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Ewa Spadlo, una vita tra teatro, cinema e arte

Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

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Ewa Spadlo

Redazione-  Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

Il desiderio di approfondire ulteriormente il linguaggio della recitazione la conduce successivamente in Polonia, presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Cracovia, allora diretta da Jerzy Stuhr. Un’esperienza che contribuisce ad arricchire il suo bagaglio professionale e a consolidare il rapporto con la propria terra d’origine.

Nel corso della sua carriera Ewa Spadlo ha avuto l’opportunità di lavorare con importanti registi polacchi, tra i quali Tadeusz Bradecki. Con lo spettacolo “Il Pozzo”, diretto da Bradecki, è protagonista di una produzione presentata in anteprima al Mittelfest di Cividale del Friuli.

Ma il suo percorso professionale si sviluppa con grande intensità anche in Italia. Tra le collaborazioni più significative figura quella con Giorgio Marini nello spettacolo “Lady in the Dark”, musical di Kurt Weill realizzato in occasione della riapertura del Teatro Massimo di Palermo.

Accanto a Eros Pagni lavora inoltre a un progetto teatrale diretto da Giuseppe Di Leva su testi di Achille Campanile. Con la compagnia di Paolo Rossi prende parte allo spettacolo “Questa sera si recita Molière”, portato in scena non soltanto in Italia ma anche in Polonia, nell’ambito del Molière Festival di Cracovia.

Il talento di Ewa Spadlo non si esprime esclusivamente attraverso il teatro. Anche il cinema entra a far parte del suo percorso professionale: prende infatti parte al film “La banda dei Babbi Natale”, con Aldo, Giovanni e Giacomo, diretto da Paolo Genovese.

Nel 2002 fonda, insieme al regista Stefano Francesco Alleva, l’Associazione Culturale Harvey. Da quel momento prende parte a diversi progetti e spettacoli, tra i quali “In alto mare” e “Tempo di scirocco – Omaggio a Ernesto Ragazzoni”, presentati in anteprima rispettivamente alle edizioni 2009 e 2010 del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 2011 è protagonista dello spettacolo “A piedi nudi nel parco”, che debutta nell’ambito del Festival di Spoleto, confermando ancora una volta il forte legame professionale e artistico con uno dei più importanti appuntamenti culturali italiani.

Parallelamente all’attività di attrice, Ewa Spadlo si dedica con costanza anche alla formazione teatrale attraverso attività laboratoriali, trasmettendo esperienze, conoscenze e sensibilità alle nuove generazioni e a quanti desiderano avvicinarsi al linguaggio della scena.

Un percorso, il suo, caratterizzato anche dalla versatilità. Madrelingua polacca, parla italiano e inglese e possiede diverse competenze che spaziano dall’equitazione alla scherma, dallo sci alla vela, fino al pianoforte e al canto.

Ewa Spadlo, il suo percorso professionale si è sviluppato tra Polonia e Italia. Quanto hanno influenzato queste due realtà culturali la sua formazione e la sua identità artistica?

«La Polonia e l’Italia rappresentano due parti molto importanti della mia vita e del mio percorso artistico. Ho avuto la fortuna di formarmi e lavorare in entrambi i Paesi, entrando in contatto con sensibilità, tradizioni teatrali e linguaggi differenti. Credo che proprio questo confronto continuo abbia contribuito a rendere il mio percorso più ricco e articolato. Ogni esperienza ha lasciato dentro di me qualcosa di importante».

Nel corso della sua carriera ha lavorato con importanti registi e attori e ha partecipato a spettacoli presentati in contesti prestigiosi. Qual è il valore umano e professionale che queste esperienze le hanno lasciato?

 

«Ogni incontro è stato una grande occasione di crescita. Lavorare accanto a professionisti di grande esperienza significa osservare, ascoltare e continuare a imparare. Il teatro è un’arte profondamente collettiva e credo che il confronto con gli altri rappresenti una delle sue ricchezze più grandi. Ogni regista, ogni attore e ogni produzione hanno contribuito, in modo diverso, alla costruzione del mio percorso».

