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PRESENTATA OGGI LA V EDIZIONE DEL SEGESTA TEATRO FESTIVAL, CHE SI TERRÀ DAL 29 LUGLIO AL 30 AGOSTO 2026 NEL PARCO ARCHEOLOGICO DI SEGESTA (TP) CON LA DIREZIONE ARTISTICA CLAUDIO COLLOVÀ

Un presidio di bellezza contro il fragore della guerra:
torna il Segesta Teatro Festival tra teatro, musica, danza
e visioni contemporanee nel Parco Archeologico di Segesta

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Yoga della Cultura dei Rishi

Redazione-  Dal 29 luglio al 30 agosto 2026 torna il Segesta Teatro Festival, giunto alla V edizione, con la direzione artistica di Claudio Collovà: teatro, musica, danza e visioni contemporanee, all’alba e al tramonto, spettacoli site specific sull’osservazione delle stelle e laboratori a tema gratuiti, animeranno lo straordinario scenario storico e naturale del Parco Archeologico di Segesta (Tp), diretto da Luigi Biondo.

 

In un tempo segnato dal ritorno dei conflitti e dal rumore assordante delle armi, il Festival sceglie ancora una volta di affidare al teatro, alla musica e alla danza il compito di leggere il presente attraverso la memoria dell’antico. Le pietre millenarie del Teatro Antico, che nella sua cavea ospita danza e teatro (fino a 1.200 spettatori) e del Tempio (fino a 800 posti), dedicato alla musica e concerti, diventano così il luogo di un rito collettivo, in cui la bellezza non è evasione, ma atto di resistenza culturale, spazio di pensiero e possibilità di pace.

Il Festival, cresciuto di anno in anno registrando tanti sold out e una presenza di spettatori sempre maggiore, è riconosciuto dalla Regione Siciliana tra le manifestazioni di grande richiamo turistico e culturale, sostenuto dal MiC – Ministero della Cultura e promosso dal Parco Archeologico di Segesta.

Molti i protagonisti di fama nazionale e  internazionale nella V edizione: Lella Costa, Gianmarco Carroccia, Arianna Scommegna, Sergio Maifredi, Luciana Di Bella, Massimiliano Pace, U-Theatre, Tarab Dance, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Marcello Barrale, Alfredo Giammanco, Roberta Pisu e arcis_collective, Avion Travel, Moni Ovadia, Mario Incudine, Dardust, Gabriele Vacis e PoEM, Alessio Alessandra Band, Zoukak Collective, Tamuna, Dario Battaglia, New Folk Ensemble, Kataklò Athletic Dance Theatre, Maddalena Crippa, insieme agli artisti e alle compagnie coinvolte nei laboratori esperienziali.

La programmazione della sezione teatro di questa V edizione torna alla sua funzione originaria: un rito collettivo di catarsi e riflessione. Torna ad abitare lo spazio scenico come un organismo vivo, capace di dare voce ai dilemmi dell’uomo contemporaneo attraverso la forza del mito e della parola d’autore. L’indagine profonda sull’assurdità della guerra è affidata a voci femminili che fanno risuonare l’antico con la forza, purtroppo brutale, dei giorni nostri.

Dopo l’anteprima Festival del 26 luglio con L’Arca di Noè – la diversità va in scena, in prima nazionale, produzione dell’Associazione di Promozione Sociale La Bella Compagnia, rilettura brillante e corale del racconto biblico del Diluvio, tra ironia, leggerezza e riflessione sui vizi dell’umanità, il Festival apre con Lisistrata di Aristofane, dal 29 al 31 luglio (Teatro Antico), che trova nell’ironia civile di Lella Costa, diretta da Serena Sinigaglia, una nuova, graffiante urgenza. Una commedia antica e ferocemente attuale. Lella Costa, icona del teatro d’impegno, trasforma lo sciopero del sesso in un manifesto di disobbedienza civile, ricordandoci che la pace è spesso una conquista che nasce dal rifiuto radicale della violenza.

