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Attualità

Perché essere ottimisti

In un momento drammatico, ma che è tutto fuorché inatteso dopo oltre 20 anni di elaborate “narrazioni” che si sono rivelate oggi distantissime dalla realtà fattuale, per chi che come chi scrive è già nonno, diventa imperativo intravedere per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti un’uscita da una situazione complessa e che è a sua volta figlia di scelte che avrebbero meritato un approccio più meditato ed attento. Passare il tempo a raccontarsi ciò che è già stato può essere utile a capire, ma certo non risolve il “casino” in cui quella che una volta ironicamente chiamavo “Old West Europe” si è infilata immaginando e perseguendo un proprio allargamento sotto l’ombrello di una NATO che fin dalla vicenda dello smembramento della ex Jugoslavia aveva evidenziato una propria netta distanza strategica dai modi di quella ambizione.

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Cesare Scotoni

Redazione-  In un momento drammatico, ma che è tutto fuorché inatteso dopo oltre 20 anni di elaborate “narrazioni” che si sono rivelate oggi distantissime dalla realtà fattuale, per chi che come chi scrive è già nonno, diventa imperativo intravedere per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti un’uscita da una situazione complessa e che è a sua volta figlia di scelte che avrebbero meritato un approccio più meditato ed attento. Passare il tempo a raccontarsi ciò che è già stato può essere utile a capire, ma certo non risolve il “casino” in cui quella che una volta ironicamente chiamavo “Old West Europe” si è infilata immaginando e perseguendo un proprio allargamento sotto l’ombrello di una NATO che fin dalla vicenda dello smembramento della ex Jugoslavia aveva evidenziato una propria netta distanza strategica dai modi di quella ambizione.

In particolare il nostro Paese che, con la protezione certo non gratuita della NATO, era cresciuto fino al quarto posto nel P.I.L. tra i Paesi del G7, seguendo la lezione di Keynes per compensare in modo anticiclico i cali di domanda con la spesa pubblica, puntando da subito su un sistema economico “misto”, dove lo Stato entrava direttamente nell’indirizzo dell’economia nazionale sia attraverso delle partecipazioni che attraverso gli acquisti di titoli di Stato da parte della Banca d’Italia per tenere basso il costo del debito pubblico rappresentò un’anomalia rispetto sia al modello capitalista anglosassone che a quel capitalismo renano uscito a pezzi dalle due guerre mondiali. La crescita del Paese ci fu e fu costruita con quel modello misto che finanziò sia la Cassa del Mezzogiorno che le tante riforme, a partire dalla Riforma Agraria per arrivare alla Riforma del Diritto allo Studio, del Diritto alla Casa, allo Statuto dei Lavoratori ed al Sistema Sanitario Nazionale e che migliorarono progressivamente le condizioni di famiglie e lavoratori.

A metà degli anni Ottanta l’ambizione di pochi di accelerare il processo di unificazione europea per gestire con regole uniche e certo diverse dal modello italiano un mercato importante come quello fino allora interpretato dalla CEE, delegando al Capitale multinazionale la gestione della fame di infrastrutture legata all’incremento dell’export continentale e la ristrutturazione di un welfare continentale da ripensare a fronte dell’imporsi di nuove tecnologie. Detta spinta di cui la Thatcher fu il campione in Europa, sommata poi allo straordinario scioglimento volontario dell’Unione Sovietica e al conseguente abbaglio sulla “Fine della Storia” e la vittoria globale del liberalismo anglosassone, indiscutibile per alcuni, portò ad un percorso perverso, avviato con Ciampi e Andreatta ben prima che Mario Draghi approdasse al Tesoro per gestire la svendita di un Patrimonio Pubblico che era una ricchezza dello Stato. Nel 1992 quella classe politica che si opponeva alla svendita fu “spazzata via” e poi, con la vicenda del Kossovo, tutti scoprimmo i “D’Alema Boys” e la Banca d’Affari di Palazzo Chigi dove nessuno parlava l’inglese. Il resto invece è cronaca e dati economici. Che contraddicono le “narrazioni” seguite al 2005.

