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Attualità

Caso Andora, nasce monco il progetto ideato dal sindaco Mauro Demichelis e dall’ex manager di Vittorio Sgarbi Sauro Moretti

La giudice Paola Scorza ha preso atto dell’errore materiale che ha ingenerato una serie di equivoci. Peccato che lo abbia chiamato refuso. E peccato che non siano ancora uscite le cartelle cliniche. Chissà perché… Ma soprattutto: chi le ha? Chi le consegnerà ai periti per poter fare le controdeduzioni e analisi? Per caso sono state sequestrate per via della denuncia per circonvenzione di incapace, oppure le conserva l’aspirante sposa Sabrina Colle?

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Vittorio Sgarbi

Nonostante i 20 milioni di soldi pubblici, la montagna ha partorito il topolino: saranno esposti solo 30 quadri di pittori minori, perfino sconosciuti e non l’intera collezione della Fondazione Cavallini Sgarbi

Redazione-  La giudice Paola Scorza ha preso atto dell’errore materiale che ha ingenerato una serie di equivoci. Peccato che lo abbia chiamato refuso. E peccato che non siano ancora uscite le cartelle cliniche. Chissà perché… Ma soprattutto: chi le ha? Chi le consegnerà ai periti per poter fare le controdeduzioni e analisi? Per caso sono state sequestrate per via della denuncia per circonvenzione di incapace, oppure le conserva l’aspirante sposa Sabrina Colle?
Ricordiamo a tutti che la signora Romano e’ una psicologa. Dato lo stato in cui versa il professore, malato di tumore e di cuore, e seguito con cure farmacologiche di tipo psichiatrico, sarebbe come affidare ad un medico generico un intervento alla rotula o al cuore a cielo aperto.
Il 10 Agosto cioè questa sera Vittorio Sgarbi e’ atteso ad Andora (Savona). La montagna che ha partorito il topolino. Trattasi infatti di 30 quadri di pittori minori, senza un nesso storico e cronologico, e con lavori che per interesse storico e pittorico lo Sgarbi di altri tempi avrebbe definito “croste” e non della intera collezione Cavallini Sgarbi, come previsto invece dal Bando. Nessuno storico dell’arte di livello si sarebbe prestato a mettere il proprio nome su una mostra di così modesto valore. Sarà interessante a questo punto vedere con il caldo che fa oggi in quale stato arriverà alla inaugurazione Vittorio Sgarbi. Con chi parlerà, cosa riuscita a dire e quanti minuti riuscirà a reggere. Per quanto tempo dovremo ancora assistere a una violenza così drammatica e brutale – usando scientemente l’alibi che lo si fa per il suo bene – su un uomo che viene considerato solo un brand pur di fare incassare soldi alla Fondazione Cavallini Sgarbi, alla sorella Elisabetta Sgarbi con la Nave di Teseo visto che ha prodotto il catalogo – senza gara pubblica – che sarà esposto e venduto questa sera ad Andora alla inaugurazione del progetto da 20 milioni di euro, tutti soldi pubblici, alla aspirante sposa e a tutto il cerchio tragico ? Per quanto reggeranno il cuore e il fisico di Vittorio Sgarbi, di cui vediamo ad occhio, da profani, che non sta bene e che oltre alla voce flebile ha anche purtroppo l’eloquio contorto e confuso? A cosa sono disposti ad arrivare? L’immagine che Vittorio Sgarbi aveva scelto per se’ e il messaggio di libertà e di anticonformismo che per una vita ha dato al mondo sono state brutalmente calpestate. Rivedendo alcuni video del suo recente passato e leggendo le interviste di oggi, e’ difficile non dare ragione alla figlia Evelina: sembra proprio una altra persona.
Tutte le persone che lo hanno conosciuto trovano incredibile questo triste epilogo.
La favoletta della depressione non regge più e fa acqua da tutte le parti. E’ successo certamente qualcosa di diverso che ha innescato il tutto. Ma cosa ?

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Attualità

Quando la musica pop divenne strumento di protesta e veicolo di valori pacifisti

L’attuale precario equilibrio geopolitico mondiale induce la mente a rievocare i fantasmi della Guerra fredda del secondo dopoguerra e inevitabilmente a riportare alla memoria il grande fenomeno giovanile della beat generation che utilizzò la musica come strumento di battaglia, svincolandola dal suo aspetto puramente artistico.

 Il periodo della guerra fredda, lo spettro di una catastrofe nucleare e la tragica guerra del Vietnam portarono una intera generazione giovanile americana a creare una filosofia di vita più aderente a valori di fratellanza, che auspicava un sistema di convivenza civile pacifica e comunitaria, a contatto con la natura e avulsa dalle allora attuali istituzioni politico- sociali.

