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Salute

L’EMICRANIA NEI GIOVANI: DALLA PREDISPOSIZIONE AL BENESSERE QUOTIDIANO. INTERVISTA ALLA DOTT.SSA ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA

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L’EMICRANIA NEI GIOVANI: DALLA PREDISPOSIZIONE AL BENESSERE QUOTIDIANO. INTERVISTA ALLA DOTT.SSA ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA

Redazione-  L’emicrania giovanile spesso considerata un sintomo passeggero legato allo stress, affonda, in realtà, le sue radici in una fitta rete di cause in cui s’incontrano fattori genetici, fattori ambientali e caratteristiche psicologiche specifiche. Oggi, infatti, i giovani sono sottoposti a una maggiore pressione prestazionale e sociale che scatena gli attacchi emicranici.

La scuola, le aspettative sul futuro, ma anche l’iperstimolazione da dispositivi digitali e l’alterazione del ritmo sonno-veglia, possiamo riconoscere che sono senz’altro, i trigger “emotivi” e “sociali” più comuni,  pertanto, avere un corretto stile di vita: dormire bene, evitare alcolici, tutte le sostanze stupefacenti, il fumo di sigaretta curare l’alimentazione e praticare sport regolarmente è fondamentale. Ne parliamo al riguardo,  in questa intervista con Adelia, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, Esperta di bambini e adolescenti.

Lucattini: “L’emicrania nei giovani non può essere curata guardando solo al sintomo fisico. Esiste una base biologica innegabile, una sorta di ‘iper-reattività’ del sistema nervoso centrale. Tuttavia, nei ragazzi il corpo parla un linguaggio speciale: il dolore fisico diventa spesso il teatro di un disagio emotivo o di una tensione psicologica che non trova le parole per essere espressa. L’attacco emicranico è, a tutti gli effetti, un cortocircuito tra mente e corpo.”

 

Dott.ssa Lucattini, in che modo è possibile distinguere un mal di testa legato allo stress psicologico o alla stanchezza da un sintomo che richiede invece, un approfondimento neurologico e psicologico specialistico?

 

La cefalea negli adolescenti non va mai banalizzata o sminuita. L’emicrania è una malattia neurologica cronica e recidivante, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle cefalee, ICHD-3, e può interferire in modo importante con la vita scolastica, sociale, familiare e affettiva del ragazzo. In adolescenza il dolore non è soltanto un sintomo fisico: può diventare anche un modo attraverso cui il corpo esprime tensioni, sovraccarico emotivo, ansia, difficoltà nel processo di separazione dai genitori, conflitti non verbalizzati o una fatica a mentalizzare emozioni intense.

La prima cosa che i genitori devono fare è ascoltare l’adolescente e prendere sul serio il suo dolore, senza ridurlo a “stress”, “fissazione”, “esagerazione” o “una scusa per non andare a scuola”.

Allo stesso tempo, è importante non allarmarsi eccessivamente, perché molti mal di testa sono benigni, ma vanno compresi e inquadrati. Se gli episodi sono ricorrenti, intensi, associati a nausea, vomito, fotofobia, fonofobia, vertigini, disturbi visivi, assenze da scuola o uso frequente di analgesici, è necessario rivolgersi a uno specialista.

Dal punto di vista neurologico, è fondamentale distinguere tra cefalea tensiva, emicrania con o senza aura, cefalee secondarie e forme particolari che possono comparire in età evolutiva. La diagnosi resta prevalentemente clinica e deve considerare frequenza, durata, localizzazione del dolore, sintomi associati, familiarità, sonno, alimentazione, ciclo mestruale, uso di schermi, attività fisica, farmaci e carico scolastico. Una revisione sistematica del 2026 sulle linee guida per la gestione dell’emicrania negli adolescenti conferma il ruolo dell’ICHD-3 come riferimento diagnostico e sottolinea l’importanza di un approccio integrato, che includa terapia dell’attacco, prevenzione, educazione del paziente e correzione degli stili di vita (Cephalalgia, 2026)

 

Secondo la Sua esperienza, qual è l’età critica in cui l’emicrania tende a manifestarsi per la prima volta durante l’adolescenza e quali sono le principali ricadute psicologiche ed emotive sulla vita quotidiana dei ragazzi?

