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Politica

Walter Veltroni analizza la crisi del Partito democratico tra scissioni e astensionismo

📢 Walter Veltroni rompe il silenzio sulla crisi politica italiana: dalla necessità di un dialogo istituzionale tra i partiti al crollo dei consensi del PD, ecco le riflessioni dell’ex segretario sul futuro del centrosinistra.

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Veltroni Filorosso

Roma – Il dibattito politico nazionale torna a interrogarsi sulle dinamiche interne al Partito Democratico e sulla tenuta del sistema parlamentare italiano. A riaccendere il confronto è stato Walter Veltroni, fondatore e primo segretario del PD, intervenuto negli studi della Rai nel corso della trasmissione “Filorosso”, condotta da Antonino Monteleone e Adele Grossi. Dagli studi televisivi di via Teulada, a ridosso del quartiere Prati, l’ex sindaco della Capitale ha tracciato un bilancio lucido e critico dello stato di salute del centrosinistra, guardando al passato per provare a definire le linee guida per il futuro del Paese.

Il monito sulle scissioni e l’identità del partito

Veltroni parte da una premessa netta: le fratture interne non portano mai benefici elettorali. Analizzando la parabola del partito nato dall’unione tra i Democratici di Sinistra e la Margherita, l’ex ministro della Cultura ha sottolineato come in Italia le scissioni non abbiano mai prodotto risultati clamorosi. Secondo l’ex segretario, la forza del PD risiede storicamente nella sua capacità di tenere insieme una pluralità di culture politiche, un pluralismo che non deve trasformarsi in frammentazione. “Se l’ambizione resta quella di conquistare il consenso, tale capacità aggregativa non deve venire meno”, ha spiegato Veltroni, avvertendo però che sottovalutare chi sceglie di uscire dal perimetro del partito rimane un errore strategico. Il richiamo è diretto alla necessità di recuperare l’elettorato perduto: i numeri, d’altronde, parlano chiaro, con un bacino di voti che dai dodici milioni delle origini si è ridotto drasticamente alla metà. Il compito della dirigenza, dunque, deve essere quello di tornare a dialogare con quei sei milioni di cittadini che hanno voltato le spalle alle urne.

La crisi del dialogo tra gli schieramenti

Oltre alle dinamiche di partito, il discorso di Veltroni si è allargato all’architettura istituzionale della Repubblica. Il suo è un atto d’accusa contro la perenne instabilità normativa che caratterizza la politica nostrana. Con una punta di sarcasmo, l’ex leader ha osservato come l’Italia abbia cambiato così tante leggi elettorali da poter essere definita, scherzosamente, una “Repubblica 112”. Il problema di fondo, secondo la sua analisi, risiede nell’incapacità cronica di centrodestra e centrosinistra di trovare un terreno comune su cui edificare le regole basilari dello Stato. Questo deficit di confronto ha impedito la creazione di un equilibrio istituzionale solido. Per chiarire meglio il concetto, il protagonista ha rievocato i fatti del 1999, quando, in un clima politico ben diverso, le forze contrapposte riuscirono a convergere sull’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale già alla prima votazione. Quella stagione, frutto di un dialogo serrato tra Veltroni, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, resta oggi un esempio di come la politica, pur nelle divergenze, possa anteporre gli interessi del Paese alle logiche di parte.

Verso una nuova partecipazione democratica

Il punto critico sollevato dal fondatore del PD riguarda la crescente disaffezione dei cittadini. L’astensionismo, fenomeno che tocca trasversalmente tutto l’Occidente, trova terreno fertile in un sistema che non riesce a trasmettere entusiasmo o speranza. Veltroni è convinto che i partiti debbano tornare ad alimentare un sogno, una visione di futuro capace di superare il quotidiano scontro tattico. L’antidoto non può essere una chiusura identitaria, poiché la storia insegna che il consenso può crescere ben oltre le barriere che molti ritengono invalicabili. “Non bisogna dire male di chi c’è”, ha ribadito, respingendo l’idea che la sinistra sia confinata entro confini elettorali immutabili. Il riferimento al modello del 2008, quando il PD raggiunse il 33% sganciandosi dalle logiche del bieco antiberlusconismo, è un invito a riscoprire una vocazione maggioritaria che metta al centro il dialogo con la società civile. Guardando al panorama internazionale, Veltroni auspica che il cambio di passo possa giungere già dal prossimo autunno, con le elezioni negli Stati Uniti, un appuntamento che potrebbe influenzare l’intero ciclo politico globale e dare nuova linfa alle forze riformiste italiane, chiamate a una profonda riflessione sulla propria capacità di ricostruire un legame autentico con l’elettorato.