Nasce così il movimento giovanile hippies americano, avente come collante fondamentale ed espressivo dei propri valori, la musica pop, rock e folk degli anni ‘60.

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Fabrizio De Andrè

Dalla Beat generation al nuovo Indie-Pop passando per la poetica in musica di Fabrizio De Andrè

Redazione-  L’attuale precario equilibrio geopolitico mondiale induce la mente a rievocare i fantasmi della Guerra fredda del secondo dopoguerra e inevitabilmente a riportare alla memoria il grande fenomeno giovanile della beat generation che utilizzò la musica come strumento di battaglia, svincolandola dal suo aspetto puramente artistico.

 Il periodo della guerra fredda, lo spettro di una catastrofe nucleare e la tragica guerra del Vietnam portarono una intera generazione giovanile americana a creare una filosofia di vita più aderente a valori di fratellanza, che auspicava un sistema di convivenza civile pacifica e comunitaria, a contatto con la natura e avulsa dalle allora attuali istituzioni politico- sociali.

Nasce così il movimento giovanile hippies americano, avente come collante fondamentale ed espressivo dei propri valori, la musica pop, rock e folk degli anni ‘60.

Il pacifismo nella beat generation

Nella Beat Generation, il pacifismo nasce come reazione al conformismo e alla minaccia dell’olocausto nucleare degli anni ’50. Per poeti come Allen Ginsberg o Gregory Corso, essere pacifisti significava rifiutare in blocco il sistema che produceva la guerra, preferendo la ricerca spirituale, il viaggio e la libertà individuale. Era una ribellione viscerale che vedeva nello Stato e nelle sue istituzioni militari il nemico della vita stessa.

Negli anni ’60, la musica folk americana diventa la voce collettiva del pacifismo, trasformando le canzoni in veri e propri strumenti di pressione politica. Questo legame nasce da una lunga tradizione di “protest songs” che affondano le radici nel sindacalismo e nell’antimilitarismo degli anni precedenti, esplodendo poi con il movimento contro la guerra in Vietnam.

Ecco gli elementi chiave di questo connubio:

  • Bob Dylan e il potere della parola: Con brani come Blowin’ in the WindMasters of War, Dylan diventa il simbolo della contestazione, offrendo una voce di opposizione al militarismo che prima non aveva un pubblico di massa.
  • Joan Baez, la “Regina del Folk”: Figura centrale per il suo attivismo instancabile, Joan Baez ha portato la musica folk nelle marce per i diritti civili al fianco di Martin Luther King Jr., unendo il messaggio di pace alla lotta per l’uguaglianza sociale.
  • I grandi inni pacifisti: Oltre ai classici di Dylan, brani come Where Have All the Flowers Gonedi Pete Seeger e I Ain’t Marchin’ Anymore di Phil Ochs definiscono il decennio, usando melodie semplici e testi diretti per essere facilmente cantati durante le manifestazioni di massa.
  • Musica come catalizzatore sociale: Per gli studenti universitari dell’epoca, il folk non era solo intrattenimento ma un mezzo per promuovere un cambiamento umano e positivo, influenzato anche dalla filosofia della Beat Generatione dai primi movimenti hippy.  primi movimenti hippy .Il pacifismo beat era intrecciato a visioni spirituali e a un ritorno alla natura, influenzando profondamente i movimenti di protesta del Sessantotto.

Questi artisti hanno creato una colonna sonora per la contestazione che, partendo dai campus universitari come Berkeley, ha raggiunto le linee del fronte e i centri di potere, rendendo i sentimenti anti-bellici impossibili da ignorare.

Il brano simbolo  del pacifismo folk americano è senza dubbio  è senza dubbio il brano   “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan (1962).

 Dylan non scrive un trattato politico, ma una serie di domande retoriche sull’indifferenza umana. Il pezzo non parla solo di guerra, ma della capacità dell’uomo di voltarsi dall’altra parte mentre il mondo soffre. La risposta che “soffia nel vento” non è una soluzione facile, ma l’idea che la verità sia sotto gli occhi di tutti, eppure impalpabile e ignorata. È un brano che toglie al potere la sua aura di autorità e lo interroga con la semplicità di un bambino.

Altra cantante folk significativa è Joan Baez definita la voce della non-violenza-

Mentre Bob Dylan scriveva le canzoni, Joan Baez le portava “in strada”.

È stata lei il ponte vivente tra la musica folk e l’attivismo politico puro. Non si limitava, infatti, a cantare sul palco: marciava con Martin Luther King, finiva in prigione per aver bloccato i centri di reclutamento militare e fondava scuole per lo studio della non-violenza.

