CallMat di Matera: il 10 giugno confronto decisivo al Ministero. I sindacati chiedono stop alle polemiche e soluzioni concrete per tutelare centinaia di lavoratori.
#Matera #Basilicata #Lavoro #CallMat #CrisiOccupazionale

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Redazione-  Il futuro delle centinaia di lavoratori della CallMat di Matera approda a un passaggio decisivo: lunedì 10 giugno le organizzazioni sindacali incontreranno i rappresentanti della Regione Basilicata e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). L’obiettivo del confronto è individuare soluzioni concrete per una delle crisi occupazionali più complesse del territorio lucano, che mette a rischio la stabilità economica di moltissime famiglie. Alla vigilia dell’appuntamento, le sigle SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni hanno lanciato un appello alla responsabilità, chiedendo di isolare le polemiche politiche per concentrarsi esclusivamente sulla salvaguardia dei posti di lavoro.

Una vertenza che parte da lontano

La situazione della CallMat non è un’emergenza improvvisa, ma il risultato di un percorso iniziato nel 2016. Da quasi un decennio, i sindacati seguono passo dopo passo l’evolversi della società lucana, affrontando tavoli istituzionali, ammortizzatori sociali e difficili mediazioni aziendali. In questo lungo lasso di tempo, l’impegno delle rappresentanze dei lavoratori è stato costante, mirato a garantire i diritti e la dignità di un bacino occupazionale che rappresenta un pilastro per l’economia di Matera e della sua provincia.

Le segreterie regionali sottolineano come quella intrapresa sia una battaglia di resistenza e di proposta, lontana dalle logiche della visibilità immediata. La complessità della vertenza richiede una conoscenza approfondita delle dinamiche del settore delle telecomunicazioni, spesso soggetto a repentine variazioni di volumi e commesse che mettono in fragilità i siti produttivi periferici.

Il richiamo alla responsabilità istituzionale

Negli ultimi giorni, il clima attorno alla vicenda si è surriscaldato. I sindacati denunciano il rischio che la sofferenza dei lavoratori possa essere utilizzata come terreno di scontro elettorale o come passerella per raccogliere consenso. Le sigle SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni hanno espresso fermezza contro quello che definiscono un tentativo di delegittimazione del lavoro svolto finora.

Secondo le parti sociali, alimentare accuse infondate o diffondere messaggi allarmistici alla vigilia di un incontro ministeriale è un atto irresponsabile che non produce alcun beneficio per chi rischia il licenziamento. Al contrario, tale atteggiamento rischia di indebolire la posizione dei lavoratori proprio nel momento in cui sarebbe necessaria una compattezza assoluta del fronte territoriale. La richiesta che parte da Matera verso Roma è chiara: servono interventi strutturali e risposte certe, non slogan o attacchi personali che distolgono l’attenzione dai problemi reali.

Il ruolo della politica e il rischio dell’oblio

Un punto centrale sollevato dalle organizzazioni sindacali riguarda il rapporto tra la politica e le crisi industriali. Troppo spesso, si legge nella nota congiunta, le istituzioni e i rappresentanti politici si accorgono delle vertenze soltanto nelle fasi più acute del conflitto, quando i riflettori dei media sono accesi. Il timore è che, una volta calata l’attenzione pubblica, l’interesse verso il destino dei dipendenti CallMat possa scemare, lasciando le famiglie nell’incertezza.

Il tavolo del 10 giugno rappresenta quindi un banco di prova non solo per l’azienda e il Ministero, ma anche per la capacità della politica locale di agire con spirito costruttivo. Le proposte concrete devono trovare spazio nelle sedi istituzionali preposte, evitando ricostruzioni fantasiose che servono solo a inquinare il dibattito. La difesa dell’occupazione richiede un percorso credibile e duraturo, basato su dati reali e su una programmazione che possa dare prospettive di lungo periodo al sito materano.

Verso l’incontro al MIMIT

L’attesa per l’esito del confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy è altissima. I sindacati hanno confermato che siederanno al tavolo con la determinazione di chi non ha mai arretrato nelle trattative. La priorità resta il mantenimento dei livelli occupazionali e la garanzia della continuità operativa per CallMat.

In un contesto economico già segnato da diverse criticità regionali, la risoluzione della vertenza CallMat assume un valore simbolico per l’intero sistema industriale della Basilicata. La partecipazione della Regione Basilicata sarà altrettanto determinante: l’ente è chiamato a fare la propria parte mettendo in campo ogni strumento utile a supportare i lavoratori e a incentivare la permanenza dell’attività produttiva sul territorio.

Nelle prossime ore, la mobilitazione sindacale resterà attiva per informare costantemente i lavoratori sugli sviluppi della trattativa. La parola d’ordine resta “risultati”, una richiesta che non ammette ulteriori ritardi o distrazioni. Il futuro di centinaia di cittadini materani dipende dalla capacità di tutte le parti in causa di trasformare il tavolo di lunedì in un punto di svolta definitivo.

