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Attualità

Dalla solidarietà all’azione strutturale per garantire un’alimentazione adeguata e costruire comunità più inclusive

​Ci sono forme di povertà che rimangono invisibili. Non sempre si manifestano attraverso l’assenza totale di cibo: spesso entrano silenziosamente nella vita quotidiana, costringendo le persone a rinunciare alla qualità, alla varietà e alla libertà di scegliere ciò che mangiano. È questa una delle dimensioni più profonde della povertà alimentare, un tema centrale del dibattito internazionale e sempre più urgente anche in Italia. Intervista di Marialuisa Roscino

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Francesca Felici

Intervista a Francesca Felici, Ricercatrice dell’Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare, e riflessioni del Presidente del Rotary Club Fiumicino Portus Augusti Sergio Martuscelli

Roma-  ​Ci sono forme di povertà che rimangono invisibili. Non sempre si manifestano attraverso l’assenza totale di cibo: spesso entrano silenziosamente nella vita quotidiana, costringendo le persone a rinunciare alla qualità, alla varietà e alla libertà di scegliere ciò che mangiano. È questa una delle dimensioni più profonde della povertà alimentare, un tema centrale del dibattito internazionale e sempre più urgente anche in Italia.

​Per affrontare questa complessa realtà, abbiamo approfondito l’argomento con Francesca Felici, ricercatrice dell’Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare, esplorando le disuguaglianze all’origine dell’insicurezza alimentare e le strategie necessarie per garantire a tutti non soltanto il cibo, ma il pieno diritto a un’alimentazione adeguata.

​In questo percorso di riflessione si inserisce con forza la prospettiva del Presidente del Rotary Club Fiumicino Portus Augusti, Sergio Martuscelli, il quale sottolinea come l’impegno della comunità e del mondo rotariano debba andare oltre la mera risposta emergenziale. Per Martuscelli, “la vera sfida consiste nel trasformare la solidarietà immediata in una progettualità strutturata e sostenibile, capace di aggredire le cause profonde della vulnerabilità e di difendere la dignità della persona, affinché l’accesso a un’alimentazione sana non sia un privilegio ma un diritto concreto per tutti”.

​Dott.ssa Felici, spesso si pensa alla povertà alimentare semplicemente come alla mancanza di cibo. Qual è invece, la reale definizione e complessità di questo fenomeno, soprattutto in un Paese come l’Italia?

Per povertà alimentare si intende la difficoltà di accedere in modo stabile a un’alimentazione sufficiente, sana e adeguata ai propri bisogni. È una definizione apparentemente semplice che racchiude una realtà complessa, poiché non riguarda soltanto la quantità di cibo disponibile, ma la qualità degli alimenti, la possibilità di scegliere cosa mangiare e di mantenere una dieta compatibile con le esigenze nutrizionali, culturali e sociali di ciascuno. In un Paese come l’Italia, soffrire di povertà alimentare raramente significa non avere letteralmente nulla da mangiare; più spesso significa essere costretti a rinunciare alla qualità, alla varietà e all’adeguatezza nutrizionale della propria dieta. Significa acquistare gli alimenti meno costosi invece di quelli più sani, rinunciare a prodotti legati alle proprie abitudini culturali e, talvolta, non poter partecipare a uno dei gesti più semplici e profondi della vita sociale: condividere un pasto. Perché il cibo non è soltanto nutrimento: è cultura, identità, relazione e appartenenza.

 

​In che modo, il contesto territoriale e l’ambiente in cui si vive incidono sulla possibilità di nutrirsi in modo sano?

​La possibilità di accedere a un’alimentazione sana non dipende esclusivamente dal reddito, ma anche dal food environment, ovvero l’ambiente alimentare che circonda ciascuna persona. Quali negozi sono presenti? Quanto sono lontani? Quali prodotti offrono e a che prezzo? Nelle periferie poco servite, nei piccoli centri o nelle aree prive di collegamenti adeguati, l’accesso al cibo può diventare un problema fisico. In altri contesti il problema è diverso ma altrettanto grave: il cibo sano esiste ed è disponibile, ma risulta economicamente irraggiungibile. La povertà alimentare cambia volto da territorio a territorio, e per questo le risposte non possono essere identiche ovunque.