 Un suo brano che parli di pacifismo in modo narrativo e discorsivo è “Saigon Bride” (1967)

La canzone è una lettera d’addio di un soldato alla sua “sposa di Saigon” (una metafora della terra vietnamita o di una donna reale).

 Non c’è odio per il nemico, ma solo la tristezza di dover andare a combattere una guerra di cui non capisce le ragioni (“Vado a battermi per una causa che non è mia”).

Eredità in Italia:

La controcultura beat arrivò in Italia anche grazie a riviste come Mondo Beat a Milano, portando messaggi di dissenso verso le tradizioni idealistiche e militari.

La figura chiave che collega questi due mondi è la traduttrice e scrittrice Fernanda Pivano. Fu lei a far conoscere in Italia Kerouac, Ginsberg e Masters, influenzando direttamente la poetica di De André e trasmettendo quegli ideali di libertà e opposizione alla violenza tipici della cultura beat americana.

Il Pacifismo è un filo conduttore che unisce la Beat Generation e Fabrizio De André, pur manifestandosi con sfumature diverse: la prima lo vive come ribellione esistenziale e spirituale alla società dei consumi, il secondo come un impegno etico e civile contro la follia della guerra e del potere.

Il cantautore Fabrizio De André accoglie questa eredità e la trasforma in una forma di umanesimo anarchico. Il suo pacifismo non è fatto di slogan, ma di storie umane. In canzoni come La guerra di Piero o La ballata dell’eroe, Faber smonta la retorica del “nobile sacrificio”: la guerra non ha nulla di eroico, è solo una macchina che costringe uomini uguali a uccidersi tra loro per ragioni che non appartengono loro.

Il punto di contatto più forte è proprio questa visione dell’individuo contro il potere. Entrambi guardano agli “ultimi”, agli sconfitti e agli emarginati come agli unici portatori di una verità autentica, contrapposta alla violenza organizzata del mondo moderno. In questo senso, il pacifismo di De André e dei Beat è un atto di resistenza poetica che mette la dignità dell’uomo davanti a qualsiasi bandiera o confine.

La canzone La Guerra di Piero è il suo manifesto pacifista più celebre: racconta la guerra dal punto di vista della vittima, sottolineando l’assurdità di morire per un ordine impartito, “senza odio e senza amore”.

Rilevante risulta essere l’influenza di Edgar Lee Masters: grazie alla mediazione di Fernanda Pivano (amica comune dei poeti Beat e di Faber), De André rielaborò l’antologia di Spoon River nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo, dove la denuncia della vanità e della violenza umana rimane centrale.

Una forte denuncia civile contiene La ballata dell’eroe, in cui Faber affrontò il tema del sacrificio bellico in modo diretto, smascherando la retorica nazionalista che trasforma le vittime in simboli vuoti.

Il legame discorsivo tra Bob Dylan e Fabrizio De André

C’è un parallelo incredibile con “La guerra di Piero”.
Mentre Dylan chiede “Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo?”, De André risponde raccontando la strada di Piero, un soldato che non riesce a sparare perché vede nel “nemico” un uomo uguale a lui. Che aveva una diversa divisa ma identico umore

Entrambi i brani rifiutano la retorica: non celebrano eroi, ma descrivono esseri umani fragili.

Usano uno stile spoglio: Una chitarra, una voce e parole che devono arrivare dritte al cuore senza distrazioni orchestrali.

Hanno un’origine folk comune: Dylan attinge dalle ballate tradizionali inglesi e americane; De André fonde la tradizione dei trovatori provenzali con il realismo della scuola francese, creando un linguaggio universale.

Un altro esempio è rappresentato dalla canzone With God on Our Side

Se “Blowin’ in the Wind” è la domanda, With God on Our Side (sempre di Dylan) è la denuncia feroce. Dylan elenca le guerre della storia americana dicendo che sono state tutte giustificate dal fatto di avere “Dio dalla propria parte”. Questo cinismo contro l’ipocrisia religiosa e militare è lo stesso che troviamo nel De André di Tutti morimmo a stento, dove la pietà per le vittime si mescola al disprezzo per i “carnefici” che si sentono nel giusto.

Il legame  tra la produzione di Baez e De André

Si evince un’affinità elettiva fortissima tra la Baez e De André:

La purezza del suono: Entrambi scelgono arrangiamenti essenziali per non “sporcare” il messaggio sociale.