 

Nell’adolescenza, l’emicrania può manifestarsi o accentuarsi a partire dalla pubertà, con una maggiore evidenza tra i 12 e i 18 anni. In questa fase della vita diventa più frequente nelle ragazze, anche per l’influenza delle modificazioni ormonali e del ciclo mestruale, ma riguarda anche molti ragazzi. L’adolescenza è un periodo particolarmente delicato perché il cervello è ancora in maturazione, il corpo cambia rapidamente e il ragazzo deve affrontare nuove richieste scolastiche, relazionali, affettive e identitarie.

Dal punto di vista clinico, l’emicrania adolescenziale è una cefalea primaria caratterizzata da attacchi ricorrenti, spesso associati a nausea, fastidio per la luce e i rumori, bisogno di isolamento, stanchezza e riduzione del rendimento scolastico. Gli attacchi possono interferire con la frequenza a scuola, lo studio, lo sport, le uscite con i coetanei e la qualità del sonno. Quando il dolore diventa frequente, l’adolescente può iniziare ad anticipare con ansia la comparsa dell’attacco, limitando progressivamente le proprie attività.

Il mal di testa cronico può trasformarsi in un vero e proprio fattore di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione nei ragazzi? E, in chiave psicoanalitica, esiste in particolare,  un legame bidirezionale tra il dolore fisico e la sofferenza emotiva?

 

Le ricadute psicologiche possono essere importanti. L’emicrania può favorire ansia, irritabilità, umore depresso, ritiro sociale, senso di “diversità” rispetto ai coetanei, paura di non essere creduti e difficoltà nel rapporto con il proprio corpo. La letteratura scientifica sottolinea che nei giovani con emicrania o cefalea ad alta frequenza le comorbidità psichiatriche hanno effetti negativi sulla gravità del dolore, sulla cronicizzazione, sulla qualità della vita, sul rendimento cognitivo e scolastico e sul benessere generale; gli autori raccomandano di valutare regolarmente sintomi psicologici, resilienza, funzioni esecutive e funzionamento scolastico.

Anche un solo episodio l’anno è traumatizzante, poiché improvviso e qualcosa che aggradisce dall’interno senza potersi difendere. Se però l’adolescente  ha uno o più attacchi alla settimana o un’emicrania cronica, le reazioni ansioso-depressive sono inevitabili. Il dolore fisico è traumatizzante di per sé, diminuisce le difese mentali, rende più fragili e vulnerabili. L’ansia e la depressione aumentano il dolore una volta che sia iniziato l’attacco emicranico e possono anche scatenarlo. L’emicrania in adolescenza può essere compresa anche come un segnale del rapporto complesso tra corpo, emozioni e identità. Il corpo adolescente diventa il luogo di trasformazioni intense, non sempre mentalizzabili. Il dolore può allora assumere il valore di una “parola del corpo”: non è un sintomo immaginario, ma una sofferenza reale che può esprimere anche tensioni emotive, difficoltà di separazione, conflitti familiari, paura di crescere, perfezionismo, pressioni scolastiche o sentimenti depressivi non ancora verbalizzati (Neurological Sciences, 2025).

Quali abitudini o fattori ambientali possono scatenare gli attacchi di mal di testa nei ragazzi e a quali segnali d’accompagnamento bisogna prestare attenzione?

Nell’adolescente, l’emicrania non si manifesta solo con il dolore alla testa, ma spesso con un insieme di sintomi neurologici, fisici ed emotivi. L’attacco può essere preceduto o accompagnato da fotofobia, cioè fastidio per la luce, e fonofobia, cioè intolleranza ai rumori. Luci al neon, schermi, palestre, cinema, feste, aule rumorose o ambienti molto affollati possono favorire o aggravare l’attacco.

Durante la crisi possono comparire nausea, vomito, pallore, vertigini, stanchezza intensa, bisogno di isolamento e difficoltà di concentrazione. In alcuni adolescenti sono presenti anche sintomi dell’aura, soprattutto visivi, come scintille, macchie luminose, linee a zig-zag o oscuramenti parziali del campo visivo. I principali fattori scatenanti a cui prestare attenzione sono: sonno irregolare, poche ore di riposo, abuso di schermi, stress scolastico, verifiche, conflitti familiari o con i coetanei, digiuno prolungato, disidratazione, sedentarietà, alcuni alimenti, cambiamenti ormonali e ciclo mestruale nelle ragazze. Anche l’uso troppo frequente di analgesici può peggiorare il problema e favorire una cefalea da abuso di farmaci.

