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Maria Teresa Liuzzo novella saffo di Calabria

Prof. Antonio Catalfamo (Università degli Studi di Messina- studioso di Cesare Pavese)
Redazione- Maria Teresa Liuzzo è da tanti anni presente nel campo delle lettere, come poetessa e come autrice di opere in prosa, come operatrice culturale, impegnata, segnatamente, nella direzione della rivista «Le Muse». E’ nata ed è sempre vissuta in Calabria e questo dato biografico riveste notevole importanza, perché ha fortemente influenzato il suo modo d’essere, la sua grande carica vitale, la sua cultura, che affonda le radici in quelle ultramillenarie della sua terra, e, segnatamente, nella «grecità», che Cesare Pavese, durante il confino a Brancaleone Calabro, ha voluto sottolineare nello scambio epistolare con familiari ed amici e, in particolare, in una lettera alla sorella del 27 dicembre 1935: «La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono “Este u’ confinatu’, lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento».
Una «grecità» che sopravvive non solo nella cortesia dei calabresi e nei colori del paesaggio, ma anche nella dimensione “mitica” che è persistente in questa terra, ben rappresentata, nella sua “ripetitività”, dalle donne di una bellezza selvaggia che portano anfore in equilibrio sulla testa e dal suono della cornamusa, che rimanda, oltre che a Paride, «simile a un dio», alla musicalità poetico-evocativa di Ibico, che nacque proprio nel reggino, che fu amato e tradotto dallo stesso Pavese, e che ebbe fama meritata di poeta erotico. Scrive, ancora, Pavese: «Fa piacere leggere la poesia greca in terre dove, a parte le infiltrazioni medioevali, tutto ricorda i tempi che le ragazze ὑδρευούσαι si piantavano l’anfora in testa e tornavano a casa a passo di cratère. E dato che il passato greco si presenta attualmente come rovina sterile ‒ una colonna spezzata, un frammento di poesia, un appellativo senza significato ‒ niente è più greco di queste regioni abbandonate. I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verde chiaro di fichindiani e agavi, rosa di oleandri e gerani, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata, e colline spelacchiate brunoliva. Persino la cornamusa ‒ il nefando strumento natalizio ‒ ripete la voce tra di organo e di arpa che accompagnava gli ozi di Paride θεοειδής, quando sui pascoli dell’Ida mangiava il formaggio delle sue pecore e sognava gli amori di Ἑλένης λευκελένου».
Non è un caso che Pavese, in questo clima, abbia ripreso la grammatica e il dizionario per approfondire lo studio dei classici greci e, in particolare, del mito, con le sue proiezioni nel presente.
Questa «grecità» e questa dimensione mitica ed erotica, che pervade la sua Calabria e, nel complesso, la Magna Grecia, si riverbera su tutta l’opera di Maria Teresa Liuzzo e, in particolare, sulla raccolta di versi qui presentata: In veglia d’armi e di parole (A.G.A.R., Reggio Calabria, 2023). Credo che si possa parlare, con riferimento alla Liuzzo, di una novella Saffo. La poetessa di Lesbo è stata studiata sino ad oggi in maniera non sempre adeguata, analizzando la sua esperienza esistenziale, letteraria e pedagogica senza coglierla in tutta la complessità che l’ha caratterizzata. Il tiaso, la comunità da lei guidata, ha avuto obiettivi di natura educativa, letteraria e religiosa. Sarebbe riduttivo considerarlo un semplice luogo di trasgressione e di perversione fine a se stesso. E’ stato espressione di un mondo greco nel quale la dimensione erotica era un momento fondamentale del processo conoscitivo umano ed aveva una funzione accentuatamente pedagogica. Lo stesso rapporto educativo veniva concepito come un rapporto erotico, come dimostra il tipo di relazione che avevano tra di loro i grandi filosofi, il maestro e l’allievo. Platone, nel Simposio, afferma che «solo gli uomini attratti da altri uomini sono i migliori, perché amano ciò che è loro simile, raggiungono la pienezza dell’essere».
Lo «scandalo» suscitato dal tiaso di Saffo è, dunque, uno scandalo postumo, che decontestualizza quell’esperienza profondamente integrata nel mondo greco e nei suoi valori. Saffo è educatrice, amante delle sue allieve, «sacerdotessa» nell’ambito del culto di Afrodite. Vive la sua esperienza con assoluta naturalezza. Non cerca lo «scandalo».
Neanche Maria Teresa Liuzzo cerca lo scandalo, a differenza di tante altre scrittrici che di esso hanno fatto una professione e, per questa via, hanno avuto successo. Per lei, come per Saffo e tanti altri autorevoli rappresentanti della cultura greca classica, l’Eros è il primo stadio di un processo conoscitivo che sfocia poi nella scienza e nella poesia, che sta all’inizio e alla fine dell’esistenza umana. I primi storici e i primi filosofi sono stati poeti e Ugo Foscolo ci ha insegnato nei Sepolcri che quando la civiltà umana finirà, magari a causa di una deflagrazione nucleare (possiamo aggiungere noi, col senno di poi), la funzione eternatrice dei suoi valori spetterà, per l’appunto, alla poesia.
L’Eros non è “urlato” nei versi della Liuzzo, traspare attraverso l’uso sapiente delle metafore, che, però, non diventano mai incomprensibili, come lo sono spesso nella poesia contemporanea. Il rapporto simbolico con la realtà è sempre visibile per il lettore accorto, che si sforza di capire e non si aspetta di essere imboccato dall’autore. La lettura è studio, è sforzo, ma, alla fine, il gioco deve valere la candela, il risultato conoscitivo deve essere all’altezza della fatica affrontata.
