Roma – C’è un’emergenza silenziosa, crudele e drammaticamente invisibile che si consuma inesorabile ogni singolo giorno d’estate nel nostro Paese. Mentre le colorate bacheche dei social network si inondano di fotografie sorridenti scattate in riva al mare cristallino, di brindisi spensierati al tramonto e di valigie pronte per mete esotiche, nelle nostre città sempre più vuote e infuocate si consuma il dramma oscuro della solitudine estrema. Stiamo parlando dei nostri anziani, dei nostri “nonni”, troppo spesso colpevolmente dimenticati all’interno di vecchi appartamenti roventi, lasciati drammaticamente soli ad affrontare l’incubo di un mese di agosto che assomiglia sempre di più a un lunghissimo ed estenuante esilio. È una ferita apertissima nel cuore della nostra società, una macchia d’indifferenza indelebile sulla nostra coscienza collettiva che nessuna tintarella estiva potrà mai riuscire a cancellare o a nascondere.
Il deserto rovente d’asfalto: quando la città si svuota e il silenzio fa paura
Per chi ha la grandissima fortuna di poter fare le valigie e partire, la metropoli che si svuota nei giorni a cavallo di Ferragosto è considerata quasi un sollievo, un’immagine poetica di strade finalmente libere dal traffico nevrotico e di parcheggi comodamente disponibili. Ma per un anziano fragile, che cammina a fatica appoggiandosi a un bastone o a un carrellino della spesa, quel vuoto urbano si trasforma rapidamente in un deserto ostile, pericoloso e insormontabile. Il panettiere di fiducia sotto casa, che garantiva quotidianamente due panini freschi e due minuti di preziosa conversazione umana, abbassa inesorabilmente la saracinesca per ferie. Il supermercato di quartiere riduce gli orari, il medico di base di una vita va giustamente in vacanza ed è sostituito dalla più fredda guardia medica. Anche le piccole e normali incombenze quotidiane, come andare a comprare una semplice cassa d’acqua o ritirare un farmaco salvavita in farmacia, diventano per queste persone anziane delle vere e proprie imprese titaniche. Il silenzio del condominio, un tempo rassicurante e vitale, diventa improvvisamente assordante, rotto solamente dal ronzio monotono del frigorifero e da una televisione accesa tutto il giorno a volume alto per farsi una finta e pietosa compagnia.
La gabbia soffocante: il caldo estremo come nemico invisibile e letale
A rendere questa solitudine forzata ancora più drammatica e fisicamente pericolosa ci pensa l’implacabile emergenza climatica. Le feroci ondate di calore africano che ormai caratterizzano stabilmente le nostre estati si abbattono senza alcuna pietà sulle città di cemento, trasformando i vecchi appartamenti in vere e proprie fornaci invivibili. Moltissimi anziani, costretti a sopravvivere con pensioni minime da fame, non possono assolutamente permettersi né l’installazione né il costoso mantenimento economico di un moderno condizionatore d’aria. Cercano disperatamente e invano un po’ di refrigerio tenendo le serrande abbassate per tutto il giorno, piazzandosi immobili davanti a vecchi e rumorosi ventilatori che non fanno altro che spostare aria bollente da una stanza all’altra. Il corpo di un anziano è per natura fisiologicamente debole, spesso non avverte correttamente lo stimolo della sete e tende a disidratarsi con una rapidità spaventosa. Rimanere totalmente soli in casa, in queste condizioni estreme, significa dover convivere giorno e notte con il terrore costante di un malore improvviso, con l’angoscia di cadere sul pavimento sapendo che non ci sarà nessuno nella stanza accanto pronto a chiamare un’ambulanza o a porgere un semplice bicchiere d’acqua fresca.
