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GERUSALEMME TRASFORMATA IN GHETTO: ESCALATION SENZA PRECEDENTI DI AGGRESSIONI CONTRO I CRISTIANI

Attacchi sistematici alle comunità cristiane e ai luoghi di culto. Il Custode di Terra Santa Pizzaballa lancia l’allarme al fianco del Vaticano: «La situazione sta sfuggendo di mano»

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GERUSALEMME TRASFORMATA IN GHETTO: ESCALATION SENZA PRECEDENTI DI AGGRESSIONI CONTRO I CRISTIANI

Redazione-  Gerusalemme è diventata una polveriera. Il clima nella Città Santa si è fatto progressivamente irrespirabile per le comunità cristiane, che da mesi subiscono una sequela di aggressioni sempre più violente e coordinate. Statue di Cristo e della Madonna prese a martellate, blitz violenti all’interno di chiese e monasteri, azioni punitive organizzate, scritte blasfeme sui muri dei luoghi di culto. Un crescendo di intolleranza che ha raggiunto livelli mai visti prima, al punto da costringere il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, a intervenire pubblicamente insieme al Vaticano per chiedere con forza a Israele di fermare quella che ormai appare come una vera e propria persecuzione sistematica.

Un’ondata di violenze senza precedenti

Le testimonianze che emergono dalla Terra Santa dipingono un quadro drammatico. Negli ultimi mesi, i luoghi di culto cristiani della città vecchia di Gerusalemme e delle aree circostanti sono stati oggetto di attentati premeditati che hanno lasciato segni profondi, sia fisici che spirituali. Statue secolari, rappresentazioni sacre della tradizione cristiana, sono state distrutte con brutalità iconoclasta, mentre ingressi di chiese storiche sono stati presi d’assalto da gruppi organizzati che non hanno esitato a usare la violenza fisica contro i fedeli presenti.

Le scritte rinvenute sui muri esterni di chiese, monasteri e conventi contengono messaggi di odio religioso che non lasciano spazio ad alcuna ambig interpretazione. Si tratta di epigrafi volutamente blasfeme, realizzate non come atti vandalici isolati ma come messaggi intimidatori tesi a cacciare definitivamente i cristiani da luoghi che abitano da secoli. La metodologia degli attacchi, la loro ripetitività e la loro escalation progressiva suggeriscono l’esistenza di una strategia coordinata, non di improvvisazioni casuali.

La voce del Custode di Terra Santa

Padre Pierbattista Pizzaballa, figura centrale per l’identità e la sicurezza delle comunità cristiane in Terra Santa, ha assunto nelle ultime settimane un ruolo di primo piano nel denunciare questa situazione insostenibile. Insieme alle più alte gerarchie ecclesiastiche, il Custode ha trasmesso al governo israeliano e alla comunità internazionale un messaggio inequivocabile: la tolleranza zero verso le violenze anti cristiane deve tradursi in azioni concrete e immediate.

Le parole di Pizzaballa, pronunciate durante le sue apparizioni pubbliche e nei comunicati ufficiali, riflettono un’angoscia profonda ma anche una determinazione incrollabile nel non arrendersi di fronte all’intolleranza. Il Custode ha sottolineato come i cristiani di Gerusalemme non siano ospiti temporanei nella città, ma custodi millenari di una presenza che risale alle origini stesse del cristianesimo. Cacciarli via significherebbe strappare una pagina irrinunciabile della storia religiosa dell’umanità.

La posizione del Vaticano

La Santa Sede, attraverso la Segreteria di Stato e i canali diplomatici ufficiali, ha fatto propria la causa delle comunità cristiane perseguite in Terra Santa. Gli avvertimenti espressi dalla diplomazia Vaticana verso le autorità israeliane sono stati formulati con una chiarezza che non ammette equivoci: la protezione dei luoghi di culto e delle minoranze religiose rappresenta un obbligo internazionale e morale che non può essere eluso né mitigato con promesse vaghe.

Il Vaticano ha altresì sottolineato come la situazione attuale non configuri semplicemente una serie di incidenti isolati, ma una minaccia esistenziale per la presenza cristiana in uno dei luoghi più sacri per la fede. L’escalation descritta dai vescovi e dai religiosi sul campo evoca drammaticamente le pagine più oscure della storia, quando i ghetti e le persecuzioni sistematiche privavano le comunità di ogni diritto e dignità.

