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Salute

Tumore al pancreas: le nuove frontiere della ricerca e l’importanza della prevenzione. Ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Intervista di Marialuisa Roscino

Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.
I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande

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Prof. Vincenzo Bianco Dirigente

Redazione-  Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.

I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande speranza per il futuro, orientandosi verso una medicina sempre più personalizzata, che integra diagnosi precoce, chirurgia, chemioterapia e nuove terapie biologiche.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia? Quanto conta nella nostra vita quotidiana, la Prevenzione, l’Alimentazione ed un corretto stile di vita?

Di questo e molto altro, ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo del Policlinico Umberto I di Roma e Co-Direttore Dipartimento di Oncologia –Consorzio Universitario Humanitas di Roma.

 

Prof. Bianco, cosa riferiscono i dati di incidenza e mortalità attuali del tumore al pancreas in Italia? In particolare, oggi assistiamo ad una forte incidenza di casi nei giovani, cosa può dirci al riguardo?

In Italia, attualmente assistiamo ad oltre 15.000 nuove diagnosi (maschi = 6900; femmine = 8100) di casi con con carcinoma del pancreas, a dimostrarlo sono gli ultimi dati AIRTUM (Associazione Italiana dei Registri Tumori). L’andamento temporale dell’incidenza di questa neoplasia è in crescita significativa in entrambi i sessi. Nel 2023, sono stati stimati 14.900 decessi per carcinoma del pancreas (uomini = 7000; donne = 7900). Il carcinoma del pancreas resta una delle neoplasie a prognosi più infausta con una sopravvivenza a 5 anni dell’11% negli uomini e del 12% nelle donne.

Quali fattori, secondo Lei, influenzano maggiormente queste statistiche negative?

Il fumo di sigaretta rappresenta il fattore di rischio più chiaramente associato all’insorgenza del cancro del pancreas. I fumatori presentano un rischio di incidenza da doppio a triplo rispetto ai non fumatori. Tra gli altri fattori di rischio chiamati in causa troviamo fattori dietetici ed abitudini di vita, nello specifico, l’obesità, la ridotta attività fisica, l’alto consumo di grassi saturi e la scarsa assunzione di verdure e frutta fresca favoriscono un più alto rischio di sviluppare un carcinoma del pancreas. Inoltre, fino al 10% dei pazienti con tumori pancreatici si evidenzia una storia familiare, Il rischio eredo-familiare si suddivide in due diversi profili: la familiarità propriamente detta e la presenza di mutazioni a carico di geni di suscettibilità per carcinoma pancreatico, con o senza familiarità .

Qual è l’importanza della diagnosi precoce in questa patologia e quali sono i principali ostacoli in tal senso?

La diagnosi precoce non solo aumenta i tassi di sopravvivenza, ma offre anche una migliore qualità della vita per coloro ai quali è stato diagnosticato un cancro al pancreas. Il problema è che per questo tipo di tumore fare diagnosi precoce è estremamente complicato. Spesso la neoplasia viene scoperta con troppo ritardo quando il tumore ha formato già molte metastasi. Una possibile strategia per individuare precocemente il tumore pancreatico nelle persone ad alto rischio.

Stili di vita scorretti, fumo, pancreatiti ricorrenti, abuso di alcol e predisposizione genetica come le mutazioni nei geni BRCA sono solo alcuni dei fattori di rischio associati al tumore del pancreas.

L’identificazione di particolari casi, in cui può esserci un alto rischio e la sorveglianza condotta con i giusti mezzi e con la tempistica adeguata risulta determinante per una diagnosi precoce di tumori del pancreas e una migliore sopravvivenza dei pazienti.

In particolare, dovrebbero sottoporsi allo screening, i pazienti affetti dalla sindrome di Peutz-Jeghers (PJS), una malattia causata da una mutazione a carico del gene STK11 e caratterizzata dalla presenza di polipi a livello gastrointestinale e lesioni cutanee, che predispone al rischio di sviluppare tumori gastrointestinali e non gastrointestinali. Altri pazienti esposti a rischio aumentato e a cui dovrebbe essere rivolto lo screening includono: soggetti con pancreatite familiare cronica, causata dalla mutazione nel gene PRSS1; soggetti con almeno un parente di primo grado affetto da sindrome di Lynch, la causa più comune di tumore al colon ereditario; soggetti portatori di una variante patogenetica nei geni CDKN2A, BRCA1, BRCA2, PALB2 e ATM.

