Lifestyle
MOJTABA: TRA PAURA E SPERANZA, LUNGO LA ROTTA VERSO L’EUROPA
PARTE II
Di notte, il mare non ha volto; ha solo rumore.
Redazione- Le onde colpiscono con violenza la piccola imbarcazione sovraccarica. Cinquanta persone sono stipate in uno spazio progettato per dieci. Nessuno parla. Alcuni pregano. Altri stringono tra le mani fotografie sgualcite delle loro famiglie.
Tra loro c’è Mojtaba.
Ha poco più di vent’anni e viene dall’Afghanistan. Come migliaia di altri giovani, ha lasciato il suo Paese inseguendo una promessa semplice e universale: vivere senza paura.
Ma il prezzo di quella speranza si rivelerà molto più alto di quanto immaginasse.
La prigionia invisibile
Il viaggio verso l’Europa inizia in Turchia, dove Mojtaba scopre rapidamente il volto più crudele della migrazione clandestina.
«Chi non aveva più soldi veniva trattenuto dai trafficanti», racconta oggi. «Li picchiavano e li torturavano davanti agli altri per costringere le famiglie a inviare denaro.»
Per una settimana vive in un luogo che preferisce non descrivere nei dettagli. Ricorda solo le urla. Ricorda la paura.
Alla fine chiama la sua famiglia.
Sa che non possono permetterselo, ma sa anche che potrebbe morire.
Il denaro arriva. Lui viene liberato.
Il suo corpo esce dalla prigionia. La sua mente no.
Sopravvivere a Istanbul
Una volta libero, Mojtaba si ritrova per strada.
Dorme nei parchi, nelle stazioni, sotto i ponti. Per giorni mangia poco o nulla.
Dopo settimane di ricerca trova lavoro in una piccola fabbrica tessile.
Lavora dodici, quattordici ore al giorno.
«La sera sentivo le ossa spezzarsi dalla stanchezza», ricorda.
Lo stipendio basta appena per sopravvivere.
Ma la Turchia non è la destinazione finale. È soltanto una sala d’attesa.
La notte del mare
Quando un trafficante gli promette un passaggio verso la Grecia, Mojtaba accetta.
La traversata avviene nel cuore della notte.
Il mare dell’Egeo è agitato.
Ogni onda sembra poter capovolgere il gommone.
Per otto ore i passeggeri restano sospesi tra due possibilità: raggiungere la costa o scomparire nel mare.
La loro corsa termina con l’intervento della polizia.
Mojtaba viene arrestato.
Passerà tre mesi in carcere.
Tre mesi a osservare il tempo fermarsi.
Tre mesi a chiedersi se il sogno europeo esista davvero.
Un’altra volta
Quando viene rilasciato, non torna indietro.
Ci riprova.
Stesso mare.
Stesso rischio.
Stessa disperazione.
Questa volta riesce ad attraversare il confine.
Mette piede in Grecia.
Non sa ancora che il tratto più difficile del viaggio deve ancora arrivare.
Atene, la città dell’attesa
La capitale greca accoglie Mojtaba con un’altra forma di solitudine.
Passa le giornate nel Parco Victoria, punto di ritrovo per centinaia di migranti provenienti dall’Asia e dal Medio Oriente.
Sono uomini sospesi: non appartengono più al Paese che hanno lasciato e non appartengono ancora a quello che sognano di raggiungere.
Grazie all’aiuto di altri afghani trova una stanza.
Piccola.
Affollata.
Ma almeno ha un tetto.
Per la prima volta dopo mesi può chiudere una porta dietro di sé.
Senza trafficanti
Atene è anche il luogo dove Mojtaba incontra i cosiddetti “self movers”, migranti che cercano di attraversare l’Europa senza affidarsi ai trafficanti.
Usano mappe digitali, indicazioni condivise online e l’esperienza di chi è passato prima di loro.
Con altri tre compagni di viaggio decide di tentare.
L’obiettivo è raggiungere i Balcani.
Camminano per giorni.
Dormono nei boschi.
Attraversano frontiere nascoste.
Spesso senza cibo.
Spesso senza sapere dove si trovano.
Il giorno che non riesce a dimenticare
È durante quel tratto del viaggio che accade la tragedia.
Uno dei ragazzi del gruppo cammina lungo una linea ferroviaria per orientarsi.
Il treno arriva all’improvviso.
Non c’è tempo.
Non c’è spazio.
