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Il circo Paolo Orfei porta la magia di Africa, il regno animale a Davoli-Soverato

🎪 Il Circo Paolo Orfei arriva a Davoli-Soverato con lo show “Africa, il regno animale”! Tra elefanti pluripremiati, tigri bianche e performance uniche, un’esperienza magica ti aspetta dal 26 giugno al 5 luglio. Non perdere l’occasione di vivere il circo dei record in Calabria.

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Ippopotamo

Redazione-  Davoli, in provincia di Catanzaro, si prepara ad accogliere uno degli eventi itineranti più attesi dell’estate calabrese. Dal 26 giugno al 5 luglio, l’area situata lungo la Strada Statale 106 diventerà il palcoscenico naturale per il Circo Paolo Orfei, che approda nel territorio di Soverato con lo show di successo denominato “Africa, il regno animale”. Si tratta di una produzione imponente, riconosciuta a livello nazionale come una delle realtà circensi più grandi e strutturate d’Italia, pronta a incantare grandi e piccini con un allestimento che fonde tradizione circense e innovazione tecnologica.

L’eccellenza e i record della pista

La direzione artistica, affidata a Niky Martino, ha costruito un programma variegato che mette in risalto il talento di artisti spesso protagonisti nei circuiti internazionali più prestigiosi, tra cui il celebre Festival del Circo di Montecarlo. Il cuore pulsante dello spettacolo è rappresentato dalla presenza dei giganti della savana: gli elefanti della famiglia Gartner. Questa attrazione, già pluripremiata in molte rassegne mondiali, costituisce un momento di grande impatto visivo, dove la mole degli animali si sposa con la cura e la dedizione dei loro addestratori, offrendo al pubblico un’esperienza di vicinanza con la natura selvaggia, sempre nel pieno rispetto del benessere animale.

Non mancano i maestosi felini presentati da Francesco Berosini. Le tigri bianche, con il loro manto candido e l’eleganza nei movimenti, rappresentano uno dei momenti più attesi di tutto lo spettacolo. La varietà della proposta artistica si estende poi all’alta cavalleria, curata da Genny Martino, e a una serie di performance che spaziano tra le discipline classiche e le innovazioni moderne. La giovane Rita De Angelis si esibirà in evoluzioni aeree ad alta quota, mentre Desiree Royal porterà in pista il suo numero di hula hop. Per gli amanti delle atmosfere magiche, la donna laser, Michelle, illuminerà il tendone con giochi di luce e colori, creando un contrasto netto e suggestivo con le esibizioni più tradizionali.

Dalle acrobazie acquatiche allo spettacolo horror

Oltre al repertorio classico, la produzione ha integrato attrazioni esotiche e acquatiche, in una scenografia che punta a trasformare il tendone in un ambiente immersivo. La programmazione prevede spettacoli quotidiani alle ore 18:00 e alle 21:00, con una pausa prevista esclusivamente il mercoledì per consentire le riprese televisive. Un’attenzione particolare è riservata alle famiglie: nelle domeniche e nei giorni festivi, tra le 10:00 e le 13:00, sarà possibile effettuare visite guidate per conoscere da vicino gli animali del circo, un’occasione per scoprire il lavoro quotidiano che precede l’ingresso in scena.

Accanto alla rassegna principale, il Circo Paolo Orfei riserva ai visitatori una sorpresa fuori programma. Soltanto la sera del 1° luglio, alle ore 21:30, l’atmosfera sotto il tendone muterà radicalmente per lasciar spazio a “Oblio Horror Circus”. Si tratta di un format dedicato a un pubblico adulto, caratterizzato da toni thriller, suspense e una narrazione teatrale più cupa, che richiede una prenotazione obbligatoria per via della forte richiesta. Questa proposta sottolinea la capacità della compagnia di diversificare la propria offerta, intercettando gusti differenti.

Per garantire la partecipazione agli show, data l’elevata affluenza prevista lungo la costa jonica, è consigliata la prenotazione dei posti attraverso il portale www.primafilaticket.it. È inoltre possibile reperire informazioni dettagliate contattando i numeri 3478988192 o 3480056243, oppure consultando la pagina Facebook ufficiale dedicata allo spettacolo. Il posizionamento sulla Strada Statale 106, arteria nevralgica per la viabilità locale tra Davoli e Soverato, rende il circo facilmente raggiungibile dal bacino d’utenza del catanzarese, confermandosi come uno dei poli di aggregazione principali per il turismo estivo di questa porzione di territorio calabrese.

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Lifestyle

Maria Teresa De Rosa, tante vite in una sola: quando il cinema diventa un altro modo di raccontarsi

Ci sono persone che sembrano attraversare una sola esistenza. E poi ce ne sono altre che, dentro la stessa vita, riescono a collezionare esperienze, incontri, passioni e trasformazioni sufficienti per riempirne molte. Maria Teresa De Rosa appartiene a questa seconda categoria.

La sua è una storia fatta di percorsi differenti, di esperienze che si sono intrecciate nel tempo e di una curiosità mai sopita verso il mondo dell’arte e dello spettacolo. Una donna che ha vissuto, per usare una metafora, tante vite in una vita, cambiando prospettiva, affrontando nuove sfide e lasciandosi guidare dalla voglia di sperimentare.

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Maria Teresa De Rosa

Redazione-  Ci sono persone che sembrano attraversare una sola esistenza. E poi ce ne sono altre che, dentro la stessa vita, riescono a collezionare esperienze, incontri, passioni e trasformazioni sufficienti per riempirne molte. Maria Teresa De Rosa appartiene a questa seconda categoria.

La sua è una storia fatta di percorsi differenti, di esperienze che si sono intrecciate nel tempo e di una curiosità mai sopita verso il mondo dell’arte e dello spettacolo. Una donna che ha vissuto, per usare una metafora, tante vite in una vita, cambiando prospettiva, affrontando nuove sfide e lasciandosi guidare dalla voglia di sperimentare.

