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Salute

SALUTE – PERCHE’ LA MUSICA FA BENE AI GIOVANI. I BENEFICI DELLA MUSICOTERAPIA SPIEGATI DA ADELIA LUCATTINI,ORDINARIO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA

La musica tocca corde profonde, soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza, un periodo della vita, caratterizzato da profonde trasformazioni fisiche, psicologiche e sociali. Per i giovani, la musica, non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio strumento di regolazione emotiva, una bussola identitaria e, in molti casi, una terapia quotidiana.

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SALUTE - PERCHE’ LA MUSICA FA BENE AI GIOVANI. I BENEFICI DELLA MUSICOTERAPIA SPIEGATI DA ADELIA LUCATTINI,ORDINARIO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA

Redazione-  La musica tocca corde profonde, soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza, un periodo della vita, caratterizzato da profonde trasformazioni fisiche, psicologiche e sociali. Per i giovani, la musica, non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio strumento di regolazione emotiva, una bussola identitaria e, in molti casi, una terapia quotidiana.

“I motivi principali per cui la musica ha questo straordinario valore terapeutico – spiega la psicoanalista e psichiatra Adelia Lucattini,  Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana – si sviluppano, su tutti i livelli di sviluppo (bio-psico-sociale) integrati e interagenti tra loro”.

“Dove le parole non arrivano, si inceppano o diventano un ostacolo alla comunicazione – avverte Lucattini – nel silenzio comunicativo o nel caos emozionale, la musica rappresenta un canale privilegiato, il fil rouge che unisce giovani di ogni generazione. Attraverso le cuffie costantemente collegate agli smartphone, non c’è solo intrattenimento, ma la ricerca di un baricentro. La musica si rivela così un potentissimo “regolatore emotivo” spontaneo, capace di dare forma alla rabbia, espressone alla tristezza e voce ai conflitti interiori che i ragazzi non sanno o non possono verbalizzare”. Ma come può una melodia trasformarsi in uno strumento di cura e in che modo, la musicoterapia, oggi, si inserisce nei percorsi clinici e multidisciplinari di supporto psicologico per i più giovani? Vediamolo insieme ad Adelia Lucattini in questa intervista.

 

Dott.ssa Lucattini, per gli adolescenti l’ascolto della musica è quasi una costante quotidiana. Prima ancora di diventare un percorso clinico guidato, in che modo l’uso spontaneo che i ragazzi fanno della musica rappresenta una forma di autoregolazione emotiva profonda e di auto-cura?

 

Nell’adolescenza la musica ha un valore particolare, perché accompagna una delle trasformazioni profonde della vita: il passaggio dall’identità infantile a un’identità più autonoma, personale e sociale. Se nel bambino piccolo la musica è soprattutto ritmo, voce, corpo, ninna nanna, presenza materna e “involucro sonoro”, nell’adolescente diventa anche scelta, appartenenza, linguaggio emotivo e ricerca di sé.

Il riferimento ad Anzieu è molto importante: l’“involucro sonoro” nasce precocemente nella relazione madre-bambino, ma in adolescenza viene in qualche modo rielaborato. L’adolescente ha bisogno di separarsi dai genitori, ma anche di costruire nuovi contenitori psichici. La musica può diventare proprio questo: un nuovo involucro, non più soltanto familiare, ma personale e gruppale. La playlist, il concerto, la band, il genere musicale preferito, la canzone ascoltata in cuffia, diventano luoghi simbolici in cui il ragazzo può riconoscersi, consolarsi, differenziarsi, pensare.

Gli studi sulla musica e lo sviluppo mostrano che il coinvolgimento musicale attivo – suonare, cantare, comporre, improvvisare – favorisce funzioni intellettive ed emotive importanti. Alcuni studi statunitensi condotti nelle high school hanno evidenziato che due anni di lezioni musicali di gruppo migliorano la codifica neurale del linguaggio e la maturazione dei processi uditivi, con effetti collegati anche all’attenzione, alla lettura e all’apprendimento. Non è quindi solo “ascoltare musica”: è fare esperienza attiva del suono, del ritmo, della coordinazione, dell’attesa, dell’ascolto dell’altro.

