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“INTERPRETING LANDSCAPES. ANOTHER ITALY” MOSTRA FOTOGRAFICA DI GIULIO D’ERCOLE A CURA DI DIANA DANELUZ

Vernissage venerdì 29 marzo 2026 ore 18.30 | ArtEX Workshop Gallery

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“INTERPRETING LANDSCAPES. ANOTHER ITALY” MOSTRA FOTOGRAFICA DI GIULIO D’ERCOLE A CURA DI DIANA DANELUZ

LA MOSTRA 

Redazione-  ArtEX Workshop Gallery, Nido dell’Aquila a Todi, inaugura venerdì 29 maggio 2026 alle ore 18.30 la mostra fotografica “INTERPRETING LANDSCAPES. Another Italy” di Giulio D’ERCOLE, curata da Diana Daneluz. 

 

In esposizione quaranta fotografie di grande formato che attraversano quattro regioni italiane – Trentino-Alto Adige, Toscana, Umbria e Puglia – con uno sguardo che rifiuta la facile retorica della “bellezza” dei luoghi per restituire al paesaggio la sua complessità, la sua tensione, la sua verità più profonda. Il Trentino-Alto Adige di D’Ercole non è quello delle guide alpine. La Toscana non coincide con l’icona delle colline dorate. Le atmosfere nebbiose e nostalgiche dell’Umbria rivelano una vena intimista. La Puglia porta con sé quella qualità dell’aria e della luce che è già racconto prima ancora dello scatto. Quattro luoghi osservati con un unico intento: aspettare il momento in cui il paesaggio smette di recitare la parte di sé stesso. E allora rivelarlo nella sua interezza. Dopo l’inaugurazione, la mostra sarà visitabile presso ArtEX Workshop Gallery, Nido dell’Aquila, Todi dal 29 maggio al 14 giugno, venerdì, sabato e domenica, dalle 11.00 alle 13.,00 e dalle 17.00 alle 19.00, con ingresso libero.

 

 

“La fotografia di Giulio D’Ercole viene letta come un’opera capace di fondere paesaggio, atmosfera e tensione simbolica – una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’immensità del mondo naturale. Proprio qui risiede la forza del suo scatto: nell’attimo in cui il visibile lascia emergere qualcosa di più profondo.”

W. Scott Olsen – Digital Frames

 

L’ARTISTA

 

Giulio D’Ercole (Roma, 1961) è fotografo e documentarista. Laureato in Lettere e Filosofia con formazione in sceneggiatura (UCLA) e broadcasting (NYU), ha lavorato come producer per RAI Corporation a New York e successivamente in Kenya per le principali agenzie delle Nazioni Unite e numerose ONG internazionali. In quel periodo fonda Canvas Africa Productions, producendo documentari e fotoreportage sui progetti umanitari sul campo. Rientrato in Italia nel 2014, insegna fotografia presso l’Università Pantheon Technology and Design di Roma e fonda Rome Photo Fun Tours. Dal 2022 vive a Todi, dove prosegue la sua ricerca fotografica e artistica. Il suo sguardo, formato nel documentario sociale e nel ritratto umano, non domina né invade il paesaggio: attende. E nel momento in cui la realtà si rivela, lo fissa nello scatto.

Con il patrocini del Comune di Todi

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Lifestyle

Il Festival delle Colline Geotermiche accoglie il debutto di disastri tra le mura del Teatro De Larderel

🎭 Il Teatro De Larderel di Pomarance ospita il debutto di “Disastri”, un’intensa indagine teatrale sulla fragilità del presente e sulle eredità che lasciamo alle generazioni future. Un’esperienza immersiva da non perdere nel cuore del Festival delle Colline Geotermiche.

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#teatro #pomarance #festivaldellecollinegeotermiche #culturatoscana

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DISASTRI

Redazione- Pomarance si prepara a ospitare un momento di profonda riflessione civile e artistica. Il prossimo 25 giugno 2026, alle ore 19:00, il palcoscenico storico del Teatro De Larderel diventerà lo spazio elettivo per la prima nazionale di Disastri. Ovvero quel che resta, la nuova produzione curata da Pilar Ternera e Compagnia A.D.D.A. L’evento si inserisce nel ricco cartellone del Festival delle Colline Geotermiche, una manifestazione che da anni trasforma i borghi della Val di Cecina in centri di fermento culturale, portando l’avanguardia teatrale nel cuore di un territorio segnato dall’energia della terra e da una forte identità storica.