L’interpretazione: Joan Baez ha cantato spesso brani di altri (incluso Dylan) per dare loro una risonanza universale; De André ha fatto lo stesso con l’antologia di Spoon River o con le canzoni di Leonard Cohen.

La Preghiera in gennaio: Lo stile solenne e quasi sacro che la Baez usava per inni come We Shall Overcome si ritrova nel De André che canta la morte di Luigi Tenco, trasformando il dolore privato in una riflessione collettiva sulla sensibilità e il rifiuto del mondo.

Joan Baez è stata l’artista che ha dimostrato come una chitarra acustica potesse essere più potente di un fucile, un concetto che De André ha sposato per tutta la sua carriera.

La Baez mette l’accento sull’assurdità del dovere: la morte è il risultato di un meccanismo burocratico e politico che calpesta i sentimenti individuali. La sua voce, pura e cristallina, trasforma il lutto in una preghiera universale, chiedendo allo spettatore: “Vale davvero la pena sacrificare una vita per un confine?”.

La morte come “uguaglianza negata” (De André)

De André, in brani come La guerra di Piero, fa un passo ulteriore: entra nella mente del soldato nel momento esatto della fine. Per lui, la morte è il momento della verità suprema.
Piero muore perché inciampa nel valore della “pietà”: vede l’umanità negli occhi del nemico (“lo vide uguale a te, ma con un’altra divisa”) e questo dubbio gli costa la vita. Per De André, la morte del soldato è la prova che la guerra è una “follia organizzata” che punisce chi prova ancora sentimenti umani. Mentre la Baez piange il soldato che parte, De André piange il soldato che resta a terra, tra i papaveri rossi, vittima della sua stessa bontà.

Il punto d’incontro: La dignità dell’ultimo respiro

Entrambi rifiutano la “morte eroica”. Non si troverà, infatti, mai nelle loro canzoni riferimenti al valore militare o al sacrificio per la patria.

Per la Baez la morte è un silenzio che accusa chi ha scatenato il conflitto, mentre in  De André, la morte è una solitudine assoluta (“E mentre il grano ti stava a guardare, ormai dormivi profondo”).

Entrambi usano la musica per dare voce a chi non ha più fiato per protestare, trasformando il cadavere di un soldato in un manifesto pacifista più potente di mille discorsi politici.

Il fil rouge che lega questi mondi è il rifiuto della figura dell’eroe e del potere che decide sulla vita degli altri. Se per i poeti Beat la pace era una rivoluzione interiore contro un sistema violento, e per artisti come Joan Baez e Bob Dylan era una lotta civile gridata nelle piazze, per Fabrizio De André diventa una preghiera laica per gli “ultimi”.

Tutti questi artisti hanno tolto la divisa al soldato per restituirgli la sua natura di uomo. La morte di Piero tra i papaveri e l’addio del soldato in Saigon Bride esprimono lo stesso concetto: la guerra è un errore logico prima ancora che morale, perché costringe “uguali” a uccidersi per confini invisibili.

In questo senso, la musica e la poesia hanno vinto la loro battaglia: non hanno fermato tutte le guerre, ma hanno tolto loro per sempre l’alibi della gloria, lasciandoci solo la nuda, tragica realtà della sofferenza umana.

L’eredità del pacifismo beat e di De André nella musica di oggi è passata dal megafono delle piazze a una dimensione più frammentata e introspettiva, ma non meno potente. Oggi non esiste più un unico “movimento folk” di massa, ma il messaggio si è ramificato in diversi generi.

                Il ritorno al Folk Impegnato (Indie-Folk)

Artisti contemporanei come Bon IverFleet Foxes o l’italiano Iosonouncane hanno ripreso l’essenzialità acustica dei classici anni ’60. Il loro pacifismo è spesso un eco-pacifismo: la guerra non è solo tra uomini, ma contro la natura. La critica al potere si fa più astratta e poetica, meno legata alla cronaca bellica immediata e più alla sopravvivenza dell’individuo in un mondo tecnologico e alienante.

                                                         L’Eredità di De André in Italia

In Italia, la lezione di Faber vive nel cosiddetto Indie-Pop di contenuto che mescola il sociale con una scrittura colta e spogliata.

L’eredità del cantautore genovese e la Joan Baez oggi si è, invece, oggi trasformata: non si cerca più solo il “grande inno” da piazza, ma troviamo artisti che usano la musica come testimonianza civile e cronaca umana.

 Nel panorama della musica italiana contemporaea, un esempio che potrebbe portare avanti quel “testimone” tra folk, impegno e poesia sembra essere il cantante Brunori Sas, il quale rivela influssi visibilmente rapportabili alla canzone d’autore, nella fattispecie quella di F. De André.