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Politica

Caso Lazio, Sforzini (Rinascimento Nazionale) tuona contro Rocca: «La proprietà privata non si decide con l’applausometro, gravissimo rischio di aggiotaggio»

Il Caso Lazio si infiamma: Luca Sforzini demolisce le ingerenze di Rocca e avverte sul rischio “aggiotaggio” in Borsa! 🦅 💼 Non si placa la bufera sulle dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che aveva “invitato” Claudio Lotito a passare la mano e vendere la S.S. Lazio. A intervenire a gamba tesa è ora Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale), con una lezione magistrale di diritto e libertà d’impresa. “La Lazio NON è una partecipata della Regione, la proprietà privata non si decide con l’applausometro!”, tuona Sforzini. Ma l’allarme più grave riguarda il mercato: essendo la Lazio una società quotata in Borsa, le parole di un governatore regionale possono influenzare gli investitori, innescando addirittura il rischio di “AGGIOTAGGIO”. Un durissimo invito a Rocca a occuparsi delle infrastrutture (come il Flaminio) e a non invadere il campo dei privati. Leggi il comunicato integrale e l’analisi politica nel nostro articolo! 👇 🏛️ Siete d’accordo con le parole di Sforzini? Scrivetelo nei commenti!

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Contestazione tifosi della Lazio

Redazione– Il calcio, a Roma, non è mai soltanto un gioco. Spesso si trasforma nell’arena perfetta in cui si consumano scontri politici, si misurano i poteri e si testano i confini delle istituzioni. Ma in queste ore, il dibattito incandescente sul futuro della S.S. Lazio ha superato ampiamente la linea del fallo laterale. Al centro della bufera ci sono le recentissime e pesanti dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale è intervenuto a gamba tesa suggerendo a Claudio Lotito che la sua “stagione” alla guida del club biancoceleste sarebbe di fatto conclusa, invitandolo apertamente a valutare interlocutori interessati a subentrargli. Un’ingerenza pubblica in un affare privato che ha scatenato la reazione durissima e puntuale di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.

Lo scontro istituzionale: quando la politica invade il campo dell’impresa

In un comunicato denso di passione civile e rigore giuridico, Sforzini non fa sconti e riporta la discussione sui binari del diritto: «Con le ultime dichiarazioni di Francesco Rocca è stato superato un limite che riguarda assai meno il calcio di quanto possa sembrare. Il presidente della Regione non si limita più a criticare la “postura” di una società privata, ma arriva addirittura ad affermare che la stagione di Lotito sarebbe conclusa. No. Non funziona così. Non in una società occidentale».

Il presidente di Rinascimento Nazionale chiarisce subito di non voler entrare nelle dispute del tifo laziale o di voler assegnare pagelle sportive alla dirigenza, ma sottolinea l’urgenza di difendere un principio costituzionale sacro: il limite del potere pubblico. «Come Centro Studi esaminiamo dove finisce il potere pubblico e dove cominciano la libertà dell’individuo, dell’impresa e della proprietà. Su questo, il confine va tracciato con il righello».

Il diritto di proprietà: la Lazio non è una “partecipata” della Regione

Il cuore dell’intervento di Sforzini è una difesa a spada tratta della libertà d’impresa. La Lazio, ricorda, non è un ente di Stato. «La Lazio non è una partecipata della Regione, Lotito non è un amministratore nominato da Rocca e il presidente della Regione non è l’assemblea degli azionisti della S.S. Lazio. La proprietà privata non è sottoposta all’applausometro dei tifosi o della politica».

Le regole dell’economia di mercato sono chiare e inossidabili, spiega Sforzini: il proprietario vende solo se vuole, quando vuole e alle condizioni che ritiene di accettare, senza subire pressioni esterne. «Questo si chiama diritto di proprietà. Se domani comparirà un compratore e Lotito riterrà conveniente vendere, sarà il mercato a produrre il passaggio. Se non vorrà farlo, continuerà a esserne il proprietario finché ne avrà titolo. È sorprendente doverlo ricordare nel 2026».