Il dolore dei vinti, invece, rivive nell’Ecuba di Euripide (1 e 2 agosto al Teatro Antico), con la regia di Sergio Maifredi e le musiche originali di Mario Incudine, interpretata da Arianna Scommegna, attrice pluripremiata per la sua intensità emotiva, che incarna qui tutte le madri e le profughe che oggi gridano contro l’orrore delle deportazioni. Accanto a lei, la maestosità di Maddalena Crippa, una delle massime interpreti della scena europea, dà voce a un Agamennone (29 e 30 agosto, al Teatro Antico), con la riscrittura di Fabrizio Sinisi da Eschilo che scava nei labirinti del potere. In ogni conflitto, il corpo delle donne è il primo territorio di conquista; le attrici ospiti di questa edizione lo trasformano in un presidio di verità etica contro la ferocia dei capi.

Il dialogo tra legge morale e legge dello Stato si fa scontro fisico nell’Antigone di Jean Anouilh, portata in scena dalla visione d’avanguardia di Roberto Latini e Manuela Kustermann (dall’8 al 10 agosto, al Teatro Antico). Quest’opera, nata sotto l’occupazione nazista, risuona oggi come un monito contro ogni oppressione. Latini, maestro della composizione poetica, e la Kustermann, storica musa della ricerca teatrale, ci interrogano sul prezzo della coerenza individuale in un mondo di regimi che soffocano il dissenso.

Allo stesso modo, Le Supplici di Eschilo (15 e 16 agosto al Teatro Antico), dirette e interpretate da Moni Ovadia e Mario Incudine, trasformano il coro greco in un appello universale. La parola di Ovadia, da sempre impegnato nel dialogo interculturale, si intreccia alle musiche di Incudine per ricordarci che nessuno è straniero davanti al mare e che il dovere dell’asilo è sacro oggi come duemila anni fa.

Il tema della giustizia che spezza la catena della vendetta è invece affidato all’Oreste di Euripide, interpretato da una compagnia under 35 diretta da Dario Battaglia (22 e 23 agosto al Teatro Antico), una scelta che pone ai giovani artisti la domanda cruciale su quale eredità di pace stiamo lasciando alle nuove generazioni.

Segesta è anche un cantiere di futuro e di contaminazione internazionale. Quest’anno il Festival stringe un legame speciale con la città di Gibellina, Capitale dell’Arte Contemporanea 2026. Ospiterà in prima nazionale il collettivo libanese Zoukak Collective con il progetto Traces of Rupture (Tracce della rottura), il 20 agosto al Teatro Antico. Frutto di una residenza artistica, questa performance esplora la storia stratificata del territorio e le esperienze degli abitanti, unendo idealmente le ferite e le rinascite del Libano a quelle del Belice. È un atto creativo che trasforma le cicatrici della storia in un linguaggio comune di resilienza.

In questa ricerca si inserisce il magistero di Gabriele Vacis con la compagnia PoEM (Potenziali Evocati Multimediali) attraverso la Trilogia dei Vangeli (17-18 agosto al Teatro Antico), percorso teatrale under 35 che attraversa spiritualità, parola e contemporaneità e la Meditazione sul tempo, Consapevolezza dell’attimo (18 agosto al Teatro Antico all’alba), da Dino Buzzati a Tchouang Tseu: una riflessione sul tempo, sul viaggio e sul mistero dell’esistenza.

Lo sguardo del Festival si volge verso l’alto per cercare risposte nell’immensità del cosmo. Con i progetti curati da Marcello Barrale e Alfredo Giammanco, la scienza si fa narrazione teatrale d’eccezione. La “nostra” storia dell’universo (prima nazionale) intreccia miti celesti, proiezioni astronomiche e musica live-electronics (10 agosto al Tempio), offrendo una prospettiva cosmica alle nostre fatiche terrene. Il viaggio culmina in Stelle sopra il Tempio (12 agosto al Tempio), dove le osservazioni guidate dagli esperti del Planetario di Palermo ci ricordano che, sopra i conflitti degli uomini, brilla un universo che da millenni attende solo di essere compreso e rispettato.

Il Festival celebra anche la musica, la grande canzone d’autore, attraverso percorsi di valorizzazione e riscoperta. Gianmarco Carroccia, nel suo viaggio Emozioni (31 luglio, al Tempio), restituisce l’essenza pura del sodalizio tra Mogol e Battisti, trasformando la musica in un patrimonio condiviso.

In una direzione più intima e teatrale, la Alessio Alessandra Band con Canzoni raccontate (19 agosto, al Tempio) si riallaccia alla tradizione del teatro canzone di Gaber, fondendo narrazione e impegno sociale.