Questo il passato che ha visto poi la Germania nuovamente riunita riproporre la competizione tra i capitalismi renano ed anglosassone e tra modelli di sviluppo e ruolo dello Stato che già aveva caratterizzato il Novecento. E che già allora divise i modelli statuali continentali tra le Democrazie ed i Totalitarismi. O, per “modernizzare” il senso della sfida ad un confronto tra Unionisti e Federalisti. Dove la Federazione integra e completa le legislazioni statuali e l’Unione è una struttura sovra statuale che le sostituisce. Chi ha vinto e chi ha perso è sotto gli occhi di tutti. Con l’esplosione del NorthStream2 e la fine del sogno di chi fece quella scommessa.
Tornando ora alla speranza e all’ottimismo che dobbiamo a figli e nipoti l’Italia ha la fortuna di avere saputo elaborare un proprio originale modello misto che ha dimostrato di funzionare bene. E il modello di capitalismo anglosassone implica nei fatti le guerre per il controllo delle risorse e delle tecnologie. Il modello che serve all’Europa non è quello adottato da Maastricht in avanti e tutti ormai ne sono consapevoli. E l’Euro per ora ha perso sul campo la sua prima sfida con il dollaro. Serve quindi una transizione tra il disastro che viviamo ed il Progetto da cui si partiva. Il mondo ha già visto molti esempi in cui in un Paese si è avuta la doppia circolazione di valute. E l’esperienza ci dice che Istruzione e Welfare vanno declinati come investimenti e non come costi. L’Italia ad oggi è solo formalmente priva della propria sovranità monetaria e l’Euro, che dal punto di vista della Governance è largamente incompleto ed insufficiente, deve essere comunque ripensato e con esso la BCE, visto il fallimento tecnico e politico che hanno rappresentato.

La crisi offre quindi più vie di uscita che, al netto della corruzione come arma di pressione politica, contemplano sia la capacità di ripensare quel progetto deragliato nel 2005 che di salvaguardare le conquiste sociali del passato e di liquidare una classe dirigente che per risultare credibile non potrà essere in continuità con quel disastro.
Il bagno con una realtà che smentisce 20 anni di narrazioni ben congegnate non è la fine di un’ambizione, ma forse può essere l’occasione per riconoscere ciò di positivo ed originale fu pensato da chi ha portato in trentacinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale un’Europa divisa ed in rovina a essere protagonista a livello globale con un progetto del tutto diverso da quello vissuto dopo il 2010.

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Esteri

Egitto, condannata a morte la conduttrice televisiva Sarah Khalifa

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Sarah Khalifa

Redazione- Un tribunale penale del Cairo ha condannato a morte per impiccagione Sarah Khalifa, 39 anni, nota conduttrice e produttrice televisiva egiziana, insieme ad altre 11 persone, nell’ambito di un maxi-processo legato alla produzione e al traffico di stupefacenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, tra cui il quotidiano statale Al-Ahram, gli imputati avrebbero fatto parte di una banda criminale organizzata accusata di importare dall’estero sostanze e materie prime destinate alla produzione di droghe sintetiche, per poi lavorarle e distribuirle sul mercato. Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato ingenti quantità di sostanze stupefacenti e materiali utilizzati per la loro produzione, oltre ad armi da fuoco e munizioni detenute illegalmente.

Sarah Khalifa è conosciuta soprattutto per il programma televisivo «Mission Impossible», dedicato a temi legati alla criminalità e alla sicurezza. La conduttrice ha respinto le accuse nei suoi confronti.

Nel procedimento erano complessivamente 28 gli imputati. Oltre alle 12 condanne a morte, il tribunale ha inflitto l’ergastolo a nove persone, mentre altre sette sono state assolte.

La condanna a morte non è ancora definitiva. Il legale di Sarah Khalifa ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, chiedendo alla magistratura di riesaminare il caso.

La vicenda aveva già attirato l’attenzione dei media egiziani nelle scorse settimane, per il coinvolgimento di una figura televisiva conosciuta e per la gravità delle accuse contestate agli imputati.