Quali sono i recenti progressi o le nuove frontiere di ricerca che stanno dimostrando risultati promettenti nel trattamento del tumore al pancreas?

Attraverso le analisi istopatologiche, possiamo mettere in evidenza un legame tra adenocarcinoma e alterazioni genetiche, nei casi permissivi si  ricorrerà alla cosiddetta target therapy per cercare di colpire direttamente le cellule tumorali. Una terapia trasversale, ma mirata al singolo paziente, al singolo caso. Terapie in cui è previsto l’utilizzo di  farmaci ingegnerizzati  come PAXG e l’irinotecano liposomiale pegilato, basato sulle nanotecnologie.

Le speranze maggiori contro l’adenocarcinoma pancreatico sono affidate all’immunoterapia. Si tratta di prelevare dal paziente un tipo di cellule immunitarie naturali, i linfociti T, modificarle geneticamente in superlinfociti, le cosiddette CAR-T, e reinfonderle nello stesso paziente.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia?

Un team di esperti nei vari aspetti delle cure è cruciale per l’ottimizzazione della gestione dei pazienti oncologici. Questi pazienti devono essere gestiti in maniera ottimale da un gruppo multidisciplinare costituito da gastroenterologi, chirurghi, radiologi, oncologi e radioterapisti,
genetista medico, anatomopatologo, palliativista.

Quanto conta la Prevenzione ed un corretto stile di vita?

Moltissimo, attraverso le misure di prevenzione di cui abbiamo detto poco fa, si potrebbero salvare il 30% dei pazienti con un  meno decessi dovuti al carcinoma pancreatico.

Qual è la speranza più grande offerta dalla ricerca nei prossimi 5-10 anni per i pazienti affetti da tumore al pancreas?

Terapie mirate e innovativa in mono o in associazione a schemi codificati , come le terapie a bersaglio molecolare che agiscono specificamente sulle cellule tumorali, e da strategie innovative come la “letalità sintetica”, che sfrutta le alterazioni genetiche del tumore per rendere più efficaci certi trattamenti. La ricerca si sta anche focalizzando sul migliorare la diagnosi precoce attraverso screening più efficaci e sulla personalizzazione delle cure in base alle caratteristiche genetiche del singolo tumore.

Quali consigli si sente di dare ai Suoi pazienti?

Seguire un’alimentazione equilibrata e ricca di vegetali, praticare attività fisica moderata, gestire gli effetti collaterali con il medico e cercare un supporto psicologico.

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Salute

La crisi del sistema sanitario nazionale e il monito di Meritocrazia Italia

📣 La sanità pubblica è al collasso: non serve più solo edilizia, ma una programmazione coraggiosa che valorizzi medici e infermieri, pilastri veri del nostro sistema di cura.

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#SanitàItaliana #SSN #MeritocraziaItalia #PoliticheSanitarie

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Sanità pubblica

 Redazione-  Il rallentamento nel percorso di riforma della medicina territoriale sta sollevando un acceso dibattito tra gli esponenti del governo, le regioni e i sindacati di categoria. Al centro della discussione non vi è soltanto l’assetto organizzativo delle Case di Comunità, ma l’intera tenuta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che appare oggi fragile di fronte a nuove e vecchie sfide. In questo scenario, Meritocrazia Italia interviene con una riflessione dura, sottolineando come la sanità pubblica non possa continuare a reggersi esclusivamente sul sacrificio individuale e sulla vocazione degli operatori, senza una pianificazione strutturale adeguata.