Un momento di profonda identità siciliana è rappresentato dal tributo a Rosa Balistreri proposto, in prima nazionale, dal New Folk Ensemble in Rosa, la voix d’un peuple (26 agosto al Tempio): un Hörspiel che celebra la “voce del Sud”. Attraverso il recupero della sua voce roca e viscerale, la musica diventa un atto di resistenza culturale, una rivendicazione della sicilianità come radice profonda capace di parlare a ogni epoca.

L’apertura verso l’Oriente e le radici etniche sono uno dei pilastri di questa edizione, riaffermando il ruolo storico della Sicilia come ponte culturale tra Oriente e Occidente. La storica compagnia taiwanese U-Theatre porta a Segesta Sword of Wisdom (5 e 6 agosto, al Teatro Antico), una performance rituale dove la danza si fonde con le arti marziali e il drumming ritmico. Il movimento del guerriero, che affronta e attraversa le proprie paure sul palco, diventa una preghiera laica di rara potenza. È una danza rigorosa e solenne, capace di risuonare con la sacralità del Tempio e di offrire al pubblico un’esperienza di profonda catarsi.

Questo scambio prosegue con la prima nazionale di Tarab Dance, Afro Anatolian Tales (7 agosto, al Tempio, in prima nazionale), che intreccia i ritmi della Via della Seta con sonorità moderne.

La ricerca etnomusicologica si fa poi nenia ancestrale con Lullaby di Luciana di Bella e Massimiliano Pace (4 agosto al Tempio), un lavoro profondo sul concetto universale di ninna nanna.

All’alba del 16 agosto, al Teatro Antico, la contemporaneità trova spazio nelle visioni pianistiche di Dardust con il suo Urban Impressionism, dove la formazione classica incontra la contaminazione digitale, e nell’energia “Woodrock” dei Tamuna (21 agosto, al Tempio) con l’album Ulysse, nuovo capitolo della loro storia musicale, tra tradizione popolare siciliana, contaminazioni pop, reggae, richiami gitani e sonorità british. Apertura affidata alla giovane Noa.

Infine, il Festival accoglie figure iconiche della musica italiana: gli Avion Travel 1980 con l’Opplà Tour (14 agosto, al Tempio), un viaggio raffinato tra i brani più ambiziosi del loro repertorio.

Al Segesta Teatro Festival arriva anche la grande danza, che si spoglia della sua funzione puramente estetica per farsi linguaggio primordiale, dialogo fisico tra l’immobilità della pietra e il dinamismo del presente. La programmazione dedicata di questa V edizione esplora i confini dell’umano attraverso tre visioni potenti, che spaziano dalla riflessione tecnologica alla sacralità del gesto, fino all’eccellenza della danza atletica internazionale. Dalle sfide tecnologiche alla maestria acrobatica, fino al movimento rituale, la danza a Segesta quest’anno celebra il corpo come ponte inesauribile tra la storia e il futuro.

Il cuore pulsante di questa sezione è rappresentato dal ritorno in Sicilia dei Kataklò Athletic Dance Theatre (27 agosto, al Teatro Antico), un’eccellenza italiana ammirata in tutto il mondo che ritrova nelle pietre antiche dell’isola la sua casa ideale. Con Seasons – oltre le Stagioni, la visionaria Giulia Staccioli ci regala un saggio della sua inesauribile maestria coreografica. Questo spettacolo, nato dal trionfale debutto nei grandi teatri antichi di Taormina e Siracusa, si evolve ora in una forma capace di abitare l’orchestra del Teatro Antico, esaltandone ogni prospettiva. In attesa del trentesimo anniversario della compagnia, i Kataklò riportano a Segesta quella fusione perfetta tra forza atletica e poesia gestuale, trasformando i danzatori in vere e proprie architetture viventi che sembrano sfidare la gravità e il tempo.

In un suggestivo contrasto con la classicità del luogo, Roberta Pisu e arcis_collective portano in scena K.I.ND of Human (11 agosto, al Teatro Antico), una performance che proietta il festival verso il futuro. Attraverso il dialogo tra quattro danzatori e quattro musicisti, l’opera indaga il rapporto complesso tra l’umanità e l’Intelligenza Artificiale. Già presentata con successo a Monaco di Baviera, questa coreografia scava nel paradosso di una tecnologia potente ma priva della consapevolezza della morte, ricordandoci, proprio in un luogo eterno come Segesta, quanto la fragilità e il limite siano l’essenza stessa dell’essere umano.

