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Recensione della poesia “Tu sempre mi perdonavi” del noto autore Luan Rama

Luan Rama è un diplomatico, scrittore e ricercatore albanese di Tirana che vive e lavora a Parigi, Francia. È autore di molti libri dedicati ai legami tra la cultura francese e quella albanese. In qualità di ex ambasciatore dell’Albania in Francia (1991-92) e dell’UNESCO (1997-2001), ha lavorato soprattutto per proteggere e sviluppare i valori europei del suo paese.

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Luan Rama

Redazione-  Luan Rama è un diplomatico, scrittore e ricercatore albanese di Tirana che vive e lavora a Parigi, Francia. È autore di molti libri dedicati ai legami tra la cultura francese e quella albanese. In qualità di ex ambasciatore dell’Albania in Francia (1991-92) e dell’UNESCO (1997-2001), ha lavorato soprattutto per proteggere e sviluppare i valori europei del suo paese.
Luan Rama appartiene alla categoria degli scrittori albanesi tradotti, ovvero gli scrittori di origine albanese i cui libri sono stati tradotti in italiano. È un diplomatico, scrittore e ricercatore albanese di Tirana che vive e lavora a Parigi, Francia. É autore di molti libri dedicati ai legami tra la cultura francese e quella albanese. In qualità di ex Ambasciatore dell’Albania in Francia (1991-1992) e dell’UNESCO (1997-2001). Ha lavorato soprattutto per proteggere e sviluppare i valori europei del suo paese.

 

Tramite i versi della poesia: “TU SEMPRE MI PERDONAVI”, il noto autore albanese Luan Rama, evoca l’intenso ritratto gigante della madre, il continuo amore incondizionato verso il figlio, in un ciclo che sembra senza fine, pur se segnata dalla sofferenza e dalla consapevolezza della solitudine.

La poesia si sviluppa in un flusso di coscienza che segue un ritmo lento e meditativo, come un racconto che in solitudine, attraversa i ricordi tra le mura oscillanti. La ripetizione di alcuni versi, come “Tu sempre mi perdoni” crea quasi una sorta di mantra, che sottolinea il tema centrale della perdono materno. I versi sono liberi e, il linguaggio è ricco di figure metaforiche, talvolta surreali, che dipingono un paesaggio emotivo, ricco di amore e l’insolubile legame materno.

Le allegorie, come “la luna che percorre il suo lungo cammino” o “il mare che aspetta che il sole si spenga in esso”, emergono l’interminabile viaggio della vita e del tormento. Nella figura della madre al centro del poesia, Rama dipinge perfettamente tutto il mondo emotivo e fisico, la lunga attesa accompagnata dal “fumo del tabacco” la solitudine e i suoi sogni, strettamente legati alla sua condizione di madre.

Il tema centrale del poema è il perdono incondizionato che una madre offre al proprio figlio. “Tu sempre mi perdoni” non è solo un semplice sentimento d’affetto, ma è anche un’idea che trascende il semplice perdono: è una forma di amore che non chiede nulla in cambio e che persiste nonostante tutto. La madre perdona senza riserve, senza mai giudicare il figlio, anche quando lui, allontanandosi, non mantiene le promesse, dimentica o fa scelte che la lasciano in attesa. L’amore di una madre è tale che perdura attraverso i limiti del tempo e dello spazio.

In molti passaggi, l’autore Rama, (seppur in forma narrativa), descrive i ricordi della madre in un ritorno a momenti e sentimenti legati alla sua stessa infanzia, alla sua crescita nonché alla vita della madre che ondeggia nel tempo. “Il sorriso nel sonno” della madre, e la finalità, l’evidenza della capacità che una madre riserba sempre, quella di perdonare in qualsiasi circostanza suo figlio. Ciò, è quel patto perenne che mantiene viva eternamente la connessione madre – figlio, sin dai primi istanti del concepimento, pur nei momenti in cui, il richiamo della vita, lo separa da lui. In questa poesia, c’è un’importante riflessione sul tempo che scorre velocemente, sui ricordi che diventano sempre più sfocati sui miraggi delle mura ma che restano comunque vividi.