Sul piano psicologico, l’emicrania può associarsi ad ansia, umore depresso, irritabilità, ritiro sociale e paura anticipatoria dell’attacco. L’adolescente può iniziare a evitare scuola, sport, uscite o situazioni rumorose per timore che il dolore ritorni. Da un punto di vista psicoanalitico, il corpo può diventare il luogo in cui si esprimono tensioni emotive non ancora elaborate: pressioni scolastiche, perfezionismo, difficoltà di separazione dai genitori, conflitti relazionali o vissuti depressivi.

Una ricerca sul Journal of Clinical Medicine (2025) conferma che nell’emicrania in età evolutiva i sintomi associati più frequenti includono nausea, vomito, fotofobia e fonofobia, e sottolinea il ruolo di sonno, stress, dieta, attività fisica, ambiente e comorbidità emotive nella gestione clinica del disturbo.

Secondo le Linee Guida internazionali, qual è l’iter più indicato per affrontare il problema?

 

Secondo le linee guida internazionali, negli adolescenti l’iter corretto parte da una diagnosi accurata: anamnesi dettagliata, descrizione degli attacchi, frequenza, durata, intensità, sintomi associati, familiarità, fattori scatenanti e impatto su scuola, sonno, sport e relazioni.

È poi necessario un esame neurologico completo per escludere segnali d’allarme, i cosiddetti red flags: esordio improvviso e violento, peggioramento rapido, cefalea notturna o al risveglio con vomito, deficit neurologici, febbre, trauma cranico, cambiamento recente del tipo di dolore. Gli esami strumentali, come la risonanza magnetica encefalo, non sono sempre necessari: vanno richiesti dallo specialista solo quando il quadro clinico è atipico o compaiono segnali sospetti.

Le linee guida raccomandano anche l’uso del diario della cefalea, da compilare per alcune settimane, annotando frequenza, durata, intensità, farmaci assunti, possibili fattori scatenanti, sonno, ciclo mestruale e impatto sulle attività quotidiane. Le linee guida NICE per le cefalee nei soggetti dai 12 anni in su indicano, quando si usa il diario, una registrazione di almeno 8 settimane.

Il trattamento deve essere personalizzato e multidimensionale: educazione dell’adolescente e della famiglia, regolarità del sonno, idratazione, pasti regolari, attività fisica, riduzione dell’abuso di schermi e gestione dello stress. Nelle crisi acute si usano farmaci sintomatici appropriati; nelle forme frequenti o disabilitanti può essere necessaria una terapia preventiva. Le linee guida AAN/AHS sulla prevenzione dell’emicrania negli adolescenti, riaffermate nel 2025, includono anche il ruolo dei fattori comportamentali e anche della psicoterapia dinamica nel percorso di cura.

Quanto è importante la psicoterapia nella gestione degli attacchi di emicrania?

 

La psicoterapia psicoanalitica è molto importante quando l’emicrania dell’adolescente non è solo episodica, ma interferisce con scuola, sonno, relazioni, sport e vita familiare. Non sostituisce la valutazione neurologica né la terapia farmacologica quando necessaria, ma le integra, aiutando il ragazzo a riconoscere i fattori emotivi che possono favorire o amplificare gli attacchi.

Dal punto di vista psicologico, l’emicrania non va considerata un dolore “psicologico” o immaginario: è un disturbo corporeo reale, ma in adolescenza il corpo è anche il luogo in cui possono esprimersi ansia, tensioni familiari, perfezionismo, paura del fallimento, conflitti di autonomia-dipendenza e vissuti depressivi. Il lavoro psicoterapeutico aiuta l’adolescente a dare parole al dolore, a comprendere i segnali del proprio corpo e a recuperare fiducia in sé.

La psicoterapia psicodinamica è necessaria quando l’emicrania si accompagna ad ansia, depressione, ritiro sociale, somatizzazioni, difficoltà scolastiche o conflitti familiari. Con gli adolescenti è spesso utile prevedere anche colloqui periodici con i genitori, non per colpevolizzarli, ma per aiutarli a comprendere il sintomo, ridurre l’allarme, sostenere l’autonomia del figlio e costruire strategie condivise di gestione delle crisi (Journal of Child Psychotherapy, 2024).

Quali consigli è possibile dare ai genitori?