A completare questo trittico di eccellenza è la compagnia taiwanese U-Theatre con Sword of Wisdom (La spada della Saggezza), in scena il 5 e il 6 agosto al Teatro Antico.

Il Segesta Teatro Festival apre le sue porte, come ogni anno, alla partecipazione diretta con una sezione dedicata ai laboratori esperienziali, pensati come momenti di connessione profonda tra l’individuo, l’arte e la natura sacra del sito. L’accesso a questi appuntamenti, tre dei quali saranno ospitati al Castello di Salemi, è completamente gratuito, sottolineando la volontà del Festival di essere uno spazio di condivisione inclusivo e rigenerativo. I laboratori rappresentano un’occasione unica per vivere Segesta non solo come spettatori, ma come protagonisti di un processo di risveglio sensoriale e interiore.

Si parte il 3 agosto con Barbara Lucarini che condurrà L’universo tattile e cutaneo. Dalla pelle al pensiero: i partecipanti sono invitati a un’esplorazione libera del movimento, trasformando le proprie propensioni naturali in espressione artistica e pensiero.

Il 10 agosto l’incontro guidato da Stefano Maltese e Alessandra Luberti, Movimento e vibrazioni sonore, fonde il ritmo del tamburo sciamanico con la frequenza di gong e campane tibetane, sciogliendo le tensioni e riequilibrando il sistema nervoso in un fluire armonico tra corpo e suono.

Il 17 agosto, al Tempio, Simona Lisi conduce Dalle cellule al cielo, un viaggio somatico che parte dalla microstruttura cellulare e dalla respirazione per nutrire l’autenticità del gesto e la relazione consapevole con lo spazio circostante.

Il 24 agosto il Centro di Cultura Rishi presenterà Lo Yoga della Cultura dei Rishi. Il laboratorio propone un’immersione nello Yoga della Cultura dei Rishi, un percorso di armonizzazione tra corpo, mente ed energia basato sulla sapienza della respirazione consapevole e dell’integrazione fisica.

 

“Appuntamento tra i più attesi – ha detto l’assessore ai Beni culturali e identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato – giunto alla sua quinta edizione, sotto la direzione di Claudio Collovà, il Festival di Segesta continua a regalare emozioni e a registrare una crescente partecipazione di pubblico, confermandosi un punto di riferimento nel panorama culturale siciliano. La nuova stagione valorizza in modo significativo l’eredità della Magna Grecia, con un mese di programmazione di qualità che riporta teatro, danza e musica nel cuore di uno dei luoghi più simbolici dell’isola. Segesta torna così al centro dell’offerta culturale regionale, con iniziative importanti e accessibili che rendono il Festival sempre più vivo e attrattivo”.

 

«Parole antiche per pensieri nuovi: ecco come potremmo riassumere l’identità delle proposte del Segesta Teatro Festival che torna con il suo programma ricco di eventi dedicati alla recitazione, alla musica ed alla danza – dichiara Mario La Rocca, dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali e Identità Siciliana. La Sicilia delle aree archeologiche e degli spettacoli dal vivo va in scena per mostrare i suoi valori culturali più alti presentando nuove esperienze a confronto. L’arte, nel rispetto della memoria, ha il compito di leggere il futuro in un percorso di rimando che dalla storia ci conduca al quotidiano. Una funzione nuova che deve aiutare tutti ad una comprensione di epoche e saperi trascorsi».

 

«Il Segesta Teatro Festival torna ad animare i luoghi della memoria abitati da tanti popoli che hanno vissuto la Sicilia Occidentale in guerra o in pace dichiara Luigi Biondo, direttore del Parco Archeologico di Segesta – La nostra formula è quella di proporre un presente che ricordi il secolare passato senza trascurare la costruzione di un futuro che deve essere carico di forze positive e di progettualità̀. La nostra storia ci insegna da sempre ad apprezzare tutto quello che ci viene messo a disposizione partendo dagli oggetti materiali che possediamo, dalle esperienze che ci vengono concesse. Noi siciliani dovremmo vivere in connessione con quello che ci circonda cercando di apprezzare il valore di un tramonto, la forza del vento, la luce accecante che ci avvolge».