Elio Vittorini racconta che, da giovane anarchico, assieme ai suoi compagni libertari siciliani, del tutto “illetterati”, iniziò il suo percorso conoscitivo leggendo La Scienza Nuova di Giambattista Vico. La prima volta non capirono nulla, la seconda cominciarono a capire qualcosa. Alla millesima lettura capirono tutto.
Così il lettore, leggendo e rileggendo le poesie di Maria Tersa Liuzzo, scoprirà che il protagonista dei suoi versi è l’amore, vissuto in tutte le sue sfaccettature. Amore come gioia, ma anche come dolore. E’ stato Guido Cavalcanti, in Donna me prega, a dirci che l’amore non è, come lo concepiva Dante, un processo gioioso, lineare, che porta a Dio, ma è un “destino” doloroso, al quale nessun uomo può sottrarsi. E l’effetto del dolore si vive sia che lo si assecondi sia che lo si contrasti o si cerchi di rimuoverlo.
In Maria Teresa Liuzzo questa componente del dolore amoroso è fortemente presente, sia nei suoi versi che nei suoi romanzi, così come in Cavalcanti e, ancora a ritroso nei secoli, in Saffo, che ha goduto e sofferto per il suo amore ambivalente per gli uomini e per le ragazze della sua comunità, insieme etica, religiosa e trasgressiva.
Evidentemente Maria Teresa Liuzzo ha sofferto molto nella sua vita reale, il suo amore è rimasto inappagato, a causa dell’incomprensione che circonda le anime elette e fortemente sensibili, talvolta addirittura “violentato”, vilipeso. Ma lei ha continuato a seminare amore, instancabilmente, e continuerà a farlo fino all’esalazione dell’ultimo respiro. Amore come esperienza carnale e, nel contempo, “spirituale”. Amore come esperienza culturale, perché la poesia ha una funzione moltiplicativa della realtà, serve ad arricchirla di nuove prospettive, come se fosse una stanza con pareti tappezzate di specchi, che “deformano” la realtà, ma la rendono, nel contempo, prismatica, proponendo un’infinità di prospettive.
Ed è questa visione totale dell’amore, della poesia e della realtà che fa di Maria Teresa Liuzzo una proiezione in avanti, nei secoli, di Saffo, della sua concezione generale della vita e dell’arte, e della sua «grecità», perché, come ci ha insegnato un grande filosofo e filologo studioso del mondo classico, Mario Untersteiner, il mito greco, parlando di dei, semidei ed eroi, in realtà parla dei problemi eterni degli uomini e delle donne, è un modo di ragionare «in universali» (per dirla con Pavese) su di essi e sulla loro esistenza.
Abbiamo già detto della componente dolorosa della visione che Maria Teresa Liuzzo ha dell’amore e della vita in generale e di quanto essa sia legata alla sofferenza effettiva che la poetessa ha dovuto sopportare nel corso della sua travagliata esistenza, a partire dall’infanzia e dagli anni giovanili. Ha scritto Walter Benjmin a proposito dell’Angelus Novus di Paul Klee: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo guardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
Benjamin ha voluto così contestare le interpretazioni ottimistiche della storia, vista come infinito progresso, che si realizza meccanicamente ed inesorabilmente, le «magnifiche sorti e progressive» di cui parla il Leopardi. «L’angelo della storia», per l’appunto, cerca di lasciarsi alle spalle le macerie del passato, di arginarle con le sue ali. Ma un vento di tempesta spira dal paradiso, evidentemente in attuazione di un disegno divino, e spinge in avanti le rovine, proiettandole nel presente e nel futuro, in maniera tale che l’umanità non possa archiviarle, togliersele dalla vista e dai pensieri.
Così il passato di sofferenze e dolore rimane presente a Maria Teresa Liuzzo, s’impone in tutta la sua evidenza, è tutt’altro che un semplice ricordo, bensì realtà viva, che brucia ancora le sue carni, ossessiona i suoi pensieri. Ma la poetessa con si arrende a questa presenza. Il titolo della raccolta che qui esaminiamo è, in tal senso, significativo. L’autrice non si arrende al male del mondo, reagisce ad esso con l’«arma» della «parola», vale a dire della poesia, la più potente che esista. Non si sente impotente di fronte ad un presunto «destino», come l’Angelus Novus nella rappresentazione che ne dà Walter Benjamin. Allarga le ali della poesia, contrasta il male, seppur inevitabile, col bene, che diffonde a piene mani tra gli uomini e le donne con i suoi versi e con la sua opera intensa di divulgazione culturale, attraverso la rivista «Le Muse», da lei autorevolmente diretta, e la casa editrice A.G.A.R. di Reggio Calabria, di cui è animatrice.