Il dolore più lancinante non è l’afa, ma l’abbandono psicologico della famiglia
Tuttavia, se avessimo il tempo e la delicatezza di provare ad ascoltare il cuore di questi anziani, scopriremmo con vergogna che il dolore più forte e lancinante non è causato dai trentotto gradi all’ombra o dai fastidiosi dolori articolari. La ferita che sanguina di più, quella che non si rimargina, è quella del brutale abbandono psicologico. È l’amara, mortificante e inaccettabile sensazione di essere diventati improvvisamente un “peso” insopportabile per i propri figli e per i nipoti tanto amati. Quegli stessi nonni che durante i lunghi mesi invernali vengono considerati indispensabili, letteralmente usati come ammortizzatori sociali gratuiti per fare da instancabili babysitter ai nipoti mentre i genitori lavorano a tempo pieno, ad agosto vengono improvvisamente “parcheggiati” in casa o, nei casi peggiori, parcheggiati temporaneamente in fredde strutture di degenza per non “disturbare” le ferie di famiglia. Ricevono al massimo frettolose telefonate di pochissimi minuti, spesso disturbate dal rumore delle onde in sottofondo: “Ciao mamma, qui in spiaggia tutto bene, tu come stai? Mi raccomando, accendi il ventilatore e bevi tanta acqua”. E dall’altra parte della cornetta, con una dignità immensa e commovente, l’anziano risponde invariabilmente: “Io sto bene, non preoccupatevi assolutamente per me, divertitevi ragazzi”, nascondendo a fatica le lacrime pur di non rovinare le vacanze a chi, nonostante tutto, ama più della sua stessa vita.
L’incredibile esercito dei volontari: l’unico vero faro nel buio dell’indifferenza estiva
In questo desolante panorama di cinico egoismo diffuso e di istituzioni pubbliche troppo spesso distratte, lente o totalmente assenti, a tenere miracolosamente in piedi quel pochissimo di umana pietà che ci resta è il meraviglioso, instancabile esercito dei volontari italiani. I meravigliosi ragazzi della Protezione Civile, i medici e gli autisti della Croce Rossa, gli operatori della Caritas, o semplicemente le piccole e informali reti di vicinato solidale spontaneo. Sono loro l’unico, potentissimo faro di luce e speranza nel buio dell’indifferenza estiva. Bussano alle porte sbarrate, portano buste della spesa pesanti a domicilio, consegnano i farmaci necessari e, soprattutto, regalano dieci preziosissimi e inestimabili minuti del loro tempo per fare due chiacchiere sincere, per stringere forte una mano raggrinzita, per assicurarsi guardando negli occhi che quel signore solo al terzo piano stia davvero bene. Gesti all’apparenza banali, minuscoli ed economici, ma che per chi vive sepolto nella solitudine assoluta rappresentano di fatto l’unica vera ragione per sorridere e per sentirsi, ancora una volta, parte integrante e viva del mondo degli esseri umani.
Un patto sociale vitale da ricostruire: ripartiamo subito dall’umanità dei nostri pianerottoli
Non possiamo in alcun modo continuare a definirci ipocritamente un Paese civile, economicamente avanzato e democratico se permettiamo impunemente che l’ultima, delicatissima fase della vita dei nostri concittadini si trasformi in un incubo infernale di solitudine e rassegnazione. Il reale grado di civiltà, nobiltà e progresso di una nazione si misura esclusivamente da come essa sceglie di trattare e proteggere i suoi membri più deboli, malati e indifesi. Non servono colossali riforme parlamentari o leggi speciali per arginare questa tragedia silenziosa che si consuma ogni estate sotto i nostri occhi bendati; serve semplicemente riscoprire e riattivare l’umanità perduta nel nostro animo. Basterebbe uno sforzo microscopico: suonare gentilmente il campanello del vicino di casa anziano prima di caricare i bagagli in auto e partire, chiedergli se ha bisogno di un piccolo favore in farmacia, o semplicemente scambiarsi il numero di telefono per una chiamata di conforto durante le lunghe serate d’agosto. I nostri anziani sono la preziosa memoria storica del Paese, le radici profonde e sagge del nostro albero sociale; lasciare colpevolmente che queste nobili radici si secchino da sole, nell’isolamento, al buio e nel caldo infernale delle città, è un imperdonabile crimine morale di cui, prima o poi, saremo tutti chiamati a rispondere davanti alla nostra stessa coscienza.