Roma – Ci sono dei limiti invalicabili in una democrazia matura. Confini invisibili ma sacri, tracciati per separare il legittimo, e persino aspro, diritto di critica democratica dalla pericolosa deriva dell’intimidazione personale. Quando questi confini vengono oltrepassati, il clima si fa improvvisamente pesante, riportando alla mente stagioni buie della nostra storia recente che speravamo di aver chiuso per sempre nei cassetti della memoria. L’ultimo, gravissimo episodio di questa pericolosa escalation ha colpito direttamente il cuore dell’informazione pubblica del nostro Paese: la Rai. Al centro delle polemiche, una controversa campagna lanciata dal sindacato USB, che ha deciso di utilizzare i volti e i nomi di alcuni noti giornalisti del servizio pubblico trasformandoli, di fatto, in veri e propri bersagli mediatici.
Volti trasformati in bersagli: l’inaccettabile campagna del sindacato USB
La miccia che ha innescato l’indignazione generale è stata l’iniziativa del sindacato di base USB (Unione Sindacale di Base) volta a denunciare quella che, a loro dire, sarebbe una fantomatica “propaganda sionista” all’interno della Rai, in riferimento alla copertura giornalistica della drammatica e complessa crisi in Medio Oriente. Per farlo, però, non si è scelto di criticare le linee editoriali dei direttori di rete o le scelte aziendali dei vertici di Viale Mazzini. Si è scelto, invece, di colpire i singoli cronisti. Nel mirino, con tanto di volti esposti alla gogna pubblica, sono finiti tre professionisti stimati e conosciuti dal grande pubblico televisivo: Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone.
Puntare il dito (e i riflettori di una campagna di mobilitazione) contro il singolo lavoratore dell’informazione non è solo una caduta di stile, ma un atto che rischia di esporre fisicamente e moralmente i giornalisti all’odio e all’intolleranza in un periodo storico già segnato da un’altissima tensione sociale.
Il sacro diritto di critica e la pericolosa deriva dell’intimidazione
A erigere un muro invalicabile a difesa dei colleghi e della libertà di informazione è scesa immediatamente in campo la componente sindacale giornalistica Pluralismo e Libertà (realtà storicamente e saldamente presente in Stampa Romana, Fnsi, Inpgi e Casagit). Con una nota dai toni fermi e inequivocabili, il coordinamento nazionale ha espresso la propria totale e incondizionata solidarietà a Boccia, Brunori e Monteleone, rimettendo al centro i valori fondanti della professione.
«Il diritto di critica e la libertà di espressione vanno e andranno sempre tutelati e garantiti, senza alcun dubbio», si legge nel duro comunicato diffuso da Pluralismo e Libertà. «Ma utilizzare le fotografie e le immagini di singoli colleghi per trasformarli strumentalmente in bersagli fisici e morali di una campagna pubblica è un’altra cosa, profondamente diversa e inaccettabile». Un distinguo fondamentale: un conto è il dibattito sulle idee, anche quello più acceso e divisivo; un altro è l’attacco ad personam che mira a delegittimare e intimorire l’uomo e la donna dietro la telecamera.
La solidarietà di “Pluralismo e Libertà”: un argine contro il ritorno agli anni bui
C’è un dettaglio che rende l’intera vicenda ancora più sconcertante e dolorosa agli occhi di chi vive le redazioni ogni giorno. A scatenare questa offensiva non è stato un comitato spontaneo o un gruppo politico estremo, ma una sigla che porta il nome di “sindacato”. «È ancora più grave quando a compiere un atto simile è proprio una sigla sindacale, la cui missione fondante dovrebbe essere esattamente quella di tutelare la dignità, l’incolumità e i diritti dei lavoratori, non certo di metterli all’indice», rincara la dose Pluralismo e Libertà.
Il messaggio lanciato dalla componente sindacale è un richiamo alla responsabilità collettiva per abbassare immediatamente i toni, prima che la situazione possa degenerare. «Riteniamo che in questa circostanza l’USB abbia superato un limite che non andava valicato. Il confronto, anche duro e aspro, deve sempre svolgersi sul terreno delle idee e non mai contro le persone fisiche. Episodi come questo rimandano inevitabilmente a stagioni di piombo e di terrore della nostra storia recente che speravamo, con tutto il cuore, fossero state definitivamente e tragicamente archiviate».
La vera missione dell’informazione: raccontare i fatti senza paura
La vicenda che ha coinvolto i giornalisti Rai apre una profonda voragine di riflessione su cosa significhi fare informazione oggi in Italia. I cronisti che scendono in campo, che vanno in onda o che curano i servizi e gli approfondimenti su temi così dilanianti come i conflitti internazionali, camminano quotidianamente su un campo minato. Il loro compito è quello di illuminare le coscienze, di raccontare i fatti, di porre domande scomode. E per poterlo fare con onestà e dedizione, devono avere la certezza di operare in un ambiente libero, protetto e sgombro da qualsiasi forma di intimidazione preventiva.
La piena e incondizionata solidarietà a Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone non è dunque solo un atto di vicinanza umana, ma un dovere civico e democratico. Perché quando un giornalista viene esposto al pubblico ludibrio e trasformato in un bersaglio da colpire, non è solo la sua persona a rischiare: è la libertà di tutti noi a uscirne ferita, zoppicante e più fragile.