Sulla morte della madre, purché in modo sottile, l’autore trasmette tanta sofferenza, un po’ “arrabbiato” anche, “non sei più la mia mirabile”, grido silenzioso della separazione, consapevole della mancanza d’ora in poi di quei momenti sacri, unici, irripetibili tra madre – figlio.

Al di là di tutto, nulla svanisce e questo, Rame lo presenta nella “luna”, il “mare”, la “brina”, i “papaveri”, i quali ci trasmettono la ciclicità di un amore che rinasce continuamente.

Il figlio è l’altra figura centrale della narrazione: lui è il “fiume” che scorre via, è il “mare” che aspetta il sole, è la “luce” che illumina il sorriso della madre persino nel sonno e nei sogni. Non chiedendo mai nulla in cambio, questo amore è il “mare” che “abbraccia i confini del mondo”, senza fini e confini.

In questa meravigliosa poesia, l’autore riesce a rendere universale ed unico, l’amore puro, non solo della madre, ma anche del figlio adulto verso di essa, che, purché con il rimorso di aver potuto mantenere le promesse ed evitarle tanta solitudine e preoccupazioni, rimane comunque “piccolo – innocente” tra i suoi seni, ancora con il latte bianco materno sulle labbra.

 

TU SEMPRE MI PERDONAVI

 

Tu sempre mi aspettavi, madre mia,

udivi le lancette in tarda ora,

sentivi il vento, la pioggia e i miei passi,

canticchiando vecchie canzoni

e guardavi la luna che andava verso l’interminabile attesa

la mezzanotte che giungeva e ti chiudeva le palpebre con una mano sacra.

Tu sonnecchiavi, chi sa in che sogno,

sorridevi nel sonno, come una bambina,

colmi di miraggi e facce paterni erano le tue mura.

Il giorno dopo, ti dicevo che sarei venuto prima,

e di nuovo con i miei cavalli partivo,

perdendomi nelle locande lontane,

sulle strade della boema,

nei giardini d’amore e implorazioni,

e tu aspettavi…

aspettavi tra il fumo del tabacco,

che la solitudine ti faceva dimenticare.

Quanto ti pesavano le nebbie del tempo,

“Mio figlio è come il fiume,” dicevi tu,

“I fiumi vanno e non sanno tornare,

mio figlio è come il mare che aspetta che il sole si spenga in esso,

è il vento che vorrebbe abbracciare i confini del mondo…”

E la brina calava,

e tu andavi

attraverso la brina alla mia ricerca,

camminando su piazze e vie sconosciute.

Avevi paura della lunga notte,

dall’oscurità dove si spegnevano le stelle dell’universo,

poi giocavi e ridevi con la mia infanzia,

con il pargolo concepito dall’amore e dal sangue,

ma il giorno dopo tu di nuovo mi perdonavi,

mi baciavi sul collo finché potevo respirare,

mi annusavi e la felicità abbracciavi,

e io giocavo con te,

pettinavo i tuoi capelli grigi che come argento luccicavano,

ti rendevo bella, amore dolente,

mio padre non c’era più,

prendevo le tue dita, baciandole

e tu ridevi, ridevi.

“Tuo padre non li ha mai baciato così”, dicevi,

e il tuo cuore si apriva,

il sangue come nei giorni della gioventù ti scorreva,

un mare dentro di te si apriva,

le ferite sul tuo seno baciavo,

un infinito campo di papaveri,

ma presto io di nuovo me ne andavo,

di nuovo miraggi nelle tue mura

oscillanti nel fumo del tabacco,

neomamma nei giorni di gennaio ti vedevi,

mentre ti affrettavi a festeggiare la mia nascita,

e nella notte fonda, mi perdonavi ancora,

fino a quando la luna calò e il mondo crollò,

mentre nei tuoi occhi si perdeva.

Ora, tu non sei più la mia mirabile,

ora tutti i salmi del mondo li canto per te,

per il grande desiderio che le ossa mi arde,

per il latte bianco che ancora sulle labbra ho.