Nelle scuole superiori anglosassoni, la partecipazione a cori, orchestre e gruppi musicali è considerata come esperienza di crescita socio-emotiva che favorisce l’apprendimento delle materie curriculari. La musica di gruppo sostiene competenze come cooperazione, perseveranza, autoregolazione, senso di appartenenza, fiducia in sé e capacità di stare dentro una relazione senza perdere la propria voce. Anche studi su studenti universitari mostrano che la partecipazione agli ensemble musicali, basta pensare alle fanfare delle università francesi, può favorire bisogni psicologici fondamentali come relazione, competenza e autonomia (Contributions to Music Education, 2023),

Negli ultimi anni, anche all’interno di contesti terapeutici, si utilizza molto la scrittura di testi o la creazione di playlist condivise. Qual è il valore psicologico, in termini di identità e autostima, nel vedere la propria sofferenza o la propria rabbia “oggettivata” e trasformata in una canzone, prendendo in qualche modo le distanze dal proprio dolore?

La correlazione tra musica e cervello in adolescenza è oggi molto studiata, perché proprio durante questa fase della vita è estremamente plastico, emotivamente sensibile e ancora in piena maturazione. La musica non coinvolge una sola area cerebrale, ma attiva contemporaneamente funzioni mentali, la psiche, “circuiti” emotivi, cognitivi, motori e relazionali: memoria, attenzione, linguaggio, immaginazione, vitalità e valorizzazione dell’esperienza.

Lo psicoanalista Theodor Reik aveva intuito molto precocemente che la dimensione uditiva è profondamente legata ai processi inconsci e affettivi. In adolescenza questo aspetto diventa ancora più evidente: i ragazzi spesso usano la musica come un linguaggio emotivo alternativo, capace di esprimere ciò che non riescono ancora a dire apertamente. Molte emozioni adolescenziali (rabbia, malinconia, senso di esclusione, desiderio amoroso, bisogno di appartenenza) trovano nella musica una forma di rappresentazione e contenitore.

Dal punto di vista neuropsicologico, ascoltare o scrivere musica e poi metterla in pratica stimola il rilascio di dopamina e coinvolge i circuiti cerebrali del piacere e della motivazione. Per questo la musica può favorire sentimenti positivi, aumentare il senso di vitalità e aiutare gli adolescenti a modulare stati emotivi intensi o instabili. Ma non si tratta solo di “sentirsi meglio”, la musica aiuta anche a costruire identità. L’adolescente sceglie musiche che “lo rappresentano”, che raccontano qualcosa di sé, del gruppo a cui sente di appartenere o della persona che desidera diventare (Journal of Creativity in Mental Health, 2026).

 

Uno dei più grandi ostacoli con i pazienti adolescenti, come mi spiegava poco fa, è proprio quello di abbattere il silenzio o la difficoltà a verbalizzare il proprio malessere, secondo il Suo parere, la musicoterapia, sia essa l’ascolto guidato o l’improvvisazione attiva riesce a superare queste resistenze e a fare emergere vissuti traumatici o conflitti profondi che altrimenti, rimarrebbero inespressi? E come è possibile, secondo Lei,  che la musica possa stimolare l’intelligenza dell’adolescente?

 

La musica può stimolare profondamente l’intelligenza dell’adolescente perché coinvolge contemporaneamente emozioni, pensiero, memoria, immaginazione e capacità relazionali. Le neuroscienze in accordo con la psicoanalisi, mostrano che l’esperienza musicale attiva molte aree cerebrali insieme e favorisce l’integrazione tra mondo emotivo e cognitivo. Studi recenti confermano inoltre che la musica sostiene la regolazione emotiva, la resilienza psicologica e la capacità di mentalizzazione, aspetti centrali proprio durante l’adolescenza.

Numerosi autori hanno evidenziato come la musica comunichi direttamente con il mondo affettivo e inconscio attraverso il ritmo e il suono. In adolescenza questo aspetto è particolarmente importante, perché il ragazzo vive emozioni intense e spesso difficili da verbalizzare. La musica diventa allora una forma di pensiero emotivo: permette di contenere stati interni confusi, dare forma alle emozioni e trasformare l’impulsività in esperienza rappresentabile.