Ha scritto Pavese in una pagina del suo diario, Il mestiere di vivere, datata 18 ottobre 1942: «L’ubris è il conoscere un oracolo e non tenerne conto». Il termine ubris viene interpretato dallo scrittore piemontese nel senso di «ribellione», «sfrontatezza». Maria Teresa Liuzzo ha sperimentato in prima persona l’esistenza del male nel mondo umano, la componente dolorosa dell’amore, accanto a quella gioiosa. Un’esistenza che è ineliminabile, configurandosi quasi come un «destino», al pari del mito greco. Ma sente dentro di sé un moto di «ribellione» a questo «destino», che trova nelle «parole» della «poesia» l’«arma» più efficace di combattimento. E, allora, l’arte, come nei tragici greci, diventa “corpo a corpo” con la realtà, per contrastare il male e sostenere il bene. Riemerge in tutto ciò la «grecità», la classicità. E qui ci sovviene il pensiero di un grande studioso del mondo classico, Concetto Marchesi, secondo il quale la storia è fondata sull’eterno conflitto dialettico tra bene e male, nella consapevolezza che, anche quando il bene si afferma, la sua vittoria è provvisoria, perché il male è sempre lì in agguato, cova sotto la cenere, sempre pronto a riemergere con la sua forza distruttiva.
Maria Teresa Liuzzo ha certamente fatto i conti con il suo conterraneo Ibico e, nel contempo, con Saffo. Di questo confronto rimangono tracce indelebili nella sua poesia. Ad entrambi i poeti greci rinviano «la profonda intensità del sentimento» amoroso e «l’appassionata contemplazione della natura», le due caratteristiche fondamentali che Gennaro Perrotta individua sia nell’opera di Ibico che in quella di Saffo, con una differenza: nel poeta reggino troviamo maggiore «opulenza», vale a dire maggiore irruenza. Maria Teresa Liuzzo riesce a coniugare la «semplicità» e la «grazia» della poetessa di Lesbo con la dimensione «tempestosa» dell’amore che domina Ibico, al quale ci rimanda pure la persistenza indomabile della passione amorosa in tutte le età della vita. Scrive Gennaro Perrotta a proposito di un frammento di Ibico: «Il poeta, già vecchio, vede di nuovo, pieno di spavento, avvicinarsi l’amore, e insidiarlo con ogni sorta d’incantesimi e gettarlo nelle sue reti inestricabili; e paragona sé stesso a un corsiero, tante volte vittorioso, che, già presso a vecchiaia, contro voglia scende di nuovo nell’agone. Il paragone diventerà celebre per le imitazioni di Ennio e di Orazio, che lo riferiranno non all’amore, ma alla loro attività poetica. Ma soltanto in Ibico l’immagine è potente; com’è potente l’immagine di Eros che lo guarda languidamente per vincerlo col fascino voluttuoso degli occhi».
Nella poesia di Maria Teresa Liuzzo troviamo la stessa potenza dirompente dell’Eros, che persiste anche nell’età matura, alla quale la poetessa è giunta. Questa potenza è tale che ci fa presupporre che non si spegnerà presto e che continuerà a galoppare, come un «corsiero», nei versi che la poetessa ci donerà nelle prove che verranno.
Il nome Ibico deriva dall’uccello ἶβυξ, simile alla gru. E Maria Teresa Liuzzo continuerà a librarsi nell’aria, come una gru, con i suoi versi potenti e, insieme, leggeri, ancora per lungo tempo.
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Gian-Luca Galletti lancia ‘Poesie che si cancellano dopo un’ora’
Esce “Poesie che si cancellano dopo un’ora”, il nuovo e visionario libro di Gian-Luca Galletti tra gioco, ironia e memoria storica. 📜 ✨
Roma – Nel tormentato panorama culturale contemporaneo, segnato dall’iperconnessione e da una progressiva mercificazione dei messaggi, la parola poetica avverte la necessità di ritrovare spazi di libertà e forme espressive inedite per scardinare il conformismo della società dei consumi. Con questa impronta coraggiosa si apre la stagione espositiva della nuova attesa raccolta lirica firmata dallo scrittore Gian-Luca Galletti, intitolata “Poesie che si cancellano dopo un’ora”. L’opera, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” da Aletti Editore e distribuita anche in formato e-book, si offre alla pubblica opinione e ai cittadini come un viaggio letterario incandescente, ironico e profondamente visionario, capace di deostruire le vecchie paratie accademiche per parlare direttamente alla sensibilità delle persone.
La struttura in cinque sezioni e gli omaggi a Szymborska e Toti Scialoja
L’ordito della silloge si sviluppa e prende spazio attraverso cinque suggestive sezioni tematiche, i cui titoli indicano una precisa progressione emotiva e concettuale: “Pura Vida”, “L’aria che respiri”, “L’ora più buia”, “Anche la poesia può aspettare” e infine “Tremarella”. All’interno di questi canti, Galletti guida il lettore in un percorso che attraversa il sacro e il profano, fondendo l’intimità del vissuto personale con la forza dei sentimenti collettivi. Tra i componimenti di spicco si segnala proprio la poesia “Tremarella”, concepita come un sentito e accorato omaggio alla celebre poetessa polacca Wisława Szymborska, a cui si affiancano “Tutto il peso del mondo”, tributo al pittore e poeta Toti Scialoja, e l’opera “Come Paul Valéry”, scritta in memoria del grande scrittore e filosofo francese.
L’intuizione nata in un ristorante cinese dall’adolescente digitale
Un capitolo di grande curiosità e rilevanza sociologica investe la singolare genesi del titolo a cui l’autore è profondamente legato. Come già accaduto per la sua precedente pubblicazione editoriale, la raccolta è cresciuta attorno a un’idea originaria, suggerita in modo del tutto inconsapevole due anni fa da un adolescente digitale durante una cena familiare trascorsa all’interno di un ristorante cinese rionale. Questo aneddoto mette in luce la distanza tra la memoria storica dei padri e la fretta espressiva dei giovani d’oggi, abituati all’asfissia dei messaggi virtuali che spariscono dagli schermi in pochi istanti. Galletti trasforma questa transizione tecnologica in una provocazione poetica, offrendo testi vivi e imperfetti che diventano uno strumento indispensabile di sopravvivenza contro l’oblio della modernità.