 

Da: Angela Kosta Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice,

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La forza incrollabile delle donne: la storia di Menda Vreto, tra sacrifici, lacrime e una speranza invincibile

“La vera forza non è non piangere o non avere paura. La vera forza è andare avanti, mettendo da parte te stessa per salvare chi ami”. ❤️ 😢 Una storia che vi stritolerà il cuore, ma che vi riempirà di un’immensa speranza. Leggi la straordinaria testimonianza di Menda Vreto: immigrata in Italia, con il marito gravemente malato, la casa all’asta e due figlie piccole. Per salvarle ha messo da parte la sua laurea in agronomia, è andata a fare la badante a Milano e ha lottato con le unghie e con i denti. Oggi, le sue bambine sono donne laureate e di successo. Un potentissimo inno all’amore materno e alla dignità femminile. 👇 🌹

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Menda Vreto

Storie Vere – Viviamo in un’epoca in cui la parola “resilienza” viene spesso abusata, svuotata del suo significato più profondo e utilizzata come un banale slogan motivazionale. Ma ci sono vite, storie scritte con le lacrime e con il sudore, che ci ricordano cosa significhi davvero resistere alle tempeste dell’esistenza. Quella di Menda Vreto non è una semplice testimonianza biografica: è un inno viscerale e potentissimo alla forza inesauribile delle donne, all’amore materno che non conosce ostacoli e alla dignità di chi sceglie di non arrendersi mai, nemmeno quando il destino sembra accanirsi con la massima ferocia.

L’arrivo in un Paese sconosciuto e l’ombra devastante della malattia

La storia di Menda inizia come quella di tante donne immigrate: l’arrivo in Italia in giovanissima età, un Paese nuovo da decifrare, una lingua da imparare e, soprattutto, due bambine piccole da crescere e proteggere. Lasciarsi alle spalle le proprie radici, una vita conosciuta e rassicurante, per lanciarsi verso un futuro incerto è già di per sé una prova di coraggio titanica. Ma la vita, purtroppo, aveva in serbo per la sua famiglia sfide ben più crudeli.

Il marito di Menda viene colpito da una gravissima malattia allo stomaco, un calvario clinico che lo costringe a subire ben tre interventi chirurgici. E come se non bastasse, anche la stessa Menda finisce sotto i ferri per due operazioni alla tiroide. In pochissimo tempo, quella che doveva essere una serena famiglia in cerca di fortuna si ritrova travolta: due genitori malati, due figlie piccole da mantenere, le bollette che si accumulano, i risparmi che svaniscono e il conto in banca che si prosciuga. Sono i giorni più bui, quelli in cui la disperazione bussa forte alla porta e in cui, per riuscire a mettere qualcosa in tavola, diventa indispensabile bussare con umiltà alle porte della Caritas.

Il pasto della disperazione e l’innocenza protetta a tutti i costi

C’è un ricordo, nella mente di questa donna straordinaria, che fa stringere il cuore e che fotografa meglio di mille trattati sociologici cosa significhi la povertà assoluta. Menda lo chiama, con un sorriso amaro, “il ricordo della pasta con le farfalle”. Quando metteva la pentola sul fuoco, l’acqua non bolliva per cuocere il formato di pasta che tutti conosciamo, ma perché nel pacco c’erano letteralmente le farfalline, gli insetti del cibo avariato, eppure non c’era nient’altro da mangiare per sfamare la famiglia.

Eppure, in quel mare di privazioni, Menda aveva un solo, incrollabile obiettivo: proteggere le sue figlie dalla brutalità della sofferenza. «Cercavo di non far vedere il dolore alle mie figlie», racconta. «Le mandavo in camera a giocare, perché non volevo che portassero sulle loro piccole spalle il peso insostenibile dei problemi degli adulti. Volevo che, almeno per qualche ora, potessero sentirsi semplicemente bambine». Un atto di amore purissimo, un tentativo disperato di preservare un briciolo di innocenza infantile in una casa assediata dalle preoccupazioni.