Spesso citato come uno dei continuatori più autentici di questo spirito ,in canzoni come L’uomo vivo o Quelli che arriveranno, riprende esattamente quel linguaggio “discorsivo” e umano: non urla contro la guerra, ma racconta la fragilità dell’uomo moderno, l’incapacità di capirsi e la ricerca di una pace che parta dal quotidiano.

 Affronta temi come la guerra e l’indifferenza con un’ironia e un’umanità che ricordano molto lo stile del cantautore  genovese.

 La lezione di De André (ispirata dai poeti Beat e dal folk americano) era: “Riconosci l’altro come te stesso”, quella di Brunori oggi è: “Non dimenticare l’altro mentre sei felice”.
Il brano che è considerato il vero erede spirituale de La guerra di Piero (1964) ai giorni nostri, è il già citato L’uomo vivo (2017). Entrambi dicono che la pace non è un’assenza di conflitto, ma una presenza costante di empatia. Se Piero moriva per troppa umanità, l’uomo moderno rischia di “morire” spiritualmente per troppa distrazione.

Mentre De André ci portava sul campo di battaglia, Brunori ci porta in una sagra di paese, in una giornata di festa, dove però il rumore dei fuochi d’artificio ricorda tragicamente quello delle bombe.

Balza immediatamente agli occhi:

 Il contrasto comune tra Natura e Violenza

Nei versi di La guerra di Piero di De André… “Lungo le sponde del mio torrente / voglio che scendano i lucci argentati / non più i cadaveri dei soldati / portati in braccio dalla corrente” , la natura è ferita dalla guerra; il ritorno alla pace è il ritorno alla purezza del fiume.

In quelli di Brunori, L’uomo vivo“E fuori i fiori non sanno niente / non sanno il nome di questo presidente / e fuori i fiori non sanno il fango / di chi ha perduto la gamba in un campo”, i fiori sono testimoni muti e innocenti; ma Brunori aggiunge un elemento politico moderno: l’indifferenza delle istituzioni (“questo presidente”).

 Il momento dello sparo e l’esitazione

In De André: Piero esita perché vede nel nemico un uomo (“lo vide uguale a te”). La sua è una scelta di pietà che gli costa la vita. Il pacifismo di Faber è il sacrificio dell’individuo che rifiuta di diventare assassino.

 In Brunori Sas: “E mentre noi facciamo festa / c’è chi si spacca la testa / e mentre noi facciamo il coro / c’è chi si spacca il decoro”. Qui non c’è lo sparo sul fronte, ma lo “sparo” dell’indifferenza. La violenza accade “mentre facciamo festa”. Il nemico di oggi non è solo chi spara, ma chi si volta dall’altra parte.

Ecco un confronto diretto tra “La guerra di Piero” (1964) e L’uomo vivo (2017). Entrambi usano una narrazione visiva per colpire la coscienza, ma con sfumature diverse dettate dalle loro epoche.

La melodia come “trappola”

Entrambi i brani usano una tecnica tipica del folk di protesta:

La guerra di Piero ha il ritmo di una ballata quasi infantile, una ninnananna che però racconta un massacro.

L’uomo vivo ha un ritmo incalzante, quasi da banda di paese o da festa popolare.
In entrambi i casi, la musica ti attira con la sua leggerezza, ma il testo ti colpisce duramente. È il modo in cui il pacifismo entra nelle case: non con un grido, ma con una storia che sembra semplice e invece è un atto d’accusa.

In sintesi, l’eredità di quegli anni è passata dalla “canzone di protesta” alla “canzone di testimonianza”: oggi la musica non pensa più di poter fermare un carro armato, ma continua a curare l’umanità di chi resta, proprio come faceva Piero tra i papaveri.

 Alessandro Carrera, *La voce di Bob Dylan*, Milano, Feltrinelli, 2011, p. 9.

 Carrera, *La voce di Bob Dylan*, cit., p. 27.

 Guido Harari (a cura di), *Una goccia di splendore*, Milano, Rizzoli, 2007, p. 112.