La traduzione per Luis Zhang e il manifesto critico di Francesco Gazzé
Il volume, che ha registrato un eccellente riscontro di pubblico in occasione della sua recente presentazione ufficiale al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 presso gli spazi espositivi della casa editrice, si arricchisce anche di collaborazioni interculturali di rilievo. Tra le pagine trova spazio la lirica “Alle persone senza nome”, una libera e intensa traduzione condotta su un testo originale scritto dall’amico e attore Luis Zhang, offrendo un messaggio di inclusione sociale e solidarietà. Nella prefazione del libro, il noto autore e compositore Francesco Gazzé ha analizzato con acume critico il poliedrico universo dello scrittore: «È fatto di trovate originali e fantastiche, di audaci destrutturazioni linguistiche, di velati ermetismi che fanno stropicciare gli occhi, di frasi stranianti che planano sospese a mezz’aria sopra le piatte distese del reale per poi atterrare dolcemente sull’impossibile».
La provocazione sulla felicità e la ricerca del benessere interiore
In ultima analisi, il cammino letterario tracciato da Gian-Luca Galletti si conclude con un quesito etico e grammaticale rivolto direttamente alla coscienza dei propri lettori: «Ma la felicità, per voi, è con l’accento o senza accento?». Questa domanda, semplice solo in apparenza, invita le famiglie, i lavoratori e i giovani ad abbandonare per un momento l’isolamento individuale indotto dall’abuso delle reti virtuali per riflettere sul significato autentico delle proprie passioni e sulla cura dei legami affettivi. Sradicare la fruizione dell’arte dal torpore digitale per ricondurla nella ritualità della lettura lenta e consapevole costituisce il pilastro più alto delle riforme culturali contemporanee, dimostrando che il domani della nostra saggistica dipende linearmente dalla capacità di unire il merito del talento alla trasparenza delle relazioni umane.
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Intervista condotta dalla poetessa e traduttrice libanese-brasiliana Taghrid Bou Merhi alla poetessa italiana Maria Teresa Liuzzo
Quando si parla di multiculturalità, di leadership letteraria e intellettuale, il nome di Maria Teresa Liuzzo emerge come una figura imprescindibile. Scrittrice, filosofa, giornalista e ponte culturale tra Oriente e Occidente, ha costruito un percorso straordinario fatto di parole, pensiero e visione. Con opere tradotte in oltre trenta lingue e un’attività instancabile nel campo editoriale, culturale e accademico, la sua voce è oggi simbolo di universalità. In questa intervista, esploriamo alcune tappe della sua ricca esperienza intellettuale e umana.
Redazione- Quando si parla di multiculturalità, di leadership letteraria e intellettuale, il nome di Maria Teresa Liuzzo emerge come una figura imprescindibile. Scrittrice, filosofa, giornalista e ponte culturale tra Oriente e Occidente, ha costruito un percorso straordinario fatto di parole, pensiero e visione. Con opere tradotte in oltre trenta lingue e un’attività instancabile nel campo editoriale, culturale e accademico, la sua voce è oggi simbolo di universalità. In questa intervista, esploriamo alcune tappe della sua ricca esperienza intellettuale e umana.
- 1) Come è iniziato il tuo percorso letterario e intellettuale? Chi è stata la prima persona a credere nel tuo talento?
- 1) Ero ancora una bambina e il primo a credere in me è stato il grande scrittore e avvocato Massimo Di Prisco, marito della duchessa Maria Piromallo, amico di tanti attori e registi conosciuti e apprezzati dal cinema internazionale come Vittorio De Sica, Federico Fellini e Roberto Rossellini. All’avvocato e scrittore Massimo Di Prisco ho dedicato la poesia “E sarà ancora estate”, mentre le altre due prime poesie scritte da me furono: “Il mondo nella mia anima” e “Solitudine”. Questi miei primi versi li fece leggere a Giulio Einaudi, suo grande amico, e figlio dell’intellettuale ed economista di fama mondiale Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica Italiana.
- 2) Qual è stata la motivazione principale che ti ha spinta a fondare e dirigere la rivista “Le Muse”?
- 2) La rivista fu fondata da me e da mio marito, il Prof. Paolo Borruto, giornalista, editore, scrittore, regista e produttore. Fu un suo omaggio affinché io potessi operare in modo libero e lontano dalle varie consorterie per dare risalto a quella che è la vera Cultura e ogni forma d’Arte.
- 3) Scrivi in molti ambiti: poesia, filosofia, giornalismo, critica. Come riesci a conciliare tutte queste attività?