Il sacrificio supremo: la separazione per salvare la casa all’asta

Ma l’amore, a volte, richiede strappi dolorosissimi. Con il marito invalido, le figlie da sfamare e l’incubo imminente di perdere la propria casa, finita all’asta per i debiti, Menda si trova davanti a un bivio drammatico. Deve fare la scelta più lacerante per una madre: separarsi fisicamente dalle sue figlie. Mette in un cassetto la sua laurea in agronomia, chiude i suoi sogni personali in una valigia e parte per Milano, accettando di lavorare come badante per assistere la madre di un primario dell’ospedale Niguarda.

Saranno sei lunghissimi, interminabili anni di lontananza. «È stato uno dei sacrifici più grandi della mia vita, un dolore che ancora oggi faccio fatica a raccontare. Ricordo i momenti in cui potevo vedere le mie bambine soltanto attraverso un vetro». In quel momento, il lavoro non era più una questione di realizzazione personale, ma di pura, ferrea sopravvivenza. Menda ha svolto i lavori più umili, quelli che molti rifiutano, senza provare mai un grammo di vergogna. Perché in ogni pavimento lavato, in ogni notte passata ad assistere un anziano, c’era la dignità della sua famiglia e la salvezza della sua casa.

Crescere troppo in fretta: il coraggio di due piccole donne

Mentre la madre combatteva a Milano, a casa le due bambine, di appena 10 e 8 anni, si trovavano costrette a crescere a una velocità innaturale. Hanno dovuto accudire il padre malato, imparare a cucinare, assumersi responsabilità giganti. Eppure, non solo hanno resistito, ma si sono distinte. Fortissime a scuola, trovavano addirittura il tempo per aiutare due bambine italiane a fare i compiti.

Il ricordo che più tormenta Menda è quello delle corsie d’ospedale, quando le sue figlie, guardando i medici negli occhi, chiedevano con il terrore nella voce: «Dottore, mio padre guarirà? Non morirà, vero?». Erano bambine che avevano conosciuto l’assenza e la paura della morte troppo presto. Eppure, proprio in quel dolore condiviso, la famiglia ha trovato la colla per non disgregarsi.

La rinascita: lauree, dignità e il vero significato della forza femminile

Oggi, la tempesta è finalmente alle spalle. Le lacrime hanno lasciato il posto a un orgoglio immenso, dirompente. Quelle due bambine impaurite sono diventate donne forti, laureate, specializzate, padrone del proprio destino. Menda è riuscita nella sua titanica impresa: ha salvato la casa, ha curato il marito, ha fatto studiare le figlie. Resta, nel cuore della madre, il rimpianto per non aver potuto regalare loro un’infanzia spensierata e leggera.

Ma la lezione che ci consegna Menda Vreto è universale e preziosa: «Ho imparato che la forza di una donna non significa non avere mai paura, non piangere o non sentirsi stanca. La vera forza è andare avanti anche quando si è terrorizzati. È rialzarsi quando non ci sono più energie, è fare sacrifici mantenendo intatta la propria dignità, mettendo da parte se stesse per proteggere chi amiamo».

La sua non è solo una storia di dolore, ma un inno alla speranza. Ci insegna che non si può cambiare il passato, ma si può trasformare la sofferenza in un’opportunità di rinascita inarrestabile. Ed è questa, in fondo, l’unica e meravigliosa verità: la vera forza delle donne sta nella sovrumana capacità di amare e di ricominciare. Anche quando il mondo intero ti dice che è impossibile.

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Angela Kosta intervista il noto regista e attore Mino Sferra

Oggi portiamo ai lettori l’intervista del noto attore italiano Mino Sferra nato a Teano (Caserta). Sferra si laurea in lettere presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove inizia la sua attività artistica, diplomandosi in Recitazione e Regia presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Pietro Scharoff.“

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Mino Sferra

Redazione-  Oggi portiamo ai lettori l’intervista del noto attore italiano Mino Sferra nato a Teano (Caserta). Sferra si laurea in lettere presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove inizia la sua attività artistica, diplomandosi in Recitazione e Regia presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Pietro Scharoff.“

Da molti anni Sferra dirige la Scuola di Teatro “Menandro” presso la quale si diplomano futuri attori italiani. La Scuola è nata nel ’92 a Nettuno su un’idea dell’attore e regista Mino Sferra e del Dott. Valter De Dominicis.