Un progetto corale nato tra la gente

L’opera non nasce in un ufficio, ma attraverso un lungo percorso di ricerca sul campo che ha coinvolto i cittadini per oltre un anno. Gli autori, Francesco Cortoni e Leonardo Ceccanti, hanno condotto laboratori itineranti tra scuole e gruppi informali, ponendo a persone di ogni estrazione sociale una domanda diretta e scomoda: “Qual è stato il tuo disastro?”. Le risposte raccolte, intrecciate ai vissuti personali dei tre interpreti in scena — Silvia Lemmi, Matteo Ceccantini e Marco Fiorentini — compongono il cuore pulsante dello spettacolo.

Questa metodologia trasforma il dispositivo scenico in una sorta di archivio vivente. La drammaturgia, volutamente frammentata e priva di una linearità classica, riflette la condizione di precarietà che caratterizza il contemporaneo. Non ci sono risposte rassicuranti nel lavoro di Cortoni, ma una serie di sollecitazioni che costringono il pubblico a confrontarsi con il concetto di eredità. Cosa lasciamo a chi viene dopo? In un’epoca di crolli — economici, climatici ed esistenziali — il teatro torna alla sua funzione originaria di agorà, dove la fragilità non è un limite da nascondere, ma una risorsa da condividere.

La messa in scena tra vuoto e suono

L’allestimento scelto per il Teatro De Larderel punta all’essenzialità. La regia di Francesco Cortoni ha optato per un ambiente dominato dal bianco, un vuoto scenografico che viene riempito da segni minimi, scritture proiettate e una partitura sonora immersiva. Attraverso l’uso di otto microfoni, i respiri, le pause e le parole degli attori vengono amplificati, trasformando il suono in una componente tattile. Ogni spettatore è chiamato a posizionarsi all’interno di questa struttura, diventando parte integrante di un “oggetto rotto” che rifiuta di ricomporre il caos, preferendo abitarlo.

La collaborazione tra la storica compagnia livornese Pilar Ternera e il collettivo emergente A.D.D.A. segna un punto di rottura positivo nel panorama teatrale regionale. Il confronto generazionale tra i veterani della scena e le nuove leve garantisce una resa dinamica, capace di unire l’esperienza artigianale alla necessità di linguaggi urbani e immediati. Il festival, che si svolge tra le colline pisane, trova in questa produzione una sintesi perfetta tra radicamento territoriale e respiro internazionale.

Verso un futuro in divenire

Disastri non va inteso come un evento isolato, ma come il tassello inaugurale di un ambizioso progetto triennale che si svilupperà fino al 2027. Se questo primo capitolo si concentra sull’indagine scenica attraverso tre corpi, l’intenzione del gruppo artistico è quella di espandere progressivamente la ricerca verso i temi complessi della trasmissione familiare e delle cicatrici lasciate dai traumi collettivi. L’obiettivo è quello di coinvolgere sempre più persone, allargando il gruppo creativo e le comunità coinvolte nei territori.

La scelta di Pomarance e dello storico teatro dedicato a Francesco De Larderel — pioniere che seppe coniugare intuizione scientifica e visione industriale — appare, in questo contesto, tutt’altro che casuale. Come il territorio geotermico è il frutto di un’energia che proviene dal profondo e che muta la superficie, lo spettacolo cerca di portare alla luce le scosse sotterranee che muovono le coscienze. Lo spettatore che siederà in sala il 25 giugno non si troverà di fronte a un mero intrattenimento, ma a una sfida intellettuale: comprendere che, dopo la caduta delle certezze, il “restare” è l’atto di resistenza più potente che possiamo agire.

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La casa che sembrava aspettare una voce