La carenza di personale e le crepe del sistema

I numeri forniscono una fotografia nitida della situazione attuale. Il nostro Paese conta circa 43.700 medici di medicina generale, figure che gestiscono mediamente oltre 1.200 assistiti ciascuno. A fronte di questi organici, le stime ufficiali indicano una carenza strutturale che supera le 5.000 unità. Non va meglio nei reparti di emergenza-urgenza, dove mancano all’appello circa 3.500 professionisti. Questi dati, uniti a una dotazione infermieristica che rimane al di sotto della media dei principali partner europei, spiegano perché i pronto soccorso siano costantemente in affanno, le liste d’attesa si allunghino e la continuità assistenziale diventi sempre più difficile da garantire ai cittadini.

Chi lavora ogni giorno nei presidi sanitari affronta turni estenuanti, una pressione burocratica crescente e una cronica mancanza di ricambio. Spesso, la soluzione proposta dalle istituzioni, ovvero il ricorso a forme di lavoro flessibile o a contratti emergenziali, viene letta come una toppa temporanea che non risolve il problema alla radice. Meritocrazia Italia avverte: attribuire la responsabilità del disservizio alle singole categorie professionali significa guardare solo la superficie. Il vero nodo strategico risiede nella incapacità di programmare il fabbisogno di medici e infermieri nei tempi corretti.

Oltre il muro delle infrastrutture fisiche

L’attuale strategia politica si sta concentrando pesantemente sull’edilizia sanitaria e sull’innovazione tecnologica. Le Case di Comunità, nei piani del PNRR, dovrebbero rappresentare il fulcro del nuovo modello di assistenza territoriale, favorendo l’integrazione tra medici di base, specialisti e servizi infermieristici. Tuttavia, il rischio reale è che queste strutture vengano inaugurate come scatole vuote. Non basta costruire nuovi edifici o digitalizzare i processi se non si affronta la mancanza di capitale umano necessario per farli funzionare.

Investire in tecnologie avanzate senza un rafforzamento del patrimonio umano equivale a perdere l’opportunità di modernizzare davvero il sistema. Senza una governance che coordini i diversi livelli di assistenza e, soprattutto, senza condizioni contrattuali ed economiche in grado di trattenere i talenti nel settore pubblico, anche le innovazioni più ambiziose rischiano di tradursi in sprechi anziché in una maggiore qualità delle cure. Il sistema deve smettere di misurare la sua efficienza basandosi sulla capacità di resistenza dei singoli professionisti, che sono ormai giunti a un punto di esaurimento psicofisico preoccupante.

Una strategia organica per il futuro

Per invertire la rotta, Meritocrazia Italia propone una strategia che metta al centro la sostenibilità del lavoro. La richiesta è chiara: occorre programmare in modo realistico il fabbisogno di professionisti su base decennale, superando la logica dell’emergenza. Questo significa intervenire concretamente sui carichi di lavoro, garantendo meccanismi di sostituzione certi e rendendo economicamente attrattive le specialità attualmente più penalizzate dal sovraccarico o dalla scarsa valorizzazione.

Inoltre, la gestione della spesa sanitaria deve evolvere. Ridurre inefficienze e duplicazioni non deve significare un taglio dei costi a scapito degli utenti, ma una riallocazione delle risorse verso le aree dove la prevenzione può ridurre la domanda futura di prestazioni ospedaliere. La salute, come ricordano da tempo gli esperti del settore, non è un costo da comprimere nei bilanci statali, ma un investimento necessario per la sicurezza sociale ed economica del Paese. Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale dipende interamente dalla capacità della politica di trasformare questo impegno in una realtà quotidiana, proteggendo non solo i pazienti, ma anche chi, quotidianamente, garantisce il diritto alla salute.

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Tecnologia

Intelligenza artificiale applicata alla medicina: il convegno di San Francesco al Campo mette al centro il futuro della diagnostica

🩺 L’intelligenza artificiale entra in radiologia: a San Francesco al Campo, esperti e istituzioni si confrontano per migliorare i tempi di cura e l’efficienza degli ospedali. Un appuntamento chiave per il futuro della salute.