 

-Ascoltare il dolore. Il mal di testa dell’adolescente non va banalizzato;

-Fare una diagnosi corretta. Se gli attacchi sono ricorrenti o intensi, serve una valutazione medica e neurologica;

-Tenere un diario del mal di testa. Annotare frequenza, durata, intensità, sonno, stress, ciclo mestruale, farmaci e possibili fattori scatenanti;

-Riconoscere i trigger. Attenzione al sonno irregolare, digiuno, disidratazione, schermi, rumore, luci intense e stress scolastico;

-Evitare l’automedicazione e il fai da te. Gli antidolorifici e farmaci specifici, vanno usati con criterio medico, per evitare abuso di farmaci;

-Avere un corretto stile di vita è fondamentale. Dormire bene, evitare alcolici, tutte le sostanze stupefacenti, il fumo di sigaretta: inoltre, curare l’alimentazione e praticare sport regolarmente.

-Curare anche l’aspetto emotivo. Ansia, depressione, perfezionismo e conflitti possono aumentare la frequenza degli attacchi;

-Valutare la psicoterapia dinamica. Aiuta l’adolescente a comprendere il rapporto tra corpo, dolore ed emozioni, e sostiene anche i genitori nella gestione delle crisi.

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Salute

Tumore al pancreas: le nuove frontiere della ricerca e l’importanza della prevenzione. Ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Intervista di Marialuisa Roscino

Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.
I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande

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Prof. Vincenzo Bianco Dirigente

Redazione-  Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.

I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande speranza per il futuro, orientandosi verso una medicina sempre più personalizzata, che integra diagnosi precoce, chirurgia, chemioterapia e nuove terapie biologiche.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia? Quanto conta nella nostra vita quotidiana, la Prevenzione, l’Alimentazione ed un corretto stile di vita?

Di questo e molto altro, ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo del Policlinico Umberto I di Roma e Co-Direttore Dipartimento di Oncologia –Consorzio Universitario Humanitas di Roma.

 

Prof. Bianco, cosa riferiscono i dati di incidenza e mortalità attuali del tumore al pancreas in Italia? In particolare, oggi assistiamo ad una forte incidenza di casi nei giovani, cosa può dirci al riguardo?

In Italia, attualmente assistiamo ad oltre 15.000 nuove diagnosi (maschi = 6900; femmine = 8100) di casi con con carcinoma del pancreas, a dimostrarlo sono gli ultimi dati AIRTUM (Associazione Italiana dei Registri Tumori). L’andamento temporale dell’incidenza di questa neoplasia è in crescita significativa in entrambi i sessi. Nel 2023, sono stati stimati 14.900 decessi per carcinoma del pancreas (uomini = 7000; donne = 7900). Il carcinoma del pancreas resta una delle neoplasie a prognosi più infausta con una sopravvivenza a 5 anni dell’11% negli uomini e del 12% nelle donne.

Quali fattori, secondo Lei, influenzano maggiormente queste statistiche negative?

Il fumo di sigaretta rappresenta il fattore di rischio più chiaramente associato all’insorgenza del cancro del pancreas. I fumatori presentano un rischio di incidenza da doppio a triplo rispetto ai non fumatori. Tra gli altri fattori di rischio chiamati in causa troviamo fattori dietetici ed abitudini di vita, nello specifico, l’obesità, la ridotta attività fisica, l’alto consumo di grassi saturi e la scarsa assunzione di verdure e frutta fresca favoriscono un più alto rischio di sviluppare un carcinoma del pancreas. Inoltre, fino al 10% dei pazienti con tumori pancreatici si evidenzia una storia familiare, Il rischio eredo-familiare si suddivide in due diversi profili: la familiarità propriamente detta e la presenza di mutazioni a carico di geni di suscettibilità per carcinoma pancreatico, con o senza familiarità .

Qual è l’importanza della diagnosi precoce in questa patologia e quali sono i principali ostacoli in tal senso?

La diagnosi precoce non solo aumenta i tassi di sopravvivenza, ma offre anche una migliore qualità della vita per coloro ai quali è stato diagnosticato un cancro al pancreas. Il problema è che per questo tipo di tumore fare diagnosi precoce è estremamente complicato. Spesso la neoplasia viene scoperta con troppo ritardo quando il tumore ha formato già molte metastasi. Una possibile strategia per individuare precocemente il tumore pancreatico nelle persone ad alto rischio.

Stili di vita scorretti, fumo, pancreatiti ricorrenti, abuso di alcol e predisposizione genetica come le mutazioni nei geni BRCA sono solo alcuni dei fattori di rischio associati al tumore del pancreas.