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premio della giuria al concorso letterario “Abruzzo – Il silenzio uccide
Redazione-  Non sono tornato per vedere una casa abbandonata. Sono tornato per incontrare la vita che avevo lasciato alle spalle.Il cortile era invaso dai cespugli. Era lo stesso cortile che un tempo ci riuniva tutti. Gli alberi tutt’intorno, cresciuti liberamente secondo la natura, si innalzavano verso il cielo come se volessero volare per ritrovare le persone di quella casa. Mele, prugne, uva e noci stavano l’una accanto all’altra, come fratelli e sorelle che non avevano mai accettato di separarsi. I tralci della vite, cresciuti negli anni, avevano avvolto gli alberi e non li lasciavano andare. Erano entrati persino dalle finestre, come a proteggere la casa dagli estranei, come se attendessero ancora il ritorno di chi era partito.
I vasi di cemento erano ancora lì, ormai pieni d’erba. Quando li vidi pensai che la vita trova sempre un modo per continuare. Un grande noce era caduto sul tetto di pietra: invece di morire, aveva messo radici lì sopra e continuava a vivere, come se non volesse separarsi dalla casa.
La porta era chiusa da un lucchetto arrugginito. Erano passati più di quarant’anni, eppure era ancora in piedi. Una parte della maniglia di legno era caduta. Quando allungai la mano, fui attraversato da una sensazione difficile da spiegare: non paura di romperla, ma timore di ferire le vecchie ferite che portava con sé.
Quella casa aveva cresciuto undici persone. Eravamo poveri di beni materiali, ma ricchi nello spirito. Ai nostri genitori mancava quasi tutto. A volte non sapevano come sarebbero arrivati a fine mese, ma noi bambini non lo percepivamo. Trovavano sempre il modo perché la tavola non sembrasse mai vuota. Ci hanno cresciuti con amore, rispetto e dignità. Oggi capisco che ciò che avevamo era infinitamente più grande di ciò che ci mancava.
Non so quante persone abbia accolto quella casa: parenti, vicini, amici, viaggiatori. La sua porta non è mai stata chiusa a nessuno. In quegli anni difficili non si chiedeva quanto avesse l’altro: bastava un pezzo di pane, e si divideva.
Aprii la porta con cautela, quasi temendo di danneggiare quella vecchia maniglia. Dentro, il tempo sembrava essersi fermato.
I letti erano ancora lì.
La stufa a legna al centro della stanza si era spenta da anni, ma nella mia memoria continuava a bruciare. Quante notti d’inverno ci eravamo stretti attorno a quel calore! La mamma cucinava, noi bambini restavamo vicini alla stufa e il papà raccontava storie della sua giovinezza. Fuori pioveva, nevicava o soffiava il vento, ma lì dentro c’era sicurezza. C’era famiglia.
Camminando per le stanze vidi una parte del tetto crollata. Un raggio di luce filtrava dall’alto e illuminava il pavimento. Era l’unica luce rimasta, ma bastava a illuminare i ricordi.
La madia del pane era ancora lì: due semplici assi di legno inchiodate. Eppure aveva custodito così tanto pane. Ricordo mia madre che vi riponeva il pane appena sfornato mentre noi aspettavamo impazienti il primo pezzo. Ricordo il profumo del pane caldo, il modo in cui lo dividevamo e ci sembrava il cibo più buono del mondo.
Il camino era ancora solido. Sembrava aspettarci, come se volesse che riaccendessimo il fuoco e tornassimo a riunirci lì attorno, come un tempo.
In un angolo vidi alcuni vestiti vecchi.
Mi avvicinai.
Li riconobbi subito.
Erano i vestiti dei nostri genitori.
Per un istante mi mancò il respiro.
Toccai la manica di una giacca e mio padre tornò alla mia memoria. Tornava la sera stanco dal lavoro, senza mai lamentarsi. Si sedeva accanto alla stufa, si toglieva il cappello e ci chiedeva uno a uno com’era andata la giornata. Allora sembrava normale. Oggi darei qualsiasi cosa per risentire quella domanda.
Poi vidi un vecchio fazzoletto di mia madre.
E non riuscii più a trattenere le lacrime.
Mi tornarono in mente le sue mani: non erano morbide, ma segnate dalla fatica, dall’acqua fredda, dal lavoro, dalla cura dei figli. Eppure, quando ci accarezzavano o ci sfioravano la fronte da malati, erano le mani più dolci del mondo.
Mi sedetti su una vecchia sedia e lasciai che lo sguardo percorresse la stanza.
Lì avevamo vissuto.
Lì eravamo cresciuti.
Lì avevamo imparato il significato del sacrificio.
Allora non capivamo perché la mamma mangiasse per ultima, perché il papà indossasse sempre lo stesso cappotto, perché restassero svegli mentre noi dormivamo.
Lo capisco oggi.
Perché il vero amore non fa rumore.
Si sacrifica in silenzio.
Per la prima volta dopo molti anni, mi lasciai andare alle lacrime.
Non per la casa.
Non per i muri.
Non per il tetto crollato.
Ma per il tempo.
Per le persone che non ci sono più.
Per le parole non dette.
Per gli abbracci rimandati a un “domani” che non arriva mai.
La casa era vuota, eppure più restavo lì, meno vuota sembrava. Ogni angolo custodiva un ricordo. Ogni muro una voce. Ogni finestra volti che oggi vivono solo nei nostri cuori.
Quando uscii, il sole stava tramontando. Il cortile era lo stesso. Gli alberi anche. Il vento muoveva i rami delle noci e i tralci della vite sfioravano i muri.
Chiusi la porta con delicatezza e rimasi immobile per qualche istante.
Fu allora che capii che non ero tornato per vedere una casa abbandonata.
Ero tornato per incontrare di nuovo la mia famiglia.
Perché le persone se ne vanno, ma l’amore che lasciano non scompare mai. Rimane nei muri, negli alberi, nelle parole e nei cuori che hanno formato.
Mentre mi allontanavo, mi sembrò di lasciare non una vecchia casa, ma una parte della mia anima.
E capii che la più grande eredità non sono le terre, i soldi o le case.
Sono i ricordi che continuano a farci piangere anche dopo tutta una vita.
Sono i genitori che ci insegnano a diventare persone.
Sono le radici che il tempo non riesce a strappare.
Perché le vere case non vivono nelle pietre.
Vivono nei nostri cuori.