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#sanità #intelligenzaartificiale #innovazione #piemonte

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Intelligenza artificiale applicata alla medicina: il convegno di San Francesco al Campo mette al centro il futuro della diagnostica

Redazione-  San Francesco al Campo si prepara a ospitare un momento di riflessione di alto profilo sul presente e sul futuro della tecnologia applicata alla salute. Lunedì 29 giugno, a partire dalle ore 10, il Romantic Hotel Furno sarà teatro del convegno istituzionale intitolato “Intelligenza artificiale: dalla radiologia agli scenari globali”. L’evento, promosso da Studio Futura e Health Triage con il patrocinio di Confindustria Canavese, si propone di analizzare come l’innovazione digitale possa entrare concretamente nei reparti di radiologia per ottimizzare le prestazioni e supportare il lavoro quotidiano dei professionisti sanitari.

Le sfide della sanità moderna e il ruolo dell’innovazione

Il sistema sanitario piemontese, così come quello nazionale, si trova oggi ad affrontare una pressione crescente dovuta all’aumento della domanda di prestazioni diagnostiche e alla necessità di ridurre i tempi di attesa. In questo contesto, l’intelligenza artificiale non rappresenta più un concetto astratto o futuristico, bensì uno strumento funzionale per migliorare la gestione dei flussi di lavoro. Durante l’incontro, esperti del settore, accademici e rappresentanti delle istituzioni regionali discuteranno di come gli algoritmi di apprendimento automatico possano assistere i medici nella lettura delle immagini, identificando in tempi rapidi anomalie che richiedono un intervento immediato.

L’obiettivo dichiarato dei promotori è quello di passare da una visione teorica a una pratica, analizzando come l’integrazione tecnologica possa sgravare il personale medico di compiti ripetitivi. La capacità di elaborare grandi moli di dati in pochi istanti permette di liberare tempo prezioso, che i clinici possono dedicare al rapporto con il paziente e alla pianificazione delle cure, innalzando così il livello qualitativo dell’intero percorso di diagnosi e terapia.

Il confronto tra istituzioni, accademia e mondo imprenditoriale

Il convegno si distingue per la multidisciplinarietà dei partecipanti, elemento fondamentale per garantire una visione completa della transizione digitale in ambito ospedaliero. La collaborazione tra Confindustria Canavese, realtà del mondo dell’impresa e figure cliniche di primo piano evidenzia come il successo dell’intelligenza artificiale dipenda dalla capacità di dialogare tra diversi mondi. Non si tratta solo di acquistare nuovi software, ma di ripensare l’intera organizzazione delle strutture sanitarie per accogliere tecnologie che richiedono competenze specifiche e una visione strategica lungimirante.

Il confronto verterà inoltre sugli scenari globali, ponendo l’attenzione sui modelli internazionali che hanno già integrato con successo queste tecnologie, misurandone l’impatto sulla riduzione delle spese e sul miglioramento degli esiti clinici. La giornata di San Francesco al Campo sarà quindi l’occasione per fare il punto sulla situazione in Piemonte, valutando le prospettive di investimento e le normative che regoleranno l’accesso a questi strumenti innovativi, garantendo standard etici e di sicurezza elevati per ogni cittadino.

La presenza delle istituzioni regionali conferisce all’evento un peso politico significativo, segnalando la volontà di supportare le aziende e gli ospedali territoriali in questo delicato percorso di digitalizzazione. La trasformazione tecnologica, se gestita in modo coerente, può diventare la leva per garantire un accesso più equo ai servizi sanitari, riducendo le disparità e assicurando che la tecnologia sia sempre al servizio dell’uomo, e non il contrario. Il dibattito che si terrà al Romantic Hotel Furno si prefigge di stimolare una riflessione collettiva su quanto sia urgente accelerare il passo verso una sanità dove la precisione del dato incontra l’esperienza clinica.

Per i professionisti del settore e per i decisori politici, l’appuntamento rappresenta un nodo strategico per interpretare correttamente le direttrici che guideranno lo sviluppo dei prossimi anni. La diagnostica per immagini è soltanto il primo settore in cui questo cambiamento sta avvenendo, ma le implicazioni di questa rivoluzione tecnologica sono destinate a toccare ogni aspetto della cura, dalla medicina preventiva alla gestione integrata delle patologie croniche, consolidando il ruolo del Piemonte come territorio all’avanguardia nell’adozione di soluzioni tecnologiche avanzate.

