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Salute

TEATROTERAPIA: UN LABORATORIO DI VITA. IL RUOLO CARDINE PER LO SVILUPPO EMOTIVO DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

Ne parliamo con Adelia Lucattini, Medico Psichiatra e Psicoanalista, Membro della Società Psicoanalitica italiana

Intervista di Marialuisa Roscino

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TEATROTERAPIA: UN LABORATORIO DI VITA. IL RUOLO CARDINE PER LO SVILUPPO EMOTIVO DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

Redazione-  La teatroterapia è un percorso terapeutico di crescita che utilizza il linguaggio teatrale per facilitare il benessere psicofisico. “Per bambini e adolescenti, il palco (anche quello immaginario di una stanza) – spiega in questa intervista Adelia Lucattini, Medico Psichiatra e Psicoanalista, Membro della Società Psicoanalitica italiana – è  “uno spazio protetto”, dove sperimentare se stessi senza il peso del giudizio reale”. In questa disciplina, approfondisce la psicoanalista Lucattini, “l’obiettivo non è la performance estetica o lo spettacolo finale, ma il processo creativo. Per i più giovani, il teatro funge da ponte tra il mondo interno (emozioni, paure, sogni) e il mondo esterno (relazioni, regole sociali)”.

Nell’intervista, approfondiamo, in particolare, come l’improvvisazione non sia solo un esercizio ludico, ma un vero e proprio motore di sincronia neurale e sviluppo emotivo, capace di attivare plasticità cerebrale e nuove modalità di ascolto profondo in un’età critica per la formazione della personalità e di come essa, possa essere “preziosa” nella regolazione dello stress e dell’ansia nei bambini e negli adolescenti.

Dott.ssa Lucattini, quale ruolo può assurgere in particolare, la teatroterapia nei bambini e negli adolescenti?

La teatroterapia può assumere un ruolo estremamente rilevante nello sviluppo psichico di bambini e adolescenti, configurandosi come un vero e proprio dispositivo trasformativo intermedio tra gioco e pensiero. In termini psicoanalitici, possiamo considerarla uno spazio transizionale cioè un’area protetta dell’esperienza in cui il bambino o l’adolescente può muoversi tra realtà interna ed esterna senza sentirsi esposto o giudicato.

Attraverso il linguaggio teatrale, infatti, diventa possibile mettere in scena ciò che spesso non è ancora pensabile o dicibile: conflitti inconsci, paure, desideri, fantasie trovano una forma rappresentabile e condivisibile. In questo senso, il teatro non è semplicemente espressione creativa, ma un luogo di simbolizzazione, dove vissuti grezzi o non mentalizzati possono trasformarsi in immagini, ruoli e narrazioni. Il bambino, in particolare, utilizza questo spazio per sviluppare e rafforzare la funzione simbolica, fondamentale per il pensiero e per la regolazione emotiva. L’adolescente, invece, può sperimentare identità diverse, esplorare parti di sé anche contraddittorie e sostenere il delicato processo di costruzione dell’identità e separazione-individuazione, in una cornice sufficientemente contenitiva.

In questo senso, la teatroterapia rappresenta un vero e proprio ponte tra mondo interno e mondo relazionale, permettendo un’integrazione più armonica tra emozione, corpo e pensiero (Frontiers Psychology, 2025).

Perché, a Suo avviso, l’attività teatrale può essere efficace nel lavoro clinico con bambini e adolescenti?

 

Il teatro offre una via privilegiata per trasformare ciò che viene agito in modo impulsivo o non consapevole (acting-out) in qualcosa che può essere rappresentato, pensato e condiviso. In questo senso, il passaggio dall’azione alla rappresentazione costituisce già di per sé un importante processo terapeutico. Attraverso il gioco dei ruoli, inoltre, il bambino o l’adolescente può sperimentare una forma di mentalizzazione incarnata: non solo pensa le emozioni, ma le vive nel corpo, le esprime, le osserva e progressivamente le comprende. Questo processo attiva dinamiche di identificazione e disidentificazione, consentendo di avvicinarsi a parti di sé anche complesse o contraddittorie, senza esserne sopraffatti.