Non c’è salvezza.
Il giovane muore davanti agli occhi dei compagni.
Quando Mojtaba racconta quell’episodio, la voce si spezza.
Le lacrime arrivano prima delle parole.
«Posso dimenticare la fame», dice.
«Posso dimenticare le percosse. Posso dimenticare il carcere. Ma non dimenticherò mai quel momento.»
Le ferite che non si vedono
Secondo gli psicologi che lavorano con le comunità migranti, il viaggio non termina quando si attraversa una frontiera.
Molti migranti portano con sé conseguenze invisibili: ansia, stress post-traumatico, senso di colpa, paura del fallimento, nostalgia e isolamento.
Ferite che raramente compaiono nelle statistiche.
Ferite che non lasciano cicatrici sul corpo ma continuano a vivere nella memoria.
Oltre il confine
Oggi, guardando indietro, Mojtaba non parla di successo.
Non parla nemmeno di Europa.
Parla di sopravvivenza.
Di tutte le persone incontrate lungo la strada.
Di quelle che ce l’hanno fatta.
E di quelle che sono rimaste indietro.
Il suo viaggio è una delle migliaia di storie che attraversano ogni anno le frontiere del continente.
Una storia fatta di paura e speranza.
Di dolore e resistenza.
La storia di un giovane che ha lasciato tutto per cercare una vita migliore e che, lungo il cammino, ha scoperto quanto possa essere fragile e preziosa la semplice possibilità di continuare ad andare avanti.
CONTINUA…
Lifestyle
PATTI: BRUNO LORENZO CASTROVINCI PRESENTA “RICORDI”, DOVE LA MEMORIA DIVENTA BATTITO E PRESENZA VIVA
“Ricordi” di Bruno Lorenzo Castrovinci è un invito a guardare la memoria non come passato inerte, ma come forza viva che connette emozioni e affetti. Un’opera profonda che unisce Patti al sentire universale dell’anima umana. #PoesiaItaliana #BrunoLorenzoCastrovinci #Ricordi #AlettiEditore
Redazione- Bruno Lorenzo Castrovinci, autore residente a Patti (Messina), ha recentemente pubblicato la sua nuova raccolta di poesie intitolata “Ricordi” per Aletti editore, disponibile sia in formato cartaceo che e-book. L’opera si propone come un viaggio introspettivo nella memoria, intesa non più come un mero archivio del passato, ma come uno spazio vibrante di emozioni, assenze e ritorni. L’autore ha espresso la volontà di dare voce a frammenti di vita, affetti e perdite che altrimenti rischierebbero di cadere nell’oblio, offrendo ai lettori un percorso di riconoscimento e connessione attraverso sentimenti universali.
L’ispirazione per il titolo “Ricordi” nasce dalla convinzione che il passato non sia statico, ma una dimensione dinamica che continua a interrogare il presente. Castrovinci spiega come l’opera sia scaturita da una necessità profonda: quella di salvare dall’oblio esperienze e sentimenti che “continuavano a bussare dentro di me chiedendo ascolto”. La sua poesia si distingue per un linguaggio essenziale, intriso di silenzi, attraverso il quale il lettore viene invitato a un’immersione nelle proprie interiorità. Egli non si limita a descrivere i sentimenti, ma li vive, permettendo al lettore di sperimentare un lirismo delicato e una malinconia che avvolge.
Il poeta siciliano sottolinea come la poesia non ambisca a risolvere, ma piuttosto a mettere in relazione, configurandosi come un gesto di prossimità. Anche quando nasce dalla solitudine, la poesia di Castrovinci tende sempre verso l’altro. Attraverso i suoi versi, il dolore della perdita viene affrontato e può essere trasformato, indicando come ogni lacrima non rappresenti una sconfitta, ma il risultato del coraggio di aver amato profondamente. La scrittura, in questo contesto, diventa uno spazio di verità dove la sofferenza è accolta senza negazioni. “Quando il dolore viene detto con onestà”, afferma l’autore, “smette di essere solo ferita e diventa possibilità di riconoscimento: il lettore non riceve una consolazione facile, ma la certezza di non essere solo”.