Philippe Gutton ha mostrato come l’adolescenza sia il tempo della “pubertà psichica”, cioè di una profonda riorganizzazione interna. In questa fase la musica può aiutare il ragazzo a costruire continuità tra corpo, emozioni e pensiero, accompagnando il delicato lavoro di costruzione dell’identità. L’importanza dell’esperienza estetica nella crescita mentale, la musica, come altre esperienze artistiche, favorisce la capacità di pensare, immaginare e tollerare la complessità emotiva. Attraverso il suono e il ritmo, l’adolescente può avvicinare aspetti profondi di sé senza sentirsi troppo esposto o minacciato dalla parola diretta. L’“involucro sonoro” come di una prima struttura psichica fondata sulla voce, sui suoni e sulla musicalità della relazione. In adolescenza questo involucro viene in parte ricostruito attraverso le musiche amate, le canzoni ascoltate ripetutamente, le esperienze musicali condivise, che diventano contenitori emotivi e strumenti di identificazione.

Le ricerche più recenti confermano che la musica attiva anche i sistemi neuropsicologici collegati alla regolazione interna, alla memoria autobiografica e al senso di identità personale. Inoltre, gli interventi di musicoterapia negli adolescenti possono ridurre ansia, isolamento emotivo e sintomi depressivi, migliorando la capacità di esprimere e comprendere i propri stati interni. La musica, quindi, non stimola soltanto abilità artistiche, ma sostiene la crescita mentale dell’adolescente, la creatività e la trasformazione delle emozioni in pensieri condivisibili (Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Che tipo di Musica, a Suo avviso, è adatta agli adolescenti?

Tutti gli studi affermano che non esistano generi musicali “giusti” o “sbagliati” per gli adolescenti. La musica più importante è quella che il ragazzo sente come propria, quella che gli permette di riconoscersi, emozionarsi, pensare e sentirsi vivo. In adolescenza la musica è profondamente legata alla costruzione dell’identità e alla regolazione emotiva, ogni ragazzo sceglie sonorità che parlano del suo mondo interno, delle sue emozioni, del gruppo a cui sente di appartenere o della persona che desidera diventare.

Una ricerca dell’Universidad Autónoma de Madrid, dimostrano infatti che non è tanto il genere musicale in sé a essere terapeutico o dannoso, quanto il modo in cui la musica viene vissuta, sia in solitudine che in compagnia. La ricerca contemporanea evidenzia che la musica può aiutare gli adolescenti a regolare emozioni intense, ridurre ansia e solitudine e favorire processi di autoriflessione e costruzione dell’identità.

Dal punto di vista psicologico e psicoanalitico, la musica può essere considerata uno spazio privilegiato di trasformazione mentale. Sigmund Freud aveva già intuito che l’esperienza artistica permette di dare espressione simbolica a desideri, conflitti ed emozioni profonde che non riescono a trovare facilmente parole. In adolescenza questo processo è particolarmente importante, perché il ragazzo attraversa una fase di intensa turbolenza emotiva e identitaria.

La mente cresce attraverso la capacità di trasformare emozioni grezze e confuse in pensieri pensabili. Il ritmo, la melodia e la ripetizione permettono di organizzare ciò che inizialmente appare caotico o travolgente. Thomas Ogden sottolinea l’importanza degli spazi creativi e immaginativi nello sviluppo del Sé. Attraverso la musica l’adolescente può entrare in contatto con aspetti profondi della propria interiorità senza sentirsi immediatamente esposto al giudizio o costretto alla verbalizzazione diretta. La musica diventa così una forma di pensiero emotivo, un luogo psichico in cui il ragazzo può sentirsi esistere, immaginare sé stesso e costruire continuità tra corpo, emozioni e pensiero.

E’ fondamentale non solo ascoltare musica, ma viverla attivamente, praticarla, suonare, cantare, improvvisare, comporre. Quando l’adolescente vive la musica, sperimenta un processo creativo che rafforza identità, fiducia in sé e capacità relazionale. Fare musica significa trasformare emozioni interne in qualcosa di comunicabile, condiviso e pensabile, un’esperienza profondamente evolutiva per la mente adolescenziale.

Anche molti musicisti e artisti hanno raccontato questa funzione vitale della musica nell’adolescenza. David Bowie diceva della musica: “Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere me stesso”, mentre Ezio Bosso sottolineava che “la musica ci insegna la cosa più importante che esista, ascoltare”. Questo è centrale anche sul piano psicologico, attraverso la musica l’adolescente impara ad ascoltare sé stesso, le proprie emozioni e gli altri, a dipingere l’affresco della propria vita.

Quali consigli si sente di dare?