Un altro elemento centrale è rappresentato dal gruppo teatrale, che funziona come un vero e proprio contenitore psichico plurale. All’interno di questo spazio condiviso, le emozioni possono emergere, circolare e trasformarsi senza diventare disorganizzanti, grazie alla presenza degli altri e alla struttura del setting. In questo senso, il teatro diventa anche un’esperienza profondamente relazionale, che sostiene lo sviluppo dell’empatia, dell’ascolto e della regolazione affettiva (Frontiers Psychology, 2026).

Spesso si pensa all’improvvisazione come a “un gesto puramente creativo”, quanto è importante invece?

 

L’improvvisazione è spesso considerata un gesto spontaneo e puramente creativo, ma in realtà rappresenta un processo psichico molto più articolato e profondo. Dal punto di vista psicoanalitico, implica innanzitutto la capacità di tollerare l’incertezza e il “vuoto”, cioè quella condizione in cui non esiste ancora una forma definita dell’esperienza.

Nel momento in cui il bambino o l’adolescente improvvisa, accede infatti a contenuti inconsci non ancora strutturati, dando loro una forma attraverso il corpo, la voce e l’azione scenica. Questo processo consente una trasformazione fondamentale: ciò che inizialmente può essere vissuto come angoscia o confusione interna diventa progressivamente narrazione, simbolo, pensiero condivisibile.

Non si tratta di “lasciarsi andare” in modo caotico, ma di sviluppare una forma di spontaneità regolata, in cui il soggetto impara a fidarsi del proprio mondo interno, mantenendo al tempo stesso una capacità di controllo e di integrazione. Per questo motivo, l’improvvisazione rappresenta uno strumento terapeutico estremamente importante: allena a stare nell’imprevisto senza esserne sopraffatti e favorisce un’esperienza di sé più flessibile, creativa e integrata (Communications Biology, 2025).

Come reagiscono di solito, i ragazzi più timidi o introversi davanti al vuoto di una scena da inventare sul momento?

I ragazzi più timidi o introversi, di fronte al “vuoto” di una scena da inventare sul momento, reagiscono spesso con un iniziale senso di smarrimento. Questo vuoto non è mai neutro: può attivare angosce di esposizione, sentimenti di inadeguatezza e paura del giudizio, soprattutto nei soggetti più sensibili o con una struttura psichica più inibita. In termini psicoanalitici, è come se venisse meno, temporaneamente, un contenitore interno stabile, e il ragazzo si trovasse esposto al rischio di sentirsi visto senza difese. Il vuoto scenico può quindi essere vissuto come assenza di contenimento, come perdita di riferimenti o come timore di non avere nulla di “valido” da esprimere. In questo spazio, il ragazzo può iniziare a sperimentare, anche in modo minimo e graduale, nuove possibilità espressive. L’ansia, inizialmente dominante, si trasforma lentamente in curiosità; il timore del giudizio lascia il posto a una maggiore fiducia nel gruppo; e ciò che prima era inibizione può evolvere in forme di espressione più autentiche e personali. Il gruppo, in questo processo, svolge una funzione fondamentale, non è solo spettatore, ma diventa un contenitore psichico condiviso, che permette di distribuire e regolare le emozioni. La presenza degli altri, insieme alla guida dell’adulto, rende possibile un’esposizione progressiva, sostenibile, non traumatica. In questo senso, il lavoro teatrale consente ai ragazzi più introversi di fare un’esperienza nuova: essere visti senza sentirsi giudicati, e quindi iniziare a esistere anche nello spazio relazionale con maggiore sicurezza (Drama Therapy Review, 2026).

Quali benefici offre nello specifico la teatroterapia nell’infanzia? Può stimolare la memoria emotiva e la riduzione dei neuromediatori dello stress proprio attraverso il gioco?

 

Nell’infanzia, la teatroterapia offre benefici profondi perché interviene su diversi livelli dello sviluppo psichico, corporeo ed emotivo, in una modalità che è naturalmente congruente con il linguaggio del bambino: il gioco. Attraverso l’attività teatrale, il bambino impara progressivamente a riconoscere, differenziare e nominare le emozioni, passando da stati affettivi indistinti a contenuti più pensabili e condivisibili. Questo processo implica un’integrazione tra esperienza corporea e rappresentazione mentale, ciò che viene sentito nel corpo può essere messo in scena, visto, trasformato.