Nella raccolta, natura e spirito si fondono in una ricerca unitaria, manifestando una tensione mistica che cerca salvezza nel legame con l’altro. Giuseppe Aletti, editore, poeta e formatore, che ha curato la prefazione, descrive l’opera come “un itinerario profondamente intimo, in cui l’autore ci porta per mano nei meandri delle sue aspettative e disillusioni, con la consapevolezza che qualunque accadimento, anche quello più doloroso, trova redenzione quando ha la possibilità di essere raffigurato nella creazione poetica”. Un’immagine ricorrente è quella della spiaggia notturna, che si trasforma in un luogo di intimità universale, dove l’intero cosmo testimonia un legame capace di superare i confini del tempo. L’assenza non è mai vuota; il silenzio, nelle parole di Castrovinci, diviene uno spazio gravido di speranza, un’attesa vibrante che trasforma la mancanza in puro desiderio.
L’atto di scrivere, per Castrovinci, è un tentativo necessario e fragile di resistere al tempo, non per fermarlo definitivamente, ma per lasciare una traccia, un segno. È un gesto di cura verso ciò che è stato e verso ciò che siamo stati in un determinato istante. La scrittura non mira a rendere immortale il reale, ma a sottrarlo per un attimo al silenzio. L’autore utilizza la materia linguistica per descrivere l’essenza fugace dell’esistenza, trascendendo i confini personali per toccare le corde universali dell’animo umano. L’enfasi è posta sulla verità emotiva: le esperienze possono differire, ma emozioni come la perdita, l’attesa, l’amore e il rimpianto parlano una lingua condivisa. La scrittura sincera chiede al lettore di riconoscersi nel sentire piuttosto che nei fatti.
In un’epoca spesso caratterizzata da frammentazione e solitudine, “Ricordi” si configura come un invito alla sosta, alla riflessione. È una bellezza intrisa di malinconia che spinge a valorizzare i momenti condivisi e a riconoscere nell’amore il vero elemento unificante della nostra esistenza. L’auspicio finale dell’autore è che il lettore, una volta terminata la lettura, possa sentirsi meno solo e più propenso ad accogliere la propria fragilità, conferendo così un senso compiuto all’atto della scrittura.
Lifestyle
LA PECORA NERA NELLE ORGANIZZAZIONI: QUANDO L’EMARGINAZIONE È UN FENOMENO SISTEMICO, NON UNA COLPA INDIVIDUALE
#LIBRI
Categoria: Psicologia
Autore: Diana Daneluz
Data: 4 giugno 2026
“La PECORA NERA nelle organizzazioni. Quando sentirsi fuori posto non è un problema. È una posizione.” Tatiana Coviello, 2026
Il fenomeno psicologico alla base dell’etichetta
Redazione- Chi si occupa di psicologia dei gruppi e delle organizzazioni conosce bene la dinamica: un individuo competente, integro, portatore di pensiero critico entra in un sistema – aziendale, familiare o istituzionale – e, nel tempo, o si integra e trova il suo “posto” adempiendo al ruolo che gli è stato assegnato e tenendosi al ”suo posto” oppure il sistema lo rigetta come un organo trapiantato che un organismo non sopporta. Non per demerito. Non per incompetenza. Ma perché ogni sistema ha bisogno di persone che ricoprano certi posti ed il ruolo è un posto, inserito all’interno di una dinamica sistemica.
È da questa osservazione clinica e organizzativa che prende forma “LA PECORA NERA” (2026), il nuovo libro di Tatiana Coviello, HR Advisor, psicologa e coach certificata ICF, autrice già nota per il suo lavoro pionieristico sul rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale con “Nemmeno gli struzzi lo fanno più. Vivere bene con l’Intelligenza Artificiale” (2019).
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Il nuovo libro si inserisce in un campo di ricerca consolidato, ma ancora poco divulgato al grande pubblico: quello della psicologia sistemica applicata ai contesti organizzativi e familiari, con uno sguardo che integra la prospettiva della psicologia sociale, del coaching e della teoria dei sistemi.
L’effetto pecora nera: dal costrutto teorico alla vita quotidiana
La psicologia sociale ha formalizzato da decenni il cosiddetto “black sheep effect”, descritto da Marques e Yzerbyt negli anni Ottanta¹: i membri di un gruppo tendono a giudicare più severamente coloro che, pur appartenendo al proprio gruppo, ne violano le norme condivise e spesso non scritte, rispetto a individui esterni che compiono le stesse azioni. Il motivo è di natura identitaria: il membro deviante minaccia la coesione e l’immagine collettiva del gruppo, e per questo viene giudicato — e spesso escluso — con maggiore severità rispetto a chi commette le stesse azioni provenendo dall’esterno.