Foto: Instagram/ sara_khaliifa

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Attualità

“Bisogna coltivare il nostro giardino”: l’istinto segreto delle volpi e il richiamo di Voltaire nel Mattutino del Castello Sforzini

“La salvezza non arriverà magicamente da lontano. Rimbocchiamoci le maniche, smettiamola di parlare e ricominciamo a coltivare il Nostro Giardino!”. La bellissima e toccante lezione di filosofia del “Mattutino” del Castello Sforzini! 🦊 🌻 Quanti di noi passano le intere giornate (sui social network o al bar) a spettegolare, a lamentarsi per le decisioni degli altri o ad attendere che la nostra vita si risolva miracolosamente, magari sperando in un aiuto che arriva “da lontano”? Purtroppo la società moderna ci ha tolto la voglia di “sporcarci le mani” con la realtà di tutti i giorni. Questa domenica, a risvegliare brutalmente e meravigliosamente le nostre coscienze ci ha pensato la profonda rubrica letteraria del “Mattutino” (diffusa storicamente dal bellissimo Castello Sforzini di Castellar Ponzano). Tre massime ermetiche, brevi ma potentissime, ci hanno ricordato i veri valori della vita! Nel testo si ricorda che “Le volpi conoscono scorciatoie che sulle carte non compaiono”. Un invito meraviglioso a usare il nostro astuto istinto per uscire dagli schemi noiosi che la società ci impone, trovando le nostre strade personali per essere felici! Ma la chiusura è la più emozionante di tutte, e cita la celebre e bellissima frase finale del filosofo Voltaire: “Tutto questo è ben detto, ma ora bisogna coltivare il nostro giardino!”. Significa che dopo tante chiacchiere, dobbiamo pensare alle cose VERE: il nostro piccolo orticello, la nostra famiglia, l’amore, la casa e le cose tangibili che ci danno la felicità e scaldano il cuore. Leggete e scoprite il significato profondo di questo aforisma nel nostro articolo completo! 👇 🍂 Voi riuscite ancora a ritagliarvi del tempo per “coltivare” le cose semplici della vostra vita (magari curando davvero le piante o dedicandovi alle vostre passioni), oppure vi sentite schiacciati dalla vita frenetica di tutti i giorni? Fermatevi un attimo, diteci la vostra nei commenti e condividete questa stupenda lezione di vita!

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Il Mattutino del 6 settembre 2026

Castellar Ponzano (AL) – In una società iper-connessa in cui siamo costantemente bombardati da migliaia di messaggi vocali, notifiche invadenti, fiumi di parole inutili e immagini vuote che scorrono febbrilmente sugli schermi dei nostri cellulari, esiste ancora un piccolissimo e prezioso rifugio dove il pensiero umano prova a rallentare. Questo rifugio immateriale è Il Mattutino, la raffinata e profonda rubrica letteraria curata dalle antiche mura del Castello Sforzini di Castellar Ponzano.
In questa domenica mattina del 6 settembre 2026, il consueto appuntamento con le riflessioni dell’anima si è presentato ai lettori in una veste meravigliosamente ermetica, quasi zen. Tre brevissime frasi, tre pennellate di inchiostro sferzanti come schiaffi al vento, capaci di scavare nei meandri più oscuri della nostra coscienza per risvegliare l’antico e sopito istinto della sopravvivenza umana. Parole che, se lette con la giusta chiave filosofica, ci costringono a fare i conti con la rotta che abbiamo dato alla nostra esistenza.

Il mistero del fuocherello e le voci dall’estero

Il Mattutino si apre con una frase sibillina, sospesa tra la nostalgia del passato e l’illuminazione del presente: «Le telefonate dall’estero non servivano a nulla. Ora, fuocherello». Quante volte, nel corso della nostra vita, abbiamo atteso ossessivamente una risposta, una soluzione o una salvezza che potesse arrivare magicamente da lontano?
Abbiamo creduto (e continuiamo a credere) che le grandi risposte risiedano “all’estero”, fuori da noi stessi, cercandole disperatamente nelle telefonate, negli aiuti altrui o nei modelli di vita irraggiungibili che la società ci impone. E invece, come ci ricorda saggiamente questa prima riflessione, tutto questo vociare lontano non serve assolutamente a nulla per scaldare l’anima. La vera e unica consolazione non è una telefonata, ma è quel piccolo “fuocherello” che riusciamo ad accendere oggi, qui e ora, con le nostre stesse mani infreddolite, guardando bruciare la legna nel focolare della nostra dimensione interiore.