Lei è attrice e regista, ma si dedica anche alla formazione teatrale. Che cosa cerca di trasmettere attraverso il suo lavoro con le persone che si avvicinano al teatro?

«Il teatro non è soltanto una professione o una forma di spettacolo. Può diventare anche uno straordinario strumento di conoscenza personale e di relazione con gli altri. Attraverso il lavoro teatrale cerco di trasmettere l’importanza dell’ascolto, della presenza e dell’autenticità. Credo che ogni persona possieda un proprio mondo interiore e che il teatro possa aiutarla a scoprirlo e a esprimerlo».

 

La carriera di Ewa Spadlo racconta dunque il percorso di un’artista internazionale che ha saputo trasformare la propria formazione in un continuo viaggio attraverso culture, palcoscenici e linguaggi differenti.

Dalla Polonia all’Italia, dalle aule delle più prestigiose scuole d’arte drammatica ai grandi teatri, dal cinema alla formazione, il suo cammino professionale testimonia la forza di un’arte capace di superare i confini geografici.

Ewa Spadlo continua così – giorno dopo giorno – a muoversi tra interpretazione, regia e formazione, portando con sé un patrimonio di esperienze maturate nel corso degli anni. Perché il teatro, prima ancora di essere un palcoscenico, è un luogo dell’anima: uno spazio nel quale l’essere umano incontra se stesso e, attraverso una storia, riesce a parlare al mondo.

Ewa Spadlo

Dietro l’artista c’è una donna che guarda alla vita con profondità, ponendo al centro della propria esistenza la famiglia, la fede, l’amore e quei valori che, nella frenesia della contemporaneità, sembrano talvolta smarrirsi. Ewa Spadlo non racconta soltanto un percorso professionale costruito tra Polonia e Italia, teatro e cinema, ma una storia umana nella quale l’arte diventa anche occasione di incontro, condivisione e rinascita.

La sua carriera, sviluppatasi nel segno della formazione e del rigore professionale, si intreccia profondamente con la dimensione privata. Il marito, i figli, le amicizie, la fede in Dio e il legame con le proprie radici rappresentano punti fermi di un cammino che non separa la professione dalla vita, ma cerca costantemente un equilibrio autentico tra le due dimensioni.

Ne nasce un racconto fatto di memoria e futuro, di luoghi e affetti, di grandi incontri e di esperienze capaci di lasciare un segno indelebile.

Ewa, dopo un percorso così ricco di esperienze artistiche e umane, che cosa rappresenta oggi per Lei il senso più profondo della vita?

«Credo che il senso della vita sia profondamente legato alla capacità di amare, di costruire relazioni autentiche e di non perdere mai il contatto con ciò che realmente conta. Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra scorrere velocemente e nel quale spesso si rischia di confondere l’apparenza con la sostanza. Per me, invece, è fondamentale cercare di restare fedeli alla propria coscienza e alla propria verità, affrontando la realtà con sincerità e gratitudine».

Ewa Spadlo

In questa visione, quale posto occupa la famiglia?

«La famiglia è il mio porto, il luogo degli affetti più profondi e delle responsabilità più importanti. Mio marito e i miei figli rappresentano una parte essenziale della mia vita. L’amore familiare non significa soltanto condividere i momenti belli, ma esserci nei passaggi più complessi, crescere insieme e imparare a sostenersi reciprocamente. È una presenza che dà forza e significato al mio cammino».

 

Quanto è importante per Lei l’amore per suo marito e per i suoi figli?

«È qualcosa che non considero separato dalla mia identità. Prima ancora della professione, dei riconoscimenti e dei progetti, esistono le persone che amo. La famiglia mi ha insegnato il valore della condivisione e della presenza. Credo che amare significhi soprattutto assumersi la responsabilità di esserci, ogni giorno, con sincerità».

La sua carriera è stata costruita attraverso anni di studio, formazione e lavoro. Quanto conta per Lei il rigore professionale?

