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“LA LUNA E UN FIORE” | QUANDO LA POESIA DIVENTA UN VIAGGIO DI CONTEMPLAZIONE
Redazione- Esiste un luogo in cui il pensiero si trasforma in luce: è la dimensione lirica di Irene Hagman, che con la sua nuova raccolta “La Luna e un Fiore” – pubblicata nella collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti editore – invita il lettore a un viaggio di contemplazione e rinascita interiore. «Il titolo -spiega l’autrice che vive in Piemonte – rappresenta, da un lato, la bellezza e la delicatezza di ciò che ci circonda ma anche la possibilità di varcare ciò che sembra impossibile». La poetessa sembra scardinare il concetto di lontananza: sebbene la luna e il fiore occupino spazi cosmici opposti, la loro connessione annulla i chilometri. La distanza non è un muro, ma uno spazio vuoto che viene colmato dall’intenzione.
La poetica della Hagman si distingue per la delicatezza con cui ogni verso appare immerso in una luminosità pura, capace di toccare le corde più profonde dell’anima. Attraverso una scrittura che procede per fotogrammi nitidi, l’autrice fonde la fluidità della forma estesa con la precisione evocativa degli haiku giapponesi. Il risultato è una scala di immagini che conduce lo sguardo verso un orizzonte limpidissimo, dove il micro e il macrocosmo si fondono in un abbraccio universale. Sotto lo pseudonimo Hagman – scelto, in omaggio all’indimenticato Larry Hagman di Dallas, perché «più facile da ricordare rispetto al suo vero nome» – l’autrice esplora l’amore in ogni sua sfaccettatura: dalla passione alla tenerezza, fino alla sofferenza che nobilita lo spirito. E’ un libro di poesie che celebra la bellezza del pensiero – come scrive nella Postfazione, Petronella Apopei, critico letterario.
In un’epoca di pensieri frenetici, la voce di Irene Hagman propone un “silenzio vibrante” ispirato al divino, un animismo sincero che riconosce il sacro in ogni elemento naturale. «La mia poesia è un invito a rallentare i pensieri distruttivi o ripetitivi che non portano benessere e a prestare attenzione alle piccole cose, a quelle che spesso ci sfuggono nella vita quotidiana, nonché a imparare ad amare». La poetica dell’autrice celebra l’unione degli opposti e la vittoria dell’essenza sulla forma, ricordandoci che siamo tutti parte di un’unica trama invisibile dove “lontano” è solo una parola priva di significato per chi sa guardare con l’anima. «L’amore, la natura, la vita e lo spazio celeste – afferma – sono gli argomenti che più mi ispirano. Il mio stile è caratterizzato da una scrittura semplice, ma profonda e ricca di immagini, grazie alle figure retoriche che utilizzo». La scrittura della Hagman evoca un universo naturale e idilliaco, simile a un giardino incantato. Questo spazio è pervaso da una luce pura e rasserenante che tocca nel profondo l’anima del lettore. «Ogni figura – scrive l’autore Alfredo Rapetti Mogol, figlio del noto paroliere, nella sua Prefazione – è morbida, diafana, quasi preraffaellita. L’incanto è la ragione d’essere della sua ricerca lirica, un sincero animismo pervade ogni verso accompagnandolo sulle frequenze dell’armonia celeste». La silloge è un elogio della lentezza e della cura, una bussola per ritrovare il benessere nelle piccole cose e nell’infinito spazio del cuore. «Voglio trasmettere la bellezza e la magia dell’amore, il pensiero costruttivo e incoraggiare i lettori a vivere la vita con entusiasmo, passione, creatività e gratitudine».
“La Luna e un Fiore”, disponibile anche nella versione e-book, sarà in esposizione negli spazi Aletti Editore al Salone Internazionale del Libro di Torino, che tornerà ad animare il Lingotto Fiere dal 14 al 18 maggio 2026. «È un onore e un privilegio per me – commenta l’autrice -. Spero che le mie parole tocchino il cuore dei lettori e li ispirino a vivere la vita con più amore e gioia».
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Il ritorno dell’aristocrazia europea in una villa segreta alle porte di Milano tra simboli e tradizione
🥂 Un incontro tra tradizione antica e visione reazionaria: tra ville patrizie e nobili esponenti, si discute del futuro dell’identità europea.
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#nobiltà #tradizione #Milano #cronacarosa
Milano – In un’atmosfera sospesa tra nostalgia del passato e restaurazione di un’identità perduta, una dimora storica ai confini del capoluogo lombardo ha riaperto le sue porte per una serata che ha richiamato le cronache mondane di un tempo. Tra stucchi dorati, ritratti di antenati e il riverbero di candelabri in argento, si è tenuto un incontro che ha visto protagonisti esponenti di spicco di un’aristocrazia europea che oggi cerca di ricomporsi. L’evento ha riunito figure legate da vincoli di sangue e da una visione comune della società, in un contesto dove il protocollo e il rigore formale hanno dettato i ritmi della serata.