- 3) Ho consacrato la mia vita alla cultura. Mi nutro spesso di parole, vocali, consonanti, virgole, apostrofi, parentesi, accenti e li seguo come se ognuno di essi avesse un corpo: dell’insieme ho fatto il mio esercito. Alla scrittura dedico ogni attimo del mio tempo e in ogni cosa che faccio c’è sempre un pezzo del mio cuore e della mia anima che offro a Dio e ai miei lettori sparsi per il mondo, che mi seguono e mi sostengono amorevolmente in tutto quello che scrivo, ma anche per la mia generosità, senso critico, di giustizia e per la trasparenza del mio lato umano, morale, etico e intellettuale. Mi sono occupata per anni degli emarginati, ho difeso i diritti dei carcerati- spesso innocenti- lottando contro le ingiustizie della vita che perpetuano senza vergogna (sfruttamento degli immigrati nei campi agricoli e non solo). Sono una grande sostenitrice della natura che sento viva, vegeta e Madre, in grado di dare vita persino ad una pietra quando dal suo cuore fa spuntare un filo d’erba. Soffro per quello che è accaduto in Amazzonia, le fiamme che hanno distrutto parte della sua foresta, minando il polmone verde del mondo. Ascolto e condivido il respiro di ogni singolo albero, il lacrimare delle piogge che lo bagnano, le cascate degli uccelli tra i suoi rami, tutto racchiuso in un rituale di vita e di morte. Lamenti che attraversano la memoria fustigandola, uncini che strappano la pelle con i suoi suoni onomatopeici. Le carestie, le recenti alluvioni che hanno messo in ginocchio l’India e parte del Bangladesh distruggendo abitazioni e piantagioni di cotone. In questa distanza che divide la notte io continuo ad ascoltare quel lamento di terre bagnate dal pianto dei popoli, soli a lottare contagiati dal verde sotto un riflesso opaco di luna e una vertigine di pioggia. Vivo da solitaria in una civiltà globale le amarezze della terra raccogliendo i linguaggi di tanti paesi. Bevo la luce antica del mare dove tutto vive nel silenzio; dove il seme viaggia col vento; uomo e natura sono un solo germoglio dove la materia affonda le proprie radici e si riproduce. Si edifica come un tempio antico nel ventre dell’assoluto. Nessuno trova il tempo per guardarsi intorno, altrimenti scoprirebbe che il vero paradiso è sulla terra. Basta pensare ad un albero singolare che vive in Amazzonia: il “calipso arcobaleno”. Credo che da una creazione così spettacolare si proietti la vera saggezza; così come nel raccogliere i linguaggi di tanti paesi sconosciuti e lontani ci fa sopravvivere ad ogni tempesta. Forse ci attende un nuovo Noè sotto l’albero dello “Spirito Santo” (Kupahùba) per esplorare la bellezza dell’eterno attraverso un viaggio antropologico che farebbe di ognuno di noi, un essere responsabile, lontano dal cancro del male, dal pozzo delle nebbie, e rendendo il nostro cuore divino.
- 4) Con le tue opere tradotte in oltre 30 lingue, come vedi la responsabilità della parola nel rappresentare la cultura italiana?
- 4) L’Italia, con Roma “Caput Mundi”, è stata la culla della civiltà, il regno di poeti, scrittori, filosofi, matematici. Proprio la Calabria dove io sono nata e cresciuta si chiamava Italia Prima, fu questa regione a forma di stivale che diede il nome all’Italia, ma rimase la Terra dei Miti con i suoi tremila anni di storia, arte e cultura nella terra dei giganti: Ibico, Pitagora, Nosside, Parrasio, Saffo, Talete, Campanella, Alvaro, Boccioni, Preti, Dulbecco, Maria Teresa Liuzzo, Monteleone, Calogero, Cilea, Versace (a cura di P. B.). I vari riconoscimenti mi hanno reso più responsabile come rappresentante dell’Italia nel mondo, in quanto le vere testimonianze e le conoscenze acquisite attraverso la lettura dei miei libri hanno appassionato i lettori oltre oceano, ho fatto di tutto per non deludere le loro aspettative.
- 5) In che modo la tua formazione in psicologia e filosofia ha influenzato la tua visione della letteratura e dell’essere umano?
- 5) Il nostro vissuto è la migliore dimostrazione che riusciamo a trasformare in parole l’amore vero verso il prossimo, i bisognosi, i soli, gli ammalati, i derelitti, i prigionieri, le vittime di guerra. Lo studio è necessario ma è il dolore della vita il migliore maestro. L’umanità siamo noi, e i versi sono i messaggeri della PACE e tutte le creature ne fanno parte.
- 6) Hai una presenza significativa nei media internazionali. Come vedi il ruolo della scrittrice italiana nel panorama culturale globale?
- 6) Forse questa domanda potrebbe essere una novità per qualcun altro, ma non per me che scrivo e pubblico da 55 anni, cioè da quando ero bambina su riviste letterarie nazionali. Pur non viaggiando i miei libri hanno camminato per me, sono stati le mie braccia e la mia bocca, la mia voce. Da oltre 40 anni, e quando i social non esistevano i miei libri erano arrivati in India, Oceania, America, Asia, Europa, Africa. Ho apprezzato molti scrittori arabi (che ritengo molto bravi) e ho avuto una fitta corrispondenza con la crema mitteleuropea. Sono stata prefata, presentata e tradotta dal grande poeta britannico Peter Russell, più volte candidato al Nobel per la Letteratura, da Athanase Vantchev De Tracy, altro Candidato al Premio Nobel per la Letteratura (2019) che ha tradotto in lingua francese il mio primo romanzo “…E adesso parlo!” e decine di poesie, Licio Gelli – candidato al Nobel per la Letteratura – ha recensito diversi miei libri di poesia e Maria Luisa Spaziani che mi ha letto e recensito sin dalla prima opera (Radici-Poesia dell’infanzia), anche lei candidata al Nobel per la Letteratura. Si è interessato alle mie opere persino il grande editore di Chicago Thomas Fleming che mi scrisse: “Lascio a te la fiaccola della Magna Grecia” dopo averlo ripetuto più volte al suo grande amico e poeta Peter Russell. Non sono delusa perché sono stata apprezzata dagli addetti ai lavori e da migliaia di lettori da tutto il mondo.
