Italia – Arriva purtroppo sempre quel momento preciso e drammatico dell’anno in cui la parte peggiore, più nera e cinica dell’animo umano decide di uscire sfacciatamente allo scoperto. È l’inizio torrido del mese di agosto, il tanto atteso momento di chiudere frettolosamente le valigie, caricare l’auto di famiglia e partire spensierati verso le spiagge assolate. Ma per migliaia di ignobili individui, la sacrosanta partenza per le ferie si trasforma improvvisamente nel pretesto perfetto per compiere uno dei gesti in assoluto più vili, crudeli e vigliacchi che un essere umano possa mai arrivare a concepire: l’abbandono volontario del proprio animale domestico. Ogni anno, in modo sistematico, i bordi infuocati delle nostre autostrade, le piazzole di sosta isolate e le roventi strade statali diventano dei veri e propri cimiteri a cielo aperto per migliaia di cani e gatti. Creature innocenti lasciate spesso legate con un filo di nylon a un freddo guardrail sotto il sole cocente, condannate senza pietà a una morte atroce per sete, disidratazione o schiacciate dalle ruote dei tir in corsa, solo perché “non si sapeva dove lasciarli” pur di godersi quindici giorni di vacanza in un resort.
Il tradimento più vile in assoluto: l’animale che aspetta fiducioso il ritorno del suo carnefice
Chi abbandona lucidamente un cane per strada non sta semplicemente compiendo un fastidioso illecito amministrativo o un freddo reato penale: sta pugnalando alle spalle l’unico essere vivente al mondo capace di amarlo incondizionatamente, persino più di se stesso. La dinamica psicologica dell’abbandono è oggettivamente straziante e fa rabbrividire chiunque abbia un cuore. Quando il sedicente proprietario accosta l’auto sulla corsia di emergenza, apre lo sportello, fa scendere il cane e lo lega al guardrail, l’animale non capisce affatto il pericolo. Spesso scodinzola, lecca le mani, crede ingenuamente che sia una breve sosta fisiologica, un banale momento di gioco prima di ripartire insieme. Quando la portiera sbatte e l’auto riparte sgommando sollevando la polvere, il cane non prova rabbia o rancore. Si siede lì, obbediente, sul catrame bollente, e semplicemente aspetta. Aspetta per ore, aspetta per giorni interi, con la gola secca, riarsa e il cuore in gola per la paura, ostinatamente convinto che il suo amato padrone, il suo eroe, il suo “tutto”, stia per fare inversione di marcia per tornare a prenderlo. Quel povero cane morirà quasi sempre di crepacuore prima ancora che di sete, con gli occhi sgranati e spalancati fissi sull’orizzonte, cercando con disperazione la sagoma di quell’auto che non tornerà mai. Chi è capace di infliggere una simile, sadica tortura psicologica e fisica a un essere innocente, non è semplicemente un criminale da codice penale: non è minimamente degno di essere definito un essere umano.
Un gesto folle e criminale che mette a grave rischio la vita di intere famiglie innocenti in viaggio
Oltre all’immane e inaccettabile tragedia animale, c’è un aspetto drammaticamente umano che la cronaca nera estiva ci ricorda ogni anno a carissimo prezzo di sangue. Abbandonare volontariamente un cane su un’autostrada trafficata, o in una strada statale ad alto scorrimento automobilistico, equivale materialmente e moralmente a piazzare una vera e propria mina vagante innescata sull’asfalto. L’animale, presto terrorizzato a morte dal rumore assordante dei clacson e completamente disorientato dai fari abbaglianti, prima o poi riuscirà per disperazione a slegarsi o vagherà, confuso, verso il centro della carreggiata in cerca di una via di fuga o di aiuto umano. L’impatto con i veicoli in transito a centotrenta chilometri orari è quasi sempre violento e inevitabile. Ignari automobilisti, costretti a frenate improvvise o a sterzate brusche e disperate per evitare l’animale, finiscono spessissimo per perdere il controllo dell’auto, causando incidenti a catena letali, in cui padri, madri e bambini innocenti in viaggio verso il mare perdono tragicamente la vita in un groviglio di lamiere. Chi apre di proposito quello sportello per “scaricare” come un rifiuto il proprio cane, sta scientemente e lucidamente commettendo un tentato omicidio stradale plurimo.
