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Attualità

Clima di piombo in Rai, giornalisti nel mirino. La dura condanna di “Pluralismo e Libertà”: la libertà di stampa non si tocca

Il volto dei giornalisti sbattuto in prima pagina come “bersaglio”: la dura condanna in difesa della Rai. 📺 ✍️ Clima pesantissimo attorno al servizio pubblico: il sindacato USB lancia una dura campagna usando le foto di Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone per denunciare una fantomatica “propaganda sionista”. Ferma la risposta di ‘Pluralismo e Libertà’: “Trasformare i lavoratori in bersagli è inaccettabile e ci riporta agli anni di piombo. La libertà di stampa non si tocca”. Leggi l’articolo e condividi il tuo supporto per la libertà di informazione. 👇 🛡️

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BOCCIA, BRUNORI E MONTELEONE

Roma – Ci sono dei limiti invalicabili in una democrazia matura. Confini invisibili ma sacri, tracciati per separare il legittimo, e persino aspro, diritto di critica democratica dalla pericolosa deriva dell’intimidazione personale. Quando questi confini vengono oltrepassati, il clima si fa improvvisamente pesante, riportando alla mente stagioni buie della nostra storia recente che speravamo di aver chiuso per sempre nei cassetti della memoria. L’ultimo, gravissimo episodio di questa pericolosa escalation ha colpito direttamente il cuore dell’informazione pubblica del nostro Paese: la Rai. Al centro delle polemiche, una controversa campagna lanciata dal sindacato USB, che ha deciso di utilizzare i volti e i nomi di alcuni noti giornalisti del servizio pubblico trasformandoli, di fatto, in veri e propri bersagli mediatici.

Volti trasformati in bersagli: l’inaccettabile campagna del sindacato USB

La miccia che ha innescato l’indignazione generale è stata l’iniziativa del sindacato di base USB (Unione Sindacale di Base) volta a denunciare quella che, a loro dire, sarebbe una fantomatica “propaganda sionista” all’interno della Rai, in riferimento alla copertura giornalistica della drammatica e complessa crisi in Medio Oriente. Per farlo, però, non si è scelto di criticare le linee editoriali dei direttori di rete o le scelte aziendali dei vertici di Viale Mazzini. Si è scelto, invece, di colpire i singoli cronisti. Nel mirino, con tanto di volti esposti alla gogna pubblica, sono finiti tre professionisti stimati e conosciuti dal grande pubblico televisivo: Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone.

Puntare il dito (e i riflettori di una campagna di mobilitazione) contro il singolo lavoratore dell’informazione non è solo una caduta di stile, ma un atto che rischia di esporre fisicamente e moralmente i giornalisti all’odio e all’intolleranza in un periodo storico già segnato da un’altissima tensione sociale.

Il sacro diritto di critica e la pericolosa deriva dell’intimidazione

A erigere un muro invalicabile a difesa dei colleghi e della libertà di informazione è scesa immediatamente in campo la componente sindacale giornalistica Pluralismo e Libertà (realtà storicamente e saldamente presente in Stampa Romana, Fnsi, Inpgi e Casagit). Con una nota dai toni fermi e inequivocabili, il coordinamento nazionale ha espresso la propria totale e incondizionata solidarietà a Boccia, Brunori e Monteleone, rimettendo al centro i valori fondanti della professione.

«Il diritto di critica e la libertà di espressione vanno e andranno sempre tutelati e garantiti, senza alcun dubbio», si legge nel duro comunicato diffuso da Pluralismo e Libertà. «Ma utilizzare le fotografie e le immagini di singoli colleghi per trasformarli strumentalmente in bersagli fisici e morali di una campagna pubblica è un’altra cosa, profondamente diversa e inaccettabile». Un distinguo fondamentale: un conto è il dibattito sulle idee, anche quello più acceso e divisivo; un altro è l’attacco ad personam che mira a delegittimare e intimorire l’uomo e la donna dietro la telecamera.

La solidarietà di “Pluralismo e Libertà”: un argine contro il ritorno agli anni bui

C’è un dettaglio che rende l’intera vicenda ancora più sconcertante e dolorosa agli occhi di chi vive le redazioni ogni giorno. A scatenare questa offensiva non è stato un comitato spontaneo o un gruppo politico estremo, ma una sigla che porta il nome di “sindacato”. «È ancora più grave quando a compiere un atto simile è proprio una sigla sindacale, la cui missione fondante dovrebbe essere esattamente quella di tutelare la dignità, l’incolumità e i diritti dei lavoratori, non certo di metterli all’indice», rincara la dose Pluralismo e Libertà.

Il messaggio lanciato dalla componente sindacale è un richiamo alla responsabilità collettiva per abbassare immediatamente i toni, prima che la situazione possa degenerare. «Riteniamo che in questa circostanza l’USB abbia superato un limite che non andava valicato. Il confronto, anche duro e aspro, deve sempre svolgersi sul terreno delle idee e non mai contro le persone fisiche. Episodi come questo rimandano inevitabilmente a stagioni di piombo e di terrore della nostra storia recente che speravamo, con tutto il cuore, fossero state definitivamente e tragicamente archiviate».

La vera missione dell’informazione: raccontare i fatti senza paura

La vicenda che ha coinvolto i giornalisti Rai apre una profonda voragine di riflessione su cosa significhi fare informazione oggi in Italia. I cronisti che scendono in campo, che vanno in onda o che curano i servizi e gli approfondimenti su temi così dilanianti come i conflitti internazionali, camminano quotidianamente su un campo minato. Il loro compito è quello di illuminare le coscienze, di raccontare i fatti, di porre domande scomode. E per poterlo fare con onestà e dedizione, devono avere la certezza di operare in un ambiente libero, protetto e sgombro da qualsiasi forma di intimidazione preventiva.