 

“In un tempo che sembra aver smarrito la bussola dell’umanità, scegliere di sedersi tra queste pietre millenarie non è solo un atto culturale, ma una dichiarazione d’amore per la vita – dichiara Claudio Collovà, direttore artistico del Segesta Teatro Festival – Abbiamo immaginato questo programma, come ogni anno, come un abbraccio multidisciplinare: un luogo dove il teatro, la musica e la danza non si limitano a esistere, ma resistono, offrendo riparo al pensiero e nutrimento allo spirito. Attraverso le narrazioni epiche del teatro, la vibrazione spirituale della musica, la potenza vitale della danza e la consapevolezza profonda dei laboratori, il Festival invita il pubblico a riscoprire ciò che ci rende profondamente umani: la capacità di creare, di ascoltare e di accogliere l’altro. Il mio invito è quello di abbandonarvi completamente all’esperienza: lasciate che il vento tra le colonne del Tempio e il respiro del Teatro Antico diventino parte del vostro ascolto. Vi invitiamo a vivere questa esperienza non solo come spettatori, ma come testimoni di un rito collettivo».

 

L’impegno per la costruzione della stagione per il Segesta Teatro Festival segue in modo parallelo le tante attività che il Parco propone ai suoi visitatori che debbono essere ricerca nuova dello spazio, della luce e della memoria. “Cum grano salis” è un percorso progettuale che tende a recuperare il valore dell’agricoltura e della coltivazione del grano, attività primaria dei nostri antenati. Oltre 5 ettari delle zolle brune ai piedi della collina, ai piedi della collina del teatro, hanno accolto semi di grani antichi che germogliando produrranno buon frutto, diventeranno farina e poi pasta trafilata nelle forme tradizionali della cucina siciliana.

Un altro obiettivo delle attività del Parco è rendere contemporaneo tutto quello che è antichissimo. Ecco allora la produzione di un numero speciale del celebre fumetto Diabolik, ambientato presso il Parco con una storia avvincente esclusiva: un furto di reperti archeologici preziosi. Per la prima volta il celebre ladro immaginario, disegnato da Osamu Tezuka, rivolge le sue geniali azioni criminali all’archeologia. Un modo curioso, originale e divertente per leggere espressioni artistiche moderne e legarle alla storia millenaria dei nostri siti culturali.

 

Info e Biglietti Segesta Teatro Festival

 

Le prevendite saranno aperte per tutti gli spettacoli in programma sul sito del Segesta Teatro Festival (segestateatrofestival.com – Biglietteria Segesta Teatro Festival), sul circuito vivaticket.com, sul sito coopculture.it, con possibilità di abbonamenti e riduzioni.

Gli spettacoli teatrali al Teatro Antico avranno inizio alle ore 19.30; gli spettacoli di danza al Teatro Antico alle ore 20.00; gli spettacoli musicali al Tempio alle ore 21.30; gli spettacoli all’alba alle ore 5.00.

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L’UMANO RITROVATO: DALL’ARTE PROFETICA DI GUADAGNUOLO ALL’ENCICLICA DI PAPA LEONE XIV, UN CERCHIO CHE SI CHIUDE E SI RIAPRE

Un ponte tra passato e futuro: nel 1981, l’artista Francesco Guadagnuolo anticipava con la sua “Humanitas” le sfide dell’era digitale. Oggi, la “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV risponde a quella profezia, riaffermando la dignità umana. 🎨📜
#Humanitas #FrancescoGuadagnuolo #PapaLeoneXIV #Transrealismo

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1 Francesco Guadagnuolo Humanitas Cartella di sei acqueforti

Redazione-  C’è un momento nella storia in cui l’arte non si limita a raccontare il mondo, ma lo precede, lo intuisce, lo presagisce. È il caso di Francesco Guadagnuolo e della sua cartella di acqueforti “Humanitas”, pubblicata quarantacinque anni fa, nel lontano 1981. Allora, nessuno avrebbe potuto immaginare che quelle immagini incise – ferite eppure luminose, interroganti e profonde – sarebbero diventate oggi la matrice simbolica di una riflessione globale sulla dignità dell’uomo nell’era dell’intelligenza artificiale. Eppure, questo straordinario allineamento si è compiuto con la pubblicazione dell’Enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV, chiudendo un cerchio temporale e tematico che riapre, con forza rinnovata, il dialogo sull’essenza dell’essere umano.