Nel ’93 la Scuola è stata trasferita a Roma ove si pregia del Patrocinio della Regione Lazio, ed inoltre è patrocinata dall’AGIS Scuola.

La Scuola si fonda sul metodo Stanislawsky, basato sul naturalismo psicologico in cui l’attore esprime i propri sentimenti con veridicità assoluta: attraverso il risveglio del subcosciente vengono riportati sulla scena sentimenti già vissuti. È il metodo basico dell’”Actors Studio” di New York.

La Scuola vuole essere un connubio tra la recitazione, il canto e la danza, un eclettismo totale dell’attore che miri non soltanto alla crescita del metodo recitativo, ma anche allo sviluppo del linguaggio corporeo e all’educazione vocale. La Scuola di Teatro “Menandro” ha una durata triennale, al termine del quale gli allievi ricevono un Diploma di Idoneità alle Arti Teatrali.

Nel corso del triennio vengono impartite le seguenti materie: dizione, ortofonia, educazione vocale, psicotecnica, recitazione, canto musical, danza, poesia drammatica, storia del teatro, scherma scenica, recitazione cinematografica.

Il 18 luglio scorso, all’Africa Film Festival, alla Casa del Cinema c’è stata la proiezione del cortometraggio “Sottomessa”, diretto da Kassim Yassin, sceneggiatura di Vincenza Li Gioi.
Sferra ha avuto il ruolo dell’ebreo Settimio.

Per conoscere da vicino il noto attore, vi invitiamo a leggere l’intervista:

Quando e com’è nata la passione di diventare attore? A che età?

Ho iniziato ad amare la recitazione fin da piccolo, ero molto affascinato dal cinema e dalla televisione. Al mio paese natio (Teano) c’era il cinema Garibaldi, e la domenica invece di andare a giocare con i miei amici, preferivo andare al cinema, vedevo di tutto, western, film storici, sentimentali. Spesso mi identificavo con i protagonisti. Quando ritornavo a casa, mi chiudevo in camera, mi guardavo allo specchio e cercavo di imitare i personaggi che avevo appena visto. Mia mamma non voleva che ci chiudessimo in camera ma io le dicevo che dovevo fare il cinema e lei sorridendo e scuotendo la testa mi diceva: “a capa toja nunn’ è bona” e me lo lasciava fare.  Ero un bambino particolare, preferivo le storie dei film, ai cartoni animati. Avevo scoperto il teatro attraverso la televisione, spesso tramettevano le commedie di Eduardo De Filippo, ne amavo una in modo particolare: “Natale in casa Cupiello”; mi piaceva molto Tommasino, detto “Nennillo” interpretato allora da Luca De Filippo, figlio di Eduardo. Era sempre controcorrente, aveva un carattere pestifero, un po’ com’ero io da piccolo e questo mi divertiva molto.

Quali sono i suoi film?

Dal 1989 ad oggi, ho interpretato molti films per il cinema e la televisione:
La Piovra 7, Il barbiere di Rio, Naja, Distretto di polizia, Il bello delle donne, Il Giudice Istruttore, Buck ai confini del cielo, Buck e il braccialetto magico, Body Puzzle, Favola crudele, La ragazza del Metrò, L’Angelo nero, Tristano e Isotta, Crimine contro crimine, Un posto al sole, Camici bianchi, R.I.S. 5, I Viceré, Squadra Antimafia, Assolo, Domani le racconto, Terra Bruciata, La verità sta in cielo, Il paradiso della signore, Time Loop. Sono stato co-protagonista del pluripremiato cortometraggio Il Privilegio dell’ultima onda con la regia di S. Aufiero.

I suoi ruoli al Teatro?