Coviello riprende questa dinamica fondamentale e la traspone nei sistemi organizzativi e familiari con rigore analitico. Il suo contributo non si limita alla descrizione del fenomeno: propone uno spostamento epistemologico fondamentale. La domanda che tipicamente si pone chi occupa quel ruolo – “Che problema ho? Sono io il problema?” – viene smontata e sostituita da una più proattiva: “Quale funzione sto assolvendo all’interno di questo sistema?”. Questo passaggio dalla psicologia individuale alla lettura sistemica è forse il cuore teorico del libro. Non si tratta di consolazione o di attribuzione di colpe esterne, ma di un’operazione epistemica: ampliare il frame interpretativo per includere le dinamiche del sistema nel quale l’individuo è immerso.
Identità e ruolo: una distinzione clinicamente rilevante
Uno degli snodi più significativi del testo riguarda la distinzione tra ruolo e identità. Nella tradizione psicodinamica e sistemica, il ruolo è una funzione che il gruppo assegna a un membro per mantenere il proprio equilibrio omeostatico. Non è un dato della persona, ma una costruzione relazionale. Eppure, quando questo ruolo viene prolungato nel tempo, può internalizzarsi e diventare parte dell’identità soggettiva: la persona smette di fare la pecora nera e comincia a essere (o credere di essere) la pecora nera.
[Nota dell’autrice: Nel libro esploro diverse tipologie di pecora nera — non solo quella che disturba o si distingue, ma anche quella silenziosa, quella che regge tutto, quella eccellente e quella grigia. In un modo o nell’altro, siamo tutti una pecora nera in qualche sistema: in azienda, in famiglia, in ogni contesto relazionale.]
Coviello lavora precisamente su questa frontiera, accompagnando chi legge nel riconoscere quando l’etichetta ricevuta dal sistema è diventata una auto-percepita caratteristica stabile del sé, lavorando su una distinzione clinicamente rilevante, che permette di uscire dall’identificazione con il ruolo senza negare l’esperienza vissuta.
Questa prospettiva si collega direttamente a concetti centrali nella psicologia dello sviluppo e clinica: il sé narrativo (Bruner², McAdams³), i meccanismi di proiezione e identificazione proiettiva descritti dalla tradizione kleiniana, e la nozione di ruolo familiare patologizzante già esplorata da Bowen⁴ e Minuchin⁵ nell’ambito della terapia sistemica familiare.
Il sistema che emargina: dinamiche di potere e regolazione del gruppo
Ma perché i sistemi producono pecore nere? La risposta di Coviello è in linea con la teoria dei sistemi complessi: ogni sistema tende all’autoconservazione e alla riduzione dell’ansia interna. Chi rende visibili le tensioni implicite, chi nomina ciò che il gruppo non vuole nominare, chi porta chiarezza là dove vige l’ambiguità funzionale è una persona che assolve una funzione critica, ma scomoda. Diventa il portatore designato del disagio collettivo.
In termini più tecnici, si tratta di quello che Wilfred Bion⁶ avrebbe descritto come la “basic assumption” del gruppo: la tendenza, cioè, del gruppo a organizzarsi intorno a dinamiche difensive primitive (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) quando la coesione è minacciata. La pecora nera, in questa lettura, è spesso colui o colei che resiste alla basic assumption e cerca di operare nel work group, cioè in modalità orientata alla realtà e al compito. Il sistema percepisce questa resistenza come una minaccia e risponde con l’esclusione. Il libro non cita mai esplicitamente Bion, ma il percorso che propone è coerente con questa tradizione: riconoscere la dinamica, non personalizzarla, scegliere consapevolmente come rispondervi.
“La Voce”: un esperimento di co-intelligenza
Un elemento editoriale che merita attenzione specifica da parte dei lettori di Anankenews riguarda l’innovazione metodologica introdotta da Tatiana Coviello. In alcuni snodi chiave del testo, l’autrice ha integrato dei QR code che danno accesso a uno strumento di intelligenza artificiale denominato “La Voce”, che non è un chatbot generico, ma un interlocutore addestrato specificamente sulla struttura del libro, progettato per fare domande anziché fornire risposte. L’intento dichiarato dall’autrice con “La Voce” è quello di trasformare la lettura in un processo attivo di elaborazione, il cui il lettore è portato di fronte alla propria situazione concreta, stimolando un pensiero riflessivo che non si esaurisce nella lettura passiva. Coviello chiama questo approccio “Co-Intelligenza”, un uso consapevole dell’IA non come sostituto del pensiero critico, ma come amplificatore di esso. Cosa che l’Autrice mette in pratica da anni. Da una prospettiva psicologica, questo strumento si avvicina a ciò che la ricerca sul “questioning cognitivo” e sull’apprendimento trasformativo (Mezirow⁷) ha identificato come fattore chiave nel cambiamento dei frame interpretativi: la domanda giusta, posta nel momento giusto, ha un potere destabilizzante e rigenerativo che la risposta preconfezionata non può avere.