La Profezia dell’Immagine: “Humanitas” di Guadagnuolo (Maggio 1981)

Quando nel maggio del 1981 Francesco Guadagnuolo incise le sue sei acqueforti intitolate “Humanitas”, non stava semplicemente raffigurando la condizione umana; stava, con una lucidità quasi diagnostica, anticipando un futuro. Le sue figure, sospese tra mito e rovina, tra pietà e disfacimento, non erano ancorate a un tempo storico preciso, ma apparivano come corpi in transito, esseri umani attraversati da una tensione non solo spirituale ma profondamente antropologica.

Già allora, critici e figure ecclesiastiche ne avevano colto la profondità. L’Arcivescovo Giovanni Fallani riconosceva come l’opera riavvicinasse ciascuno al proprio “problema umano e cristiano”. Mons. Ennio Francia la definì “necessaria”, mentre il Vescovo Pietro Garlato vi intravedeva la lotta tra finitudine e salvezza. Il filosofo Vittorio Stella e il critico letterario Ferruccio Ulivi ne esaltavano rispettivamente il movimento verso l’attuazione dell’essere e la memoria stratificata d’Europa. Ma nessuno poteva ancora scorgere la sua dimensione autenticamente profetica.

In quelle sei acqueforti, Guadagnuolo anticipava con sorprendente precisione: la dissoluzione dell’identità nell’era tecnologica, la potenziale perdita del volto umano nel dominio delle macchine, l’urgente necessità di una nuova etica della persona, la fragilità dell’uomo di fronte a poteri invisibili e, infine, la speranza come unica soglia di salvezza. Guadagnuolo non si limitava a rappresentare l’uomo; lo interrogava, ancor prima che il mondo rischiasse di smarrirlo.

“Magnifica Humanitas”: L’Enciclica che risuona (Maggio 2026)

Oggi, 25 maggio 2026, la pubblicazione della prima lettera Enciclica di Papa Leone XIV, intitolata appunto “Magnifica Humanitas”, segna un punto di svolta. Il testo affronta apertamente le minacce contemporanee: l’alienazione tecnologica, la manipolazione algoritmica, la perdita di libertà nell’era digitale. È un documento che pone al centro la dignità umana, la custodia dell’identità, il rischio di disumanizzazione, la necessità di un’etica globale per l’intelligenza artificiale e la difesa dell’uomo come fine, non come semplice dato.

Ciò che colpisce non è solo il contenuto, ma la risonanza del titolo. Quel “Humanitas” nel titolo dell’Enciclica sembra un richiamo, un’eco che attraversa quarantacinque anni di storia. Guadagnuolo aveva intravisto il pericolo prima che il pericolo avesse un nome, e ora il Pontefice riafferma, con la massima autorità morale, la centralità di quell’Umano che l’artista aveva già posto al centro della sua indagine.

Il Transrealismo come Spazio Profetico

Il Transrealismo, movimento che Guadagnuolo ha fondato e sviluppato con Antonio Gasbarrini, non è mai stato un mero movimento estetico, ma una vera e propria postura metafisica. È la convinzione che la realtà non sia un dato statico, ma una soglia; che l’uomo non sia un organismo finito, ma un passaggio; che l’immagine non sia una superficie, ma un varco attraverso cui giungere al mistero. In questo contesto, l’uomo non è più davanti al mistero, ma dentro il mistero. Ed è proprio questa la chiave profetica che collega indissolubilmente il maggio del 1981 al maggio del 2026.

Mentre l’arte italiana si appresta a festeggiare, il 30 maggio 2026, i settant’anni dell’artista Guadagnuolo, il mondo riconosce che la sua “Humanitas” non è un’opera del passato, ma un’opera del futuro, un faro che ha illuminato le sfide che ora ci troviamo ad affrontare globalmente. L’incisore del 1981 e il Maestro del Transrealismo del 2026 si guardano attraverso le pieghe del tempo, e per un istante, il tempo stesso si lascia attraversare. L’Humanitas ritorna, continua, si compie e si rinnova.