Il legame tra storia e nobiltà moderna
Al centro del dibattito e della convivialità si trovavano il giovane conte italorusso Pietro Stramezzi e la principessa rumena russa Silvia Andronikov Cantacuzene. Entrambi rappresentano una generazione di eredi che, pur vivendo nel ventunesimo secolo, mantiene un legame indissolubile con le radici nobiliari di Russia e d’Europa. La loro presenza non è passata inosservata, attirando l’attenzione su quella che molti osservatori definiscono una rinascita di interesse verso le antiche casate. La principessa, nota per il suo impegno nella tutela del patrimonio culturale, ha dialogato con Stramezzi su temi legati alla conservazione delle memorie familiari, in un momento in cui la storia europea attraversa una fase di profonda trasformazione e incertezza identitaria.
La presenza di Roberto Jonghi Lavarini
A completare il quadro dei partecipanti, la figura di Roberto Jonghi Lavarini, conosciuto dai più come il “barone nero”. La sua partecipazione ha conferito alla serata una connotazione marcatamente reazionaria, inserita in un filone politico e di pensiero che guarda con ammirazione alle strutture gerarchiche della vecchia Europa. In un contesto architettonico tipico delle dimore patrizie lombarde – caratterizzate da corti interne, pavimenti in marmo e vasti parchi privati che isolano la proprietà dal caos cittadino – Jonghi Lavarini ha esposto le sue tesi sulla necessità di un ritorno ai valori tradizionali. Il confronto tra il rigore formale della nobiltà e le istanze politiche contemporanee ha dato vita a un clima di intenso dibattito, lontano dai riflettori della cronaca quotidiana ma denso di significati per chi continua a credere in una società ordinata secondo i dettami della consuetudine.
Riflessioni sul futuro dell’identità europea
La villa, situata in un’area strategica tra la provincia milanese e la Brianza, ha fatto da palcoscenico a una riflessione che ha toccato il ruolo delle élite nel panorama attuale. Non si è trattato di un semplice ricevimento, bensì di un momento di aggregazione necessario per quegli ambienti che si sentono distanti dal linguaggio moderno. Mentre all’esterno il mondo corre veloce verso la digitalizzazione e la globalizzazione, all’interno delle mura protette della tenuta, gli ospiti hanno discusso di genealogie, diritto nobiliare e della difesa di un’eredità che rischia di essere dimenticata.
L’incontro si è concluso nelle ore tarde, in un silenzio tombale garantito dalla posizione isolata della villa, circondata da viali alberati che richiamano lo stile delle residenze di campagna di fine Ottocento. La scelta di non rendere pubblico il luogo esatto dell’incontro risponde a una precisa volontà di preservare l’esclusività e la riservatezza che appartengono a questo mondo. La serata si è confermata come un esperimento volto a testare la tenuta di certi circoli ideali che, pur agendo nell’ombra, continuano a tessere una tela fitta di contatti e influenze, guardando con occhio critico alle dinamiche di potere che oggi governano il continente Euroasiatico. In un mondo che cambia volto ogni giorno, i partecipanti hanno voluto ribadire che la sostanza del passato rimane, per loro, l’unica bussola affidabile per orientarsi nel futuro.
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La Fiat presenta la Quattrolino, l’erede della 600
Redazione- Stai a vedere che alla fine una “nuova” 600 Multipla la fanno davvero. L’idea di riproporre in chiave moderna la storica monovolume, nata nel 1956 dalla matita di Dante Giacosa, è da qualche tempo un “pallino” di Olivier François, CEO di Fiat, che ne ha parlato in diverse occasioni. Un modello all’epoca rivoluzionario, capace di offrire sei posti, magari non comodissimi ma reali, in tre metri e mezzo di lunghezza. La cui eredità potrebbe essere raccolta dalla nuova Fiat Quattrolino.Il nome non è forse tra i più orecchiabili – e non è neanche detto che sia quello definitivo – ma racchiude in sé la filosofia del progetto: da un lato il richiamo alla nuova Topolino, microcar elettrica realizzata sulla base della Citroën Ami, dall’altro l’idea di un abitacolo per quattro persone. Un modello nato per ampliare la gamma di veicoli destinati alla città, pratici e accessibili, perfettamente coerente con la filosofia della Casa torinese.L’immagine pubblicata da Fiat racconta molto di come potrebbe essere la Quattrolino: carrozzeria alta, abitacolo avanzato e cofano praticamente assente, come nella Multipla del 1956, con proporzioni studiate per offrire il massimo dello spazio all’interno. Non sono da escludere, come già visto per la Topolino, future evoluzioni pensate per il trasporto commerciale in ambito urbano o varianti particolari come la Dolcevita.Come suggerisce il rendering ufficiale, l’auto sarà leggermente più lunga della Topolino (che misura 2,53 metri), mantenendo però le due portiere: per accedere alla seconda fila si ribaltano gli schienali della prima. Aria di famiglia anche nella forma del muso e dei fari, sia davanti sia dietro. Spartane le finiture, a partire dagli specchietti regolabili manualmente, mentre la maniglia incassata nel vetro rappresenta una soluzione originale che potrebbe evolvere nella versione definitiva.