È proprio attraverso i set cinematografici e pubblicitari che Maria Teresa De Rosa ha avuto l’opportunità di misurarsi con ruoli differenti, entrando ogni volta in una dimensione nuova. Perché interpretare un personaggio significa, prima ancora di recitare, imparare ad ascoltarlo, comprenderne le fragilità, le paure, le gioie e le contraddizioni.

E nel suo percorso c’è un ruolo che più di altri ha lasciato il segno: quello di Nonna Teresa nella serie televisiva Sara e Marti.

La fiction racconta la quotidianità di due sorelle adolescenti, Sara e Marti, trasferitesi da Londra a Bevagna, piccolo paese dell’Umbria, per seguire il padre. Un cambiamento radicale che per le due ragazze significa lasciarsi alle spalle una vita conosciuta per affrontare un mondo nuovo, fatto di amicizie, difficoltà, scoperte e sentimenti.

A Bevagna comincia così un anno intenso e impegnativo, nel quale le protagoniste si confrontano con incontri e scontri, vittorie e delusioni, risate e lacrime. È il racconto di quell’età in cui tutto sembra definitivo e ogni emozione può diventare gigantesca: l’amicizia, la famiglia, il desiderio di sentirsi accettati, le prime infatuazioni e quell’amore che arriva senza chiedere permesso.

Ed è proprio all’interno di questo universo narrativo che Maria Teresa De Rosa ha saputo dare anima e corpo a Nonna Teresa, trasformando il personaggio in una presenza capace di parlare non soltanto ai più giovani, ma anche agli adulti.

Nonna Teresa non è semplicemente una figura inserita nella storia. È una presenza che appartiene a quel mondo di affetti e di memoria che spesso rappresenta il punto di riferimento di una famiglia. Attraverso la sua interpretazione, Maria Teresa De Rosa ha portato sullo schermo una dimensione fatta di umanità, calore e autenticità.

È stato anche grazie a questo personaggio che il pubblico ha potuto riconoscere e apprezzare ulteriormente le sue qualità artistiche. Il mestiere dell’attore, del resto, non consiste soltanto nel pronunciare battute davanti a una macchina da presa. Significa riuscire a rendere credibile una vita che non è la propria. Significa prestare il proprio volto, la propria voce e la propria sensibilità a qualcuno che esiste soltanto sulla pagina di una sceneggiatura.

Maria Teresa De Rosa lo ha fatto attraversando personaggi e situazioni differenti, dimostrando quella versatilità che rappresenta una delle caratteristiche più preziose per chi lavora nel mondo dello spettacolo.

Il suo percorso racconta dunque qualcosa di più di una carriera: racconta una donna che non ha avuto paura di cambiare pelle. Ogni esperienza è diventata una tessera di un mosaico più grande, ogni set un luogo nel quale imparare qualcosa di nuovo, ogni personaggio un’occasione per guardare il mondo da un’altra angolazione.

E forse è proprio questa la magia della recitazione: poter vivere altre esistenze senza smettere di essere se stessi.

Nel caso di Maria Teresa De Rosa, le tante vite vissute in una sola hanno trovato nel cinema e nella televisione una nuova possibilità di espressione. E Nonna Teresa, con la sua umanità e il suo calore, rimane uno dei capitoli più significativi di questo viaggio.

Una storia che passa dall’esperienza personale alla finzione televisiva e che trova nell’Umbria, con Bevagna e i suoi paesaggi, uno scenario particolarmente suggestivo. Un territorio che nella serie diventa parte integrante della crescita delle protagoniste e che offre alla narrazione quella dimensione intima e riconoscibile nella quale le vicende di Sara e Marti possono prendere vita.

Alla regia di Sara e Marti Emanuele Pisano, che ha contribuito a dare forma a un racconto capace di mettere al centro il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta, con tutte le sue contraddizioni e le sue emozioni.

E dentro questa storia Maria Teresa De Rosa ha trovato il modo di lasciare la propria impronta.

Perché alcune interpretazioni si ricordano per ciò che accade sullo schermo. Altre, invece, rimangono nella memoria per ciò che riescono a trasmettere.

Quella di Nonna Teresa appartiene a questa seconda categoria: una presenza capace di trasformare un personaggio in una persona, una sceneggiatura in un frammento di vita e un set nell’ennesima, preziosa, tappa di una donna che ha saputo vivere tante vite in una sola.

Maria Teresa De Rosa

MARIA TERESA DE ROSA: «HO VISSUTO TANTE VITE, E OGNUNA HA LASCIATO UN POSTO SPECIALE NEL MIO CUORE»

Maria Teresa De Rosa

A tu per tu con Maria Teresa De Rosa, una donna che ha fatto della vita un viaggio attraverso mille storie, volti ed emozioni.

Maria Teresa, se dovesse raccontare la sua vita attraverso un’immagine, quale sceglierebbe?

Sceglierei quella di una strada con tante diramazioni. Ho avuto la fortuna di percorrere sentieri diversi, di incontrare persone, vivere esperienze e scoprire parti di me che forse non conoscevo ancora. In questo senso posso dire di aver vissuto tante vite in una sola. E ognuna di queste vite ha lasciato un posto speciale nel mio cuore.

Nel suo percorso ci sono stati anche il cinema, la televisione e la pubblicità. Che cosa significa per Lei entrare in un ruolo?

Significa prestare per un momento la propria anima a qualcun altro. Ogni personaggio mi ha insegnato qualcosa, perché ogni volta bisogna mettersi in ascolto e cercare di comprendere una storia diversa dalla propria. Anche quando si tratta di un’esperienza breve, come può essere uno spot pubblicitario, c’è sempre qualcosa che rimane.

Tra le sue esperienze c’è anche uno spot molto conosciuto, quello della birra Moretti. Che ricordo conserva di quel set?

Lo ricordo con grande piacere. È stata un’altra esperienza importante del mio percorso, diversa da quelle cinematografiche e televisive, ma proprio per questo interessante. Un set pubblicitario ha ritmi e dinamiche particolari e permette di confrontarsi con un linguaggio differente. Anche quell’esperienza è rimasta nel mio cuore, come tutte le altre.

C’è un filo rosso che unisce tutte le esperienze che ha vissuto davanti alla macchina da presa?