Nel 1982 sono stato premiato dall’”Harmony Club” di Roma per l’interpretazione dell’Amleto di Shakespeare al Teatro Orione.
Nel 1983 mi trasferisco a New York per perfezionarmi tecnicamente, frequentando l’”Actors Studio” e l’”Herbert Berghoff Studio”.
Sempre a New York formo la “The  Sferra Theater Company”, compagnia teatrale bilingue, portando al successo Off-Broadway Non si sa come e L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello.
Ho interpretato, diretto e adattato vari Atti Unici di autori italiani per la Radio RAI Corporation USA. A Roma, ho diretto La patente di Pirandello e La domanda di  matrimonio di Cechov.
– Sono stato Gomez nel musical La famiglia Addams diretta da M.Cinque.
– Creonte nell’Antigone di Sofocle diretta da M. Sferra.
Elia nel Processo a Gesù di D. Fabbri diretto da T. Calenzo.
– Eugene in Amanti di M. Fratti diretta  da M. Sferra.
– Tom in Shakespeare in obitorio diretto da P. Perelli.
– Lo psichiatra in Respiro diretto da L. Olivieri.
– Amintore nella commedia Attento a quelle due diretto da M. Sferra.
– Tom nel musical Mamma mia.
– Il professore Ilberti in Come in un Romanzo.
– Cosimo in Galera Blues diretta da M. Sferra.
– La cicogna si diverte con regia di Gianfranco Maria Guerra.
Ho interpretato e diretto Enrico IV di L. Pirandello.
Nel 2022 ho diretto e interpretato in molte città italiane lo spettacolo: Se ascoltato il cuore cura sempre tratto dal libro di Michele Cioffi.

Qual è stato il film più difficile realizzato a livello emotivo?

Sicuramente il film che mi ha destato più emozione è stato Terra Bruciata di Luca Gianfrancesco. Il film narra delle vicende storiche della Seconda guerra mondiale nei territori del basso Lazio e dell’alto casertano. Il laboratorio italiano della ferocia nazista. Un film documentario che racconta la mia terra, la Campania. Girare le scene nel posto in cui sono accaduti i massacri è stato veramente emozionante. Io interpreto Giacomo di Gasparro, trucidato per la sola colpa di essere italiano, insieme ad altri cittadini di Conca della Campania (Caserta).

Il ruolo più difficile?

Il ruolo più difficile che ho interpretato è stato Hunk nel film Buck ai confini del cielo, perché nel film non ho voluto la controfigura e c’erano molte scene a cavallo piuttosto pericolose e difficili sulla neve e sul ghiaccio. Anche il personaggio era piuttosto complesso: interpretavo il ruolo del cattivo molto caratterizzato. Ho recitato in lingua inglese con accento canadese del 1800. Inoltre, prima di iniziare le riprese, ho dovuto fare due mesi di addestramento con il cane Buck, che era il vero protagonista del film e con il quale lottavo.

Qual è il suo idolo (attore italiano oppure estero)?

Per il cinema il mio attore preferito è stato Marcello Mastroianni, un attore che ho sempre amato per l’italianità rappresentata nei suoi personaggi. Per il teatro il mio idolo è stato Vittorio Gassman, uno dei più grandi attori italiani del ‘900, che considero il mio maestro e al quale mi sono sempre ispirato. L’attore straniero che amo in modo particolare è l’inglese Laurence Olivier, un attore che mi ha sempre affascinato per le sue capacità interpretative e la sua poliedricità sia in teatro nei ruoli shakespeariani, sia nel cinema.

Ha avuto nella sua scuola studenti albanesi?

I miei studenti provengono da tutta Italia; ho anche avuto studenti di diversi paesi europei, ma nessuno proveniente dall’Albania.
Mi piacerebbe avere studenti albanesi, vorrei dare loro la possibilità di studiare nella mia Accademia e creare un ponte tra l’Italia e l’Albania, magari assegnando loro anche delle borse di studio.

Cosa pensa degli arbëresh?