Francesco Guadagnuolo, entrando nei suoi settant’anni, non celebra un semplice anniversario, ma un destino che ha unito arte e teologia, immagine e parola, la sua Sicilia al mondo intero, l’uomo all’infinito. La sua “Humanitas” è la prima pietra di una nuova antropologia, e la “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV si inserisce, con autorevolezza, nel cuore del dibattito contemporaneo sull’Umano.

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CORPI PERMEABILI E DESTINI COSMICI: L’ARTE DI ARAMINTA BLUE DIALOGA CON IL MITO A PALAZZO DELLA PENNA

Il corpo come soglia e il destino come forza invisibile: Araminta Blue porta a Perugia una mostra intensa dove la pittura dialoga con il mito e l’architettura. Un viaggio unico tra luce, notte e vento che trasforma Palazzo della Penna in un’esperienza sensoriale da non perdere. 🌬️🖼️
#AramintaBlue #PalazzoDellaPenna #ArteContemporanea #PerugiaEventi

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Heat of the day Aramita Blu Foto via Gallery Rosenfeld

Redazione-  Perugia si prepara a un evento artistico di rara intensità. Dal 13 giugno al 26 luglio, le sale di Palazzo della Penna – Centro per le arti contemporanee diventano il palcoscenico di Venti Trasversali, la mostra personale dell’artista britannica Araminta Blue. Curata da Riccardo Freddo, l’esposizione non è una semplice rassegna pittorica, ma un profondo esercizio di risonanza tra l’arte contemporanea internazionale e il prezioso patrimonio storico del museo umbro.

Un dialogo tra secoli

Situato sopra i resti di un antico anfiteatro romano, Palazzo della Penna è un luogo dove il tempo è stratificato. Qui, le opere di Araminta Blue – oli intensi, materici, capaci di vibrare come visioni – si inseriscono tra gli affreschi ottocenteschi di Antonio Castelletti. È un confronto serrato tra il mito classico, incarnato dalle figure di Elena, Paride e Apollo, e la sensibilità contemporanea che indaga il corpo come territorio di confine.

La rassegna, realizzata in collaborazione con la Rosenfeld Gallery e Le Macchine Celibi, trasforma il palazzo in un dispositivo narrativo. L’artista, nata nel 1990 e formatasi alla Slade School of Art di Londra, utilizza la pittura a olio con una fluidità sperimentale: la tela diventa un campo di forze dove il colore viene diluito fino a sembrare acquerello, oppure addensato in strati quasi geologici, che ricordano l’argilla o il cemento.

La maternità come soglia

Al centro della ricerca di Blue vi è il corpo, inteso non come entità chiusa, ma come membrana permeabile. La maternità viene esplorata come condizione simbolica e ambigua: “il ventre si fa materia densa, quasi geologica”, spiega il curatore Riccardo Freddo, sottolineando come la pittura dell’artista renda visibile l’esposizione continua dell’essere umano alle forze invisibili – emotive e naturali – che oggi, al posto degli antichi dei, modellano il nostro destino.

Il percorso espositivo si articola come un crescendo emotivo, diviso in tre momenti chiave: la luce, la notte e il vento.

Nella prima sezione, la luce è una soglia percettiva, che svela corpi sospesi tra realtà e desiderio. Con il calare della notte, l’atmosfera si fa introspettiva: nei lavori dell’artista, il torso umano si trasforma in un portale verso l’invisibile, un luogo in cui le memorie personali incontrano le grandi proiezioni universali. Infine, la sala del vento rappresenta la sintesi suprema: qui le figure lottano tra radicamento e slancio, trovando nella vulnerabilità estrema – come nell’opera Verità di burrasca – una forma radicale di adesione alla vita.

Un’esperienza immersiva

Venti Trasversali è un invito a guardare oltre la superficie delle cose. Araminta Blue, attraverso una tecnica che rende visibile il processo creativo – tra segni cancellati e stratificazioni traslucide – ci ricorda che l’identità è un equilibrio precario, costantemente modellato da correnti invisibili.

Per gli amanti dell’arte e per chi cerca nel museo non solo memoria, ma una sfida intellettuale e visiva, l’appuntamento di Palazzo della Penna è imperdibile. È l’occasione per osservare come il contemporaneo riesca a dialogare con la storia, infondendo nuova energia alle pareti antiche e restituendo al visitatore una riflessione lucida, coraggiosa e profondamente umana sulla libertà e sulla nostra presenza nel mondo.