 

– È importante ascoltare la musica, in quanto aiuta i ragazzi a comprendere meglio se stessi. La musica favorisce la regolazione emotiva e permette di dare forma a stati d’animo difficili da esprimere a parole;

-Suonare o cantare stimola mente e creatività. La pratica musicale migliora attenzione, memoria, concentrazione e capacità di espressione personale;

-Fare musica insieme riduce isolamento e solitudine. Band, fanfare, cori e gruppi musicali favoriscono relazioni, ascolto reciproco e senso di appartenenza;

-Favorisce un migliore rendimento scolastico e universitario. Disciplina, memoria, organizzazione mentale e capacità di concentrazione vengono rafforzate dalla pratica musicale;

-Aiuta a costruire identità e autostima. Attraverso la musica ci si può riconoscere nel proprio stato d’animo e nelle proprie emozioni e sentirsi in molti casi, più sicuri di se stessi;

-La passione musicale può diventare anche una professione. Musicista, cantante, produttore, insegnante o musicoterapeuta: la musica può trasformarsi in un percorso lavorativo e creativo;

-La musica aiuta sempre a combattere ansia e depressione. La musica e musicoterapia sostengono il benessere psicologico e la regolazione delle emozioni.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Salute

Tumore al pancreas: le nuove frontiere della ricerca e l’importanza della prevenzione. Ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Intervista di Marialuisa Roscino

Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.
I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande

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Prof. Vincenzo Bianco Dirigente

Redazione-  Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.

I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande speranza per il futuro, orientandosi verso una medicina sempre più personalizzata, che integra diagnosi precoce, chirurgia, chemioterapia e nuove terapie biologiche.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia? Quanto conta nella nostra vita quotidiana, la Prevenzione, l’Alimentazione ed un corretto stile di vita?

Di questo e molto altro, ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo del Policlinico Umberto I di Roma e Co-Direttore Dipartimento di Oncologia –Consorzio Universitario Humanitas di Roma.

 

Prof. Bianco, cosa riferiscono i dati di incidenza e mortalità attuali del tumore al pancreas in Italia? In particolare, oggi assistiamo ad una forte incidenza di casi nei giovani, cosa può dirci al riguardo?

In Italia, attualmente assistiamo ad oltre 15.000 nuove diagnosi (maschi = 6900; femmine = 8100) di casi con con carcinoma del pancreas, a dimostrarlo sono gli ultimi dati AIRTUM (Associazione Italiana dei Registri Tumori). L’andamento temporale dell’incidenza di questa neoplasia è in crescita significativa in entrambi i sessi. Nel 2023, sono stati stimati 14.900 decessi per carcinoma del pancreas (uomini = 7000; donne = 7900). Il carcinoma del pancreas resta una delle neoplasie a prognosi più infausta con una sopravvivenza a 5 anni dell’11% negli uomini e del 12% nelle donne.

Quali fattori, secondo Lei, influenzano maggiormente queste statistiche negative?

Il fumo di sigaretta rappresenta il fattore di rischio più chiaramente associato all’insorgenza del cancro del pancreas. I fumatori presentano un rischio di incidenza da doppio a triplo rispetto ai non fumatori. Tra gli altri fattori di rischio chiamati in causa troviamo fattori dietetici ed abitudini di vita, nello specifico, l’obesità, la ridotta attività fisica, l’alto consumo di grassi saturi e la scarsa assunzione di verdure e frutta fresca favoriscono un più alto rischio di sviluppare un carcinoma del pancreas. Inoltre, fino al 10% dei pazienti con tumori pancreatici si evidenzia una storia familiare, Il rischio eredo-familiare si suddivide in due diversi profili: la familiarità propriamente detta e la presenza di mutazioni a carico di geni di suscettibilità per carcinoma pancreatico, con o senza familiarità .

Qual è l’importanza della diagnosi precoce in questa patologia e quali sono i principali ostacoli in tal senso?

La diagnosi precoce non solo aumenta i tassi di sopravvivenza, ma offre anche una migliore qualità della vita per coloro ai quali è stato diagnosticato un cancro al pancreas. Il problema è che per questo tipo di tumore fare diagnosi precoce è estremamente complicato. Spesso la neoplasia viene scoperta con troppo ritardo quando il tumore ha formato già molte metastasi. Una possibile strategia per individuare precocemente il tumore pancreatico nelle persone ad alto rischio.

Stili di vita scorretti, fumo, pancreatiti ricorrenti, abuso di alcol e predisposizione genetica come le mutazioni nei geni BRCA sono solo alcuni dei fattori di rischio associati al tumore del pancreas.