La piena e incondizionata solidarietà a Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone non è dunque solo un atto di vicinanza umana, ma un dovere civico e democratico. Perché quando un giornalista viene esposto al pubblico ludibrio e trasformato in un bersaglio da colpire, non è solo la sua persona a rischiare: è la libertà di tutti noi a uscirne ferita, zoppicante e più fragile.

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Ritrovati i corpi dei due alpinisti morti in Nepal

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Ritrovati i corpi dei due alpinisti morti in Nepal

‘Ritrovati in Nepal i corpi di 5 alpinisti…’ delle 14.17) Sono in viaggio verso Katmandu in Nepal il fratello e la mamma di Marco Di Marcello, il biologo teramano di 37 anni disperso dallo scorso novembre quando la cordata di alpinisti di cui faceva parte, impegnata nella spedizione internazionale sul Dolma Khang, fu travolta una valanga attorno ai 5.600 metri di quota dello Yalung Ri.
La loro partenza, che segue a poche ore di distanza quella dal Canada della moglie del disperso, fa presagire che le autorità governative nepalesi, in costante contatto con la Farnesina, abbiano elementi utili per ritenere che uno dei cinque cadaveri individuati nella neve nei giorni scorsi, nell’area dell’incidente, possa appartenere al loro congiunto.
Da qui la necessità di averne conferma attraverso un riconoscimento ufficiale della salma.
Da quanto si è appreso nelle ultime ore, l’ennesimo tentativo di raggiungere la quota con gli elicotteri per il recupero dei corpi è stato anche oggi vanificato dalle avverse condizioni meteo.Un ulteriore tentativo sarà effettuato nella giornata di domani, quando in Italia sarà notte.
Dei cinque corpi individuati, uno solo è stato identificato con certezza, ed apparterrebbe ad uno sherpa nepalese che faceva parte della spedizione. All’appello, di quella cordata, oltre a Marco Di Marcello, mancano ancora un altro italiano – Markus Kirchler – un alpinista francese e uno tedesco. Nei giorni immediatamente successivi al 3 novembre, quando la valanga travolse il gruppo nella Rolwaling Valley, furono recuperati i corpi di un nepalese e e di Paolo Cocco, fotografo abruzzese 41enne di Fara San Martino, in provincia di Chieti. Le ricerche dei dispersi furono sospese definitivamente il 10 novembre.

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Francia – bambino di otto ustionato dopo l’esplosione di uno squishy

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Francia - bambino di otto ustionato dopo l'esplosione di uno squishy

Un bambino di 8 anni in Francia è rimasto ustionato dall’esplosione di uno squishy, un giocattolo anti stress contenente una sostanza gelatinosa. Sul caso è stata aperta un’indagine per “lesioni personali con conseguente incapacità lavorativa totale superiore a tre mesi”.

Da una prima ricostruzione, il bambino di 8 anni, originario di Saint-Omer, nel Pas-de-Calais in Francia, stava giocando con uno squishy, quando il giocattolo è esploso, riversandogli addosso il gel che conteneva.

Il piccolo ha riportato ustioni di secondo grado al viso e al torace. L’episodio è avvenuto il 24 luglio 2026 e la Procura di Saint-Omer ha ora aperto un’inchiesta per accertare le cause dell’incidente.

Secondo quanto riferito dalla madre a La Voix du Nord, il prodotto era un “Cool mix supergel“, acquistato in un punto vendita Smyths Toys di Arques.

Dopo che la pallina è esplosa, il bambino è corso dalla mamma in preda al panico. La donna avrebbe provato a togliergli il gel dal viso ma ha visto che la pelle veniva via e ha così capito che era successo qualcosa di grave.

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Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

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Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

Redazione- In Afghanistan, la pressione sull’abbigliamento e sull’aspetto personale non riguarda più soltanto le donne, ma coinvolge anche gli uomini. Quando una persona rischia lo stipendio, il lavoro o la propria posizione a causa della barba, del cappello, del turbante o del modo in cui si veste, non si parla più semplicemente di abbigliamento: si parla di dignità, libertà personale e rispetto dell’essere umano.

Mentre molte famiglie affrontano povertà, disoccupazione, difficoltà economiche e il peso della vita quotidiana, molti lavoratori sono costretti a vivere con una nuova paura: perdere il proprio sostentamento non per mancanza di capacità o impegno, ma per non corrispondere a un modello esteriore imposto.

Una società non cresce controllando l’aspetto delle persone. Un Paese si costruisce con istruzione, lavoro, competenza, giustizia, salute e rispetto per ogni individuo. Quando l’attenzione si concentra sull’apparenza invece che sui problemi reali della gente, le sofferenze aumentano e le vere necessità rimangono senza risposta.

Per anni le donne afghane hanno vissuto restrizioni e pressioni sulla loro libertà personale; oggi anche molti uomini sentono il peso di regole che entrano nella loro vita privata. La paura e l’obbligo non possono sostituire la fiducia e il rispetto.

Il dolore più grande è vedere persone che cercano solo di lavorare, mantenere le proprie famiglie e vivere con dignità, costrette a preoccuparsi non solo del pane quotidiano, ma anche di come apparire per non essere punite.

La dignità umana non si misura dalla lunghezza della barba o dal tipo di vestito. Una nazione diventa forte quando protegge la dignità dei suoi cittadini e permette loro di vivere con rispetto e sicurezza.

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