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la memoria emotiva. Il gioco scenico consente infatti di riattivare tracce mnestiche implicite, legate a esperienze affettive precoci, che spesso non sono ancora accessibili al linguaggio verbale. Attraverso la drammatizzazione, queste esperienze possono essere rielaborate e progressivamente divenire racconto. In questo senso, la teatroterapia favorisce un passaggio fondamentale: da una memoria “agita” a una memoria “pensata”.

Infine, il lavoro teatrale di gruppo promuove quella che oggi viene descritta come “sincronia intersoggettiva”, il bambino impara a stare nel ritmo dell’altro, ad ascoltare, a coordinarsi. Questo processo sostiene lo sviluppo precoce delle competenze sociali e relazionali, favorendo empatia, cooperazione e capacità di regolazione reciproca (Children-Basel-, 2022).

E negli adolescenti quali effetti benefici può avere?

Nell’adolescenza, la teatroterapia assume un valore particolarmente significativo perché interviene in una fase dello sviluppo caratterizzata da una profonda riorganizzazione identitaria, in cui il soggetto è impegnato a ridefinire se stesso, il proprio corpo, le relazioni e il proprio posto nel mondo.

Attraverso il lavoro teatrale, l’adolescente ha la possibilità di esplorare molteplici configurazioni del Sé, senza doverle fissare rigidamente. Il gioco dei ruoli consente infatti, di avvicinarsi a parti di sé anche contraddittorie o conflittuali, mantenendo una distanza simbolica che le rende più tollerabili.

La teatroterapia offre uno spazio privilegiato per la trasformazione degli stati emotivi intensi, tipici dell’adolescenza. Rabbia, vergogna, ansia o sentimenti di esclusione trovano una forma espressiva che li rende comunicabili, evitando che restino confinati nel corpo o agiti nelle relazioni in modo disorganizzato. Un ulteriore aspetto centrale riguarda la mentalizzazione delle relazioni, attraverso l’interazione scenica, l’adolescente può osservare se stesso mentre entra in rapporto con l’altro, comprendere meglio le intenzioni, le emozioni e i punti di vista altrui. Questo processo è fondamentale soprattutto nei quadri di ansia sociale o ritiro, dove la difficoltà principale riguarda proprio la capacità di pensare le relazioni. In un’epoca fortemente dominata dalla comunicazione digitale, spesso disincarnata, il teatro restituisce anche una dimensione corporea e relazionale diretta: lo sguardo, la voce, il ritmo condiviso. Questo permette un’esperienza più integrata di sé e dell’altro, contribuendo a migliorare la regolazione emotiva e il senso di appartenenza (Adolescent Research Review, 2023).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

La teatroterapia aiuta i bambini a riconoscere e gestire emozioni come paura, rabbia o timidezza in modo naturale e non forzato, offre pertanto benefici importanti sulla regolazione emotiva;

Il lavoro di gruppo favorisce empatia, ascolto e cooperazione, competenze fondamentali già dalla prima infanzia, favorendo un miglioramento delle relazioni;

Sperimentare ruoli diversi permette al bambino di sentirsi capace, creativo e più sicuro anche nella vita quotidiana, accrescendo in tal modo l’autostima;

Fa diventare più spigliati. Abitua a parlare, muoversi ed esprimersi con più sicurezza, a creare nuove amicizie;

Aiuta nel rendimento scolastico. Migliora la concentrazione, il modo di comunicare e la sicurezza durante le verifiche.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Salute

Estate in movimento: come lo Sport e il Gioco nutrono la Crescita. Intervista ad Adelia Lucattini

Lucattini: “Le attività all’aperto durante l’estate sono particolarmente preziose perché mettono il bambino in contatto con un ambiente vivo, mutevole, sensoriale. La natura offre stimoli che nessun ambiente chiuso può riprodurre pienamente: luce, odori, suoni, vento, acqua, terra, sabbia, alberi, animali, percorsi, distanze e piccoli imprevisti. Tutto questo, attiva il corpo, la curiosità, l’immaginazione e il pensiero”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Lucattini

Redazione-  L’estate non è solo una pausa scolastica, ma rappresenta per i bambini un tempo prezioso, un terreno fertile in cui la crescita personale si intreccia con il divertimento, con lo sport, con nuove modalità di interazione sociale in ambienti nuovi, con nuove amicizie e nuovi stimoli.