Un libro che si inscrive in un percorso
“La Pecora Nera” è il primo libro di una serie di libri. Il prossimo volume, annunciato per luglio 2026 con il titolo “Non sei rotto. Sei smontato”, suggerisce una traiettoria terapeutica precisa: dal riconoscimento della dinamica sistemica (questo libro) alla ricostruzione intenzionale del sé (il prossimo libro). Una progressione che richiama il classico percorso della psicoterapia breve e del coaching trasformativo: prima si nomina il pattern, poi lo si rielabora. Per i lettori di Anankenews – tra loro professionisti della salute mentale, ricercatori, educatori, clinici – questo libro offre uno strumento di riflessione che ha valore sia sul piano personale che professionale. Comprendere come funziona l’etichettamento sistemico, come si costruisce il ruolo del deviante all’interno di un gruppo e come si può distinguere ruolo da identità è una competenza trasversale che attraversa la clinica, la pedagogia e le scienze organizzative.
Tatiana Coviello
LA PECORA NERA. Sentirsi fuori posto non è un problema. È una posizione (2026).
Per conoscere l’Autrice: [www.tatianacoviello.it](http://www.tatianacoviello.it)
Per acquistare il libro: [Amazon](https://amzn.eu/d/09vBi2LZ)
Note
¹ José Marques e Vincent Yzerbyt. Marques è professore di psicologia sociale all’Università di Porto; Yzerbyt è professore all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio). Sono tra i principali ricercatori europei sulla psicologia dei gruppi e hanno formalizzato l’effetto pecora nera dimostrando sperimentalmente come i gruppi tendano a sanzionare i propri membri devianti con maggiore severità rispetto agli esterni, per proteggere la coerenza dell’identità collettiva.
² Jerome Bruner (1915–2016). Psicologo e pedagogista statunitense tra i più influenti del Novecento. Fondatore della psicologia cognitiva e culturale, ha elaborato la teoria del sé narrativo sostenendo che gli esseri umani costruiscono la propria identità attraverso le storie che raccontano di sé: non siamo ciò che siamo, ma il racconto che facciamo di noi.
³ Dan P. McAdams. Psicologo della personalità alla Northwestern University (Chicago), ha sviluppato la teoria dell’identità narrativa, secondo cui l’identità adulta si forma come una storia personale interiorizzata (con protagonisti, scene nucleari, temi e conclusioni) che ogni individuo costruisce nel corso della vita.
⁴ Murray Bowen (1913–1990). Psichiatra e terapeuta familiare statunitense, fondatore della terapia sistemica familiare. Ha introdotto concetti fondamentali come la differenziazione del sé, la trasmissione multigenerazionale dei pattern relazionali e il triangolo relazionale, strumenti ancora centrali nella clinica familiare contemporanea.
⁵ Salvador Minuchin (1921–2017). Psichiatra argentino-statunitense, padre della terapia strutturale della famiglia. Ha elaborato il concetto di struttura familiare come sistema di regole implicite che organizzano i ruoli e le interazioni tra i membri, mostrando come certi ruoli patologizzanti vengano assegnati e mantenuti dal sistema familiare per preservarne l’equilibrio.
⁶ Wilfred Bion (1897–1979). Psicoanalista britannico di origine indiana, allievo di Melanie Klein e figura centrale nella psicoanalisi dei gruppi. Nella sua opera “Experiences in Groups” (1961) ha descritto come i gruppi oscillino tra il “work group” (orientato al compito reale) e le “basic assumptions” (stati mentali difensivi collettivi (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) che il gruppo adotta inconsciamente per evitare l’ansia.