L’istinto della volpe: scorciatoie oltre le mappe

Il secondo, potentissimo aforisma domenicale scende ancora più in profondità nei meandri dell’intelligenza: «Le volpi conoscono scorciatoie che sulle carte non compaiono». È un meraviglioso e orgoglioso inno all’istinto primordiale di sopravvivenza e all’anticonformismo.
Noi esseri umani moderni siamo ormai ossessionati dalle regole, dai percorsi prestabiliti, dai navigatori satellitari e dalle “mappe” che la società ha tracciato per noi (nasci, studia, lavora, obbedisci, consuma e muori). Eppure, i veri spiriti liberi (le astutissime volpi della nostra metafora) sanno perfettamente che per sfuggire ai cacciatori e alle trappole della routine non bisogna mai seguire i sentieri battuti dalla massa. L’intuizione geniale, il coraggio di osare e di battere percorsi inesplorati (e non presenti sulle cartine geografiche) è l’unica arma a nostra disposizione per mantenere viva la scintilla della nostra unicità emotiva e intellettuale.

Il richiamo di Voltaire e la terra sotto le unghie

Ma è la chiusura del testo domenicale a regalare il brivido filosofico più grande, richiamando in modo esplicito la celeberrima frase finale del capolavoro assoluto “Candido” del filosofo illuminista Voltaire: «Tutto ciò è ben detto, ma bisogna coltivare il nostro giardino».
Dopo esserci persi per anni in infinite teorie astratte, discussioni infinite sui massimi sistemi o sterili polemiche sui social network (osservando morbosamente la vita degli altri), arriva inesorabile il momento in cui le chiacchiere stanno a zero. Bisogna smettere di parlare e ricominciare a sporcarsi le mani di terra buona. Dobbiamo occuparci strenuamente del “nostro giardino”: la nostra famiglia, le nostre radici, i nostri veri amici, il nostro lavoro quotidiano e la nostra anima. Una dichiarazione di guerra alla fuffa mediatica moderna. Non a caso, il bellissimo messaggio conclusivo del Castello Sforzini è l’augurio di una giornata fondata proprio su tre insindacabili pilastri: “libertà, responsabilità e coraggio”. Buona semina a tutti noi.

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C’è’ un fantasma che si aggira per l’Europa: il generale Vannacci

Forse per primi abbiamo scritto nero su bianco che Futuro Nazionale avrebbe raggiunto il 20 per cento. C’è ancora il tempo utile e necessario affinché questa previsione diventi realtà alle prossime elezioni politiche se Vannacci deciderà in coerenza con le proprie posizioni di non fare compromessi con gli altri partiti e di correre in solitaria, misurandosi al di fuori degli schieramenti esistenti. Abbiamo fatto questa previsione molti mesi fa, appena e’ nato Futuro Nazionale, isolati e unici in questa convinzione, quando tutti i sondaggisti davano il Generale solo al 3 per cento.

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Roberto Vannacci

Redazione-  Forse per primi abbiamo scritto nero su bianco che Futuro Nazionale avrebbe raggiunto il 20 per cento. C’è ancora il tempo utile e necessario affinché questa previsione diventi realtà alle prossime elezioni politiche se Vannacci deciderà in coerenza con le proprie posizioni di non fare compromessi con gli altri partiti e di correre in solitaria, misurandosi al di fuori degli schieramenti esistenti. Abbiamo fatto questa previsione molti mesi fa, appena e’ nato Futuro Nazionale, isolati e unici in questa convinzione, quando tutti i sondaggisti davano il Generale solo al 3 per cento. Non avendo vocazioni da Sibilla Cumana, ma avendo molto spesso azzeccato analisi e previsioni politiche – vedi ad esempio la previsione a febbraio 2018 (6 mesi prima della sua nascita il 2 giugno 2018) della nascita del governo 5stelle-lega, o il referendum dopo il quale Renzi si dimise o l’ultimo quello sulla Giustizia – come mai sono convinta da mesi che il Generale raggiungerà questo enorme exploit elettorale? Innanzitutto perché ha introdotto un nuovo ed efficacissimo modo di comunicare, che gli consente di raggiungere chiunque, non solo gli addetti ai lavori, ma anche persone comuni che da tantissimo tempo non si recano più alle urne, ha sdoganato termini che anni fa sarebbero stati inimmaginabili non solo da utilizzare ma anche solo da pensare. Ha introdotto un linguaggio nuovo e riesce ad essere presente ovunque anche sui moderni mezzi di comunicazione comprese le gag costruite con l’intelligenza artificiale. Ha scosso con forza l’albero del perbenismo e del politically correct per introdurre un eloquio diretto, crudo e senza giri di parole. Non si sottrae alle domande, spesso rilancia. Ha bandito il politichese e preferisce la provocazione continua alzando via via l’asticella e inducendo così gli altri leader di partito a rincorrerlo su terreni a loro molto scomodi.