Credo sia la gratitudine. Non ho mai voluto considerare un’esperienza come qualcosa di scontato. Ogni incontro, ogni persona, ogni occasione mi ha lasciato qualcosa. Alcune esperienze mi hanno regalato emozioni, altre insegnamenti, altre ancora mi hanno fatto scoprire aspetti nuovi di me. Ma tutte, indistintamente, hanno avuto un valore.

Poi è arrivata Nonna Teresa nella serie Sara e Marti. Che cosa ha trovato in quel personaggio?

Ho trovato una parte molto umana. Nonna Teresa è una figura che porta con sé affetto, esperienza e quella particolare saggezza che appartiene a chi ha vissuto tanto. Interpretarla significava non limitarsi a recitare delle battute, ma cercare di restituire una persona, con la sua sensibilità e il suo modo di stare accanto agli altri. Le ho voluto bene proprio perché, attraverso di lei, ho potuto raccontare sentimenti autentici.

La serie racconta due adolescenti che arrivano a Bevagna e si trovano improvvisamente a dover ricominciare. Quanto è importante, nella vita, avere qualcuno che ci accompagni nei momenti di cambiamento?

È fondamentale. Nella vita tutti attraversiamo momenti nei quali dobbiamo ricominciare. A volte cambiamo città, lavoro, relazioni; altre volte cambia semplicemente il modo in cui guardiamo noi stessi. In quei momenti avere accanto qualcuno che sappia ascoltare può fare una differenza enorme. E credo che proprio questo sia uno dei messaggi più belli della serie.

Lei ha interpretato molti ruoli. Quale personaggio le ha insegnato qualcosa su Maria Teresa?

Probabilmente più di uno. È difficile sceglierne soltanto uno, perché ogni esperienza mi ha restituito qualcosa. Quando interpreti un personaggio, pensi di essere tu a dare qualcosa a lui. Poi scopri che è esattamente il contrario: è lui a lasciare qualcosa dentro di te. Per questo non riesco a considerare nessuna esperienza come semplicemente “lavoro”.

Cosa rimane quando le luci del set si spengono?

Rimane ciò che hai provato. Rimangono i volti, le risate, la fatica, le emozioni, le persone incontrate. Rimane la consapevolezza di aver vissuto un altro piccolo pezzo di vita. Le luci si spengono, ma certi ricordi continuano ad illuminarti.

Lei sorride molto. È una caratteristica del suo carattere o una scelta?

È soprattutto gratitudine. Io sono grata alla vita. Non significa che tutto sia stato sempre semplice o che non ci siano stati momenti difficili. Significa scegliere, nonostante tutto, di guardare anche ciò che c’è di bello. La gratitudine verso la vita mi spinge a sorridere sempre. Il sorriso, per me, è un modo per dire grazie.

Se potesse incontrare la Maria Teresa che muoveva i primi passi nel mondo dello spettacolo, che cosa le direbbe?

Le direi di non avere paura. Di vivere tutto intensamente, senza preoccuparsi troppo di dove porterà una determinata strada. Le direi di fidarsi degli incontri e di non smettere mai di imparare. E soprattutto le direi: “Ricordati di essere grata”. Perché oggi penso che il vero successo non sia soltanto essere riconosciuti dagli altri, ma riuscire a riconoscere il valore della propria vita.

Ha vissuto tante vite. Se dovesse ancora sceglierne una, quale sceglierebbe?

Sceglierei ancora la mia. Con i suoi errori, le sue sorprese, le persone incontrate e tutte le esperienze vissute. Non cambierei nulla, perché anche ciò che è stato difficile mi ha condotta fino a qui. E se oggi posso sorridere guardando indietro, è perché ogni pezzo di strada ha avuto un senso.

E quale desiderio affida al futuro?

Continuare a vivere con curiosità. Continuare a incontrare persone, a conoscere storie, a emozionarmi. Se arriveranno nuovi personaggi, nuovi set e nuove opportunità, li accoglierò con entusiasmo. Ma vorrei soprattutto conservare questa gratitudine. Perché finché avrò un motivo per dire grazie, avrò anche un motivo per sorridere.

Un’ultima domanda, forse la più importante. Se la sua vita fosse un film, quale titolo sceglierebbe?

Tante vite, un solo cuore. Perché alla fine credo che sia proprio questo il senso del mio viaggio: aver attraversato tante esperienze, aver indossato tanti ruoli, aver incontrato tante persone, ma essere rimasta sempre fedele a ciò che sono. E portare dentro di me un pezzetto di ogni vita che ho avuto la fortuna di vivere.

Maria Teresa De Rosa

Maria Teresa De Rosa porta con sé una vita ricca di incontri, affetti e passioni. Accanto a Lei c’è un marito che ama profondamente e ci sono le sue due figlie, Sara e Marta, che oggi vivono fuori dall’Umbria, senza però che la distanza abbia mai cancellato quel legame profondo con loro. E poi c’è l’Umbria, la sua terra del cuore, quella regione cara al Santo di Assisi che Maria Teresa ama e sente profondamente appartenerle.

Oggi, accanto alla recitazione e alle tante esperienze vissute, la fotografia occupa un posto prioritario nella sua vita. In ogni scatto Maria Teresa non si limita a fermare un’immagine: diventa custode dei ricordi degli altri, raccogliendo frammenti di vite, emozioni, sorrisi e istanti destinati altrimenti a sfuggire al tempo. Forse è proprio questa la sua ennesima vita: raccontare ciò che vede attraverso l’obiettivo, con la stessa sensibilità con cui, nel corso degli anni, ha raccontato personaggi e storie davanti a una macchina da presa.

E così, ancora una volta, Maria Teresa continua a vivere tante vite in una sola, con il cuore pieno di gratitudine e quel sorriso che sembra essere il suo modo più autentico di dire grazie alla vita.