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L’Italia vanta una straordinaria rete di solidarietà e volontariato. Perché questo impegno, pur fondamentale, non basta più da solo?

​In Italia esiste una rete straordinaria di solidarietà fatta di associazioni, enti del Terzo settore, realtà religiose e mense che garantiscono un aiuto concreto a migliaia di famiglie, rappresentando un patrimonio umano di valore inestimabile, soprattutto nelle situazioni di emergenza. Tuttavia, dobbiamo chiederci se la sola distribuzione di cibo sia sufficiente per sconfiggere il problema. Questa modalità interviene sulle conseguenze della povertà senza modificarne le cause profonde, e gli alimenti distribuiti non sempre permettono di costruire una dieta equilibrata o adatta alle specifiche esigenze delle persone. C’è poi una forte dimensione di dignità: dover chiedere aiuto per mangiare può generare imbarazzo, stigma e perdita di autonomia. La solidarietà è indispensabile, ma la vera sfida è fare in modo che nessuno sia costretto a dipendere esclusivamente da essa.

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Quali soluzioni concrete propone il modello del food welfare per superare la logica della sola emergenza?

​Per affrontare realmente il problema dobbiamo intervenire sulle condizioni che generano vulnerabilità, considerando che reddito, lavoro, abitazione, servizi pubblici e welfare incidono direttamente sulla capacità di una famiglia di nutrirsi in modo adeguato. Il food welfare invita a considerare il cibo come una componente centrale delle politiche di protezione sociale. L’obiettivo non è distribuire pacchi alimentari, ma rendere il cibo sano e di qualità realmente accessibile a tutti attraverso mense scolastiche e pubbliche di eccellenza, sostegni economici mirati, politiche di contenimento dei prezzi, mercati di prossimità e servizi territoriali. Una società più giusta non è quella che interviene solo quando qualcuno cade, ma quella che costruisce le condizioni affinché sempre meno persone siano costrette a cadere.

 

​Che cosa significa, concretamente, promuovere il “diritto al cibo?

Significa compiere un cambiamento culturale profondo, superando l’idea che la possibilità di mangiare bene dipenda esclusivamente dalle risorse economiche individuali o dalla generosità altrui. Significa creare le condizioni affinché ogni persona possa accedere a un’alimentazione sufficiente, sana, culturalmente appropriata e dignitosa, rimuovendo gli ostacoli economici, sociali e territoriali che lo impediscono. In questa prospettiva, il cibo diventa una componente essenziale e irrinunciabile della dignità della persona.

 

​Quali attori chiama in causa questa sfida e che ruolo possono giocare realtà come il Rotary?

​La povertà alimentare non è un’emergenza isolata, ma una questione che tocca la salute, le disuguaglianze, l’inclusione e la libertà di scelta. Istituzioni, organizzazioni internazionali, Terzo settore, imprese e società civile sono chiamati a costruire nuove alleanze. Anche il mondo del Rotary, da sempre impegnato nel servizio alla comunità e nell’equità.

 

Il Punto di vista del presidente Rotary Club Fiumicino “Portus Augusti”, Sergio Martuscelli :”è necessario GUADARE AVANTI, dalla solidarietà alla costruzione di SOLUZIONI”.