L’identificazione di particolari casi, in cui può esserci un alto rischio e la sorveglianza condotta con i giusti mezzi e con la tempistica adeguata risulta determinante per una diagnosi precoce di tumori del pancreas e una migliore sopravvivenza dei pazienti.

In particolare, dovrebbero sottoporsi allo screening, i pazienti affetti dalla sindrome di Peutz-Jeghers (PJS), una malattia causata da una mutazione a carico del gene STK11 e caratterizzata dalla presenza di polipi a livello gastrointestinale e lesioni cutanee, che predispone al rischio di sviluppare tumori gastrointestinali e non gastrointestinali. Altri pazienti esposti a rischio aumentato e a cui dovrebbe essere rivolto lo screening includono: soggetti con pancreatite familiare cronica, causata dalla mutazione nel gene PRSS1; soggetti con almeno un parente di primo grado affetto da sindrome di Lynch, la causa più comune di tumore al colon ereditario; soggetti portatori di una variante patogenetica nei geni CDKN2A, BRCA1, BRCA2, PALB2 e ATM.

Quali sono i recenti progressi o le nuove frontiere di ricerca che stanno dimostrando risultati promettenti nel trattamento del tumore al pancreas?

Attraverso le analisi istopatologiche, possiamo mettere in evidenza un legame tra adenocarcinoma e alterazioni genetiche, nei casi permissivi si  ricorrerà alla cosiddetta target therapy per cercare di colpire direttamente le cellule tumorali. Una terapia trasversale, ma mirata al singolo paziente, al singolo caso. Terapie in cui è previsto l’utilizzo di  farmaci ingegnerizzati  come PAXG e l’irinotecano liposomiale pegilato, basato sulle nanotecnologie.

Le speranze maggiori contro l’adenocarcinoma pancreatico sono affidate all’immunoterapia. Si tratta di prelevare dal paziente un tipo di cellule immunitarie naturali, i linfociti T, modificarle geneticamente in superlinfociti, le cosiddette CAR-T, e reinfonderle nello stesso paziente.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia?

Un team di esperti nei vari aspetti delle cure è cruciale per l’ottimizzazione della gestione dei pazienti oncologici. Questi pazienti devono essere gestiti in maniera ottimale da un gruppo multidisciplinare costituito da gastroenterologi, chirurghi, radiologi, oncologi e radioterapisti,
genetista medico, anatomopatologo, palliativista.

Quanto conta la Prevenzione ed un corretto stile di vita?

Moltissimo, attraverso le misure di prevenzione di cui abbiamo detto poco fa, si potrebbero salvare il 30% dei pazienti con un  meno decessi dovuti al carcinoma pancreatico.

Qual è la speranza più grande offerta dalla ricerca nei prossimi 5-10 anni per i pazienti affetti da tumore al pancreas?

Terapie mirate e innovativa in mono o in associazione a schemi codificati , come le terapie a bersaglio molecolare che agiscono specificamente sulle cellule tumorali, e da strategie innovative come la “letalità sintetica”, che sfrutta le alterazioni genetiche del tumore per rendere più efficaci certi trattamenti. La ricerca si sta anche focalizzando sul migliorare la diagnosi precoce attraverso screening più efficaci e sulla personalizzazione delle cure in base alle caratteristiche genetiche del singolo tumore.

Quali consigli si sente di dare ai Suoi pazienti?

Seguire un’alimentazione equilibrata e ricca di vegetali, praticare attività fisica moderata, gestire gli effetti collaterali con il medico e cercare un supporto psicologico.

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Salute

La crisi del sistema sanitario nazionale e il monito di Meritocrazia Italia

📣 La sanità pubblica è al collasso: non serve più solo edilizia, ma una programmazione coraggiosa che valorizzi medici e infermieri, pilastri veri del nostro sistema di cura.

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#SanitàItaliana #SSN #MeritocraziaItalia #PoliticheSanitarie

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Sanità pubblica

 Redazione-  Il rallentamento nel percorso di riforma della medicina territoriale sta sollevando un acceso dibattito tra gli esponenti del governo, le regioni e i sindacati di categoria. Al centro della discussione non vi è soltanto l’assetto organizzativo delle Case di Comunità, ma l’intera tenuta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che appare oggi fragile di fronte a nuove e vecchie sfide. In questo scenario, Meritocrazia Italia interviene con una riflessione dura, sottolineando come la sanità pubblica non possa continuare a reggersi esclusivamente sul sacrificio individuale e sulla vocazione degli operatori, senza una pianificazione strutturale adeguata.