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Salute

Esami di Maturita’: “si’, ma senza panico!” come gestire e superare con efficacia l’ansia da prestazione intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

Lucattini: “Oggi i ragazzi affrontano la Maturità immersi in una cultura esasperata della performance e della competizione, dove il voto finale rischia erroneamente di sovrapporsi al valore della persona”.

Lanciando il suo augurio ai Maturandi, la psicoanalista avverte: “Ricordate che il voto non coincide con il vostro valore. La Maturità valuta la preparazione in generale e il percorso scolastico ma non è un giudizio sulla persona nella sua totalità”.
Intervista di Marialuisa Roscino

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Esami di Maturita’: “si’, ma senza panico!” come gestire e superare con efficacia l’ansia da prestazione intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

Redazione-  Nelle settimane che precedono le prove di Maturità, nei ragazzi può subentrare a volte, un’emotività eccessiva che si traduce poi in ansia da prestazione. “Le tecnologie sono utili se restano strumenti; diventano dannose quando prendono il posto del pensiero, del silenzio, dell’attesa e della fiducia. Imparare a governare lo smartphone, i social e l’ansia da connessione è già una forma di maturità” – evidenzia Lucattini -. Tra la paura della “pagina bianca”, il timore del giudizio della commissione e il carico di aspettative personali e familiari, il rischio di un blocco emotivo può così farsi sentire. E allora, come affrontarlo e superarlo con efficacia? Ne parliamo oggi in questa intervista con la Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

Dott.ssa Lucattini, quali sono secondo Lei i principali fattori e meccanismi psicologici che alimentano l’ansia da prestazione e lo stress da esame nei ragazzi che affrontano la Maturità?

L’ansia dei maturandi non nasce soltanto dalla quantità di studio o dalla paura di non ricordare. Naturalmente questi aspetti contano, ma l’esame di Maturità mobilita qualcosa di più profondo, è una prova simbolica, in cui l’adolescente sente di essere guardato, valutato e, in qualche modo, “misurato” nel proprio valore.

La Maturità riattiva il rapporto con il giudizio: il giudizio degli insegnanti, dei genitori, dei compagni, ma soprattutto quello interno, troppo spesso severo. In molti ragazzi si accende una voce interiore esigente, severa e giudicante. È questa pressione interna, più ancora della prova in sé, a trasformare l’esame in una minaccia.

La Maturità è anche una separazione. Finisce la scuola come luogo conosciuto, con i suoi ritmi, i suoi spazi, la classe, i professori, le amicizie quotidiane. Il ragazzo non teme solo l’esame: teme ciò che viene dopo. L’università, il lavoro, la scelta, l’autonomia. L’ansia allora diventa il segnale di un passaggio evolutivo, qualcosa si chiude e qualcosa di nuovo deve ancora prendere forma.

C’è poi un altro aspetto narcisistico importante, molti studenti vivono il voto come se coincidesse con il proprio valore. Un risultato non pienamente soddisfacente può essere percepito non come una valutazione scolastica, ma come una ferita personale, è fondamentale aiutare i ragazzi a distinguere il rendimento dal valore di sé. Per questo è importante trasmettere un messaggio positivo e non superficiale che l’ansia non va negata bensì compresa. Il coraggio non consiste nel presentarsi all’esame senza paura, ma nel riuscire a pensare, parlare e restare presenti anche mentre si prova paura. La Maturità, se contenuta emotivamente e non caricata di aspettative eccessive, può diventare un’esperienza trasformativa, non soltanto una prova da superare, ma un’occasione per scoprire di poter reggere il giudizio, tollerare l’incertezza.

Può spiegare come l’uso smisurato  dei dispositivi digitali e dei social network durante il ripasso può influire sui livelli di ansia dei maturandi e sulla loro capacità di concentrazione e memoria a lungo termine?