 

Maria Teresa De Rosa

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Intervista al giornalista e scrittore calabrese Vinicio Leonetti

30 anni di cronaca nera passati a raccontare omicidi e silenzi di Stato, una passione travolgente per il jazz e il legame indistruttibile con le antiche tradizioni dell’Arbëreshë calabrese. 🍷 📚 Abbiamo intervistato in esclusiva l’autore di romanzi di successo come “Eroine” e “Seppellitemi qui!”. Ci ha raccontato la crisi del giornalismo moderno, i misteri della strage di Piazza Fontana e perché le donne del Sud sono le uniche, vere eroine della nostra storia. Un’intervista profonda e imperdibile, a ritmo di be-bop. Leggila qui! 👇 🖋️

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Vinicio Leonetti

Carfizzi  – Ci sono uomini che attraversano la vita in linea retta, e altri che scelgono invece di assecondare le infinite curve del destino, vivendo mille vite in una sola. L’intervista che vi proponiamo oggi è un affascinante viaggio nella mente e nei ricordi di un autore che ha saputo fondere anime apparentemente inconciliabili. Da un lato, il giornalista cinico e disilluso, temprato da quasi trent’anni di trincea nella cronaca nera e giudiziaria, dove il sangue e i silenzi omertosi si scontrano con l’eterna incertezza della legge. Dall’altro, lo scrittore dal cuore antico, visceralmente legato alle radici arbëresh della sua natia Calabria, capace di trasformare le memorie d’infanzia in letteratura pura. Tra le donne coraggiose dei suoi romanzi (da “Eroine” all’ultimo “Seppellitemi qui!”), la passione folle per il ritmo sincopato del jazz e l’amore per il lessico raffinato del vino, emerge il ritratto di un intellettuale irregolare e affamato di verità. Ecco la nostra intervista integrale:<<

Lei nasce in Calabria, con radici arbëresh e una nonna Varipapa di Carfizzi: quanto pesa tuttora quell’eredità invisibile nella sua scrittura e nella sua idea di giustizia?

Ogni volta che torno a Carfizzi, dopo tante curve e tornanti in macchina, è come fare un salto indietro nel tempo. C’erano le nonne, adesso le zie e i cugini, ritrovo l’odore dei camini e i vecchi sapori che funzionano come le madeleine di Proust, istintivamente s’attiva la memoria e sprizza sentimenti dolcissimi. Si parla l’antico arbëresh; scioglie i pensieri… all’inizio mi viene difficile tradurre, poi man mano capisco e rispondo. Quell’intercalare diverso dall’italiano, molto più marcato e ricco di sibili, mi ha molto aiutato nella scrittura, fin da bambino. Pensare e parlare in diversi modi fluidifica la parola, la rende liquida come un assolo di Mark Knopfler. Bisognerebbe fare di più per preservare e valorizzare questi tesori nascosti.

Ha trascorso quasi trent’anni nella cronaca nera e giudiziaria. Cosa resta dentro un uomo dopo aver raccontato per tanto tempo il lato più oscuro del potere e dell’animo umano?

Aver studiato giurisprudenza e poi seguito centinaia di processi nelle aule dei tribunali mi ha portato a vedere le cose sotto due aspetti: quello appunto giurisprudenziale, legato a leggi, codici e procedure, con rispetto per chi esercita il diritto, limitandomi a narrare tutto quello che succede in maniera il più possibile asettica; l’altro aspetto è intimo, del tutto personale, che credo debba restare fuori dalla cronaca. Non sempre ho digerito i verdetti dei giudici, ma li ho rispettati.
Ho visto tanti cadaveri insanguinati di persone uccise da altre persone, si sente un silenzio ovattato intorno, anche quando accade per strada. La pietas ti prende per un attimo, anche quando sotto il piombo è finito un bastardo, ma se sei un cronista devi raccontare non solo chi era quel morto, ma perché si trova là davanti a te, come l’abbiano eliminato, il luogo, i rumours, la fredda scheda della sua vita. Cinismo fa rima con giornalismo.

Dal diritto studiato alla “Federico II” di Napoli alla narrativa: quando ha capito che la legge non bastava a spiegare il mondo e che serviva la letteratura?

Nel diritto romano, che da noi in Italia si studia al primo anno d’università, c’era chi spiegava la cosiddetta “induzione storica” e la “opinio iuris ac necessitatis”, due principi cardine che certificano l’incertezza della legge. Non esiste una giustizia perfetta. Con la letteratura sono andato di pari passo partendo dai libri di testo, ma al liceo per conto mio leggevo i grandi classici italiani e stranieri, scrittori e poeti che lasciano il segno anche su un giovane. Molte cose a quel punto s’intersecano, trovi corrispondenze, emergono analogie.

Può fare un esempio concreto?

Ho capito che non c’era perfezione nella giustizia intorno ai 25 anni. Da corrispondente del quotidiano Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, ho seguito nell’aula bunker a Catanzaro decine di udienze del processo sulla strage di Piazza Fontana dove nel 1969 a Milano scoppiò una potentissima bomba innescata da neofascisti in una banca in cui morirono 17 persone e ne uscirono ferite un centinaio. I servizi segreti italiani ebbero un ruolo chiave, ma quando decine di politici di primo piano all’epoca in Italia, (era la fine degli anni ’80), sfilarono davanti alla Corte d’assise per testimoniare, sentii in aula soltanto dei “non so” o dei “non ricordo”. Ancora non capisco se chi governa manipola i servizi segreti, o se avviene il contrario. Di certo non avrei voluto essere nei panni di quei giudici. Ed ecco l’incertezza del diritto: ero un giovane cronista sorpreso da quell’andazzo, invece gli inviati dei grandi giornali seduti accanto a me sorridevano dando tutto per scontato.

In “Eroine” lei mette al centro le figure femminili. Un uomo cresciuto nel Sud, in una cultura spesso patriarcale, come arriva a scegliere le donne come epicentro narrativo?