«Conta moltissimo. Il talento, se esiste, deve essere accompagnato dallo studio, dalla disciplina e dal rispetto per il proprio lavoro e per quello degli altri. Ho sempre considerato la professione artistica come qualcosa che richiede grande serietà. Dietro uno spettacolo o un film ci sono preparazione, sacrificio e lavoro quotidiano. Il rigore non limita la creatività: al contrario, le offre basi solide sulle quali potersi esprimere liberamente».

Viviamo in una società che sembra aver smarrito alcuni valori fondamentali. Quali ritiene siano quelli che oggi dovremmo riscoprire?

«Purtroppo credo che oggi rischiamo di perdere il valore della parola data, del rispetto, dell’ascolto e della gentilezza. Sono valori semplici solo in apparenza. Credo sia necessario tornare a dare importanza alle relazioni umane, alla solidarietà e alla capacità di guardare l’altro non come un ostacolo o uno strumento, ma come una persona. Forse abbiamo bisogno di rallentare e di ricordarci che ciò che possediamo davvero sono i rapporti che siamo riusciti a costruire».

Ewa Spadlo

Lei nutre un particolare affetto per San Francesco d’Assisi e per il mondo francescano. Da dove nasce questo legame?

«San Francesco rappresenta per me una figura di straordinaria forza spirituale e umana. Il suo messaggio conserva una grande attualità perché parla di semplicità, fratellanza, rispetto per il creato e amore per ogni essere umano. Sono valori che sento profondamente vicini alla mia sensibilità».

Vi sono anche due francescani ai quali Lei è particolarmente legata, che hanno avuto un ruolo speciale nella sua famiglia?

«Sì, sono due persone alle quali sono profondamente legata e che hanno avuto un posto importante nella nostra vita familiare. Il fatto che siano diventati padrini alla Cresima di mio figlio rappresenta un legame che va ben oltre un momento formale o religioso. È il segno di una relazione costruita sulla fiducia, sull’affetto e sulla condivisione di un percorso umano e spirituale».

 

Quanto è importante la fede in Dio nel suo modo di affrontare la realtà?

«La fede rappresenta per me un punto di riferimento fondamentale. Non significa vivere lontani dalla realtà, ma, al contrario, cercare di affrontarla con maggiore autenticità e consapevolezza. Credere in Dio mi aiuta a non perdere la speranza, anche quando la vita presenta momenti difficili, e a guardare le persone e le situazioni con uno spirito di maggiore apertura».

 

Lei è nata in Polonia, ma è cresciuta artisticamente e professionalmente anche in Italia. Come convivono dentro di Lei questi due mondi?

«La Polonia rappresenta le mie radici, il luogo della nascita, della memoria e di una parte fondamentale della mia identità. L’Italia è invece il Paese nel quale sono cresciuta e nel quale ho costruito gran parte della mia vita e del mio percorso professionale. Non ho mai vissuto queste due appartenenze come qualcosa di contrapposto. Al contrario, credo che entrambe abbiano contribuito a formarmi».

Tra i ricordi legati alla Polonia ce n’è uno che conserva con particolare emozione: quello di San Giovanni Paolo II.

«Il ricordo di Giovanni Paolo II è per me indelebile. È stato una figura capace di lasciare un segno profondo non soltanto nella storia della Polonia e della Chiesa, ma nel cuore di milioni di persone. La sua presenza, la sua forza e il suo messaggio rappresentano qualcosa che continua a vivere nella memoria e nella coscienza di chi ha avuto modo di sentirne l’importanza».

Tra le esperienze più significative della sua vita vi sono anche due anni trascorsi insieme a suo marito e ai suoi figli all’interno di una comunità per persone con dipendenze. Che cosa ha rappresentato per voi questa esperienza?

«È stata un’esperienza umana profondissima, che abbiamo vissuto insieme come famiglia. Per due anni abbiamo condiviso una parte importante della nostra quotidianità con persone che stavano attraversando momenti di grande sofferenza e fragilità. Abbiamo cercato di portare il nostro amore per il teatro e per il cinema all’interno di quella realtà, condividendo ciò che sappiamo fare con persone che, in quel momento, avevano bisogno soprattutto di essere ascoltate e considerate nella loro dignità».