L’identificazione di particolari casi, in cui può esserci un alto rischio e la sorveglianza condotta con i giusti mezzi e con la tempistica adeguata risulta determinante per una diagnosi precoce di tumori del pancreas e una migliore sopravvivenza dei pazienti.

In particolare, dovrebbero sottoporsi allo screening, i pazienti affetti dalla sindrome di Peutz-Jeghers (PJS), una malattia causata da una mutazione a carico del gene STK11 e caratterizzata dalla presenza di polipi a livello gastrointestinale e lesioni cutanee, che predispone al rischio di sviluppare tumori gastrointestinali e non gastrointestinali. Altri pazienti esposti a rischio aumentato e a cui dovrebbe essere rivolto lo screening includono: soggetti con pancreatite familiare cronica, causata dalla mutazione nel gene PRSS1; soggetti con almeno un parente di primo grado affetto da sindrome di Lynch, la causa più comune di tumore al colon ereditario; soggetti portatori di una variante patogenetica nei geni CDKN2A, BRCA1, BRCA2, PALB2 e ATM.

Quali sono i recenti progressi o le nuove frontiere di ricerca che stanno dimostrando risultati promettenti nel trattamento del tumore al pancreas?

Attraverso le analisi istopatologiche, possiamo mettere in evidenza un legame tra adenocarcinoma e alterazioni genetiche, nei casi permissivi si  ricorrerà alla cosiddetta target therapy per cercare di colpire direttamente le cellule tumorali. Una terapia trasversale, ma mirata al singolo paziente, al singolo caso. Terapie in cui è previsto l’utilizzo di  farmaci ingegnerizzati  come PAXG e l’irinotecano liposomiale pegilato, basato sulle nanotecnologie.

Le speranze maggiori contro l’adenocarcinoma pancreatico sono affidate all’immunoterapia. Si tratta di prelevare dal paziente un tipo di cellule immunitarie naturali, i linfociti T, modificarle geneticamente in superlinfociti, le cosiddette CAR-T, e reinfonderle nello stesso paziente.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia?

Un team di esperti nei vari aspetti delle cure è cruciale per l’ottimizzazione della gestione dei pazienti oncologici. Questi pazienti devono essere gestiti in maniera ottimale da un gruppo multidisciplinare costituito da gastroenterologi, chirurghi, radiologi, oncologi e radioterapisti,
genetista medico, anatomopatologo, palliativista.

Quanto conta la Prevenzione ed un corretto stile di vita?

Moltissimo, attraverso le misure di prevenzione di cui abbiamo detto poco fa, si potrebbero salvare il 30% dei pazienti con un  meno decessi dovuti al carcinoma pancreatico.

Qual è la speranza più grande offerta dalla ricerca nei prossimi 5-10 anni per i pazienti affetti da tumore al pancreas?

Terapie mirate e innovativa in mono o in associazione a schemi codificati , come le terapie a bersaglio molecolare che agiscono specificamente sulle cellule tumorali, e da strategie innovative come la “letalità sintetica”, che sfrutta le alterazioni genetiche del tumore per rendere più efficaci certi trattamenti. La ricerca si sta anche focalizzando sul migliorare la diagnosi precoce attraverso screening più efficaci e sulla personalizzazione delle cure in base alle caratteristiche genetiche del singolo tumore.

Quali consigli si sente di dare ai Suoi pazienti?

Seguire un’alimentazione equilibrata e ricca di vegetali, praticare attività fisica moderata, gestire gli effetti collaterali con il medico e cercare un supporto psicologico.

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Salute

La crisi del sistema sanitario nazionale e il monito di Meritocrazia Italia

📣 La sanità pubblica è al collasso: non serve più solo edilizia, ma una programmazione coraggiosa che valorizzi medici e infermieri, pilastri veri del nostro sistema di cura.

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#SanitàItaliana #SSN #MeritocraziaItalia #PoliticheSanitarie

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Sanità pubblica

 Redazione-  Il rallentamento nel percorso di riforma della medicina territoriale sta sollevando un acceso dibattito tra gli esponenti del governo, le regioni e i sindacati di categoria. Al centro della discussione non vi è soltanto l’assetto organizzativo delle Case di Comunità, ma l’intera tenuta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che appare oggi fragile di fronte a nuove e vecchie sfide. In questo scenario, Meritocrazia Italia interviene con una riflessione dura, sottolineando come la sanità pubblica non possa continuare a reggersi esclusivamente sul sacrificio individuale e sulla vocazione degli operatori, senza una pianificazione strutturale adeguata.