La carenza di personale e le crepe del sistema

I numeri forniscono una fotografia nitida della situazione attuale. Il nostro Paese conta circa 43.700 medici di medicina generale, figure che gestiscono mediamente oltre 1.200 assistiti ciascuno. A fronte di questi organici, le stime ufficiali indicano una carenza strutturale che supera le 5.000 unità. Non va meglio nei reparti di emergenza-urgenza, dove mancano all’appello circa 3.500 professionisti. Questi dati, uniti a una dotazione infermieristica che rimane al di sotto della media dei principali partner europei, spiegano perché i pronto soccorso siano costantemente in affanno, le liste d’attesa si allunghino e la continuità assistenziale diventi sempre più difficile da garantire ai cittadini.

Chi lavora ogni giorno nei presidi sanitari affronta turni estenuanti, una pressione burocratica crescente e una cronica mancanza di ricambio. Spesso, la soluzione proposta dalle istituzioni, ovvero il ricorso a forme di lavoro flessibile o a contratti emergenziali, viene letta come una toppa temporanea che non risolve il problema alla radice. Meritocrazia Italia avverte: attribuire la responsabilità del disservizio alle singole categorie professionali significa guardare solo la superficie. Il vero nodo strategico risiede nella incapacità di programmare il fabbisogno di medici e infermieri nei tempi corretti.

Oltre il muro delle infrastrutture fisiche

L’attuale strategia politica si sta concentrando pesantemente sull’edilizia sanitaria e sull’innovazione tecnologica. Le Case di Comunità, nei piani del PNRR, dovrebbero rappresentare il fulcro del nuovo modello di assistenza territoriale, favorendo l’integrazione tra medici di base, specialisti e servizi infermieristici. Tuttavia, il rischio reale è che queste strutture vengano inaugurate come scatole vuote. Non basta costruire nuovi edifici o digitalizzare i processi se non si affronta la mancanza di capitale umano necessario per farli funzionare.

Investire in tecnologie avanzate senza un rafforzamento del patrimonio umano equivale a perdere l’opportunità di modernizzare davvero il sistema. Senza una governance che coordini i diversi livelli di assistenza e, soprattutto, senza condizioni contrattuali ed economiche in grado di trattenere i talenti nel settore pubblico, anche le innovazioni più ambiziose rischiano di tradursi in sprechi anziché in una maggiore qualità delle cure. Il sistema deve smettere di misurare la sua efficienza basandosi sulla capacità di resistenza dei singoli professionisti, che sono ormai giunti a un punto di esaurimento psicofisico preoccupante.

Una strategia organica per il futuro

Per invertire la rotta, Meritocrazia Italia propone una strategia che metta al centro la sostenibilità del lavoro. La richiesta è chiara: occorre programmare in modo realistico il fabbisogno di professionisti su base decennale, superando la logica dell’emergenza. Questo significa intervenire concretamente sui carichi di lavoro, garantendo meccanismi di sostituzione certi e rendendo economicamente attrattive le specialità attualmente più penalizzate dal sovraccarico o dalla scarsa valorizzazione.

Inoltre, la gestione della spesa sanitaria deve evolvere. Ridurre inefficienze e duplicazioni non deve significare un taglio dei costi a scapito degli utenti, ma una riallocazione delle risorse verso le aree dove la prevenzione può ridurre la domanda futura di prestazioni ospedaliere. La salute, come ricordano da tempo gli esperti del settore, non è un costo da comprimere nei bilanci statali, ma un investimento necessario per la sicurezza sociale ed economica del Paese. Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale dipende interamente dalla capacità della politica di trasformare questo impegno in una realtà quotidiana, proteggendo non solo i pazienti, ma anche chi, quotidianamente, garantisce il diritto alla salute.

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Tecnologia

Intelligenza artificiale applicata alla medicina: il convegno di San Francesco al Campo mette al centro il futuro della diagnostica

🩺 L’intelligenza artificiale entra in radiologia: a San Francesco al Campo, esperti e istituzioni si confrontano per migliorare i tempi di cura e l’efficienza degli ospedali. Un appuntamento chiave per il futuro della salute.