In detto contesto la socialità, in particolare, funge da collante: imparare a collaborare, gestire la sana competizione, rispettare le regole e, soprattutto, accogliere la diversità dell’altro, sono lezioni che lo sport e il gioco insegnano in modo davvero efficace per  bambini e adolescenti.

 

Dott.ssa Lucattini, perché ritiene sia importante incoraggiare attività educative per i bambini come l’esplorazione, la creatività e il gioco durante il periodo estivo?

 

I bambini sono naturalmente orientati alla conoscenza: desiderano imparare, esplorare, imitare, trasformare ciò che vedono in esperienza personale. Dal punto di vista psicoanalitico, il gioco non è mai soltanto un passatempo, ma una vera attività psichica: attraverso il gioco il bambino mette in scena emozioni, paure, desideri, conflitti, fantasie e curiosità, trovando una forma simbolica per comprenderli e integrarli.

L’esplorazione, la creatività e il gioco permettono al bambino di passare dal mondo interno al mondo esterno in modo graduale e sicuro. Quando costruisce, disegna, inventa storie, corre, osserva la natura o gioca con altri bambini, egli sperimenta la propria autonomia, ma anche il bisogno dell’altro. Impara a separarsi momentaneamente dall’adulto senza sentirsi abbandonato, a tollerare piccole frustrazioni, a condividere, ad attendere, a negoziare, a riparare dopo un conflitto.

Per questo è importante incoraggiare attività educative estive che non siano vissute come un prolungamento della scuola, ma come occasioni di crescita psichica, corporea e relazionale. Il bambino, giocando, costruisce il proprio mondo interno, rafforza la fiducia in sé, sviluppa capacità simboliche e impara, con piacere, a stare con gli altri (Children Basel, 2024).

In che modo, è possibile bilanciare, durante i mesi estivi, il necessario bisogno di svago dei bambini con attività che stimolino concretamente la loro curiosità e la loro autonomia?

Innanzitutto, offrendo ai bambini una cornice stabile, ma non rigida. Dopo la fine della scuola, infatti, il bambino ha bisogno di sentire che il tempo non è vuoto o disorganizzato, ma abitato da presenze adulte affidabili, da ritmi riconoscibili e da esperienze piacevoli.

La routine ha una funzione di contenimento, aiuta il bambino a sentirsi al sicuro, a orientarsi nel tempo, a tollerare meglio i cambiamenti e a vivere la libertà estiva senza sentirsi disperso. Una giornata ben pensata può alternare momenti di riposo, gioco libero, attività creative e piccole attività educative, come lettura, scrittura, giochi matematici, indovinelli, disegno, origami, attività manuali e narrazione.

Un ambiente estivo stimolante non è quello che riempie ogni ora della giornata, ma quello che sa alternare presenza e libertà, regole e fantasia, apprendimento e piacere. Il bambino cresce quando si sente accompagnato, guardato, pensato e, nello stesso tempo, libero di esplorare (Pediatrics, 2018).

Quali sono, in particolare,  i benefici psicologici e sociali del gioco libero e creativo per i bambini durante la stagione estiva?

 

Ha un valore psicologico e sociale profondo, perché consente al bambino di dare forma al proprio mondo interno. Nel gioco il bambino rappresenta emozioni, desideri, paure, conflitti e fantasie; li mette in scena senza esserne sopraffatto e, attraverso la ripetizione ludica, li trasforma in esperienza pensabile.

Il gioco è uno spazio simbolico, il bambino può essere se stesso e, nello stesso tempo, diventare altro. Può inventare ruoli, costruire storie, sperimentare forza e fragilità, dipendenza e autonomia, vicinanza e separazione. In questo modo sviluppa la capacità di simbolizzare, cioè di trasformare emozioni e vissuti corporei in immagini, parole, narrazioni e relazioni.