La donna del Sud parte svantaggiata, come la protagonista del mio recente “Seppellitemi qui!”. Nel Dopoguerra non le facevano studiare oltre la terza media, dovevano soltanto aspettare passivamente che qualcuno le sposasse per far figli e badare alla casa. Se poi le donne nascevano e vivevano in una comunità etnica come quella arbëresh in Calabria, ancora più isolata e arcaica, finivano con l’essere sopraffatte in tutti i sensi. Il mio obiettivo, per quanto possa riuscirci, è quello di far rinascere queste donne, sottolineare la loro importanza, il protagonismo, la grande forza d’animo. Così avviene per Elvira, la cui storia è al centro del mio romanzo, con la sua forza e il suo coraggio pur nella sua grande umiltà; lo stesso è avvenuto per Marisa, protagonista della spy-story “Eroine”, passata dai soprusi mafiosi a dinamica agente di polizia e soprattutto ad abile “testa di cuoio” che salva vite in serio pericolo in mezzo mondo. Tanto da finire sulla copertina di “Time”. Poi nel mio racconto breve “L’amante del boss”, in cui involontariamente mi sono trovato coinvolto di persona, la giovane donna francese del padrino rimasta “vedova”, fonda un ospedale in Irlanda per bambini colpiti da malattie rare, invece di andare a godersi il sole ai Caraibi con l’eredità milionaria.

Ha attraversato redazioni diverse, dalla Rai ai grandi gruppi editoriali economici: il giornalismo italiano oggi è più libero o più fragile rispetto a quando iniziò a 23 anni?

Ho attraversato due momenti spartiacque. Il primo è stato il passaggio dall’amata e rumorosa Olivetti al computer, l’altro l’avvento del Web una decina d’anni dopo. Quest’ultimo molto più rivoluzionario del primo. È stato come quando si passò dalla linotype alla stampa offset, ma ero ancora bambino. Ai cambiamenti ci si adatta, chi più chi meno, non bisogna dire “mai” ma mettersi a lavorare col piglio di sempre. Oggi c’è molta incertezza sulle fonti, la ricerca dell’origine delle notizie da scrivere, c’è una carenza nel lavoro di verifica che ogni giornalista dovrebbe fare prima di pubblicare. Non è una situazione facilmente gestibile dai direttori e capi redattori. Le loro incertezze si riflettono sui singoli redattori in un momento, quello dei social, in cui ognuno crede di fare giornalismo scrivendo un post di quattro righe sul nulla, senza grammatica e piazzando una foto malmessa.

La sua passione per il jazz suggerisce improvvisazione e disciplina insieme. C’è qualcosa di jazzistico nel suo modo di scrivere o di condurre un’inchiesta?

Prima il blues e poi il rock, da giovane. Strimpellavo con la mia Fender. Finché per Radio Palermo Centrale all’ultimo anno di liceo mi hanno incaricato di andare in giro con un piccolo registratore a bobine a registrare in città spezzoni di concerti di grandi del jazz come Horace Silver, Roy Haynes, Dizzie Gillespie, Bill Evans. Poi il Roccella Jazz Festival in Calabria. Mi piaceva e mi piace il be-bop, quando su una stessa base ritmica cominciano gli assoli a sprazzi, fraseggi brevi, attimi di pausa, alternanze magiche, in un crescendo quasi rossiniano. Mentre ascoltavo questa musica leggevo tanto Jack Kerouac, Charles Bukowski, John Fante, versi di Ginsberg e Ferlinghetti della beat generation. Quando scrivo credo di avere una punteggiatura ossessionante, frasi brevi, parole isolate, raramente mi spingo oltre le quattro righe senza stop. Hai presente la famosa Take Five di Brubeck? Ecco, quella lì.

In “Ottomani sullo Stretto” il Mediterraneo non è solo geografia ma destino. La Calabria è periferia o centro nascosto della storia?

Si deve sperimentare. Ci siamo messi insieme quattro ex del quotidiano “Gazzetta del Sud” che nasce tra Messina e Reggio Calabria, nel pittoresco Stretto. Miles Davis negli anni ’60, riunì in uno studio di registrazione a New York cinque o sei grandi musicisti e gli disse: suonate quello che volete, registriamo su più tracce, poi montiamo tutto insieme. Nacque il free jazz, che non muore. Noi giornalisti pensionati di provincia, su iniziativa del capo servizio Aldo Mantineo, abbiamo scritto in tutto otto racconti d’una ventina di pagine, ognuno ne ha partorito due. Siccome 2 mani x 4 fa otto, abbiamo titolato incautamente “Ottomani”, ma stavolta i turchi non c’entrano. Il libro è scritto da tre bravissimi colleghi siciliani e soltanto un calabrese, ognuno ha tirato fuori i suoi scarti segnati sul taccuino, quelli che sul giornale non si possono scrivere e che noi invece abbiamo avuto la sfacciataggine di ritrovare nei fondi dei nostri cassetti. Abbiamo raccontato credo uno Stretto da poesia, quella più intima, anche grazie alla grande fiducia di un editore come Città del Sole di Reggio Calabria che fa della trasgressione la sua arma migliore.

Coordina “Trame a Sud”, spin-off del festival contro le mafie a Lamezia Terme. Dopo decenni di cronaca giudiziaria, crede nella repressione o nell’educazione culturale come vera risposta?

La repressione è roba recente, è facile partorire nuove leggi limitative ma fanno soltanto audience senza effetti significativi sulle mafie o qualsiasi tipo di criminalità. A educare s’impiega più tempo, ci vuole maggiore impegno, la forza di noi umani è maggiore della forza del destino. Il Festival Trame dei libri sulle mafie ci lavora da quindici anni. Resta il fatto che ormai la criminalità organizzata  s’è evoluta, rimangono pochi boss sullo stile tradizionale del Padrino di Mario Puzo, i clan con i loro miliardi hanno mandato i figli più meritevoli a studiare nelle migliori università del mondo. Tutta gente che sa investire il denaro sporco in modo tale da confonderlo con i capitali dell’imprenditoria legale. È nato un ibrido pericoloso ma fondamentale per i governi non solo occidentali, il più delle volte autoritari.

Essere sommelier Ais significa educare il gusto e la memoria. Il vino, come la scrittura, è un esercizio di pazienza? Cosa accomuna una grande annata a un buon romanzo?