Che cosa le ha insegnato il contatto con queste persone?

«Mi ha insegnato ancora di più a non giudicare. Dietro ogni sofferenza esiste una storia che merita di essere ascoltata. L’arte, in quel contesto, non rappresentava semplicemente un’attività, ma poteva diventare un momento di libertà, di espressione e di condivisione. Abbiamo ricevuto forse più di quanto siamo riusciti a dare».

 

Un capitolo importante della sua formazione è rappresentato dalla Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Quali ricordi conserva di quell’esperienza e dei suoi compagni di allora?

«Conservo ricordi meravigliosi dei miei amici e compagni della Paolo Grassi. Sono stati anni di formazione intensa, di incontri, di scoperte e di crescita. La scuola è stata molto più di un luogo nel quale imparare un mestiere. Per me rappresenta un contenitore meraviglioso, fatto di nascita e rinascita, nel quale tante individualità, storie e sensibilità si sono incontrate per trasformarsi e crescere insieme».

Che cosa resta oggi di quella giovane donna che entrò alla Paolo Grassi con il desiderio di fare dell’arte la propria strada?

«Credo sia rimasta la stessa curiosità, lo stesso desiderio di continuare a imparare e a mettermi in discussione. Gli anni e le esperienze ci cambiano, ma è importante non perdere la capacità di meravigliarsi e di ricominciare. Forse è proprio questa la lezione più preziosa che il teatro e la vita continuano a insegnarmi».

Ewa Spadlo

Ewa Spadlo racconta la propria vita con la consapevolezza di chi ha attraversato luoghi, esperienze e incontri diversi senza mai rinunciare alla ricerca della propria autenticità.

Attrice e regista, donna profondamente legata alla famiglia e alla fede, figlia della Polonia e cittadina dell’Italia che l’ha accolta e formata, il suo percorso testimonia come l’arte possa essere molto più di una professione.

Può diventare un ponte. Può entrare nei luoghi della sofferenza. Può accompagnare le persone nei momenti di fragilità. Può creare relazioni e, talvolta, contribuire a una rinascita.

In un tempo che corre velocemente e nel quale il successo rischia spesso di essere misurato soltanto attraverso l’apparenza, la storia di Ewa Spadlo richiama invece il valore della profondità: quella costruita nel rigore del lavoro, custodita negli affetti familiari, alimentata dalla fede e rinnovata, giorno dopo giorno, attraverso l’incontro con l’altro.

Perché, forse, il senso più autentico della vita non consiste soltanto nel raggiungere un traguardo, ma nel riconoscere chi cammina accanto a noi, nel custodire i valori che ci rendono umani e nel continuare, nonostante tutto, a credere nella possibilità di una nuova rinascita.

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La medicina dell’anima che sfida il materialismo: la scienziata Cristina Tornali lancia “Solo un battito d’ala”, la poesia che cura il cuore

Quando la scienza incontra l’anima, nasce una poesia capace di curare il cuore. 🩺✨ “Solo un battito d’ala” è lo straordinario libro di Cristina Tornali, neuropsichiatra infantile e docente, che unisce l’osservazione clinica alla spiritualità più pura. Tra i paesaggi mozzafiato della Sicilia e il ricordo commovente della madre, i suoi versi diventano una potente risorsa terapeutica contro il materialismo del nostro tempo. Una lettura intensa, dolce e visionaria che vi regalerà un momento di assoluta serenità. Scoprite la storia di questa scienziata-poetessa nell’articolo! 👇❤️📖

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Copertina_Solo un battito dala

Giardini Naxos (ME) – Ci sono vite che sembrano costruite per abbattere i confini invisibili tra mondi apparentemente opposti, dimostrando che la mente e il cuore, la scienza e l’arte, sono in realtà due facce della stessa, meravigliosa medaglia. Cristina Tornali incarna alla perfezione questo fecondo e rarissimo dialogo. Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione e in Neuroriabilitazione, nonché stimata docente universitaria di Neuropsichiatria Infantile, l’autrice — nata a Torino ma da anni residente a Giardini Naxos, splendido borgo marinaro adagiato ai piedi di Taormina — ha dato alla luce “Solo un battito d’ala”. La nuova raccolta poetica, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” di Aletti Editore e disponibile anche in formato e-book, si presenta come il culmine commovente di un articolato percorso umano, clinico e accademico.