Durante l’estate, il tempo più disteso e meno organizzato dalla scuola favorisce questa funzione trasformativa del gioco. I bambini hanno bisogno di tempi lenti, spazi fisici più ampi e spazi mentali più elastici, nei quali non tutto sia finalizzato alla prestazione o al risultato. Il gioco libero permette loro di recuperare una dimensione di piacere, spontaneità e creatività, fondamentale per lo sviluppo affettivo.

Gli adulti devono essere presente come base sicura, osserva, protegge, contiene e interviene quando necessario. Così il bambino può esplorare il mondo esterno sentendo che il suo mondo interno è accolto e rispettato (Cureus, 2024).

Può spiegare perché  l’alternanza tra attività guidata e gioco libero è considerata un pilastro educativo?

 

Il bambino ha bisogno di alcuni punti fermi (orari, rituali, presenza dell’adulto, momenti condivisi), ma anche di spazi vuoti in cui poter inventare, fantasticare e trasformare l’esperienza di riflessione positiva.

L’alternanza tra attività guidate e gioco libero è molto importante perché sostiene due bisogni fondamentali, da un lato il bisogno di contenimento, dall’altro il bisogno di autonomia. Le attività strutturate, come una piccola escursione nella natura, una lezione pratica di cucina, un laboratorio artistico, la raccolta di fiori, foglie o erbe profumate, offrono al bambino una cornice sicura dentro cui sperimentare. Il gioco libero, invece, gli permette di appropriarsi di ciò che ha vissuto, rielaborarlo e trasformarlo in esperienza personale.

Le vacanze brevi o prolungate, in estate, possono così diventare occasioni preziose di crescita mentale, momenti di svago in cui il bambino incontra il mondo, si separa per un poco’ dall’adulto, ritorna per raccontare, e costruisce dentro di sé nuove sicurezze e nuove capacità relazionali. Il vero equilibrio consiste nel proporre senza invadere, accompagnare senza dirigere troppo, proteggere senza impedire l’esplorazione (Child: Care, Health and Development, 2025).

In che modo, l’esperienza diretta e ludica con l’ambiente naturale durante la pausa estiva può diventare un catalizzatore per lo sviluppo e la crescita emotiva dei bambini?

 

Le attività all’aperto durante l’estate sono particolarmente preziose perché mettono il bambino in contatto con un ambiente vivo, mutevole, sensoriale. La natura offre stimoli che nessun ambiente chiuso può riprodurre pienamente: luce, odori, suoni, vento, acqua, terra, sabbia, alberi, animali, percorsi, distanze e piccoli imprevisti. Tutto questo attiva il corpo, la curiosità, l’immaginazione e il pensiero.

Il gioco all’aperto permette di sperimentare il rapporto tra mondo interno e mondo esterno. Una passeggiata in campagna, una gita al mare, un’escursione in montagna, la scoperta di un borgo, di un lago o di un fiume non sono soltanto esperienze ricreative: diventano occasioni per osservare, nominare, domandare, fantasticare e costruire nuove rappresentazioni mentali.

Il bambino, infatti, cresce quando può esplorare entro confini sicuri. In questo modo, l’attività all’aperto diventa anche una palestra emotiva dove impara a misurarsi con la novità, con la fatica, con il limite e con piccole frustrazioni.

Le esperienze all’aperto favoriscono anche la socializzazione. Nei giochi di gruppo, nelle attività cooperative e nei campi estivi, i bambini imparano a condividere regole, attendere il proprio turno, aiutarsi, negoziare e trovare soluzioni comuni. L’estate, quindi, non sono solo è stagione di svago, ma anche tempo privilegiato per sostenere sviluppo cognitivo, emotivo, corporeo e relazionale (International Journal of Environmental Research and Public Health, 2024).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Scegliere ambienti estivi che abbiano anche caratteristiche pedagogico-educative, dove il gioco non sia solo intrattenimento, ma esperienze nella natura e crescita;