Luigi Viva, *Fabrizio De André. Il libro del mondo*, Milano, Feltrinelli, 2018

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Politica

Il federalismo non è morto. Sforzini rilancia l’eredità di Miglio: “Il Futuro Nazionale passa dalle autonomie e da uno Stato più leggero”

Il federalismo torna prepotentemente al centro dell’agenda politica e culturale! 🇮🇹 ⚖️ A 25 anni dalla morte del geniale politologo Gianfranco Miglio, Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) lancia una sfida cruciale al centrodestra: “Basta con lo statalismo cieco! Il futuro della Nazione passa attraverso vere autonomie territoriali, la responsabilità fiscale e uno Stato centrale molto più leggero. Federalismo e identità nazionale non sono affatto nemici”. Leggi il profondo e illuminante articolo che riapre il dibattito sul futuro dell’Italia. 👇 💡

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Gianfranco Miglio

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono figure intellettuali e politiche che la Storia, per pigrizia o per calcolo, tende a rinchiudere frettolosamente nelle teche polverose della memoria. Le si commemora in modo rituale, si spolverano i loro busti una volta all’anno, ma ci si guarda bene dall’affrontare la carica eversiva e dirompente delle loro idee. È esattamente il destino che una certa politica conformista ha cercato di riservare a Gianfranco Miglio, uno dei più grandi, lucidi e controversi politologi italiani del Novecento. Oggi, a venticinque anni esatti dalla sua scomparsa, c’è chi ha deciso di infrangere questo comodo tabù per riportare il suo pensiero al centro esatto dell’arena politica. A farlo è Luca Sforzini, Presidente del vivace e sempre più influente Centro Studi Rinascimento Nazionale, che ha scelto questa ricorrenza per lanciare una vera e propria sfida culturale all’intero schieramento di centrodestra.

Oltre il “santino”: Miglio e Cattaneo, padri di un Risorgimento diverso

L’occasione per riaprire il monumentale “dossier Miglio” è stata la pubblicazione di un saggio denso e provocatorio firmato dal professor Paolo Luca Bernardini, illustre studioso e voce autonomista del Centro Studi. Il titolo del contributo è già di per sé un manifesto programmatico: “Il futuro nazionale è futuro federale”. Nelle pagine di questo lavoro, Bernardini traccia un ponte storico e ideale, vertiginoso ma solidissimo, tra due giganti del pensiero italiano: Carlo Cattaneo e, per l’appunto, Gianfranco Miglio. Due intellettuali distanti nel tempo, ma uniti da una feroce critica al centralismo burocratico e dalla granitica convinzione che l’unità nazionale non debba mai tradursi in una grigia e asfissiante uniformità amministrativa.

«Gianfranco Miglio non merita assolutamente una stanca commemorazione rituale», tuona Sforzini, presentando il saggio. «Merita qualcosa di assai più coraggioso e impegnativo: essere riletto, studiato, discusso e, dove necessario, persino ferocemente contestato. Perché soltanto le idee vive possono essere discusse. Il modo migliore per rendergli omaggio è togliere il suo pensiero dalla teca dei ricordi e gettarlo nuovamente dentro il grande dibattito sul futuro istituzionale dell’Italia».

Le domande radicali: quanto Stato centrale serve davvero all’Italia?

La forza del saggio promosso dal Centro Studi risiede proprio nel rifiuto dell’agiografia. Nessuno vuole trasformare Miglio in un intoccabile “santino”. Al contrario, si accetta la sfida delle sue domande più scomode e radicali. Quanto Stato centrale serve davvero per far funzionare l’Italia? Quante decisioni cruciali possono (e debbono) essere restituite direttamente ai territori? È possibile rafforzare l’identità del nostro Paese proprio valorizzando, e non mortificando, le sue storiche differenze?

«Dopo decenni ininterrotti di stratificazione burocratica, di accentramento folle delle competenze e di progressiva, incolmabile distanza fra i cittadini e le istituzioni, possiamo ancora considerare sacra e intoccabile l’architettura dello Stato costruita nel Novecento?» si chiede provocatoriamente Sforzini. Bernardini, nel suo testo, si spinge fino a sostenere che senza una trasformazione radicale in senso federale, il declino economico e sociale italiano rischia di diventare irreversibile. Un’ipotesi forte, che il Centro Studi offre come strumento di puro dibattito, ribadendo la propria natura di fucina del pensiero libero (e non di “ufficio stampa” per partiti come Futuro Nazionale o per leader come Roberto Vannacci).

Identità nazionale e federalismo non sono nemici

Il cuore pulsante dell’iniziativa tocca un nervo scopertissimo della destra italiana: il presunto (e falso) dualismo tra nazione e autonomie. «Per troppo tempo», riflette a voce alta Sforzini, «abbiamo lasciato che il federalismo e il sentimento nazionale venissero percepiti e rappresentati come concetti fatalmente antagonisti. Non lo sono affatto. Al contrario, una Nazione può essere tanto più forte, coesa e fiera quanto più si dimostra capace di riconoscere le proprie meravigliose articolazioni storiche, culturali, economiche e territoriali».