L’allarme gravissimo: il mercato, la Borsa e il rischio di aggiotaggio

Ma c’è un aspetto ancora più delicato e potenzialmente esplosivo che Sforzini porta alla luce: la S.S. Lazio non è una società qualunque, ma è una S.p.A. quotata in Borsa. E in ambito finanziario, le dichiarazioni pubbliche pesano come macigni.

«Quando il presidente di una Regione interviene pubblicamente per sostenere che la stagione del proprietario è conclusa e per prospettare una cessione, le sue parole sono come pietre. Le parole di un’autorità istituzionale possono incidere sulle aspettative e sulle percezioni degli investitori, influenzando il mercato. C’è il rischio aggiotaggio». Un avvertimento durissimo, che rimarca come chi ricopre funzioni pubbliche dovrebbe osservare la massima cautela. Essere quotati significa rispondere alle autorità di vigilanza e agli azionisti, precisa Sforzini, e non significa certo «diventare una società a sovranità limitata sottoposta all’indirizzo del presidente della Regione».

L’appello a Rocca: “Pensi al Flaminio, non allo sconfinamento del potere”

La chiosa finale di Sforzini è un richiamo all’ordine istituzionale. Francesco Rocca ha tutto il diritto di essere un tifoso laziale appassionato e di sognare, nel suo privato, un altro presidente per la propria squadra del cuore. Ma la “disciplina istituzionale” impone di separare i desideri del tifoso dai poteri dell’Istituzione che rappresenta.

«Rocca lavori sul progetto dello stadio Flaminio, sulle infrastrutture e sui servizi della Regione. Non vada oltre: è uno sconfinamento del potere», tuona Sforzini in chiusura. «Ed è precisamente su questo terreno che Rinascimento Nazionale conduce una battaglia culturale che va ben oltre il caso Lazio: lo Stato deve essere forte nelle poche cose che gli competono, e ritirarsi da quelle che non gli competono. Regole chiare e controlli rigorosi, per poi lasciare spazio alla libertà d’impresa e al mercato. Contro ogni sconfinamento del potere, noi staremo sempre dalla parte della libertà».

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Politica

“Merito et Tempore” e la Destra Polifonica: Luca Sforzini risponde al reportage di MillenniuM sul “Romanzo Generale”

“Costruire è infinitamente più difficile che gridare”. Luca Sforzini risponde punto su punto al reportage di MillenniuM su Vannacci e Rinascimento Nazionale! 🖊️ 🏛️ Dopo il lungo approfondimento pubblicato dalla rivista MillenniuM sul “Romanzo Generale”, sulle anime della nuova Destra italiana e sul ruolo del Centro Studi Rinascimento Nazionale, il Presidente Luca Sforzini affida in esclusiva a queste colonne la sua lucida, elegante e tagliente replica. Un editoriale che respinge l’etichetta di “moderato”, rilanciando invece il concetto di “Destra Polifonica”: una forza politica capace di unire liberali, conservatori e identitari senza dover rincorrere anacronistiche nostalgie storiche. “Il fascismo appartiene alla storia: non è un programma per il XXI secolo”, chiarisce Sforzini, che analizza poi il fenomeno Vannacci come veicolo fondamentale per trasformare la protesta e la rabbia degli italiani in una vera proposta istituzionale. E sulle mura del Castello Sforzini aleggia il motto di Ludovico il Moro, “Merito et Tempore”: una bussola per ricordare a tutti che il Centro Studi non sarà mai un salotto obbediente, ma una fucina di idee libere e autonome. Leggi l’editoriale completo nel nostro nuovo articolo! 👇

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Il dilemma del Castellano

Redazione – Riceviamo e pubblichiamo con grande interesse l’ampia e profonda riflessione politica a firma di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, in risposta al recente e discusso reportage pubblicato dalla testata “MillenniuM” dedicato alla figura del Generale Roberto Vannacci, a Futuro Nazionale e al ruolo dello stesso Sforzini.