 

Le nuove tecnologie sono ormai parte integrante della vita degli adolescenti e non possono essere considerate soltanto un pericolo. Possono aiutare nello studio, offrire strumenti di ricerca, facilitare il ripasso, sostenere l’organizzazione e rendere più accessibili contenuti complessi. Tuttavia, nel periodo della Maturità, il loro uso può diventare ambivalente: da strumento di aiuto può trasformarsi in un fattore di dispersione, dipendenza e aumento dell’ansia.

Lo smartphone non è solo un oggetto tecnologico, ma spesso diventa un oggetto psichico: rassicura, distrae, consola, riempie il vuoto, attenua l’attesa. Il problema nasce quando il ragazzo non lo utilizza più soltanto per cercare informazioni, ma per sedare l’angoscia. Controllare continuamente messaggi, notifiche, gruppi di classe, video e social può diventare un modo per non restare solo con la propria paura dell’esame.

In questo senso, la tecnologia può interferire con una funzione fondamentale della Maturità, la capacità di raccogliersi, pensare, tollerare l’incertezza e sostenere il proprio tempo interno. L’esame richiede concentrazione, memoria, continuità dell’attenzione, capacità di collegare concetti e di esporli davanti a una commissione. L’uso frammentato e compulsivo dei dispositivi, invece, abitua la mente a passare rapidamente da uno stimolo all’altro, rendendo più difficile la profondità del pensiero.

C’è poi il tema del confronto. I social amplificano l’ansia prestazionale perché espongono continuamente ai risultati, ai metodi di studio, alle apparenti sicurezze degli altri. L’adolescente rischia così di spostare il centro da sé agli altri, dal proprio percorso al confronto continuo.

Anche il sonno è decisivo. Studiare fino a tardi con il telefono accanto, addormentarsi dopo video, chat o notifiche, controllare lo smartphone appena svegli significa non permettere alla mente di riposare e di consolidare ciò che ha appreso. Nei giorni della Maturità, proteggere il sonno è una vera misura di salute mentale e anche di efficacia nello studio.

Per questo non bisogna demonizzare la tecnologia, ma restituirle un limite. Il limite non è una punizione, è una forma di protezione dell’Io. Spegnere il telefono per alcune ore è un atto di libertà, non di rinuncia. Le tecnologie sono utili se restano strumenti; diventano dannose quando prendono il posto del pensiero, del silenzio, dell’attesa e della fiducia. Il messaggio da dare ai ragazzi è positivo: possono usare il digitale con intelligenza, senza esserne dominati. Imparare a governare lo smartphone, i social e l’ansia da connessione è già una forma di maturità (Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 2026).

Dott.ssa Lucattini, l’esame di Maturità viene vissuto dai ragazzi non solo come un test accademico, ma come la fine di un’era protetta. In che misura, l’ansia attuale è in realtà legata alla paura del futuro, delle scelte universitarie o lavorative, e come si gestisce questo senso di vertigine?

La prima postura mentale è non combattere l’ansia come se fosse un nemico. L’ansia va ascoltata, compresa e trasformata. In una certa misura, è il segnale che lo studente sta attraversando un passaggio importante: non soltanto una prova scolastica, ma una soglia evolutiva. La Maturità chiude un tempo protetto e conosciuto, quello della scuola superiore, e apre a una fase più autonoma della vita. L’ansia da esame nasce spesso dal conflitto tra il desiderio di riuscire e la paura di fallire, tra l’Io che cerca di organizzarsi e un Super-Io interno che giudica, pretende, confronta, rimprovera. È molto utile aiutarli a dare un nome alla paura: paura di deludere, di non essere abbastanza preparati, di non ricordare, di non piacere alla commissione, di non corrispondere alle aspettative dei genitori o alle proprie.

Una  gestione efficace delle emozioni comincia dalla realtà. Serve un programma e dei tempi di studio possibili, non onnipotenti. Meglio suddividere il lavoro in blocchi brevi e regolari, alternando ripasso, scrittura, esposizione orale e pause. Ripetere ad alta voce è molto importante, perché l’orale non richiede solo memoria, ma capacità di trasformare il sapere in parola. Parlare davanti a un familiare, a un amico o anche da soli aiuta a rendere meno persecutoria la scena dell’esame.