Penso che la cultura e la lingua arbëresh vada tutelata e preservata perché è ricca di tradizioni, di storia e di folklore. Qualche anno fa in Calabria ho avuto modo di conoscere persone appartenenti alla comunità albanese, quasi tutti scrittori o poeti: insomma persone di grande cultura con i quali ancora oggi ho rapporti interpersonali.

Le piacerebbe collaborare con la cinematografia albanese?

Sì, mi piacerebbe molto lavorare in Albania, conoscere e confrontarmi con nuovi attori, registi e produzioni. Sarebbe un’esperienza davvero stimolante e formativa allo stesso tempo.
Durante le “Giornate del cinema albanese” del 2019, ho avuto modo di conoscere alcune opere cinematografiche, anche di registe originarie della comunità arbëreshe: i film selezionati erano ispirati alle più recenti espressioni della cultura albanese, finalizzata a raccontare un Paese in fase di transizione, portatore di aspirazioni e problemi propri di una società alla ricerca di una nuova più moderna identità e di una collocazione paritaria nel contesto europeo.

I progetti futuri?

Per ora sono molto occupato con l’insegnamento sia in Accademia teatrale, che all’Università LUMSA di Roma, dove dirigo un laboratorio teatrale. Sono molto orgoglioso che la Scuola di Teatro Menandro il prossimo anno compia 33 anni di attività formativa, una scuola che ho voluto fermamente dopo la mia esperienza tecnica americana. Ho avuto modo di confrontarmi con la scuola newyorchese che utilizza lo stesso metodo di recitazione che usiamo noi, il metodo Stanislawskij che si basa sul naturalismo psicologico in cui l’attore esprime i propri sentimenti con la veridicità più assoluta. Un metodo che gli americani usano più nel dramma che nella commedia. La mia scuola è tesa a formare l’attore in tutte le sue sfaccettature: dalla recitazione (principalmente teatrale, ma anche cinematografica), alla psicotecnica, alla dizione, alla danza, al canto musical, all’interpretazione poetica, alla scherma scenica senza tralasciare la storia del teatro. La scuola di recitazione è triennale ed è a numero chiuso, massimo 12 allievi l’anno. Gli studenti dopo il triennio conseguono un Diploma di Arte Drammatica e Arte Scenica riconosciuto dalla Regione Lazio e dall’Agis Scuola.
Il prossimo anno ho in progetto di portare sul palcoscenico (in prima nazionale) Primo amore della scrittrice emergente Angela Di Maso, recitando come attore protagonista e firmando anche la regia.

La ringrazio per l’intervista augurandole successo nella sua carriera, sperando inoltre in una collaborazione con registi e attori albanesi e kosovari come un ponte tra le due coste.

Grazie a Lei Angela. Con profonda stima

Intervista di Angela Kosta – giornalista, scrittrice, poetessa, saggista, critica letteraria, redattrice, traduttrice, promotrice culturale internazionale

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Fiori d’arancio e rivincite in TV: Ilary Blasi pronta alle nozze segrete con Bastian e al ritorno sul trono del GF Vip

Fiori d’arancio in Costiera Amalfitana e un ritorno trionfale in TV per la regina di Mediaset! 💍 📺 L’autunno di Ilary Blasi sarà a dir poco esplosivo: le indiscrezioni parlano di un matrimonio blindatissimo a settembre con il suo Bastian Muller nella cornice da sogno di Villa Cimbrone a Ravello. E non è tutto: i nuovi palinsesti confermano il suo attesissimo ritorno al timone del Grande Fratello Vip! Leggi l’articolo e scopri tutti i retroscena della rinascita della conduttrice romana. 👇 ✨

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Ilary Blasi

Ravello – Ci sono estati che sanno di malinconia e altre che, invece, hanno il sapore inconfondibile della rinascita assoluta. E se c’è un volto che in Italia sta incarnando alla perfezione il concetto di “seconda vita”, quella è senza dubbio Ilary Blasi. Dopo mesi, anzi anni, passati sotto l’occhio implacabile del ciclone mediatico a causa della burrascosa e dolorosissima separazione dall’ex capitano della Roma Francesco Totti, la bella conduttrice romana sembra aver finalmente ritrovato non solo il sorriso, ma anche una serenità che molti credevano perduta per sempre. Le indiscrezioni che rimbalzano in queste calde domeniche di agosto parlano chiaro: Ilary è pronta a rimettere la fede al dito e a riprendersi, con gli interessi, la corona di regina della televisione italiana.