Un ghetto moderno?

L’espressione utilizzata da diversi leader religiosi e osservatori internazionali non è casuale né retorica. Gerusalemme, nelle sue dinamiche attuali, starebbe assumendo caratteristiche che ricordano tristemente le condizioni imposte nei secoli passati alle comunità minoritarie rinchiuse in spazi circoscritti e sottoposte a regimi di discriminazione crescente. Le restrizioni alla libertà di movimento, le aggressioni impunite, l’incapacità delle autorità di garantire una protezione efficace contribuiscono a creare un clima di assedio permanente.

I cristiani di Gerusalemme, che rappresentano una minoranza già vulnerabile all’interno di una popolazione complessa, si trovano oggi a fronteggiare una duplice minaccia: da un lato le violenze fisiche e materiali, dall’altro un progressivo isolamento che nega loro la possibilità di vivere serenamente la propria fede nei luoghi stessi dove essa è nata. La comunità internazionale, chiamata in causa dal Vaticano e dai patriarchi delle Chiese orientali, non può voltare lo sguardo dall’altra parte di fronte a una crisi che minaccia uno dei pilastri fondamentali del pluralismo religioso in Medio Oriente.

L’appello alla comunità internazionale

Mentre le chiese di Gerusalemme rafforzano le misure di sicurezza e i fedeli si organizzano per proteggere i propri luoghi di culto, l’appello che sale dalla Terra Santa è rivolto a tutti gli attori della comunità internazionale. La tutela dei luoghi santi e delle minoranze religiose non può essere considerata una questione secondaria o interna, ma costituisce un imperativo morale e giuridico che impegna l’intera umanità. Le radici cristiane di Gerusalemme appartengono alla storia di tutta la civiltà, e la loro cancellazione rappresenterebbe una perdita inestimabile per il patrimonio spirituale dell’umanità.

Il futuro dei cristiani nella Terra Santa si decide oggi, nelle strade della Città Vecchia e nei corridoi dei palazzi del potere. La speranza è che la voce corale di chi chiede giustizia e protezione possa trovare ascolto prima che sia troppo tardi, prima che Gerusalemme perda definitivamente quella pluralità religiosa che ne costituisce l’essenza profonda e irrinunciabile.

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I miliardi per le bombe, il rincaro della vita e le vittime di militari e civili: il Pentagono sotto torchio al Senato per la guerra in Iran

“Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.

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Pentagono U.S.A.

Redazione-  Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.

Altri senatori democratici hanno interrogato Caine e Hegseth mettendo in dubbio gli obiettivi non ancora raggiunti e le sparate sulle fantastiche vittorie americane. In particolare, il senatore Jon Ossoff della Georgia ha fatto notare le incongruenze nelle parole di Hegseth. Citando affermazioni fatte dal Ministro della Difesa, Ossoff ha tentato di ottenere risposte affermative o negative sulla “distruzione” delle forze militari iraniane dichiarata 14 giorni dopo l’inizio del conflitto. Hegseth ha cercato di districarsi tentando di spiegare le dichiarazioni spropositate che spesso gli escono dalla bocca. Poi, di fronte alle insistenze dei senatori democratici, li ha accusati di non voler sostenere le truppe americane perché soffrono della “sindrome da deragliamento di Trump” (Trump Derangement Syndrome), espressione che il presidente Usa usa spesso per attaccare i suoi nemici.

Pressato dalle domande, Hegseth ha comunque chiarito che la guerra in Iran è costata fino a questo momento 37,5 miliardi di dollari. Il generale Caine è stato anch’esso pressato su quale potrebbe essere il costo finale, senza però fornire risposte precise, poiché non è possibile stimarlo al momento, considerando che gli iraniani continuano a mantenere risorse militari. Nelle domande a Hegseth e Caine, tutti i senatori hanno mostrato rispetto per il secondo, mentre per il primo anche i senatori repubblicani hanno espresso dubbi. In particolare, il senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, è rimasto deluso dalle risposte poco “chiare” di Hegseth.