 

La povertà alimentare – sottolinea il Presidente Martuscelli – non può essere considerata soltanto come un’emergenza alla quale rispondere distribuendo cibo. La solidarietà è indispensabile e rappresenta uno dei valori più alti dell’impegno umano e rotariano, ma dobbiamo avere anche la capacità di guardare oltre l’emergenza e interrogarci sulle cause che generano la vulnerabilità”. “Garantire l’accesso a un’alimentazione sana e adeguata significa difendere la dignità della persona. Significa riconoscere che il cibo non è soltanto nutrimento, ma salute, libertà di scelta, cultura, relazione e partecipazione alla vita della comunità”. Per il Presidente del Rotary Club Fiumicino Portus Augusti, la sfida deve essere quella di trasformare la solidarietà immediata in una progettualità sempre più

strutturata e sostenibile. “Il Rotary, grazie alla sua dimensione internazionale e alla straordinaria rete di competenze che rappresenta, può contribuire in modo significativo alla costruzione di nuove alleanze tra istituzioni, organizzazioni internazionali, mondo accademico,

Terzo settore, imprese e comunità locali”. “Dobbiamo lavorare – prosegue Sergio Martuscelli – affinché sempre meno persone siano costrette a scegliere tra il cibo e gli altri bisogni essenziali della vita. Dobbiamo contribuire a creare comunità nelle quali l’accesso a un’alimentazione sana e dignitosa non sia un privilegio, ma una possibilità concreta per tutti”. In questa prospettiva, la lotta alla povertà alimentare può rappresentare una delle nuove e importanti frontiere del servizio rotariano. “Il nostro impegno deve andare oltre il pur fondamentale aiuto immediato. Dobbiamo mettere in rete competenze, idee e risorse, promuovendo progetti capaci di prevenire le condizioni di vulnerabilità e di restituire alle persone autonomia e libertà di scelta”. La riflessione proposta da Francesca Felici rappresenta dunque, secondo il Presidente Martuscelli, un importante punto di partenza per un impegno più ampio e condiviso. “Servire significa anche questo: non limitarci a intervenire sulle conseguenze di un problema, ma impegnarci per comprenderne le cause e contribuire a costruire

soluzioni durature”.

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Esteri

Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze

“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

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Zelensky

Redazione-  “Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Attualità

L’Elefante di Peter Gomez su Rai 3, ospiti Aldo Cazzullo e Mario Capanna: confronto generazionale, politica e satira con Campi, Francini e Vergassola

Nuovo appuntamento con «L’Elefante» di Peter Gomez sabato sera su Rai 3: faccia a faccia tra Aldo Cazzullo e Mario Capanna, i reportage di Chiara Francini e l’ironia tagliente di Dario Vergassola 👇

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Gomez LElefante

Roma – La riflessione critica sulla complessità del presente, l’analisi senza filtri della scena politica e il recupero della memoria storica tornano a essere protagonisti nel fine settimana del servizio pubblico. Sabato 24 ottobre 2026, alle ore 20:15 su Rai 3 e in streaming su RaiPlay, va in onda una nuova e attesissima puntata de L’Elefante, il format di approfondimento culturale, sociale e d’inchiesta ideato e condotto dal giornalista Peter Gomez. Un appuntamento collocato strategicamente nell’access prime time della terza rete che intende scardinare le semplificazioni del dibattito mediatico odierno, offrendo agli spettatori uno spazio di confronto aperto, rigoroso e plurale su scala nazionale e sul territorio.

A fare da solido contrappunto intellettuale alle inchieste e ai temi sollevati da Gomez sarà come di consueto il politologo, saggista e docente universitario Alessandro Campi, compagno di viaggio fidato nel decifrare i mutamenti istituzionali, le fratture ideologiche e le dinamiche sotterranee che agitano la società italiana contemporanea.

Il faccia a faccia: la memoria di Aldo Cazzullo e l’eredità ribelle di Mario Capanna

Il piatto forte della serata sarà rappresentato dall’intenso dialogo incrociato che vedrà attorno al tavolo due protagonisti di primo piano della cultura e della testimonianza civile: Aldo Cazzullo e Mario Capanna. Da un lato la firma di punta e vicedirettore del Corriere della Sera, scrittore capace di scalare costantemente le classifiche editoriali raccontando l’identità profonda dell’Italia, le radici cristiane dell’Occidente e le ferite mai del tutto rimarginate del Novecento; dall’altro il leader storico del movimento studentesco milanese del Sessantotto, saggista e testimone lucido di una stagione che cambiò per sempre i costumi, la politica e le relazioni sociali nel nostro Paese.