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Ho letto il lungo reportage che MillenniuM ha dedicato a Roberto Vannacci, a Futuro Nazionale, al Centro Studi Rinascimento Nazionale e, inevitabilmente, anche a me e al Castello Sforzini di Castellar Ponzano. L’ho letto con curiosità, qualche sorriso e nessun fastidio. Un reportage non è un verbale notarile: sceglie una prospettiva, accentua contrasti, costruisce personaggi. E il personaggio che ne esce — questo curioso “castellano” sospeso fra Pavia e Cambridge, Pontida e Fiume, il Partito Repubblicano e Vannacci, il Risorgimento e la massoneria, Ludovico il Moro e De Gaulle — confesso che, in qualche passaggio, ha divertito persino me.

Ma sotto il colore, le battute, i saluti romani, i quattro telefoni e il cavallo di Caligola, c’è una domanda molto seria, probabilmente la domanda più importante che oggi si possa rivolgere a chiunque stia tentando di costruire qualcosa di nuovo a destra: dove vuole andare? È una domanda che riguarda Roberto Vannacci, naturalmente, ma riguarda anche noi.

Né beceri né moderati: la “misura” come vera forza politica

Il reportage definisce Rinascimento Nazionale il pensatoio “meno becero e più moderato” fra quelli che accompagnano questa esperienza. Ringrazio per il “meno becero”; sul “moderato”, invece, continuo a nutrire qualche dubbio. Non considero moderato chiedere una drastica riduzione del peso dello Stato, difendere senza complessi il merito e le eccellenze, rimettere in discussione dogmi europei diventati intoccabili, pretendere un’Europa capace di ricordarsi di essere Occidente, rivendicare l’alleanza atlantica senza trasformarla in sudditanza, difendere Israele senza rinunciare a giudicare le scelte dei suoi governi, immaginare un federalismo autentico, restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e provare, infine, a ricostruire una cultura politica quando la politica sembra essersi ridotta quasi interamente alla comunicazione. Se questa è moderazione, abbiamo evidentemente cambiato il significato delle parole.

La parola che preferisco è misura. La misura non è debolezza, è esattamente il contrario dell’estremismo perché richiede più forza dell’estremismo: l’estremista ha bisogno di una sola idea e di un nemico, mentre una cultura politica deve riuscire a tenere insieme idee differenti, contraddizioni, storia e futuro. Per questo continuo a parlare di destra polifonica: non una destra annacquata, ma una destra abbastanza grande da contenere la tradizione liberale, liberista, libertaria, cattolica, sociale, federalista, risorgimentale, conservatrice, identitaria, nazionalista e tradizionalista, senza pretendere che una di queste tradizioni cancelli tutte le altre. E soprattutto senza nostalgie.

Il netto rifiuto di ogni nostalgia totalitaria

Su questo il reportage insiste molto, e fa bene. Il fascismo appartiene alla storia italiana: va studiato, compreso, discusso, ma non è un programma per il XXI secolo. Il nazismo, l’antisemitismo, il razzismo e ogni suggestione totalitaria non appartengono alla mia cultura politica e non appartengono al Pantheon di Rinascimento Nazionale. Non perché qualcuno ci chieda un certificato di presentabilità, ma per una ragione assai più semplice: perché non sono le nostre idee.

La questione diventa allora un’altra: che cosa fare di quella vasta parte del Paese che non si riconosce più nella politica tradizionale, che spesso esprime rabbia prima ancora che idee, che ha smesso di votare oppure cerca rappresentanza nelle forme più radicali della protesta? La risposta più comoda sarebbe lasciarla fuori dalla porta. Io penso l’opposto. La politica serve precisamente a trasformare pulsioni in rappresentanza, protesta in proposta, rabbia in istituzioni. Non si tratta di inseguire gli estremismi; si tratta, semmai, di renderli inutili.

Il fenomeno Vannacci: trasformare la rabbia in progetto

È qui che la figura di Vannacci diventa politicamente interessante. Non perché debba essere trasformato nel personaggio che ciascuno vorrebbe, né perché io abbia intenzione di interpretare il ruolo ambizioso di maieuta oppure quello, piuttosto ridicolo, di precettore del generale. Vannacci è Vannacci: ha una sua storia, un suo carattere, una sua visione e un consenso che nessun laboratorio politico ha fabbricato per lui.

Proprio per questo intorno a quella leadership si sta combattendo una partita molto più importante della distribuzione di qualche incarico: capire se quell’energia diventerà una forza politica nazionale oppure rimarrà confinata in un recinto; se parlerà agli italiani oppure soltanto ai già convinti; se saprà costruire oppure si accontenterà di provocare; se diventerà futuro oppure nostalgia. È questa la vera scommessa.