Il costo della guerra citato da Hegseth si riferisce solo alle spese del governo statunitense. Né i senatori democratici né quelli repubblicani hanno però fatto notare che la guerra ha causato altre spese ai cittadini americani con il rincaro del petrolio. Stime dell’agenzia Moody’s hanno stabilito che i costi totali per l’americano medio, causati dagli aumenti per trasporti, cibo e prestiti, hanno raggiunto una media di 1.100 dollari. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve è stata costretta a mantenere i tassi di interesse elevati. La guerra ha causato un aumento delle spese anche per i cittadini del resto del mondo. Secondo le stime del Global Peace Index e della World Bank, c’è stata una riduzione della produttività economica compresa tra 1.300 e 2.200 miliardi di dollari per il 2026. Se lo Stretto di Hormuz continuerà ad essere chiuso, la cifra potrebbe aumentare fino a 3.500 miliardi di dollari. Inoltre, la crescita economica globale diminuirebbe dal 3,2 al 2,5%.

Al di là delle spese economiche globali, c’è da aggiungere anche il costo in vite umane. I senatori hanno espresso il loro apprezzamento per i sacrifici fatti dai quattro soldati americani recentemente uccisi in Giordania, che si aggiungono ad altri 14 morti registrati in precedenza, ai quali si sommano anche circa 500 feriti. Ma le perdite di vite umane negli altri Paesi coinvolti sono molto più gravi. Più di 1.200 iraniani hanno perso la vita, 120 dei quali bambini morti nei bombardamenti della scuola elementare di Minab. Da non dimenticare le vittime israeliane nel conflitto in Libano (70) e quelle libanesi (stimate tra 1.000 e 2.500). Le perdite di vite americane hanno giustamente attirato l’interesse dei senatori americani, ma hanno ingiustamente fatto loro dimenticare quelle degli altri Paesi, suggerendo che anche loro accettino il principio di America First (Prima l’America), tanto citato da Trump.

Proprio oggi la Camera ha votato per imporre a Trump di mettere fine alla guerra in Iran (214 sì, 208 no), ma al Senato una simile mozione non ha raggiunto la soglia del filibuster di 60 voti (49 sì, 47 no). Ciononostante, anche gli americani vedono la guerra negativamente. Un sondaggio recentissimo della Fox News ci dice che la guerra è impopolare (66% contro 34%). Trump, però, non riesce a vedere nessuna via di uscita dal pantano in cui ha trascinato non solo gli americani, ma anche i cittadini del resto del mondo. I primi avranno l’opportunità, alle elezioni di midterm a novembre, di mandare un messaggio per smorzare l’impatto della guerra su loro stessi, ma anche sui cittadini del resto del mondo.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Parun, una città dell’Afghanistan in lutto: l’alluvione devastante getta centinaia di famiglie nel dolore e nell’attesa

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Alluvione in Afghanistan

Redazione- Nella provincia di Nuristan, nel nord-est dell’Afghanistan, una devastante alluvione ha lasciato dietro di sé una grave tragedia: almeno 25 persone hanno perso la vita e oltre 150 risultano disperse. Il disastro ha inoltre provocato ingenti danni alle abitazioni, ai terreni agricoli e alle infrastrutture pubbliche.

La città di Parun, capoluogo della provincia, è tra le aree più colpite. Le acque impetuose hanno travolto diverse zone della città, causando gravi danni alle aree residenziali e commerciali. Molte famiglie sono rimaste senza casa e numerosi abitanti continuano a cercare i propri cari dispersi.

Il mercato, i negozi e diversi edifici situati vicino al fiume Parun sono stati pesantemente danneggiati dalla forza della corrente. L’edificio del municipio è stato completamente distrutto, mentre hotel e decine di attività commerciali hanno subito gravi perdite.

Tra le vittime e le persone disperse vi sono molti abitanti locali, lasciando intere famiglie nell’angoscia e nell’attesa di notizie. Tra fango e macerie, i parenti cercano ancora una traccia dei propri cari scomparsi.

Gli abitanti della zona e le squadre di soccorso hanno avviato le operazioni di ricerca, salvataggio e trasferimento dei feriti. Tuttavia, il territorio montuoso, le difficili condizioni di accesso e la mancanza di adeguate attrezzature di emergenza stanno rendendo le operazioni estremamente complicate.