La carenza di personale e le crepe del sistema

I numeri forniscono una fotografia nitida della situazione attuale. Il nostro Paese conta circa 43.700 medici di medicina generale, figure che gestiscono mediamente oltre 1.200 assistiti ciascuno. A fronte di questi organici, le stime ufficiali indicano una carenza strutturale che supera le 5.000 unità. Non va meglio nei reparti di emergenza-urgenza, dove mancano all’appello circa 3.500 professionisti. Questi dati, uniti a una dotazione infermieristica che rimane al di sotto della media dei principali partner europei, spiegano perché i pronto soccorso siano costantemente in affanno, le liste d’attesa si allunghino e la continuità assistenziale diventi sempre più difficile da garantire ai cittadini.

Chi lavora ogni giorno nei presidi sanitari affronta turni estenuanti, una pressione burocratica crescente e una cronica mancanza di ricambio. Spesso, la soluzione proposta dalle istituzioni, ovvero il ricorso a forme di lavoro flessibile o a contratti emergenziali, viene letta come una toppa temporanea che non risolve il problema alla radice. Meritocrazia Italia avverte: attribuire la responsabilità del disservizio alle singole categorie professionali significa guardare solo la superficie. Il vero nodo strategico risiede nella incapacità di programmare il fabbisogno di medici e infermieri nei tempi corretti.

Oltre il muro delle infrastrutture fisiche

L’attuale strategia politica si sta concentrando pesantemente sull’edilizia sanitaria e sull’innovazione tecnologica. Le Case di Comunità, nei piani del PNRR, dovrebbero rappresentare il fulcro del nuovo modello di assistenza territoriale, favorendo l’integrazione tra medici di base, specialisti e servizi infermieristici. Tuttavia, il rischio reale è che queste strutture vengano inaugurate come scatole vuote. Non basta costruire nuovi edifici o digitalizzare i processi se non si affronta la mancanza di capitale umano necessario per farli funzionare.

Investire in tecnologie avanzate senza un rafforzamento del patrimonio umano equivale a perdere l’opportunità di modernizzare davvero il sistema. Senza una governance che coordini i diversi livelli di assistenza e, soprattutto, senza condizioni contrattuali ed economiche in grado di trattenere i talenti nel settore pubblico, anche le innovazioni più ambiziose rischiano di tradursi in sprechi anziché in una maggiore qualità delle cure. Il sistema deve smettere di misurare la sua efficienza basandosi sulla capacità di resistenza dei singoli professionisti, che sono ormai giunti a un punto di esaurimento psicofisico preoccupante.

Una strategia organica per il futuro

Per invertire la rotta, Meritocrazia Italia propone una strategia che metta al centro la sostenibilità del lavoro. La richiesta è chiara: occorre programmare in modo realistico il fabbisogno di professionisti su base decennale, superando la logica dell’emergenza. Questo significa intervenire concretamente sui carichi di lavoro, garantendo meccanismi di sostituzione certi e rendendo economicamente attrattive le specialità attualmente più penalizzate dal sovraccarico o dalla scarsa valorizzazione.

Inoltre, la gestione della spesa sanitaria deve evolvere. Ridurre inefficienze e duplicazioni non deve significare un taglio dei costi a scapito degli utenti, ma una riallocazione delle risorse verso le aree dove la prevenzione può ridurre la domanda futura di prestazioni ospedaliere. La salute, come ricordano da tempo gli esperti del settore, non è un costo da comprimere nei bilanci statali, ma un investimento necessario per la sicurezza sociale ed economica del Paese. Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale dipende interamente dalla capacità della politica di trasformare questo impegno in una realtà quotidiana, proteggendo non solo i pazienti, ma anche chi, quotidianamente, garantisce il diritto alla salute.

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Tecnologia

Intelligenza artificiale applicata alla medicina: il convegno di San Francesco al Campo mette al centro il futuro della diagnostica

🩺 L’intelligenza artificiale entra in radiologia: a San Francesco al Campo, esperti e istituzioni si confrontano per migliorare i tempi di cura e l’efficienza degli ospedali. Un appuntamento chiave per il futuro della salute.