- 7) Sei Presidente dell’Associazione artistica “P. Benintende”. Qual è, secondo te, il ruolo dell’arte nella formazione dell’identità culturale?
- 7) L’arte è il centro della vita, l’universo intero, il terzo occhio del mondo. Appassionata di musica lirica ho avuto l’occasione di conoscere i più grandi artisti del mondo da Maria Callas, Luciano Pavarotti, Mario Del Monaco.
- 8) Secondo te, i premi e i riconoscimenti letterari rendono veramente giustizia agli scrittori?
- 8) Non credo nei premi letterari di oggi, destinati spesso, a chi meno li merita. Non sono i premi gettati come pula al vento, assegnati senza alcuna autorità né consapevolezza a definire grande uno scrittore ma le sue opere. Saggi, recensioni e prefazioni di illustri nomi di critici di indubbia onestà morale e intellettuale battezzano il poeta o lo scrittore di successo. La scrittura deve essere autentica, intelligente, che coinvolge l’esistenza e la società. Come diceva Peter Russell: “I poeti sono i legislatori dell’umanità”. La poesia analizza il legame tra senso e non senso, tra ombra e luce, tra vita e morte e li descrive così come sono nella realtà senza stravolgere il senso al di là di ogni suo interesse esistenziale ed ontologico, (linguaggio giuridico e letterario). Non siano passi d’aria nell’esplorare antico e moderno. I veri poeti scarseggiano, sono sempre di meno, anche di fronte a queste rivoluzioni di poeti e scrittori autoreferenziali tra manipolazioni e caos di linguaggi. Da improvvisati ed egoisti, quali sono, non sanno che ogni verso nasconde un segreto che non sempre insegna ma aiuta a capire, senza smarrire l’identità regionale della parola affinché sia la voce dell’esistenza e mai della separazione.
- 9) Hai scritto sull’umanità, sull’utopia, sull’ombra e sulla luce… Qual è il tema a te più caro fra tutti?
- 9) Il tema a me più caro rimane quello umano: l’uomo al centro dell’universo. Il sogno è necessario per farci vivere e superare il male pernicioso della realtà in cui viviamo, ma senza la luce del nostro cuore morirebbero le parole, le attese per lasciare spazio al dolore e a una convivenza estremamente distopica, come quella di oggi.
- 10) Quali difficoltà hai affrontato come donna intellettuale e pensatrice in un ambito letterario spesso competitivo?
- 10) Credo poco nella giustizia terrena ma molto in quella divina, Non mescolo il sacro con il profano, mi piace volare da sola, non essere parte del gregge, né strisciare come i serpenti in cerca di approvazioni. Ho molta esperienza della vita. Il dolore e la vita mi hanno reso più forte, perché più crepe hanno aperto più luce mi è arrivata. La competitività non deve essere una guerra, ma deve arricchire gli animi, senza cercare di occultare i talenti con bugie, prepotenze o potere illegittimo che le è stato dato solo per fare numero. La mia forza deriva dalla verità per la quale vivo e sono pronta a morire. Ma la realtà è diversa da quella virtuale, che continua a divorare l’innocenza della bellezza sostituendola con l’orrore.
- 11) Come scegli i testi o gli autori stranieri da tradurre in italiano? Quali sono le sfide nella traduzione di testi appartenenti a culture diverse, come quella araba o asiatica?
- 11) Ci tengo a chiarire che sono quasi sempre gli autori a inviare le loro opere per essere tradotte, autori a me sconosciuti. Leggo i loro contenuti, vivo le loro emozioni e le traduco se incontro un humus letterario e soprattutto umano.
- 12) Cosa rappresenta per te il concetto di “pace culturale” in un mondo attraversato dai conflitti?
- 12) La tua è una bella domanda e non riesco a immaginare una “pace culturale” dove la “guerra culturale” è più feroce del genocidio di Gaza e delle feroci tempeste che colpiscono forte al cuore già provato della terra. Non ci può essere “pace culturale” dove la forza del diritto soccombe dinanzi al diritto della forza, (P. B.) finché ci sono in giro persone – lupi travestiti da agnelli – che operano nella menzogna pur di apparire. Questi personaggi, oscuri, vorrebbero neutralizzare il bello, il sacro, il vero, ma sono soltanto l’ombra di se stessi. Forse, chi parla di cultura ha dimenticato la saggezza, l’amore, la fratellanza tra i popoli e non la corsa a imminenti vittorie ottenute con concorrenze sleali. Lo studio è rinuncia e sacrificio, non di certo uno spettacolo circense.
- 13) Qual è stato il momento di successo che ti ha lasciato il segno più profondo nel cuore?
- 13) Tutti i successi sono come figli, una madre non saprebbe e non dovrebbe scegliere. Sono i fiori di un prato che le lacrime di commozione innaffiano ad ogni ricordo indelebile. Forse il segno più profondo lo ha lasciato un’importante Associazione designandomi Benefattrice dell’Umanità.
- 14) Come contribuisci a scoprire e sostenere nuovi talenti? Quali qualità cerchi nelle voci emergenti?
- 14) I nuovi talenti sono rari. Li riconosci dalla loro umiltà, non conoscono l’arroganza del potere. Sono generosi, empatici nella loro solitudine. Scrivono senza pretese e non per superare gli altri, ma per dare il loro contributo alla letteratura.