“Merito et Tempore”: l’autonomia culturale del Centro Studi

E qui arrivo al Castello. Nel reportage compare quasi come un personaggio e forse lo è davvero, non perché le pietre abbiano opinioni politiche, ma perché certi luoghi obbligano ad avere una concezione diversa del tempo. Chi vive fra muri che hanno attraversato imperi, rivoluzioni, guerre, restaurazioni e dinastie difficilmente può convincersi che l’ultimo post sui social rappresenti la fine della storia.

Sul Castello campeggia un motto attribuito a Ludovico il Moro: Merito et Tempore. Per merito e a tempo debito, al momento giusto. Mi sembra una risposta sufficientemente precisa anche alla domanda posta da MillenniuM.

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale non nasce per correggere cosmeticamente identità politiche altrui, né per conferire rispettabilità a ciò che, per propria natura, non ci appartiene. E non nasce nemmeno per fornire un salotto elegante a una politica altrimenti rumorosa. Nasce per produrre idee, e le idee, quando sono vere, hanno una caratteristica talvolta fastidiosa: non obbediscono. Rinascimento Nazionale conserverà dunque la propria autonomia culturale, la propria libertà di giudizio e persino il proprio diritto all’eresia. Sosterrà ciò che riterrà giusto e criticherà ciò che riterrà sbagliato, senza abiure quotidiane, senza inginocchiatoi e senza bisogno di chiedere il permesso. È anche per questo che continuo a considerare interessante la sfida che abbiamo davanti: perché non sappiamo ancora come finirà, e diffido profondamente delle storie politiche delle quali si conosce già il finale.

Il reportage si chiude contrapponendo due immagini: la filastrocca infantile di Oh che bel castello e quel Merito et Tempore inciso nella nostra storia. Scelgo la seconda, e non soltanto perché il Castello è diventato, per scelta e per destino, il luogo dal quale provo a dare forma a questa esperienza. La scelgo perché in politica, come nella vita, costruire è infinitamente più difficile che gridare: occorrono uomini, idee, studio, errori, correzioni, coraggio e soprattutto occorre tempo.

Il resto è rumore. Merito et Tempore. Vedremo chi avrà avuto merito. E il tempo, come sempre, farà il resto.

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Politica

Il “Risiko” bancario divide la politica. Mazzocchi punzecchia Sforzini: «MPS? Hai ragione sul libero mercato, ma Vannacci che ne pensa?»

Mazzocchi asfalta le contraddizioni dei “Vannacciani” sul caso MPS! 🏦 ⚔️ Il grande Risiko bancario (con l’offerta di Monte dei Paschi su BPM) innesca un durissimo e ironico botta e risposta nella politica italiana! Mazzocchi risponde a muso duro alle dichiarazioni di Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi legato al Gen. Vannacci). “Sforzini ha perfettamente ragione a dire che l’operazione MPS la deve decidere il libero mercato e non la politica, e che non ci servono le vecchie Banche di Stato. Lo Stato deve solo vigilare sui reati!”. Ma poi arriva la stoccata finale, feroce e inaspettata: “Ma come fa Sforzini a coniugare le sue ottime idee liberali sul mercato con le idee del Generale Vannacci? Vannacci fa apertamente il tifo per lo Statalismo più spinto e ha per modelli Mussolini e Putin, autocrati che le banche le volevano controllare totalmente! Misteri del tatticismo politico…”. Un cortocircuito politico clamoroso! Leggi tutta la durissima analisi nel nostro nuovo articolo! 👇

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Redazione – Il grande risiko bancario innescato dalla mossa del Monte dei Paschi di Siena (MPS) su Banco BPM e Banca Generali non sta scuotendo soltanto i freddi grafici di Piazza Affari. Le scosse di assestamento finanziario si stanno abbattendo con forza anche sui palazzi della politica, generando alleanze inaspettate e innescando polemiche al vetriolo. A movimentare il dibattito nelle ultime ore è arrivato il tagliente intervento di Mazzocchi, che ha deciso di replicare direttamente e pubblicamente alle recenti e lucide dichiarazioni rilasciate da Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (vicino alle posizioni del Generale Roberto Vannacci). Un botta e risposta che mescola abilmente alta finanza, visioni economiche e una profonda e irrisolta contraddizione politica interna al mondo sovranista.