L’Italia non è nata piallando le sue diversità, ma facendole convergere dentro una storia comune. «Il Risorgimento stesso», chiosa Sforzini in un passaggio di altissimo profilo storico, «fu molto più ricco, plurale e contraddittorio della successiva e noiosa vulgata centralista. Esiste un Risorgimento delle autonomie, dei liberi comuni, delle libertà locali. Recuperarlo significa liberare definitivamente il concetto di Nazione dalla falsa e ricattatoria alternativa fra il centralismo burocratico e la dissoluzione anarchica dello Stato».

Un nuovo cantiere: concorrenza istituzionale e “Stato leggero”

Il federalismo del XXI secolo, tuttavia, non può e non deve essere un pretesto per moltiplicare inutili poltrone. «Il federalismo che ci interessa non può limitarsi a moltiplicare a dismisura amministrazioni periferiche, pletorici assessorati e centri di spesa. Quello sarebbe soltanto un disastroso centralismo riprodotto in miniatura», avverte Sforzini, sgombrando il campo dai fantasmi della mala politica regionale.

La vera ricetta federale si basa sulla concorrenza istituzionale: se un territorio amministra male le proprie risorse, i cittadini se ne accorgono subito confrontando i disservizi con il territorio vicino. «Se vogliamo riaprire seriamente il dossier Miglio», prosegue il Presidente di Rinascimento Nazionale, «dobbiamo avere il fegato di discutere contemporaneamente di federalismo, di sussidiarietà, di severa responsabilità fiscale e di uno Stato centrale drasticamente più leggero. Portare il potere più vicino al cittadino deve necessariamente significare anche limitarlo e renderlo più controllabile».

Per trasformare queste riflessioni in azione politica, Sforzini ha lanciato un guanto di sfida intellettuale, annunciando l’organizzazione di un grande convegno al Castello Sforzini di Castellar Ponzano interamente dedicato a Gianfranco Miglio. Costituzionalisti, economisti e politici di diversa estrazione si siederanno allo stesso tavolo, «non per celebrare un monumento di pietra, ma per riaprire un vitale cantiere». Perché, come ricorda Sforzini in conclusione, aprire i vecchi cassetti in cui Miglio e Cattaneo hanno lasciato i loro sogni significa, in fondo, «trovare non il nostro passato, ma un pezzo indispensabile del nostro futuro».

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Politica

“Burgio Sindaco di Milano? Il centrodestra si unisca”. Sforzini sferza la politica: “I partiti hanno smesso di pensare”

“La politica ha smesso di pensare. Costruiamo una nuova Destra che abbia il coraggio delle idee!”. 🏛️ 💡 Intervento dirompente di Luca Sforzini (Centro Studi Rinascimento Nazionale) ai microfoni di Radio Cusano Campus. Dal forte appello a tutto il centrodestra per sostenere unitariamente il Generale Carmelo Burgio come Sindaco di Milano, fino alle sfide politiche per Futuro Nazionale: “Basta partiti ridotti a gestire interessi personali. Torniamo al vero federalismo di Gianfranco Miglio e diamo all’Italia una vera visione per il futuro”. Leggi l’intervista completa per capire dove sta andando la politica italiana. 👇 🇮🇹

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Sforzini

Roma / Milano – C’è un’esigenza prepotente che sta attraversando, in modo sempre meno sotterraneo, il tessuto politico e sociale italiano: il bisogno vitale di tornare a elaborare idee, visioni e strategie a lungo termine, smettendo di vivere nella perenne e asfissiante gabbia della propaganda quotidiana. A lanciare un vero e proprio manifesto per la ricostruzione di una nuova cultura politica di destra è Luca Sforzini, Presidente del dinamico Centro Studi Rinascimento Nazionale. Intervenendo ai microfoni di Radio Cusano Campus, Sforzini ha tracciato una rotta ambiziosa che tocca i nervi scoperti dell’attualità: dalle imminenti elezioni amministrative a Milano, fino all’identità profonda del nuovo movimento “Futuro Nazionale” legato al Generale Vannacci.

“Carmelo Burgio a Milano: l’uomo di Stato che può unire la coalizione”

L’attenzione di Sforzini si è concentrata immediatamente sulla delicatissima partita elettorale per la conquista di Palazzo Marino. Dopo l’annuncio della nascita di un comitato indipendente, il Presidente del Centro Studi non usa mezzi termini per blindare e rilanciare una candidatura di altissimo profilo istituzionale. «Il Generale Carmelo Burgio può e deve rappresentare la candidatura unitaria dell’intero schieramento di centrodestra a sindaco di Milano», ha affermato con nettezza. «Nelle sue recenti dichiarazioni ho ascoltato un enorme buonsenso, un profondo equilibrio e un sacro rispetto dello Stato e delle istituzioni. Stiamo parlando di un autentico uomo di Stato che si affaccia sulla scena politica italiana portando in dote una credibilità inscalfibile».