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Il lago di Garda si racconta attraverso un secolo di immagini e promozione

🖼️ Cento anni di storia, arte e cambiamenti sociali rivivono al MAG Museo Alto Garda: scopri come il lago di Garda è diventato il simbolo del turismo internazionale.

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#LagoDiGarda #RivaDelGarda #Mostre2026 #StoriaDelTurismo

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CAT. 41_Gardone, Savoy Palace Hotel_1935_Aldo Raimondi via MAG

Redazione-  Riva del Garda diventa il centro di una riflessione storica e culturale unica con l’apertura della mostra “Visitate il Garda. Grafica e promozione dalla Belle Époque al turismo moderno”. Ospitata presso il MAG Museo Alto Garda dal 4 luglio al 18 ottobre 2026, l’esposizione offre uno sguardo inedito sulla trasformazione di un territorio che ha saputo imporsi come pilastro del turismo internazionale. Attraverso una selezione di materiali mai riuniti prima, il visitatore viene accompagnato in un percorso che attraversa cent’anni di storia, mode e mutamenti sociali, svelando come il lago sia stato prima immaginato e poi vissuto da generazioni di viaggiatori.

L’evoluzione del desiderio di viaggio attraverso la grafica

Il lago di Garda è stato, per oltre un secolo, un’icona costruita abilmente attraverso i linguaggi della comunicazione visiva. Prima di rappresentare una destinazione fisica, il bacino gardesano viveva nei desideri dei turisti grazie a manifesti affissi nelle stazioni ferroviarie, cartoline spedite tra le nazioni e guide illustrate sfogliate con curiosità. Curata da Matteo Rapanà e Anna Zunino, la mostra si propone di decodificare questo racconto. Il progetto scaturisce dalla celebrazione del centenario dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Riva del Garda, oggi nota come Garda Dolomiti, e rappresenta il culmine di un lavoro di ricerca che ha impegnato il museo in anni di catalogazione e acquisizioni.

L’allestimento mette in luce come lo stile grafico si sia evoluto parallelamente alla percezione del paesaggio. Dalle atmosfere raffinate tipiche della Belle Époque alle geometrie audaci che hanno caratterizzato le avanguardie del Novecento, fino alla democratizzazione del viaggio legata alla diffusione dell’automobile, ogni pannello esposto funge da specchio della società del tempo. Il Garda non è stato soltanto una meta geografica, ma un ideale di “Mediterraneo tra le Alpi”, un luogo dove il progresso tecnologico e il benessere individuale si sono incontrati, ridefinendo il concetto di tempo libero per l’intera nazione.

Un patrimonio collettivo tra memoria e identità

La forza di questa esposizione risiede nella varietà dei documenti presentati. Non si tratta solo di arte pubblicitaria, ma di testimonianze che offrono una visione nitida di come l’Italia abbia costruito la propria identità pubblica. Fotografie, brochure promozionali e materiale d’archivio documentano il passaggio da una villeggiatura d’élite, riservata a pochi privilegiati, a un fenomeno di massa che ha trasformato definitivamente l’economia e la cultura dell’Alto Garda. Il museo, attraverso tale operazione, adempie alla sua missione di centro di ricerca, trasformando oggetti effimeri in documenti necessari per comprendere il presente.

Oltre a illustrare le strategie di marketing territoriale, la mostra invita a riflettere su come il paesaggio sia diventato, nel corso del tempo, una memoria condivisa. Il Garda che emerge dalle pareti del MAG è un territorio in continuo divenire, capace di reinventarsi pur mantenendo intatta la propria essenza. La narrazione proposta dai curatori non si limita a celebrare il passato, ma fornisce le chiavi di lettura per comprendere le dinamiche turistiche odierne, dimostrando che la capacità di un territorio di attrarre visitatori risiede tanto nella bellezza naturale quanto nella forza del proprio racconto culturale.

Le porte del museo rimarranno aperte al pubblico quotidianamente dalle 10:00 alle 18:00. Il biglietto di ingresso, dal costo contenuto, garantisce l’accesso a una narrazione che unisce la storia dell’arte grafica alla storia sociale del Trentino e del Paese. Per chi desidera approfondire le tematiche trattate, il sito ufficiale del Museo Alto Garda mette a disposizione ulteriori informazioni, confermando il ruolo dell’istituzione come presidio fondamentale per la conservazione e l’analisi del patrimonio trentino. Questa mostra è un invito a riscoprire, con occhi nuovi, la potenza iconografica di una terra che da cento anni accoglie e affascina il mondo intero.

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