Un’altra strategia fondamentale è proteggere la salute fisica, pensare sempre che abbiamo anche un corpo. Il corpo dell’adolescente, sotto stress, parla: insonnia, mal di testa, tachicardia, nausea, irritabilità, fame nervosa o chiusura dell’appetito sono segnali da non banalizzare. Dormire, mangiare con regolarità, camminare, respirare lentamente, interrompere lo studio quando la mente è satura non sono perdite di tempo, ma strumenti di regolazione emotiva. Un Io stanco pensa peggio; un Io sostenuto riesce a ricordare, collegare e parlare meglio.

È utile anche ridurre i comportamenti di controllo compulsivo: confrontarsi continuamente con i compagni, cercare conferme sui gruppi, controllare programmi, previsioni, voti e simulazioni può dare un sollievo momentaneo, ma spesso aumenta l’angoscia. La Maturità non è una gara narcisistica con gli altri, ma un momento in cui ciascuno porta il proprio cammino. La commissione non valuta una macchina della memoria, ma una persona che ragiona, collega, si orienta.

Sentire l’ansia non significa essere deboli, ma avere un grande investimento emotivo nella Maturità. Attraversarla permette di scoprire che si può restare presenti anche sotto pressione. In questo senso la Maturità diventa davvero una prova di crescita, non perché bisogna essere perfetti, ma perché si impara a sostenere il giudizio senza perdere il contatto con la realtà (School Psychology, 2026).

 

In che modo i genitori possono essere vicini ai propri figli in questo momento delicato?

 

La Maturità riattiva anche nei genitori molte emozioni profonde, il ricordo della propria adolescenza, le aspettative non realizzate, il desiderio di riscatto, la paura che il figlio soffra o fallisca, ma anche l’angoscia della separazione. Il rischio è che la normale ansia degli adulti venga inconsciamente proiettata sui figli, così figli finiscono così per portare non solo la propria ansia, ma anche quella dei genitori.

È importante che i genitori comunichino un messaggio chiaro e assertivo che hanno fiducia nel percorso dei loro figli, l’esame è importante, ma non definisce chi sono, né il loro valore. Questa fiducia ha un effetto profondamente rassicurante, perché permette loro di separare il proprio valore dal voto e affrontare la prova con maggiore libertà interiore.

La funzione genitoriale, in questo momento, è una funzione importantissima di aiutare il figlio a pensare quando l’ansia confonde, a riposare quando il corpo è saturo, a ridimensionare quando la paura diventa catastrofica. Non servono genitori perfetti, servono genitori presenti, capaci di non invadere e di non ritirarsi.

La Maturità è una prova anche per la famiglia, per i figli che imparano a sostenere il giudizio; per i genitori, che imparano a lasciar crescere. Quando l’amore non viene confuso con l’aspettativa, e la fiducia non viene sostituita dal controllo, l’esame può diventare non solo un traguardo scolastico, ma un passaggio evolutivo condiviso (Journal of Health Promotion and Education, 2024).

 

Quale augurio e quali consigli si sente di dare ai ragazzi che affrontano gli esami di Maturità?

-Ricordate che il voto non coincide con il vostro valore. La Maturità valuta una preparazione e un percorso scolastico, non la persona nella sua interezza;

-Imparate ad ascoltare l’ansia senza timore. L’ansia non è un fallimento, riconoscerla aiuta a trasformarla in attenzione, energia e presenza per superare la prova.

-Studiate con metodo. Serve organizzare il tempo, ripassare con regolarità, fare pause e imparare a esporre con chiarezza;

-Proteggete il sonno, il corpo e i ritmi quotidiani. Dormire, mangiare, camminare, fare sport sono parte dello studio. Mens sana in corpore sano;

-Usate la tecnologia con saggezza, ma non fatevi usare da essa. Nei giorni dell’esame ottimizzate il tempo a vostra disposizione;

-Non trasformate l’esame in una gara con gli altri. Ogni studente arriva alla Maturità con la propria storia, il confronto continuo alimenta l’ansia mentre concentrarsi su di sé la riduce.

-Pensate che la Commissione è lì per ascoltarvi; l’esame è un’occasione pensare, collegare, riflettere e crescere.

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