D’altra parte la situazione geopolitica internazionale e’ così complessa e la condizione economica e sociale dell’Italia così disastrosa che il moderatismo non paga più. Gli italiani lavorano di più, guadagnano meno, consumano meno, si divertono di meno, faticano ad andare in vacanza, riescono con difficolta’ a pagare luce, acqua, gas e affitto, sono frustrati, in competizione sociale permanente a causa anche della diffusione di massa dei social media che ha innescato una corsa verso l’effimero apparire fine a se stesso, vengono spaventati dalla cronaca nera che scrive di frequenti accoltellamenti dei maranza, di furti nei negozi, di occupazioni abusive delle case. Sono smarriti e cercano risposte, sperano di trovare qualcuno che indichi loro la strada per uscire dal tunnel. L’Europa agli occhi dei più e’ solo una matrigna che ha introdotto tasse, divieti, obblighi e compresso la libertà individuale. Ovvio che possano provare grandissima attrazione per la voce di un condottiero isolato e contestato che predica in favore dell’Italia spiegando che per la guerra i soldi si trovano mentre per le pensioni e gli stipendi no, per mandare aiuti agli Ucraini – e cita sapientemente episodi di corruzione lampanti come i bagni d’oro comprati anche coi soldi delle tasse degli italiani – e per il caro carburanti solo palliativi. Ovvio che ogni attacco che gli muove il segretario di Azione Carlo Calenda si trasformi per lui una medaglia al valore e al merito. Più riceve attacchi di questo tipo, più i consensi degli italiani aumentano. Vannacci rappresenta l’ultima speranza, perché attraverso i suoi occhi gli italiani sognano una Italia diversa, sperano di tornare nell’epoca in cui nel nostro Paese si viveva veramente bene.

Il debito pubblico stava alle stelle, ma la classe dirigente era autonoma e rassicurava rispetto al futuro. Difendeva come da oggi Vannacci l’autonomia della nazione rispetto alle potenze estere.
Oggi il futuro e’ invece per molti solo un buco nero in fondo al tram. (Per citare una famosa canzone di un cantautore geniale particolarmente sensibile alla condizione del proletariato e più in generale degli ultimi e dei borderline, Enzo Jannacci). Sono convinta che alzando l’asticella delle provocazioni di merito il generale saprà conquistare una platea sempre più vasta, interloquendo come ha fatto oggi parlando a Cernobbio, dove e’ emersa la sua capacità di tenere testa ai poteri forti e di non farsi intimidire dalla platea degli imprenditori e dei finanzieri che lo stava ad ascoltare. La sua presenza li e’ un segnale importante: con le posizioni di Vannacci bisogna fare i conti. Il confronto con Monti è’ stata l’immagine plastica di come un leader non si lasci intimorire dai nomi altisonanti e dai salotti buoni. Vannacci ha esposto con grande proprietà di linguaggio e sicurezza il suo punto di vista, dimostrando che una altra Europa e’ possibile. Da analista ed esperta di comunicazione, darei solo un consiglio: non cada nella tentazione della comfort zone dei settarismi e delle posizioni retro’ tacciabili come retrograde sui diritti civili, sulle donne, sulla religione. La frase che ho letto riportata sui giornali inerente il programma del Partito nella quale si sostiene l’idea di proibire agli omosessuali di andare in onda in tv dalle 8 del mattino alle 23 e’ offensiva della sua intelligenza e sono sicura che non l’abbia scritta lui.
Se riesce ad evitare queste cadute di stile intollerabili e improduttive che possono toglierli la simpatia di categorie molto diffuse, il traguardo del 20 per cento e’ molto vicino!
In politica si può perdonare tutto tranne il ridicolo (lo ricordava un altro grande, il genio Dario Fo, “una risata li seppellirà).
Vannacci ha davvero tutte le carte in regola per essere un leader di un segmento di popolazione molto ma molto vasto. E di rimanere in sella per lungo tempo. E’ un cavallo di razza di rara intelligenza e di lunga esperienza sul campo. Eviti i cattivi consiglieri che sono insidiosi, ipocriti, subdoli, melensi, e non si faccia azzoppare dall’astuzia di quelle che il suo Presidente del Centro Studi Luca Sforzini ha definito con una immagine davvero ben riuscita le cornacchie nere.

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