Il vino dev’essere un divertimento per chi come me non lo produce e non lo vende. Mi sono avvicinato a questo mondo non solo per avere più consapevolezza del bere bene, ma soprattutto perché mi piace molto il linguaggio degli addetti ai lavori, che ha tutto un suo stile. Ho una passione per i linguaggi diversi: c’è il “giustizialese” per i tribunali e le forze dell’ordine, il “politichese” per chi sguazza nelle istituzioni, il “burocratese” parlato da chi vive nei palazzi. Il “vinese” è quello proprio di chi s’intende di vitigni, terroir, barrique, Docg, bollicine, gusti e palati fini, insomma. Potrei paragonare un ottimo Barolo maturo a un romanzo senza tempo di Dostoevskij, un Amarone corposo a una storia d’ordinaria follia di Bukowski, un forte e coraggioso Cirò classico con la fantasia di Calvino.

Nel suo nuovo romanzo “Seppellitemi qui!” il titolo suona come una dichiarazione definitiva. È un ritorno alle radici o una sfida al tempo? Dove vuole “rimanere sepolto”, in un luogo geografico o in una pagina che resti?

La bella protagonista arbëresh del romanzo ha giurato fedeltà e desidera raggiungere il suo amato nell’aldilà per ricongiungersi con lui. Finisce una vita e comincia un’altra nuova, col sigillo eterno dell’amore. L’ho ambientato ad Argjiro, dal nome della mitica Principessa – Princesha che sfuggì all’assalto Ottomano, ricordando le estati della mia infanzia e adolescenza in un paese albanofono in Calabria. Il romanzo è dedicato al mio primo e unico nipotino, Matteo, perché la vita continui nel ricordo di un amore.

Conosce la lingua o la letteratura albanese? Ha letto autori albanofoni?

La lingua moderna no, l’albanese di sei secoli fa lo capisco ma lo parlo così raramente che ho bisogno di qualche giorno d’allenamento sul posto. U fjet si neve – U flijua si ne.
Colpevole di non conoscere a fondo la letteratura albanese, ma solo la bravissima Anilda Ibrahimi che ha scelto di vivere in Italia e pubblica meritatamente per un grande come Einaudi. Ho preso un suo libro un paio d’anni fa non sapendo fosse albanese, mi ha attratto il titolo “Volevo essere Madame Bovary”, perché credo che proprio lei sia stata la prima donna davvero emancipata di Occidente, avendo il coraggio di mollare il marito pur vivendo nel lusso e andare per la propria strada. Tragico l’epilogo del suicidio. Ma la forza di una donna resta, Flaubert è tra i classici della letteratura mondiale. La Ibrahimi scrive pagine preziose. La consiglio, nel mio piccolo.

Quale messaggio vorrebbe dare ai giovani che desiderano diventare giornalisti e/o scrittori?

Tenere presente Cortazar quando scrive che bisogna lottare contro la lingua affinché non imponga le sue regole. Mi permetto di aggiungere che per farlo bisogna avere le basi, perché non puoi suonare jazz senza conoscere il blues. Così si può acquisire la giusta follia per riempire ogni pagina bianca di belle parole>>.

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Carola Cestari, quando il noir incontra la poesia della vita

Dai misteri della mente alle piccole storie dell’esistenza, un viaggio nella scrittura di un’autrice che ha fatto del racconto una lente per osservare il mondo. Tra le sue opere più recenti c’è anche Rabbia liquida, pubblicato il 31 gennaio 2026, un titolo che rappresenta una delle tappe più interessanti del suo percorso letterario.

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Carola Cestari

Redazione-  Dai misteri della mente alle piccole storie dell’esistenza, un viaggio nella scrittura di un’autrice che ha fatto del racconto una lente per osservare il mondo. Tra le sue opere più recenti c’è anche Rabbia liquida, pubblicato il 31 gennaio 2026, un titolo che rappresenta una delle tappe più interessanti del suo percorso letterario.

Ci sono scrittori che raccontano storie e scrittori che, attraverso le storie, provano a raccontare gli esseri umani. Carola Cestari appartiene a questa seconda categoria. La sua scrittura attraversa il noir, il giallo, il thriller psicologico, il racconto breve, la narrativa sentimentale e la fantascienza, senza mai perdere di vista quella materia incandescente e imprevedibile che è l’animo umano.

Nata a Milano, Carola Cestari ha costruito negli anni un percorso letterario caratterizzato dalla curiosità e dalla versatilità. Una scrittrice capace di muoversi tra atmosfere oscure e improvvise accensioni di leggerezza, tra delitti e sentimenti, tra enigmi della mente e frammenti di vita quotidiana. Un percorso iniziato ufficialmente nel 2021, dopo una serie di riconoscimenti ottenuti in numerosi concorsi letterari, e proseguito con una produzione che oggi comprende romanzi, raccolte di racconti e opere nate dalla collaborazione con altri autori.

E allora, in questa estate fatta di valigie, partenze, treni, aerei, spiagge e qualche meritato momento di silenzio, perché non mettere in valigia anche un libro di Carola Cestari?

Perché leggere, soprattutto d’estate, significa concedersi un piccolo viaggio dentro altri viaggi. E le pagine di Cestari possono diventare una buona compagnia sotto l’ombrellone, in una stanza d’albergo, su una panchina, durante un viaggio o semplicemente in quelle sere in cui il mondo rallenta e un libro diventa il migliore degli interlocutori.

Tra le pubblicazioni più recenti troviamo Rabbia liquida, uscito il 31 gennaio 2026 per Nepturanus. Già dal titolo si percepisce una delle caratteristiche della scrittura dell’autrice: la capacità di trasformare una parola, un sentimento, una condizione dell’animo in un’immagine capace di evocare immediatamente qualcosa.

La rabbia, infatti, non è sempre solida. Può essere fluida, insinuarsi lentamente, cambiare forma, scorrere nelle relazioni, attraversare i pensieri, diventare silenzio oppure esplodere. Ed è proprio questa attenzione verso le zone meno prevedibili dell’essere umano a rappresentare uno dei tratti distintivi della narrativa di Cestari.

Il suo viaggio letterario aveva già trovato una prima importante tappa nel 2021 con Nero Catrame, pubblicato da Dragonfly Edizioni. È il romanzo che segna l’esordio ufficiale dell’autrice nel poliziesco e nel noir, generi nei quali la scrittrice dimostra immediatamente di sapersi muovere con attenzione per le atmosfere e per la costruzione della tensione.