Il confronto tra Cazzullo e Capanna offrirà una rilettura di straordinaria attualità sui grandi nodi irrisolti del Paese: dal rinnovato dibattito civile e generazionale che oggi vede le nuove generazioni scendere in piazza tra proteste scolastiche e ansie per la precarietà lavorativa, fino al distacco sempre più marcato tra cittadini e rappresentanza partitica. Un viaggio ideale tra passato e presente per comprendere se l’anelito alla disobbedienza e alla giustizia sociale di mezzo secolo fa possa ancora parlare alle inquietudini dei giovani del ventunesimo secolo.

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SAGGISTICA & STORIA

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Lo sguardo di Chiara Francini sui territori e l’ironia dissacrante di Dario Vergassola

Uno degli elementi distintivi de L’Elefante è la sua capacità di non restare rinchiuso nel perimetro rassicurante dello studio televisivo romano, ma di viaggiare attraverso le pieghe della provincia italiana. In questo percorso gioca un ruolo cruciale la partecipazione di Chiara Francini, attrice e scrittrice poliedrica che con i suoi reportage filmati porta sullo schermo testimonianze autentiche, ritratti inediti e storie di comunità che lottano per preservare le proprie tradizioni o per superare ataviche disuguaglianze. Il suo sguardo curioso, empatico e disincantato regala uno spaccato antropologico prezioso per decifrare le reali priorità dei territori lontano dai palazzi del potere.

A spezzare la liturgia dei talk show tradizionali ci penseranno le immancabili incursioni di Dario Vergassola. Il comico e cantautore ligure, con la sua proverbiale verve sarcastica e il talento nell’assestare domande pungenti sotto l’apparente ingenuità della battuta, metterà alla prova gli ospiti della puntata, smontando ipocrisie e conformismi della classe dirigente con il sorriso disarmante della satira d’autore.

La scommessa di Rai 3: informazione rigorosa e pluralismo nell’access prime time

Con la conduzione asciutta e investigativa di Peter Gomez, L’Elefante si conferma un presidio irrinunciabile per una televisione pubblica che intende fare servizio alla collettività. Nel panorama dell’access prime time del sabato, troppo spesso dominato dall’intrattenimento leggero o da dibattiti urlati e polarizzanti, la trasmissione di Rai 3 sceglie la strada della profondità, del tempo dedicato all’ascolto e della dialettica argomentata.

Il confronto tra voci così autorevoli e distanti come quelle di Aldo Cazzullo, Mario Capanna e Alessandro Campi — arricchito dal tocco cinematografico di Chiara Francini e dalla vivacità di Dario Vergassola — dimostra come sia ancora possibile fare cultura televisiva divulgativa senza abdicare al rigore dell’inchiesta, regalando ai telespettatori gli strumenti conoscitivi indispensabili per comprendere le sfide storiche del nostro tempo.

Riproduzione riservata – Cavaliere News

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Economia

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi 👇

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Impiegata

Milano – I grafici e le statistiche ufficiali descrivono un mercato del lavoro italiano apparentemente effervescente, con tassi di occupazione che toccano vertici storici mai raggiunti in passato. Eppure, fuori dai palazzi della macroeconomia, la percezione reale delle famiglie racconta una verità diametralmente opposta: per milioni di cittadini avere un impiego stabile non rappresenta più il passaporto per il benessere economico, né tantomeno una garanzia di emancipazione sociale e serenità finanziaria. Dietro la crescita esponenziale del numero degli occupati si cela infatti un’inquietante anomalia strutturale: gli stipendi reali continuano a perdere terreno rispetto al costo della vita, trasformando il lavoro in un mero strumento di sussistenza anziché di arricchimento.