La vocazione per la parola scritta accompagna la professoressa Tornali fin dall’infanzia, crescendo parallelamente alla sua attività nei laboratori e nelle aule universitarie. I suoi versi si muovono leggeri e potenti come un respiro, a volte lievi come una carezza, a volte necessari come l’ossigeno. È una voce che osserva con rigore scientifico ma che custodisce con sensibilità artistica, attraversando la materia cruda della vita e della malattia senza mai smarrire il senso profondo della luce e della speranza. «Il poeta scrive sempre sotto ispirazione e non decide mai di scrivere», confessa l’autrice, svelando il mistero di una genesi letteraria che sfugge alle regole della logica. «Infatti, se non scrive sotto un momento ispirato perde completamente quei versi. In realtà, la parola nasce dopo l’anima».

La Sicilia come musa e il potere della sintesi: versi che illuminano il buio

La scrittura di Cristina Tornali si caratterizza per una fortissima impronta sensoriale ed evocativa, in cui i paesaggi esterni diventano lo specchio immediato dell’interiorità. In questo contesto, la Sicilia, con la sua maestosa e dirompente carica di elementi naturali, mitologici e simbolici, costituisce il vero nucleo propulsore dell’ispirazione. I versi traggono linfa vitale dal mare di Taormina, dalle bellezze incontaminate del creato e da un’anima straripante. Attraverso la cifra stilistica della sintesi estrema, la poetessa riesce nel miracolo di esprimere concetti complessi in poche e folgoranti parole, laddove la saggistica tradizionale fallirebbe. Perfino la luna, nei suoi componimenti, si trasforma in una musa silenziosa capace di guidare il lettore fuori dalle proprie tempeste personali.

Tra le liriche più toccanti e intime dell’opera, spicca una poesia interamente dedicata, con struggente commozione, alla memoria della madre. Un canto d’amore puro che diventa la testimonianza di come i nostri cari, anche dopo la scomparsa fisica, continuino a vivere, risuonare e proteggerci dall’interno della nostra coscienza. Nella sua Prefazione, il celebre autore e compositore Francesco Gazzè fotografa magnificamente l’essenza della scrittrice: «L’anima pura e straripante di Cristina Tornali pervade il mondo con il suo essere autentica, luminosa, dolce, intensa, visionaria, profonda, poetica». Un giudizio che introduce il pubblico a un’esperienza estetica e conoscitiva totalizzante.

La poesia come risorsa terapeutica contro le derive della società moderna

Ma “Solo un battito d’ala” va ben oltre la semplice celebrazione della bellezza o del dolore privato. L’opera si configura come una vera e propria rivoluzione spirituale, un argine poetico pensato per contrastare con forza la deriva materialista e nichilista che ha condizionato la società per millenni attraverso sterili teorie e movimenti di massa epocali. Riportando al centro l’interiorità, la natura e la spiritualità, la professoressa Tornali compie un atto di ribellione intellettuale, invitando l’essere umano a spogliarsi delle proprie corazze tecnologiche e materiali per ritrovare la propria identità più autentica.

Da neuropsichiatra e clinica abituata a curare i corpi e le menti dei più fragili, l’autrice lancia un messaggio terapeutico di portata universale. «La poesia si rivela come una grande e insostituibile risorsa terapeutica per l’essere umano», conclude la professoressa, ricordandoci che la parola poetica ha il potere medico di lenire le ferite invisibili, di donare consapevolezza e di guidare verso una profonda rinascita interiore. Un libro gentile e visionario, capace di regalare scorci di verità quotidiana e un’iniezione di coraggio per affrontare le oppressioni della vita, un battito d’ala alla volta.

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“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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