-Far sì che le vacanze estive senza gli impegni scolastici siano un momento piacevole di scoperta, amicizia e avventura, non come un vuoto noioso o un’immersione totalizzante negli smartphone;

-Accompagnare i bambini nei primi giorni con fiducia e serenità, perché la sicurezza emotiva dei genitori sostiene il loro benessere;

-Valorizzare il gruppo degli amici della stessa età. Con la guida degli adulti, i bambini imparano a condividere, collaborare, aspettare il proprio turno e gestire piccoli conflitti;

-Considerare gli educatori come figure adulte di riferimento, capaci di contenere, guidare e sostenere il bambino in un ambiente diverso dalla famiglia;

-Accogliere i racconti dei bambini sulle loro attività, ascoltando emozioni, entusiasmi o difficoltà, senza giudicare né minimizzare;

-Vivere i luoghi socializzanti dell’estate come uno spazio anche interiore, dove il bambino può sperimentare autonomia, creatività e nuove relazioni, in un contesto sicuro in attesa di trascorrere le vacanze insieme ai genitori.

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Salute

Tumore al pancreas: le nuove frontiere della ricerca e l’importanza della prevenzione. Ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Intervista di Marialuisa Roscino

Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.
I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande

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Prof. Vincenzo Bianco Dirigente

Redazione-  Il ruolo della prevenzione e della ricerca nel tumore al pancreas è fondamentale, soprattutto perché questa neoplasia è spesso diagnosticata in fase avanzata. L’obiettivo primario in entrambi ambiti, è quello senz’altro, di migliorare significativamente la prognosi.

I progressi della ricerca offrono in particolare, una grande speranza per il futuro, orientandosi verso una medicina sempre più personalizzata, che integra diagnosi precoce, chirurgia, chemioterapia e nuove terapie biologiche.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia? Quanto conta nella nostra vita quotidiana, la Prevenzione, l’Alimentazione ed un corretto stile di vita?

Di questo e molto altro, ne parliamo con il Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo del Policlinico Umberto I di Roma e Co-Direttore Dipartimento di Oncologia –Consorzio Universitario Humanitas di Roma.

 

Prof. Bianco, cosa riferiscono i dati di incidenza e mortalità attuali del tumore al pancreas in Italia? In particolare, oggi assistiamo ad una forte incidenza di casi nei giovani, cosa può dirci al riguardo?

In Italia, attualmente assistiamo ad oltre 15.000 nuove diagnosi (maschi = 6900; femmine = 8100) di casi con con carcinoma del pancreas, a dimostrarlo sono gli ultimi dati AIRTUM (Associazione Italiana dei Registri Tumori). L’andamento temporale dell’incidenza di questa neoplasia è in crescita significativa in entrambi i sessi. Nel 2023, sono stati stimati 14.900 decessi per carcinoma del pancreas (uomini = 7000; donne = 7900). Il carcinoma del pancreas resta una delle neoplasie a prognosi più infausta con una sopravvivenza a 5 anni dell’11% negli uomini e del 12% nelle donne.

Quali fattori, secondo Lei, influenzano maggiormente queste statistiche negative?

Il fumo di sigaretta rappresenta il fattore di rischio più chiaramente associato all’insorgenza del cancro del pancreas. I fumatori presentano un rischio di incidenza da doppio a triplo rispetto ai non fumatori. Tra gli altri fattori di rischio chiamati in causa troviamo fattori dietetici ed abitudini di vita, nello specifico, l’obesità, la ridotta attività fisica, l’alto consumo di grassi saturi e la scarsa assunzione di verdure e frutta fresca favoriscono un più alto rischio di sviluppare un carcinoma del pancreas. Inoltre, fino al 10% dei pazienti con tumori pancreatici si evidenzia una storia familiare, Il rischio eredo-familiare si suddivide in due diversi profili: la familiarità propriamente detta e la presenza di mutazioni a carico di geni di suscettibilità per carcinoma pancreatico, con o senza familiarità .

Qual è l’importanza della diagnosi precoce in questa patologia e quali sono i principali ostacoli in tal senso?