⁷ Jack Mezirow (1923–2014). Sociologo e teorico dell’educazione statunitense, professore alla Columbia University. Ha sviluppato la teoria dell’apprendimento trasformativo, secondo cui il cambiamento profondo negli adulti avviene attraverso la messa in discussione dei “frame of reference”, le strutture di assunzioni e aspettative che filtrano l’esperienza solitamente innescata da un “disorienting dilemma”, cioè un’esperienza destabilizzante che costringe a rivedere le proprie certezze.
Lifestyle
IL TRULLO DANZA: A ROMA IL LOTTO 8 DIVENTA PALCOSCENICO URBANO CON “THE TRULLO SEQUENCE”
Sabato 13 giugno 2025, il Lotto 8 del Trullo a Roma si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto. “The Trullo Sequence” di Sil Marti porterà la danza nelle strade, raccontando la vita del quartiere. Non mancate all’evento gratuito del Roma Borgata Festival!
#RomaBorgataFestival #DanzaUrbana #QuartiereTrullo #TheTrulloSequence
Redazione- Il quartiere Trullo, nella periferia sud-ovest di Roma, si prepara a ospitare un evento culturale significativo: “The Trullo Sequence”, una performance di danza site-specific che trasformerà il Lotto 8, in via del Trullo 227, in un palcoscenico a cielo aperto. L’appuntamento è fissato per il prossimo 13 giugno alle ore 19.00. Ideato dalla coreografa Sil Marti e curato da ACSD KODANCE/&KO, questo progetto rientra nelle iniziative di “Pillole Urbane” e del “Roma Borgata Festival”, offrendo un’esperienza artistica gratuita che invita il pubblico a riscoprire gli spazi quotidiani attraverso il movimento.
La performance è il culmine di una residenza artistica che ha visto la coreografa e il suo team immersi nel tessuto del quartiere dall’8 al 13 giugno. L’intento è di abitare i limiti della città, rendendoli luoghi di espressione e narrazione. L’architettura popolare, i cortili, i passaggi e gli spazi comuni del Lotto 8 non fungono da mero sfondo, ma diventano elementi attivi della scena, un luogo dove i gesti quotidiani si elevano a linguaggio coreografico e le dinamiche sociali del quartiere emergono come materia viva della rappresentazione. Questa visione si allinea alla missione del Roma Borgata Festival e della sua direttrice artistica, Alessandra Muschella, che mira a promuovere un dialogo autentico con il territorio e i suoi abitanti.
“The Trullo Sequence” esplora la complessità del quotidiano, ponendo attenzione a quelle azioni che, pur apparendo invisibili, costruiscono la vita collettiva: la cura, il lavoro, l’incontro, l’attesa, la convivenza. I performer non si limitano a esibirsi nello spazio, ma lo attraversano, lo interpretano e, progressivamente, vi si fondono, rendendo manifeste le relazioni che animano il quartiere. Il Lotto 8 viene così ridefinito come un paesaggio condiviso, capace di essere al contempo intimo e pubblico.
La performance invita gli spettatori a partecipare attivamente a un’esperienza collettiva, in cui i confini tra chi osserva e lo spazio osservato si assottigliano. Le architetture diventano scenografia naturale, mentre la danza propone nuove prospettive per guardare luoghi spesso percepiti solo come aree di passaggio. Il risultato è una “mappa sensibile” del quartiere, che ne racconta le memorie, le fragilità, le energie e le possibilità di trasformazione.
L’opera è articolata in cinque sequenze coreografiche, ognuna delle quali offre un punto di vista diverso sul Lotto 8. “Pelle Pubblica” apre l’esperienza, ponendo l’attenzione sull’ascolto reciproco e la presenza collettiva. Segue “Architetture della Cura”, che trasforma i gesti di tutti i giorni in una coreografia relazionale. “Scacchiera” indaga il dialogo e il confronto tra i corpi, mentre “Del Vento” attraversa i temi della memoria e del movimento. Infine, “Sul Margine” esplora il confine non come barriera, ma come spazio di libertà e potenziale trasformazione.
Attraverso lo sviluppo progressivo di sguardo e movimento, “The Trullo Sequence” si propone come una riflessione approfondita sul rapporto tra l’individuo e l’ambiente urbano, dimostrando come le periferie della città possano evolversi in centri di produzione culturale, incontro e immaginazione collettiva. Il concept, la regia e la coreografia sono di Sil Marti, con l’assistenza coreografica di Giulia Federico. L’ingresso è libero, ma la prenotazione è obbligatoria tramite il sito romaborgatafestival.it.
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