Il fenomeno investe ogni categoria professionale e tocca da vicino le famiglie in ogni singolo territorio del Paese, dove la distanza tra il dato statistico e la reale capacità di spesa quotidiana genera un senso diffuso di frustrazione e precarietà esistenziale.

Il paradosso italiano: record di occupati ma potere d’acquisto in caduta libera

A certificare la spaccatura sono le stesse rilevazioni previsionali diffuse dall’Istat. Sebbene l’occupazione sia attesa crescere a un ritmo superiore rispetto al Prodotto Interno Lordo, sul fronte delle buste paga si è consumata una vera e propria emorragia. A settembre 2025, le retribuzioni contrattuali reali risultavano ancora dell’8,8% inferiori rispetto ai livelli di gennaio 2021. In parole povere: nonostante l’ondata inflazionistica degli ultimi anni e il rincaro vertiginoso di beni di prima necessità, energia, affitti e mutui, gli stipendi sono rimasti sostanzialmente congelati, erodendo drammaticamente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.

Ci troviamo così di fronte al paradosso dei cosiddetti “working poor”, persone che lavorano regolarmente quaranta ore a settimana ma che a fine mese faticano a far quadrare i conti o a far fronte a una spesa medica imprevista. L’ascensore sociale – quel meccanismo che nel secondo dopoguerra garantiva ai figli di raggiungere una condizione economica migliore rispetto a quella dei genitori – sembra essersi definitivamente bloccato, lasciando spazio a una diffusa sensazione di immobilità.

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L’analisi degli esperti: «Il conteggio dei posti non basta, serve qualità»

A fotografare con precisione chirurgica le cause di questa frattura è Carola Adami, CEO di Adami & Associati, primaria realtà nazionale attiva nella ricerca e selezione del personale qualificato: «Il numero puro degli occupati è certamente un indicatore importante, ma da solo non basta più a descrivere la salute economica del Paese. Se lo stipendio non tiene il passo con il costo della vita, la crescita numerica dell’occupazione rischia di non tradursi in sicurezza. Oggi è indispensabile guardare insieme a tre fattori: quantità, qualità e prospettive di carriera».

Il problema investe anche la struttura stessa dei contratti e la stagnazione professionale. Molti lavoratori si trovano intrappolati in mansioni a basso valore aggiunto o con scarse possibilità di avanzamento, al punto che per ottenere un ritocco salariale significativo l’unica via d’uscita rimane il cosiddetto job hopping, ovvero il cambio continuo di azienda. Questa dinamica si riflette pesantemente sul tessuto imprenditoriale: quando il divario tra responsabilità richieste e compenso economico diventa incolmabile, aumentano le dimissioni volontarie, si allungano i tempi per coprire posizioni strategiche e le aziende faticano a trattenere i propri migliori talenti.

Oltre la busta paga: welfare, flessibilità e la sfida per il futuro

Per uscire da questo vicolo cieco, il mondo delle imprese è chiamato a una profonda revisione dei propri modelli organizzativi. La sola remunerazione economica, per quanto primaria, non è più sufficiente a garantire la fedeltà aziendale. Le nuove generazioni di lavoratori valutano l’offerta professionale nel suo complesso, ponendo in cima alle proprie priorità la qualità della leadership, la flessibilità oraria, lo smart working, la formazione continua e il rispetto dell’equilibrio tra vita privata e attività lavorativa.

«Le organizzazioni non possono competere per i talenti limitandosi a rilanciare sullo stipendio all’ultimo minuto, quando il dipendente ha già deciso di andarsene», ammonisce ancora Carola Adami. «Occorre costruire un progetto professionale coerente, credibile e trasparente, nel quale competenze, responsabilità e riconoscimento economico camminino di pari passo». La vera sfida per l’Italia non sarà dunque soltanto contare quanti contratti vengono firmati nei prossimi mesi, ma restituire al lavoro la sua originaria promessa costituzionale: essere il motore primo della prosperità e del miglioramento concreto della vita delle persone.

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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