Oggi il Nuristan affronta una delle più dolorose calamità naturali della sua storia recente: un’alluvione che non ha distrutto soltanto case e infrastrutture, ma ha lasciato molte famiglie immerse nel dolore, nella paura e nell’incertezza.

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La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan

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Bambini n fila per l'acqua in Afghanistan

Redazione- Il sole non è ancora completamente sorto dietro le montagne, ma in una delle strade di Khair Khana, a Kabul, una lunga fila di persone si è già formata. I passi dei bambini, il pianto dei neonati e le voci della gente si perdono nel calore del mattino. Ognuno stringe un contenitore tra le mani: taniche di plastica, secchi consumati dal tempo e bottiglie che rappresentano forse l’ultima speranza delle famiglie per portare a casa qualche litro d’acqua.

Tra quella folla ci sono bambini che a quest’ora dovrebbero essere seduti tra i banchi di scuola, con i libri davanti agli occhi, non in attesa davanti a una fonte d’acqua.

Piccole bambine con vestiti semplici e volti stanchi aspettano accanto alle loro madri. Alcune sono così piccole che le loro mani non arrivano nemmeno al manico delle taniche, ma sono costrette a restare in piedi per ore, sperando che arrivi il loro turno. Il sole diventa sempre più forte, le ombre dei muri si accorciano e il tempo della loro infanzia scivola via lentamente. Bambini che dovrebbero giocare imparano invece a contare le gocce d’acqua.

Una bambina di otto anni viene ogni giorno alla fila dell’acqua. Racconta che a volte, quando arriva il suo turno, l’acqua è già finita e deve tornare a casa con le mani vuote. Per lei l’acqua non è più una semplice necessità: è diventata un desiderio, un sogno.

Nelle case di Kabul, le madri dividono ogni giorno l’acqua con attenzione. Un recipiente per cucinare, poche gocce per lavarsi le mani e una piccola quantità per bere. I bambini hanno imparato a non lasciare aperto il rubinetto troppo a lungo, perché sanno che dietro ogni goccia c’è l’attesa di un’intera famiglia.

Ma la crisi idrica non riguarda soltanto le città. Nei villaggi dell’Afghanistan, terre che un tempo erano verdi oggi sono piene di crepe. Gli agricoltori, la cui vita dipende dalla pioggia e dall’acqua, guardano i campi aridi con le mani vuote. Hanno seminato, ma il cielo non ha risposto. I pozzi si stanno prosciugando, i canali sono rimasti senza voce e molte famiglie contadine non sanno come riusciranno a sopravvivere alla prossima stagione.

Per un agricoltore, la perdita della terra non significa soltanto perdere un raccolto; significa perdere il pane di una famiglia, il futuro dei figli e la speranza di rimanere nel proprio villaggio. Molti sono costretti ad abbandonare i loro campi e cercare fortuna nelle città o lungo le strade dell’emigrazione, con la speranza che altrove la vita possa essere più facile.

L’Afghanistan da anni affronta guerre, povertà e instabilità, ma oggi la sete è diventata una delle più grandi minacce alla vita delle persone. Il cambiamento climatico, la diminuzione delle piogge, la cattiva gestione delle risorse idriche e l’aumento della popolazione stanno mettendo una pressione enorme sulle poche riserve d’acqua rimaste.

A Kabul, un bambino che ogni mattina aspetta in fila per l’acqua forse non conosce il significato della crisi climatica. Ma il calore del sole, il peso della tanica sulle sue piccole mani e le ore sottratte alla sua infanzia raccontano tutto.

Questa non è soltanto la storia della mancanza d’acqua. È la storia di bambini che trascorrono la loro infanzia nelle file d’attesa, di madri che contano ogni goccia e di contadini che guardano un cielo che da troppo tempo porta sempre meno pioggia.

L’Afghanistan ha sete; non solo di acqua, ma di un giorno in cui i suoi bambini possano sedersi tra i banchi di scuola invece di aspettare nelle file per una tanica, e in cui le sue terre possano tornare a respirare.

La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan

 

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