Il noir, nelle sue mani, non è soltanto una successione di misteri da risolvere. È soprattutto uno strumento per entrare nelle contraddizioni dell’uomo, nei suoi lati meno luminosi, nelle scelte che spesso nascono proprio là dove la ragione incontra la paura, il desiderio, la colpa.

Nel 2022 arriva GiallOscuro, ancora per Dragonfly Edizioni, raccolta di racconti noir e polizieschi. Una parola che già nel titolo sembra giocare con le due anime della narrazione: quella del giallo, con i suoi enigmi e le sue domande, e quella dell’oscuro, che introduce il lettore in territori dove le certezze possono diventare improvvisamente fragili.

Molti dei racconti contenuti nella raccolta hanno inoltre ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari nazionali. Un elemento che testimonia non soltanto la prolificità dell’autrice, ma anche la capacità dei suoi testi di incontrare il gusto e l’attenzione delle giurie letterarie.

Nel 2023 Cestari torna alla narrativa con OscuraMente, pubblicato da Dragonfly Edizioni, una raccolta di racconti nella quale la scrittrice torna a esplorare le inquietudini, i misteri e le molteplici sfumature della mente umana. E già qui il gioco delle parole diventa una dichiarazione poetica: la mente come luogo misterioso, labirinto, territorio nel quale nulla è necessariamente ciò che sembra.

Il thriller psicologico è, del resto, uno dei generi più affascinanti perché non ha bisogno soltanto di porte chiuse, ombre e misteri. Il vero labirinto può essere dentro di noi. E Cestari sembra conoscere bene questa geografia interiore, fatta di pensieri, paure, ossessioni, ricordi e zone d’ombra.

A completare questo segmento della sua produzione troviamo anche ImPuro sangue, opera che prosegue il percorso dell’autrice nelle atmosfere cupe e misteriose che hanno caratterizzato una parte significativa della sua narrativa.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi al noir.

Carola Cestari è infatti una scrittrice che ama cambiare registro, come un musicista che non vuole suonare sempre la stessa melodia. E così, accanto ai delitti, alle indagini e alle inquietudini della mente, arrivano i racconti, i sentimenti, l’ironia e la quotidianità.

Nel 2025 viene pubblicato Racconti al volo, per Nepturanus, una raccolta composta da trentacinque brevi storie e frammenti di vita quotidiana. Qui la scrittrice sembra cambiare obiettivo: dalla lente d’ingrandimento puntata sul mistero passa a quella capace di cogliere il dettaglio.

Trentacinque racconti che attraversano incontri casuali, vicende amorose, difficoltà personali e piccoli momenti dell’esistenza. Una scrittura asciutta e poetica, nella quale la brevità non significa superficialità, ma capacità di lasciare al lettore uno spazio nel quale continuare la storia.

Perché spesso la vita funziona proprio così: ci concede frammenti, non spiegazioni complete. Un incontro su un treno, una telefonata inattesa, uno sguardo, una separazione, una parola detta troppo tardi. Il racconto breve può allora diventare una fotografia dell’anima: pochi centimetri di carta per contenere un universo.

Nel percorso dell’autrice trova posto anche Enceladus, pubblicato da Tomolo Edizioni, un romanzo di fantascienza che amplia ulteriormente il ventaglio delle sue suggestioni letterarie e conferma la sua volontà di attraversare generi e territori narrativi differenti.

E poi c’è il cuore.

Quello che nel noir può battere sotto la paura e che nella narrativa sentimentale può invece diventare protagonista assoluto.

Con Cuore in apnea, pubblicato da Land Editore, Cestari si confronta con il genere chick lit comico, mostrando un’altra faccia della propria scrittura. Qui l’ironia diventa una chiave per raccontare sentimenti, situazioni e relazioni con uno sguardo più leggero e sorridente.

Ma il viaggio sentimentale iniziato con Cuore in apnea non si ferma lì. A seguirne le tracce è Cuore in viaggio, edito da Land Editore, sequel di Cuore in apnea. Un nuovo capitolo che permette alla scrittrice di proseguire il racconto dei suoi personaggi e di esplorare ancora una volta il territorio dei sentimenti, delle relazioni e delle emozioni, mantenendo quella vena ironica e leggera che caratterizza questa parte della sua produzione.

È una dimostrazione importante della versatilità dell’autrice: saper cambiare tono senza perdere la propria identità.

E forse è proprio questa la parola che meglio descrive il percorso di Carola Cestari: contaminazione.

Noir e sentimento. Mistero e quotidianità. Psicologia e ironia. Romanzo e racconto. Solitudine e collaborazione. Fantascienza e realtà.

Una scrittrice che non sembra voler abitare una sola stanza della letteratura, ma attraversare tutta la casa.

E forse è questo che rende interessante il suo percorso. La letteratura contemporanea, del resto, non ha più bisogno di recinti invalicabili. Il lettore può passare dal thriller alla commedia, dal racconto sentimentale al noir, dalla realtà alla fantascienza, proprio come nella vita passa dal sorriso alla malinconia, dalla paura alla speranza.

La bibliografia di Cestari racconta dunque una scrittrice in movimento. Una penna che non sembra avere paura di sperimentare, di cambiare prospettiva, di osservare la realtà da angolazioni differenti.

E mentre l’estate invita tutti a rallentare, i suoi libri possono diventare una piccola mappa per orientarsi tra emozioni e misteri.

Rabbia liquida, pubblicato nel gennaio 2026, rappresenta una delle tappe più recenti di questo viaggio letterario e può essere inserito idealmente nella valigia delle letture estive insieme agli altri titoli dell’autrice. Perché un buon libro da portare in vacanza non deve necessariamente essere leggero: deve essere capace di accompagnarci.

E quelli di Carola Cestari sembrano avere proprio questa ambizione.

Accompagnarci.

Nel mistero quando vogliamo perderci.

Nel sorriso quando abbiamo bisogno di leggerezza.

Nei sentimenti quando abbiamo voglia di riconoscerci.