Le finte scuse e l’ipocrisia dilagante: l’animale non è un peluche da buttare via alla vigilia di Ferragosto
Le squallide giustificazioni addotte da chi, fortunatamente, viene poi rintracciato dalle forze dell’ordine (ormai quasi sempre grazie alla presenza del microchip obbligatorio o alle telecamere autostradali) sono sempre ugualmente patetiche e intrise della più bieca e vergognosa ipocrisia umana: “Le pensioni per cani costavano troppo”, “L’albergo prenotato non accettava in nessun modo animali”, “Era cresciuto e diventato troppo impegnativo da gestire in appartamento”. Sono scuse moralmente inaccettabili. Un cane non è un simpatico peluche comprato d’impulso a Natale per far zittire i capricci dei bambini e da buttare poi nell’immondizia a Ferragosto quando intralcia i piani. È un membro effettivo della famiglia, un essere senziente a tutti gli effetti che richiede un impegno costante, un sacrificio economico e una profonda responsabilità morale che durano per tutta la sua vita. Se non si è disposti a rinunciare a un albergo stellato per cercare una struttura “pet-friendly” (che oggi, per immensa fortuna, sono decine di migliaia in tutta Italia), o se non si vogliono spendere dei sudati soldi per affidarlo a una pensione qualificata e sicura, la soluzione a monte è molto semplice: non prendete un cane. Compratevi un videogioco per passare il tempo. La vita di un animale non è uno scacciapensieri estivo.
Pene carcerarie severe e ritiro definitivo della patente: è arrivato il tempo di trattare l’abbandono come un reato gravissimo
Se oggi continuiamo, anno dopo anno, ad assistere quasi inermi e sconfortati a questa spietata strage silenziosa, è in gran parte anche colpa di un sistema legislativo e giudiziario troppo morbido che per decenni ha considerato i reati contro gli animali come illeciti bagatellari, reati di “serie B”. Le sanzioni pecuniarie e le multe, per quanto possano essere elevate e salate, non fanno paura a chi ha la crudeltà insita nel proprio DNA. Per arginare la barbarie serve un pugno di ferro senza precedenti. Il reato infame di abbandono animale deve necessariamente portare a conseguenze durissime, tangibili e immediate: il ritiro permanente della patente di guida (perché, ribadiamolo, chi usa deliberatamente l’auto per abbandonare in autostrada sta compiendo un reato stradale gravissimo) e la reclusione carceraria certa, senza finti sconti di pena, sospensioni o condizionali. Solo quando i criminali capiranno a proprie spese che lasciare un cane in strada significa perdere la propria libertà personale e rovinarsi la fedina penale per sempre, forse questa barbarie estiva inizierà a fermarsi davvero.
La civiltà di un Paese si specchia negli occhi di un cane salvato: non voltiamoci mai dall’altra parte
La dura e vitale lotta contro l’abbandono estivo non può e non deve assolutamente essere demandata solo alle sempre più oberate Forze dell’Ordine o alle instancabili, eroiche associazioni animaliste, che proprio in questi torridi giorni fanno veri e propri salti mortali senza fondi per recuperare, curare e sfamare i cani randagi feriti. Questa è una grande battaglia di civiltà, che coinvolge ognuno di noi in prima linea, senza deroghe. Se mentre siete tranquillamente in viaggio con la vostra famiglia vedete un cane vagare spaurito, affamato e disorientato sul ciglio della strada, non giratevi dall’altra parte alzando la radio e pensando egoisticamente “ci penserà qualcun altro”. Accostate in sicurezza il prima possibile, mettete le quattro frecce e chiamate immediatamente il 112, la Polizia Stradale o i vicini servizi veterinari della Asl. Quel vostro piccolo gesto, che vi costerà solo cinque minuti di ritardo sull’arrivo in spiaggia, potrebbe salvare la vita a una creatura innocente e, contemporaneamente, evitare un terribile incidente stradale mortale. Scegliamo di essere umani fino in fondo, in ogni situazione: perché un Paese che non sa difendere e rispettare l’innocenza dei suoi animali è un Paese che ha già perso la propria anima.