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Il mistero del fiume Columbia torna a galla nel nuovo thriller di Kendra Elliot
📖 Vent’anni dopo, il passato torna a bussare alle porte del fiume Columbia. Non perdere l’ultimo, adrenalinico capitolo della serie di Kendra Elliot, “Una scia di sangue”, ora disponibile in libreria e negli store digitali per tutti gli appassionati di thriller mozzafiato.
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#KendraElliot #UnaSciaDiSangue #Thriller #IndomitusPublishing
Redazione- Il mercato editoriale italiano si prepara ad accogliere una delle uscite più attese per gli amanti del genere crime. A partire dal 25 giugno, le librerie e gli store digitali ospiteranno “Una scia di sangue”, il quinto capitolo della serie “Columbia River”, firmato dalla penna di Kendra Elliot. Con un curriculum da oltre 15 milioni di copie vendute a livello globale e un seguito consolidato anche tra i lettori del Bel Paese — dove ha già superato la soglia delle 130 mila copie distribuite — l’autrice americana si conferma una delle voci più incisive nel panorama internazionale del brivido.
Un cold case che riemerge dal passato
La trama del nuovo romanzo prende le mosse da una ferita mai rimarginata, scavata vent’anni prima nelle fitte foreste dell’Oregon. La vicenda affonda le radici nella scomparsa di cinque adolescenti, un fatto di cronaca nera che sconvolse l’opinione pubblica. Di quel gruppo, solo due ragazzi furono ritrovati, abbandonati sulla sponda del fiume Columbia dopo aver subito torture fisiche. Tra loro c’era Devin Bonner, l’unico a sopravvivere, ma il cui ricordo di quegli eventi è rimasto sigillato dietro una barriera psicologica insormontabile.
Oggi, a distanza di due decenni, la tranquillità viene spezzata dal brutale omicidio di un podcaster di true crime, rinvenuto cadavere proprio nello stesso luogo dove si consumò la tragedia del passato. Il modus operandi non lascia spazio a dubbi: qualcuno ha deciso di riaprire il sipario su un dramma che in molti speravano fosse stato sepolto dal tempo. La riattivazione di questo cold case chiama in causa l’agente speciale dell’FBI Mercy Kilpatrick, affiancata dal marito Truman Daly, capo della polizia locale. La coppia si trova a dover gestire una minaccia che non guarda in faccia nessuno, trascinando nella spirale di violenza anche Ollie Smith, un giovane orfano protetto proprio da Daly.
La sfida di decifrare la memoria
Il nucleo centrale del libro, curato in Italia da Indomitus Publishing, non è soltanto la caccia a un killer seriale, ma la corsa contro il tempo per sbloccare la mente di Devin Bonner. Gli investigatori sanno bene che, finché il trauma rimarrà sepolto, il pericolo per la comunità non potrà essere neutralizzato. L’intreccio, che si sviluppa in 402 pagine serrate, gioca costantemente sul filo della tensione emotiva, alternando le indagini forensi di Kilpatrick a una introspezione psicologica dei personaggi, capaci di regalare al lettore colpi di scena distribuiti con precisione chirurgica.
Davide Radice, editore di Indomitus Publishing, sottolinea come la serie “Columbia River” riesca a mantenere alta l’asticella della qualità narrativa, riunendo figure ormai familiari al pubblico che ha imparato ad amare lo stile dell’autrice. “Si tratta di un’opera che mescola abilmente narrazione di inchiesta e oscurità dei traumi – afferma Radice –. La struttura del racconto è pensata per non concedere tregua, spingendo costantemente il lettore a voltare pagina per scoprire il prossimo tassello di un puzzle complesso”.
Un successo basato sulla cura del dettaglio
Kendra Elliot non è una neofita della suspense. La sua carriera, iniziata quasi per gioco nel 2006 dopo anni passati a divorare i classici polizieschi, è stata premiata con tre riconoscimenti Daphne du Maurier e numerose presenze nelle classifiche dei best seller del Wall Street Journal. Il suo approccio alla scrittura è pragmatico: l’obiettivo primario è sempre stato l’intrattenimento del lettore, attraverso una costruzione solida dei drammi investigativi. “Una scia di sangue” si inserisce perfettamente in questo solco, offrendo una narrazione che evita i cliché per concentrarsi sulla solidità degli indizi e sulla credibilità delle dinamiche investigative.
Per chi volesse intraprendere questa lettura, il volume è disponibile sia in formato cartaceo, al prezzo di 19,99 euro, sia in versione ebook a 7,99 euro, con inclusione nel catalogo Kindle Unlimited per gli abbonati. La pubblicazione rappresenta un tassello fondamentale per chi segue il percorso di Mercy Kilpatrick, un personaggio che negli anni è diventato un’icona del thriller contemporaneo. Mentre le indagini procedono tra i boschi dell’Oregon e le ombre del passato si allungano sul presente, il lettore è invitato a porsi una domanda semplice: è possibile sfuggire alle colpe di vent’anni prima quando la scia di sangue torna a scorrere sotto i propri occhi?
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