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Intelligenza artificiale applicata alla medicina: il convegno di San Francesco al Campo mette al centro il futuro della diagnostica

Redazione-  San Francesco al Campo si prepara a ospitare un momento di riflessione di alto profilo sul presente e sul futuro della tecnologia applicata alla salute. Lunedì 29 giugno, a partire dalle ore 10, il Romantic Hotel Furno sarà teatro del convegno istituzionale intitolato “Intelligenza artificiale: dalla radiologia agli scenari globali”. L’evento, promosso da Studio Futura e Health Triage con il patrocinio di Confindustria Canavese, si propone di analizzare come l’innovazione digitale possa entrare concretamente nei reparti di radiologia per ottimizzare le prestazioni e supportare il lavoro quotidiano dei professionisti sanitari.

Le sfide della sanità moderna e il ruolo dell’innovazione

Il sistema sanitario piemontese, così come quello nazionale, si trova oggi ad affrontare una pressione crescente dovuta all’aumento della domanda di prestazioni diagnostiche e alla necessità di ridurre i tempi di attesa. In questo contesto, l’intelligenza artificiale non rappresenta più un concetto astratto o futuristico, bensì uno strumento funzionale per migliorare la gestione dei flussi di lavoro. Durante l’incontro, esperti del settore, accademici e rappresentanti delle istituzioni regionali discuteranno di come gli algoritmi di apprendimento automatico possano assistere i medici nella lettura delle immagini, identificando in tempi rapidi anomalie che richiedono un intervento immediato.

L’obiettivo dichiarato dei promotori è quello di passare da una visione teorica a una pratica, analizzando come l’integrazione tecnologica possa sgravare il personale medico di compiti ripetitivi. La capacità di elaborare grandi moli di dati in pochi istanti permette di liberare tempo prezioso, che i clinici possono dedicare al rapporto con il paziente e alla pianificazione delle cure, innalzando così il livello qualitativo dell’intero percorso di diagnosi e terapia.

Il confronto tra istituzioni, accademia e mondo imprenditoriale

Il convegno si distingue per la multidisciplinarietà dei partecipanti, elemento fondamentale per garantire una visione completa della transizione digitale in ambito ospedaliero. La collaborazione tra Confindustria Canavese, realtà del mondo dell’impresa e figure cliniche di primo piano evidenzia come il successo dell’intelligenza artificiale dipenda dalla capacità di dialogare tra diversi mondi. Non si tratta solo di acquistare nuovi software, ma di ripensare l’intera organizzazione delle strutture sanitarie per accogliere tecnologie che richiedono competenze specifiche e una visione strategica lungimirante.

Il confronto verterà inoltre sugli scenari globali, ponendo l’attenzione sui modelli internazionali che hanno già integrato con successo queste tecnologie, misurandone l’impatto sulla riduzione delle spese e sul miglioramento degli esiti clinici. La giornata di San Francesco al Campo sarà quindi l’occasione per fare il punto sulla situazione in Piemonte, valutando le prospettive di investimento e le normative che regoleranno l’accesso a questi strumenti innovativi, garantendo standard etici e di sicurezza elevati per ogni cittadino.

La presenza delle istituzioni regionali conferisce all’evento un peso politico significativo, segnalando la volontà di supportare le aziende e gli ospedali territoriali in questo delicato percorso di digitalizzazione. La trasformazione tecnologica, se gestita in modo coerente, può diventare la leva per garantire un accesso più equo ai servizi sanitari, riducendo le disparità e assicurando che la tecnologia sia sempre al servizio dell’uomo, e non il contrario. Il dibattito che si terrà al Romantic Hotel Furno si prefigge di stimolare una riflessione collettiva su quanto sia urgente accelerare il passo verso una sanità dove la precisione del dato incontra l’esperienza clinica.

Per i professionisti del settore e per i decisori politici, l’appuntamento rappresenta un nodo strategico per interpretare correttamente le direttrici che guideranno lo sviluppo dei prossimi anni. La diagnostica per immagini è soltanto il primo settore in cui questo cambiamento sta avvenendo, ma le implicazioni di questa rivoluzione tecnologica sono destinate a toccare ogni aspetto della cura, dalla medicina preventiva alla gestione integrata delle patologie croniche, consolidando il ruolo del Piemonte come territorio all’avanguardia nell’adozione di soluzioni tecnologiche avanzate.

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