Villa Cimbrone a Ravello: la location da sogno per il “sì” di settembre

La notizia bomba, che sta facendo letteralmente impazzire i rotocalchi di cronaca rosa e i portali di gossip, riguarda l’imminente (e finora segretissimo) matrimonio con l’imprenditore tedesco Bastian Muller. Secondo le voci più accreditate, i due avrebbero scelto il mese di settembre per giurarsi amore eterno. E per farlo, non si accontenteranno di una cornice qualunque. La location individuata per il blindatissimo “sì” sarebbe l’esclusiva e paradisiaca Villa Cimbrone a Ravello, una delle terrazze più affascinanti e romantiche dell’intera Costiera Amalfitana.

Un luogo sospeso tra l’azzurro del cielo e il blu cobalto del mare, perfetto per celebrare un amore che ha saputo resistere alla pressione dei paparazzi e alla cattiveria degli hater sui social network. Lontano dal frastuono di Roma, Ilary e Bastian sembrano voler regalare a se stessi, e ai loro affetti più intimi, una cerimonia da fiaba, intima ma di un’eleganza assoluta.

Un amore nato in silenzio e diventato il porto sicuro di Ilary

L’ingresso di Bastian Muller nella vita di Ilary Blasi non è stato annunciato con squilli di tromba. È stato un amore nato in punta di piedi, vissuto nei primi mesi lontano dai riflettori, tra weekend clandestini in Europa e gite sulla neve. Un uomo, l’imprenditore tedesco, che ha saputo rispettare i tempi di una donna ferita, dimostrando una solidità e una riservatezza che hanno fatto breccia nel cuore della conduttrice.

Oggi, vederli passeggiare mano nella mano o scambiarsi sguardi complici in vacanza, restituisce l’immagine di una coppia matura e profondamente innamorata. Bastian non è stato solo un “chiodo schiaccia chiodo”, ma il porto sicuro in cui Ilary ha scelto di ormeggiare la sua vita dopo la tempesta perfetta.

Il grande ritorno a Mediaset: riprende il trono del Grande Fratello Vip

Ma la rinascita di Ilary Blasi non si ferma alla sola sfera sentimentale. Anche il fronte professionale regala gioie immense ai suoi tantissimi fan. Dopo un periodo di allontanamento dai grandi schermi che aveva fatto mormorare i maligni su un presunto “addio” a Mediaset, i vertici di Cologno Monzese hanno calato l’asso. I palinsesti per l’autunno 2026 parlano chiaro: Ilary Blasi tornerà alla guida del Grande Fratello Vip.

Un ritorno attesissimo per colei che, per anni, ha saputo domare le dinamiche esplosive della casa più spiata d’Italia con il suo inconfondibile mix di cinismo romano, eleganza e battute fulminanti. Riprendersi quel palco, in prima serata su Canale 5, rappresenta per lei una vera e propria consacrazione, la dimostrazione che il talento e il carisma non si cancellano con le vicende del gossip.

La rinascita di una donna: oltre il gossip, la vittoria personale

La parabola di Ilary Blasi è, a ben guardare, un potente messaggio di emancipazione e resilienza. Troppo spesso le donne del mondo dello spettacolo, quando affrontano separazioni così mediatiche, rischiano di finire relegate al ruolo di eterne “ex mogli” o di vittime inconsolabili. Lei no. Ha incassato i colpi, ha risposto (a modo suo, con documentari e libri diventati virali) e poi ha guardato avanti.

Ora, con un anello di fidanzamento che brilla sotto il sole di Ravello e un contratto televisivo d’oro in tasca, Ilary si prepara a vivere un autunno da assoluta trionfatrice. Alla faccia di chi la voleva finita, la regina di Roma è tornata. E sembra non avere alcuna intenzione di abdicare.

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