Nelle inquietudini quando desideriamo guardare più a fondo.

Alla fine, forse, è questo il compito più bello della letteratura: non darci sempre risposte, ma regalarci domande migliori.

Carola Cestari lo fa attraversando generi diversi, costruendo storie e lasciando al lettore la libertà di scegliere quale porta aprire.

Quella del noir, magari, conduce in una stanza buia.

Quella dell’amore potrebbe essere illuminata da una luce diversa.

Quella del racconto breve potrebbe spalancarsi improvvisamente sulla vita quotidiana.

Quella della fantascienza potrebbe condurci lontano, oltre i confini conosciuti.

Ma dietro ogni porta c’è sempre la stessa grande protagonista: l’anima umana.

E allora, prima di chiudere la valigia per le vacanze, una cosa è certa: tra costume, occhiali da sole e crema solare, un po’ di spazio per un libro bisogna trovarlo.

Perché il sole abbronza la pelle.

Le buone storie, invece, continuano a illuminare la memoria anche quando l’estate è già finita.

CAROLA CESTARI: «SCRIVERE SIGNIFICA ENTRARE NELLE ZONE D’OMBRA DELL’ANIMA»

Lei ha attraversato il noir, il thriller psicologico, il racconto breve e persino la narrativa sentimentale. Che cosa cerca, prima di tutto, quando comincia a scrivere una nuova storia?

Cerco qualcosa che abbia ancora la capacità di interrogarmi. Non parto necessariamente da una trama, ma da un’emozione, da una domanda, da un personaggio che improvvisamente comincia a vivere dentro di me. La scrittura, per me, è innanzitutto ascolto. Osservo molto la realtà, le persone, i loro comportamenti, le contraddizioni. Anche un gesto apparentemente insignificante può diventare l’inizio di una storia. Credo che ogni scrittore, in fondo, sia un grande raccoglitore di frammenti di vita. Poi arriva la fantasia e quei frammenti trovano una forma.

Il noir e il thriller psicologico sembrano avere un posto importante nella Sua produzione. Che cosa La affascina maggiormente delle zone d’ombra dell’essere umano?

Mi affascina il fatto che nessuno sia completamente prevedibile. L’essere umano è molto più complesso di quanto voglia apparire. Dietro una persona apparentemente tranquilla possono nascondersi paure, desideri, ferite, rabbie e segreti. Il noir mi permette di entrare proprio lì, dove normalmente non guardiamo. Non mi interessa soltanto il mistero da risolvere: mi interessa capire perché una persona arriva a compiere determinate scelte. La parte più inquietante di una storia, spesso, non è il delitto in sé, ma la mente che lo ha concepito.

Il Suo libro “Rabbia liquida”, porta già nel titolo un’immagine molto potente. Che cosa rappresenta per Lei quella “rabbia liquida”?

La rabbia è un sentimento particolare perché può assumere forme diverse. Può esplodere, ma può anche sedimentare lentamente. Può scorrere dentro una persona senza che gli altri se ne accorgano, fino a quando trova una via d’uscita. L’aggettivo “liquida” mi è sembrato particolarmente evocativo proprio perché restituisce l’idea di qualcosa che non rimane fermo, che si muove, penetra, cambia forma. Credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo dovuto fare i conti con una rabbia che non sapevamo bene dove collocare. La letteratura può servire anche a questo: dare un nome a emozioni che spesso non riusciamo a spiegare.

Lei ha scritto anche “Racconti al volo”, una raccolta di trentacinque storie e frammenti di vita quotidiana. Quanto è difficile raccontare tanto attraverso la brevità?

La brevità, secondo me, è una delle forme più difficili della scrittura. Quando si hanno poche pagine bisogna scegliere ogni parola con grande attenzione. Non si può dire tutto e forse proprio per questo bisogna imparare a suggerire. In “Racconti al volo” ho cercato di fermare piccoli momenti: incontri, sentimenti, difficoltà, situazioni che potrebbero sembrare insignificanti e che invece, osservate da vicino, raccontano molto di noi. Mi piace l’idea che il lettore possa riconoscersi in un frammento e poi continuare dentro di sé la storia.

Lei ha pubblicato diversi libri e ha ricevuto riconoscimenti in numerosi concorsi letterari. Guardando oggi al Suo percorso, che cosa significa per Lei essere una scrittrice?

Significa soprattutto avere la responsabilità delle parole. Quando scriviamo consegniamo qualcosa di nostro a persone che non conosciamo e che possono interpretarlo in maniera completamente diversa. È una forma bellissima di condivisione, ma anche una grande responsabilità. I premi e i riconoscimenti fanno piacere e rappresentano certamente una gratificazione, ma la soddisfazione più grande rimane sapere che una persona ha letto un mio libro e, dopo averlo chiuso, ha continuato a pensare a una storia, a un personaggio o a una frase. Se accade questo, credo che la scrittura abbia raggiunto il suo obiettivo più autentico.

Carola Cestari

Carola Cestari

Alla fine dell’intervista con Carola Cestari rimane una sensazione precisa: quella di aver “incontrato” una scrittrice che non utilizza la letteratura per fuggire dalla realtà, ma per guardarla più attentamente.

Il noir diventa così una lente puntata sulle fragilità umane, il thriller un viaggio dentro la mente, il racconto breve una fotografia dell’esistenza e persino la narrativa sentimentale un’altra occasione per interrogarsi sull’amore, sulle relazioni e sulle infinite contraddizioni del cuore.

La sua bibliografia è un viaggio attraverso generi differenti, ma con un unico filo conduttore: l’essere umano.

E forse è proprio qui che si trova la forza della sua scrittura. Nel ricordarci che dietro ogni mistero c’è una persona, dietro ogni rabbia una ferita, dietro ogni incontro una possibile storia.

In un’estate nella quale tutti cercano un libro da mettere in valigia, le opere di Carola Cestari sembrano avere una destinazione privilegiata: quella dell’anima.

Perché un buon libro non è soltanto quello che ci fa compagnia sotto l’ombrellone. È quello che, una volta tornati a casa, continua a camminare con noi.

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