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L’INGEGNERIA DEL CUORE: SIMONA BISILLO E IL VIAGGIO POETICO ATTRAVERSO LE STAGIONI DELL’ANIMO

Scopri “In viaggio attraverso le stagioni dell’animo”, la nuova raccolta di Simona Bisillo: un cammino poetico essenziale per trasformare ogni inverno interiore in una nuova primavera di consapevolezza. 🍂🌸 Un’opera profonda che insegna il coraggio di ascoltarsi e rinascere. 📖✨
#SimonaBisillo #AlettiEditore #PoesiaContemporanea #SezioniDellAnimo

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Copertina In viaggio attraverso le stagioni dellanimo

Redazione-  Esiste una geografia invisibile che appartiene a ognuno di noi: una mappa fatta di picchi di gioia, abissi di incertezza e distese di silenzio. Per orientarsi in questo territorio spesso selvaggio, serve una bussola capace di segnare non il Nord, ma il senso del nostro divenire. Questa bussola è oggi racchiusa in “In viaggio attraverso le stagioni dell’animo”, la nuova silloge poetica di Simona Bisillo, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti Editore.

L’opera non è una semplice raccolta di versi, ma un invito a rallentare e osservare il ciclo metamorfico che ci abita. Simona Bisillo, ingegnere di professione residente a Cisterna di Latina, porta nella sua scrittura una precisione quasi strutturale che, paradossalmente, si scioglie in una sensibilità lirica profonda. Per l’autrice, le stagioni non sono solo fenomeni meteorologici, ma potenti metafore del cambiamento interiore: inevitabile, ciclico e necessario.

Un itinerario tra fragilità e rinascita

Il viaggio proposto dalla Bisillo segue un ritmo ancestrale. Si parte dall’Autunno, il tempo dei dubbi e del “lasciar andare”, dove le foglie cadute liberano spazio per ciò che verrà. Si attraversa l’Inverno, definito dall’autrice come la tappa più complessa: una stagione di silenzio meditativo che sfida il frastuono della società contemporanea e l’obbligo costante di apparire. È qui, nel gelo apparente, che l’animo impara a stare con se stesso, scoprendo una fecondità insospettabile.

Il percorso prosegue poi verso la Primavera, con i suoi primi timidi germogli di trasformazione, per approdare infine all’Estate, simbolo di piena consapevolezza e maturità. «Le stagioni sono qualcosa che tutti noi conosciamo – spiega Simona Bisillo – ma che spesso non osserviamo davvero. È un modo per dare voce a ciò che spesso resta inespresso, per riconoscersi e forse sentirsi meno soli».

La poetica della sottrazione

La cifra stilistica della Bisillo è la purezza. L’autrice opera una costante “pulizia del superfluo”, lavorando per sottrazione. I suoi versi sono brevi, incisivi, spogliati di orpelli e sovrastrutture. Questa ricerca dell’essenziale riflette l’equilibrio tra le sue due anime: quella razionale dell’ingegnere e quella vibrante della poetessa. Invece di scontrarsi, queste due forze si intrecciano, permettendo alla Bisillo di “ripulire” l’emozione fino a trovarne il nucleo universale, quel frammento di verità in cui ogni lettore può rispecchiarsi.

Come sottolinea il maestro Giuseppe Aletti nella prefazione, il libro non segue una narrazione lineare, ma propone un percorso emotivo fatto di esitazioni e metamorfosi. È un elogio della fragilità intesa come forza motrice della vita.

Dalla solitudine al Salone del Libro

L’opera, disponibile anche in formato e-book, ha già varcato confini importanti, venendo esposta negli spazi di Aletti Editore al Salone Internazionale del Libro di Torino (maggio 2026). Un traguardo significativo per un libro nato in un momento di intima riflessione. «Portarlo in un contesto così importante significa dargli voce, condividerlo, lasciarlo andare verso gli altri. È il passaggio più difficile, ma anche il più bello», confessa l’autrice.

“In viaggio attraverso le stagioni dell’animo” si rivolge a chi non teme il cambiamento e a chi sa che, per fiorire, bisogna prima avere il coraggio di attraversare il proprio inverno. È un monito a non aver fretta: anche nell’incertezza dell’autunno è già custodito, silenzioso, il seme del nuovo che avanza.

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