Le posizioni espresse da Burgio, in particolare sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla necessaria sinergia istituzionale con la Prefettura, dimostrano la statura del candidato. «È il linguaggio rigoroso di chi conosce perfettamente lo Stato e ne rispetta le articolazioni. Amministrare una metropoli complessa come Milano significa prima di tutto assumersi responsabilità enormi, e una candidatura di questo altissimo spessore merita di essere valutata seriamente e sostenuta dall’intera coalizione», ha incalzato Sforzini, lanciando un appello diretto ai leader dei partiti moderati e conservatori.

La fine del pensiero nei partiti: “Ridotti a gestire piccoli interessi”

Ma l’intervento radiofonico si è spinto ben oltre le questioni territoriali, toccando la vera e propria “crisi d’identità” del sistema partitico italiano. Sforzini ha rivendicato con fierezza il ruolo del Centro Studi Rinascimento Nazionale come “motore intellettuale” di una nuova destra: «Noi lavoriamo per accompagnare la crescita di Futuro Nazionale attraverso una costante e faticosa elaborazione politica e culturale. Elaboriamo idee, provochiamo discussioni, spesso anche ruvide, e cerchiamo di costruire una cultura politica solida. Questo è esattamente ciò che i partiti tradizionali hanno colpevolmente smesso di fare».

La diagnosi è impietosa e condivisa da moltissimi elettori disillusi: «Il grande dramma dell’Italia del 2026 è che i partiti, indistintamente a destra come a sinistra, hanno rinunciato al pensiero. Sono fisicamente scomparse le vecchie sezioni in cui ci si confrontava aspramente e in cui le decisioni erano il frutto di una maturazione collettiva. Oggi, purtroppo, la politica si è tristemente ridotta alla mera gestione di piccolissimi interessi personali o, ben che vada, di enormi interessi eterodiretti». Un progressivo e inesorabile scollamento tra rappresentanza politica e popolo, aggravato, secondo Sforzini, da una legge elettorale che continua sfacciatamente a negare agli elettori il diritto di esprimere le proprie preferenze, lasciando lo scettro decisionale in mano a ristrette segreterie romane.

Le tre sfide culturali: provocazioni, federalismo e visione nazionale

Per dimostrare la vitalità del pensiero che ruota attorno a Futuro Nazionale, Sforzini ha citato tre esempi concreti del lavoro svolto dal Centro Studi, che sta scuotendo dalle fondamenta il dibattito interno alla destra.

In primo luogo, il coraggio della provocazione intellettuale: «Nei giorni scorsi abbiamo invitato a riflettere sulle innegabili e affascinanti coincidenze tra alcune istanze di Futuro Nazionale e i temi fondanti del grillismo delle origini. Apriti cielo! La nostra iniziativa ha generato scandalo e un acceso dibattito. Ma questo è un bene assoluto: la politica cresce solo quando si ha il fegato di mettere sul tavolo temi che gli altri, per pavidità, preferiscono nascondere».

In secondo luogo, la riscoperta del vero federalismo. Sforzini ha ricordato che oggi, 10 agosto, ricorre il venticinquesimo anniversario della scomparsa di un gigante del pensiero politico, il professor Gianfranco Miglio. «Abbiamo affidato allo studioso Paolo Luca Bernardini una profonda riflessione sull’eredità di Miglio, a cui dedicheremo una giornata di studi. Recuperare il suo pensiero significa avere il coraggio di interrogarsi senza sconti sull’organizzazione dello Stato e sulle autonomie. Una sfida cruciale per l’intero centrodestra».

Infine, l’orizzonte di Futuro Nazionale, che non può accontentarsi di essere un partito monotematico. «La sicurezza e l’immigrazione sono urgenze fondamentali. Nessuno deve avere paura di uscire di casa. Ma se questo movimento vuole consolidare il suo consenso, deve proporsi come un vero e proprio Partito della Nazione», ha ammonito Sforzini. «Significa avere risposte forti sull’economia, sul fisco, sul sociale, sulla politica estera. Significa ridisegnare gli equilibri culturali dando voce a tutte le grandi anime della destra: quella liberale, sociale, sovranista, federalista e tradizionalista».

Insomma, una nuova destra che non si limiti ad “amministrare l’esistente”, ma che abbia finalmente l’ambizione e il coraggio intellettuale di tornare a “pensare politicamente l’Italia”.

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