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#sanità #intelligenzaartificiale #innovazione #piemonte

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Intelligenza artificiale applicata alla medicina: il convegno di San Francesco al Campo mette al centro il futuro della diagnostica

Redazione-  San Francesco al Campo si prepara a ospitare un momento di riflessione di alto profilo sul presente e sul futuro della tecnologia applicata alla salute. Lunedì 29 giugno, a partire dalle ore 10, il Romantic Hotel Furno sarà teatro del convegno istituzionale intitolato “Intelligenza artificiale: dalla radiologia agli scenari globali”. L’evento, promosso da Studio Futura e Health Triage con il patrocinio di Confindustria Canavese, si propone di analizzare come l’innovazione digitale possa entrare concretamente nei reparti di radiologia per ottimizzare le prestazioni e supportare il lavoro quotidiano dei professionisti sanitari.

Le sfide della sanità moderna e il ruolo dell’innovazione

Il sistema sanitario piemontese, così come quello nazionale, si trova oggi ad affrontare una pressione crescente dovuta all’aumento della domanda di prestazioni diagnostiche e alla necessità di ridurre i tempi di attesa. In questo contesto, l’intelligenza artificiale non rappresenta più un concetto astratto o futuristico, bensì uno strumento funzionale per migliorare la gestione dei flussi di lavoro. Durante l’incontro, esperti del settore, accademici e rappresentanti delle istituzioni regionali discuteranno di come gli algoritmi di apprendimento automatico possano assistere i medici nella lettura delle immagini, identificando in tempi rapidi anomalie che richiedono un intervento immediato.

L’obiettivo dichiarato dei promotori è quello di passare da una visione teorica a una pratica, analizzando come l’integrazione tecnologica possa sgravare il personale medico di compiti ripetitivi. La capacità di elaborare grandi moli di dati in pochi istanti permette di liberare tempo prezioso, che i clinici possono dedicare al rapporto con il paziente e alla pianificazione delle cure, innalzando così il livello qualitativo dell’intero percorso di diagnosi e terapia.

Il confronto tra istituzioni, accademia e mondo imprenditoriale

Il convegno si distingue per la multidisciplinarietà dei partecipanti, elemento fondamentale per garantire una visione completa della transizione digitale in ambito ospedaliero. La collaborazione tra Confindustria Canavese, realtà del mondo dell’impresa e figure cliniche di primo piano evidenzia come il successo dell’intelligenza artificiale dipenda dalla capacità di dialogare tra diversi mondi. Non si tratta solo di acquistare nuovi software, ma di ripensare l’intera organizzazione delle strutture sanitarie per accogliere tecnologie che richiedono competenze specifiche e una visione strategica lungimirante.

Il confronto verterà inoltre sugli scenari globali, ponendo l’attenzione sui modelli internazionali che hanno già integrato con successo queste tecnologie, misurandone l’impatto sulla riduzione delle spese e sul miglioramento degli esiti clinici. La giornata di San Francesco al Campo sarà quindi l’occasione per fare il punto sulla situazione in Piemonte, valutando le prospettive di investimento e le normative che regoleranno l’accesso a questi strumenti innovativi, garantendo standard etici e di sicurezza elevati per ogni cittadino.

La presenza delle istituzioni regionali conferisce all’evento un peso politico significativo, segnalando la volontà di supportare le aziende e gli ospedali territoriali in questo delicato percorso di digitalizzazione. La trasformazione tecnologica, se gestita in modo coerente, può diventare la leva per garantire un accesso più equo ai servizi sanitari, riducendo le disparità e assicurando che la tecnologia sia sempre al servizio dell’uomo, e non il contrario. Il dibattito che si terrà al Romantic Hotel Furno si prefigge di stimolare una riflessione collettiva su quanto sia urgente accelerare il passo verso una sanità dove la precisione del dato incontra l’esperienza clinica.

Per i professionisti del settore e per i decisori politici, l’appuntamento rappresenta un nodo strategico per interpretare correttamente le direttrici che guideranno lo sviluppo dei prossimi anni. La diagnostica per immagini è soltanto il primo settore in cui questo cambiamento sta avvenendo, ma le implicazioni di questa rivoluzione tecnologica sono destinate a toccare ogni aspetto della cura, dalla medicina preventiva alla gestione integrata delle patologie croniche, consolidando il ruolo del Piemonte come territorio all’avanguardia nell’adozione di soluzioni tecnologiche avanzate.

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