- 15) Come direttrice delle pubbliche relazioni e corrispondente internazionale, quanto è importante oggi la diplomazia culturale?
- 15) La diplomazia è sempre stata importante per una civile convivenza, è indispensabile quando ci sono interessi comuni per il bene della società etica, morale e culturale.
- 16) Come vedi il futuro della letteratura nell’epoca della diffusione digitale?
- 16) La diffusione digitale se da un lato è stata importante per l’altro è stata deleteria, in quanto si fa abuso e non uso. Ognuno cerca di sovrastare l’altro. Molti sono spietati e cercano di emergere ad ogni costo con la convinzione di “seppellire” gli elementi autentici per fare prevalere la loro presenza che non è altro che un pacco ingombrante e misero agli occhi dei veri cultori del bello e del sacro.
- 17) C’è un nuovo progetto a cui stai lavorando attualmente e che vorresti condividere con i tuoi lettori?
- 17) Progetti in cantiere che ne sono tanti ed anche importanti, ma saranno piacevoli soprese per i miei lettori quando le opere saranno realizzate, se Dio vuole.
- 18) Come riesci a mantenere viva la tua passione per la scrittura nonostante i tanti impegni e responsabilità?
- 18) Ripeto ancora una volta che scrivo per non morire, non cerco applausi. La scrittura è la mia famiglia, la pace, il mio appuntamento con l’ignoto, il tempio del mio dolore e della mia consolazione, la speranza, la fede, la foresta delle emozioni dove le stelle sono scintille che accendono il sangue e riscaldano il cuore.
- 19) Nel cammino di ogni pensatrice o creativa, ci sono parole che, seppur ascoltate o lette per caso, diventano luce guida o principi indelebili.
C’è una frase che hai letto in un libro, o ascoltato da qualcuno, che ti ha colpita profondamente al punto da farla diventare un riferimento costante nel tuo modo di vivere e di relazionarti con gli altri?
Qual è questa frase? E perché è rimasta impressa così profondamente nel tuo cuore?
- 19) Ci sono frasi che sconvolgono o toccano il cuore, ma mai e poi mai avrei “lavorato” o scritto frasi di altri. Ogni parola che ho scritto e vissuto è carne del mio corpo, sangue delle mie vene e respiro della mia anima. Il mio motto è donare, non coniugo il verbo pretendere o assimilare. Sono me stessa e tale rimango.
- 20) Sei membro di istituzioni culturali e accademiche prestigiose come il Sirius Media Group, WOW e il Senato Accademico della Leibniz University. Quanto ritieni sia importante, per una scrittrice, essere coinvolta nei movimenti istituzionali e intellettuali?
- 20) È bello essere amati, raggiunti da persone di cultura, ma anche seri con obiettivi onesti. Sono felice di essere letta e di essere utile ai loro progetti che condivido e cerco di dare il meglio di me stessa, con tutto il cuore.
- 21) Hai una presenza molto ampia su riviste e siti internazionali, dall’Uzbekistan al Messico, dal Vietnam alla Danimarca. Come ha influenzato questa diversità geografica e culturale la tua voce letteraria? Ti sei mai sentita una “scrittrice oltre i confini”?
- 21) È importante per me essere presente per costruire qualcosa di utile, di umano, di bello e duraturo nel tempo. Guardo tutte le cose con umanità, a volte, per chi possiede una particolare sensibilità- non è difficile sentire battere il cuore di una pietra che si stringe in una mano. Oggi come ieri mi sento cittadina del mondo perché la scrittura, quella vera, non ha confini geografici né culturali se l’intento è raggiungere la pace, un sogno difficilmente realizzabile. Credo di essere stata da sempre “una scrittrice oltre i confini”. Con gli scrittori, editori, artisti abbiamo sempre edificato senza rincorrere poteri di gloria, ma per il bene del progresso.
- 22) Hai scritto centinaia di articoli di critica letteraria e artistica, e curi una rubrica poetica intitolata Miosòtide – Non ti scordar di me.
Quanto ritieni sia importante documentare e archiviare le voci poetiche in un’epoca che tende a dimenticare velocemente?
- 22) Quello in cui credo non va mai dimenticato, la carta brucia, la memoria semina e arricchisce. Credo nei miei lettori, nelle biblioteche, ovunque ci siano i miei libri e riviste che hanno rappresentato e unito il cuore dei lettori dei cinque continenti, ancora prima che ci fossero le piattaforme social.
- 23) Hai scritto di tematiche esistenziali come L’ombra non supera la luce e Eutanasia d’utopia, e recentemente hai pubblicato Non seppellitemi viva.
Vedi la scrittura come uno strumento di liberazione interiore o come una forma di resistenza?
- 23) Liberazione e resistenza, pur essendo due cose diverse hanno in comune l’intensità. La scrittura è testimonianza e testamento per i posteri.
- 24) Le tue opere sono state tradotte in decine di lingue e hai collaborato con figure letterarie di tutto il mondo.
Tra queste esperienze di traduzione, c’è stato un dialogo culturale che ha segnato una svolta nel tuo percorso o ha cambiato la tua visione del mondo?
- 24) Il mondo lo cambia il nostro modo di pensare, io sono una persona molto positiva e anche dal male ho tratto il bene (con sacrificio e volontà ferrea). Il mondo siamo noi, per questo la collaborazione è indispensabile, ma non tutti accettano sacrifici né la verità. Amano le cose facili, di scarso valore.