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GIORNALISTI AL VOTO, PLURALISMO E LIBERTÀ LANCIA LA “TERZA VIA” SINDACALE CONTRO CRISI E PRECARIATO

Pluralismo e Libertà lancia la sfida per il rinnovo del sindacato giornalisti: al centro della campagna la “terza via” contro precariato, crisi editoriale e le sfide dell’intelligenza artificiale.
#Giornalismo #Sindacato #FNSI #Lavoro #Roma

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Redazione-  La componente sindacale Pluralismo e Libertà ha dato il via ufficiale, il 6 giugno 2026 a Roma, a una nuova campagna di adesioni per proporre un’alternativa di governo all’interno degli organismi di categoria dei giornalisti. L’obiettivo dichiarato è la costruzione di una “terza via” professionale e pragmatica in vista delle elezioni per il rinnovo dei vertici di Stampa Romana e della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), previste per la fine dell’anno. In un panorama editoriale segnato da tagli occupazionali, retribuzioni minime per i lavoratori autonomi e un contratto nazionale fermo da oltre un decennio, il movimento punta a scardinare l’attuale gestione dei principali enti di tutela dei giornalisti, inclusi Casagit e Inpgi.

Una risposta alla crisi dell’editoria

La proposta di Pluralismo e Libertà nasce dalla necessità di rispondere a una crisi strutturale che vede centinaia di colleghi allontanati dalle redazioni e migliaia di precari costretti a operare in condizioni economiche al limite della sostenibilità. La critica verso la parte datoriale è netta: secondo la componente sindacale, gli editori starebbero evitando il confronto sull’equo compenso e, contemporaneamente, proponendo cifre irrisorie per il rinnovo del contratto nazionale. La strategia delle aziende, denunciano i rappresentanti della lista, sembra orientata a una progressiva destrutturazione del lavoro giornalistico, riducendone tutele e valore economico.

In questo quadro, la “terza via” si definisce come un modello sindacale lontano dalle contrapposizioni ideologiche del passato. L’approccio proposto si concentra sulla tutela dei diritti del singolo e sull’assistenza diretta agli iscritti attraverso vertenze mirate. Il gruppo rivendica il lavoro svolto negli ultimi otto anni in Stampa Romana con InfoFuturo, marcando però una netta distanza dalla gestione nazionale portata avanti dalle attuali coalizioni di maggioranza.

Verso le elezioni di fine anno

Il passaggio elettorale di fine 2026 rappresenta lo snodo per tradurre questa visione in una realtà di governo. Pluralismo e Libertà si candida alla guida del sindacato facendo appello a quell’area definita “non conformista” della categoria, ma anche a tutti i colleghi che ritengono ormai superato il modello attuale. La partecipazione, tuttavia, è legata a scadenze tecniche immediate: i promotori ricordano che mancano pochissimi giorni per iscriversi o rinnovare l’adesione all’Associazione Stampa Romana, passaggio indispensabile per poter esercitare il diritto di voto nelle prossime consultazioni.

La campagna di adesioni non è rivolta esclusivamente ai quadri sindacali, ma cerca di coinvolgere anche i non iscritti, proponendo uno spazio di dialogo per chi si sente orfano di rappresentanza in un mercato del lavoro in continua evoluzione.

I temi del confronto: dall’intelligenza artificiale ai nuovi contratti

Il progetto politico del gruppo troverà il suo momento di sintesi a settembre, durante la Conferenza programmatica di Pluralismo e Libertà. L’evento si propone come un tavolo di confronto aperto su temi che decideranno il futuro della professione. Al centro del dibattito non ci sarà solo il rinnovo del contratto nazionale scaduto, ma anche la tutela del lavoro autonomo, spesso dimenticato dalle trattative principali.

Un capitolo specifico sarà dedicato all’impatto dell’intelligenza artificiale nel settore dell’informazione. La sfida è garantire la tutela del diritto d’autore e la qualità del prodotto giornalistico in un’era di automazione spinta. Tra gli altri punti in agenda figurano la valorizzazione degli uffici stampa, settore che assorbe una fetta sempre più ampia di professionisti, e la necessaria riforma della democrazia interna al sindacato.

La richiesta di una riforma statutaria della FNSI

Una delle critiche più forti mosse da Pluralismo e Libertà riguarda l’attuale meccanismo elettorale e statutario della Federazione Nazionale della Stampa. Secondo i promotori della campagna, le regole attuali penalizzerebbero eccessivamente le associazioni regionali più grandi, come la Lombarda e la Romana. Pur rappresentando la maggioranza degli iscritti a livello nazionale, queste realtà non avrebbero un peso proporzionato nei processi decisionali. Il movimento chiede quindi una modifica dello Statuto FNSI per garantire un maggiore pluralismo e restituire centralità ai territori dove la crisi del settore e la trasformazione digitale pesano in modo più evidente.

Con l’apertura della campagna di adesioni e l’annuncio della conferenza di settembre, la corsa per la guida del sindacato entra nel vivo, delineando una stagione di scontri e proposte che promette di ridefinire gli equilibri della rappresentanza giornalistica in Italia.

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