Mazzocchi plaude a Sforzini: “Giusto che decidano gli azionisti”

L’intervento di Mazzocchi si apre in maniera sorprendentemente pacifica e distensiva, promuovendo a pieni voti l’analisi strettamente economica fornita poche ore fa da Sforzini riguardo all’ingerenza della politica nelle dinamiche del credito. «Sono pienamente e convintamente d’accordo con il Presidente del Centro Studi, Luca Sforzini, quando afferma con fermezza che, all’interno di un moderno e maturo sistema liberale, la politica bancaria non debba e non possa mai competere allo Stato», esordisce Mazzocchi.

L’accordo sulle regole d’ingaggio del libero mercato è totale. «Sposo completamente e senza riserve la sua netta posizione sull’operazione di Monte dei Paschi di Siena: è giustissimo che a decidere le sorti delle acquisizioni e delle fusioni bancarie siano esclusivamente gli azionisti, gli investitori e le ferree leggi del mercato». Una dichiarazione che rigetta al mittente ogni tentazione di anacronistico dirigismo governativo.

L’ombra dello Stato: un ruolo limitato alla legalità

Nella visione condivisa da Mazzocchi e Sforzini, lo Stato non deve scomparire, ma deve semplicemente cambiare veste: da ingombrante azionista e decisore occulto, deve trasformarsi in un arbitro imparziale. «L’unico, vero compito dello Stato in vicende finanziarie di questa immensa portata – precisa Mazzocchi – deve essere esclusivamente quello di vigilare. Le istituzioni statali devono unicamente supervisionare affinché non si verifichino reati societari, irregolarità o illeciti durante le complesse fasi delle trattative». Regole chiare, mercato libero e nessuna “banca di Stato” salvata con i soldi dei contribuenti.

La stoccata politica: il pensiero liberale contro lo statalismo di Vannacci

Ma è proprio quando il terreno dell’analisi passa dall’economia ai valori puramente politici che Mazzocchi sfodera il fioretto, affondando un colpo durissimo e mirato. La contraddizione sollevata è gigantesca: come può il Presidente di un Centro Studi legato a doppio filo a Roberto Vannacci professare un credo così orgogliosamente e puramente liberale?

«Non comprendo minimamente – attacca frontalmente Mazzocchi – come faccia Sforzini a coniugare e a far convivere questo suo pensiero economico (che ritengo sinceramente liberale, condivisibile e moderno) con la ben nota Weltanschauung, ovvero la visione del mondo, propugnata dal Generale Vannacci».

Tra libero mercato e autarchia: l’incoerenza del “Mondo al Contrario”

L’accusa mossa all’ideologia del Generale è pesante e non lascia spazio a interpretazioni: «Vannacci, in ogni sua uscita pubblica, tifa apertamente e spudoratamente per uno Statalismo spinto ed esasperato. Parliamo di una figura politica che ha ripetutamente indicato come suoi modelli di riferimento personaggi storici e attuali del calibro di Benito Mussolini e Vladimir Putin». Figure autoritarie che, storicamente e fattualmente, non hanno mai lasciato spazio alla libera iniziativa privata.

«Quei modelli politici – ricorda severamente Mazzocchi – sono nei fatti e nella storia per una politica economica e bancaria totalmente, asfissiantemente e rigidamente controllata dall’apparato dello Stato centrale». Altro che libero mercato, azionisti liberi di decidere e rifiuto del protezionismo invocati da Sforzini.

I “misteri del tatticismo”: quale futuro per il Centro Studi?

L’intervento si chiude con una amara e pungente ironia: «Misteri insondabili del tatticismo in Politica…». La stilettata di Mazzocchi lascia il campo aperto a un interrogativo politico enorme che aleggia sul Centro Studi Rinascimento Nazionale: quanto potrà durare la convivenza tra l’anima liberale, borghese e mercatista rappresentata dai vertici intellettuali come Sforzini, e la pancia profondamente statalista, autarchica e muscolare dell’elettorato “vannacciano”? Il Risiko, a quanto pare, non si gioca solo in banca, ma anche nei meandri della politica italiana.

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