- 25) Qual è la domanda che non ti ho posto e che avresti voluto ricevere? E quale sarebbe?
- 25) Per esempio se sono felice e quanto tempo dedico a me stessa. Felice lo sono nella mia famiglia con un figlio che adoro e un cagnolino che è la mia compagnia e la mia gioia. Sono una persona molto amata perché so vivere e comprendo l’animo umano, molto fragile. Quanto il tempo che dedico a me stessa non è mai esistito e so che quando passa non ritorna. Se fosse possibile risponderti ti direi: “Ferma questo tempo che mi fa impazzire!”. È l’unica cosa con la quale non posso competere.
Lifestyle
Angela Kosta premiata con due prestigiosi riconoscimenti al Premio Internazionale di Poesia “Gabriele Galloni” 2026
Il panorama della poesia contemporanea registra un nuovo e significativo successo internazionale per Angela Kosta, scrittrice, poetessa, traduttrice, giornalista ed editrice, insignita di due importanti riconoscimenti nell’ambito della II Edizione del Premio Internazionale di Poesia “Gabriele Galloni” – Montignoso 2026, quest’anno arricchita dalla Edizione Speciale Valderrubio – Granada (Spagna).
Redazione- Il panorama della poesia contemporanea registra un nuovo e significativo successo internazionale per Angela Kosta, scrittrice, poetessa, traduttrice, giornalista ed editrice, insignita di due importanti riconoscimenti nell’ambito della II Edizione del Premio Internazionale di Poesia “Gabriele Galloni” – Montignoso 2026, quest’anno arricchita dalla Edizione Speciale Valderrubio – Granada (Spagna).
La Giuria internazionale ha deliberato all’unanimità l’assegnazione del Premio Speciale Stile Poetico per la poesia “Oltretutto”, riconoscendo nell’opera una scrittura di rara intensità espressiva, capace di coniugare eleganza stilistica, profondità di pensiero e una forte tensione lirica. Alla poetessa è stato inoltre conferito il Premio Speciale Internazionale per la poesia “Preludio”, quale attestazione del respiro universale della sua produzione letteraria e della capacità della sua voce poetica di dialogare con culture e sensibilità differenti.
Le cerimonie ufficiali di premiazione si terranno in due sedi di straordinario valore simbolico: sabato 5 settembre 2026 presso Villa Schiff-Giorgini di Montignoso, in Toscana, e sabato 12 settembre 2026 presso la prestigiosa Casa Museo Federico García Lorca di Valderrubio, a Granada, luogo profondamente legato alla memoria del grande poeta spagnolo. I vincitori avranno la possibilità di scegliere la sede nella quale ricevere i propri riconoscimenti.
Questo nuovo duplice riconoscimento si inserisce in un percorso artistico che negli ultimi anni ha visto Angela Kosta ottenere prestigiosi premi e pubblicazioni in numerosi Paesi, confermandone il ruolo tra le personalità più attive e apprezzate della letteratura contemporanea internazionale. Le sue opere, tradotte in molte lingue e pubblicate in riviste, antologie e collane editoriali di rilievo, continuano a rappresentare un ponte culturale tra popoli, tradizioni e visioni del mondo.
L’assegnazione del Premio Speciale Stile Poetico e del Premio Speciale Internazionale costituisce un ulteriore riconoscimento all’originalità della sua ricerca letteraria e al valore di una poesia capace di superare ogni confine geografico e linguistico, riaffermando il potere della parola come strumento di dialogo, memoria e pace.
Con questo nuovo successo, Angela Kosta consolida ulteriormente la propria presenza nel panorama poetico mondiale, portando in apice il nome della cultura italiana e albanese attraverso una produzione letteraria sempre più apprezzata dalla critica e dalle istituzioni culturali internazionali.
Riportiamo qui sotto, le due poesie premiate
OLTRETUTTO…
Ti amerò in silenzio, sapendo dove mi troverai.
Sarò oltre l’unica stella
compagna, testimone della nostra follia
mi troverai oltre la luna
ospite nostra preferita, tanto desiderata.
Sarò oltre la nuvola
culla della mia breve felicità.
Sarò oltre il sole che forse
un giorno scioglierà le mie angustie.
Mi fermerò a lungo a rivivere l’oltretutto
dove il vento porterà i tuoi sussurri,
osserverò lo scorrere dell’acqua
e mi bagnerò dalle tue labbra,
ti troverò sapendo che ci sarai.
Ed io?
Sul palmo della tua anima ci sarò
ferma per paura di essere diventata muta
svanita nel nulla.
Sulle onde del mare, il nostro respiro troverò
il tuo sorriso sulla mia bocca
il tuo sguardo nella mia lacrima
i tuoi battiti sul mio cuore
le tue dita tra i miei capelli
i tuoi occhi su i miei…
Per sempre!!!
PRELUDIO
Genuflessa al buio,
monca sotto un rifugio senza tetto,
compagna di tempesta a cielo aperto,
senza stella, senza luna
immersa nel fango
colma di pensieri.
Sognando che un giorno mi sarei arricchita
con tutto ciò che esisteva
senza le mani, antiquata
scavando il tesoro della stessa miseria
piena di cadaveri lacerati.
Preludio
duello silenzioso,
implorando l’innocenza
preda di desideri sanguigni assetati
lì dove il Tutto, la Nullità
si congiungono per sempre.
E io continuo a trascendere nella futilità
inabile, sepolta viva
candida che un giorno
diventerò agiata della mia stessa pace.
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