La diagnosi precoce non solo aumenta i tassi di sopravvivenza, ma offre anche una migliore qualità della vita per coloro ai quali è stato diagnosticato un cancro al pancreas. Il problema è che per questo tipo di tumore fare diagnosi precoce è estremamente complicato. Spesso la neoplasia viene scoperta con troppo ritardo quando il tumore ha formato già molte metastasi. Una possibile strategia per individuare precocemente il tumore pancreatico nelle persone ad alto rischio.

Stili di vita scorretti, fumo, pancreatiti ricorrenti, abuso di alcol e predisposizione genetica come le mutazioni nei geni BRCA sono solo alcuni dei fattori di rischio associati al tumore del pancreas.

L’identificazione di particolari casi, in cui può esserci un alto rischio e la sorveglianza condotta con i giusti mezzi e con la tempistica adeguata risulta determinante per una diagnosi precoce di tumori del pancreas e una migliore sopravvivenza dei pazienti.

In particolare, dovrebbero sottoporsi allo screening, i pazienti affetti dalla sindrome di Peutz-Jeghers (PJS), una malattia causata da una mutazione a carico del gene STK11 e caratterizzata dalla presenza di polipi a livello gastrointestinale e lesioni cutanee, che predispone al rischio di sviluppare tumori gastrointestinali e non gastrointestinali. Altri pazienti esposti a rischio aumentato e a cui dovrebbe essere rivolto lo screening includono: soggetti con pancreatite familiare cronica, causata dalla mutazione nel gene PRSS1; soggetti con almeno un parente di primo grado affetto da sindrome di Lynch, la causa più comune di tumore al colon ereditario; soggetti portatori di una variante patogenetica nei geni CDKN2A, BRCA1, BRCA2, PALB2 e ATM.

Quali sono i recenti progressi o le nuove frontiere di ricerca che stanno dimostrando risultati promettenti nel trattamento del tumore al pancreas?

Attraverso le analisi istopatologiche, possiamo mettere in evidenza un legame tra adenocarcinoma e alterazioni genetiche, nei casi permissivi si  ricorrerà alla cosiddetta target therapy per cercare di colpire direttamente le cellule tumorali. Una terapia trasversale, ma mirata al singolo paziente, al singolo caso. Terapie in cui è previsto l’utilizzo di  farmaci ingegnerizzati  come PAXG e l’irinotecano liposomiale pegilato, basato sulle nanotecnologie.

Le speranze maggiori contro l’adenocarcinoma pancreatico sono affidate all’immunoterapia. Si tratta di prelevare dal paziente un tipo di cellule immunitarie naturali, i linfociti T, modificarle geneticamente in superlinfociti, le cosiddette CAR-T, e reinfonderle nello stesso paziente.

Qual è l’importanza di un approccio multidisciplinare nella gestione di questa complessa patologia?

Un team di esperti nei vari aspetti delle cure è cruciale per l’ottimizzazione della gestione dei pazienti oncologici. Questi pazienti devono essere gestiti in maniera ottimale da un gruppo multidisciplinare costituito da gastroenterologi, chirurghi, radiologi, oncologi e radioterapisti,
genetista medico, anatomopatologo, palliativista.

Quanto conta la Prevenzione ed un corretto stile di vita?

Moltissimo, attraverso le misure di prevenzione di cui abbiamo detto poco fa, si potrebbero salvare il 30% dei pazienti con un  meno decessi dovuti al carcinoma pancreatico.

Qual è la speranza più grande offerta dalla ricerca nei prossimi 5-10 anni per i pazienti affetti da tumore al pancreas?

Terapie mirate e innovativa in mono o in associazione a schemi codificati , come le terapie a bersaglio molecolare che agiscono specificamente sulle cellule tumorali, e da strategie innovative come la “letalità sintetica”, che sfrutta le alterazioni genetiche del tumore per rendere più efficaci certi trattamenti. La ricerca si sta anche focalizzando sul migliorare la diagnosi precoce attraverso screening più efficaci e sulla personalizzazione delle cure in base alle caratteristiche genetiche del singolo tumore.

Quali consigli si sente di dare ai Suoi pazienti?

Seguire un’alimentazione equilibrata e ricca di vegetali, praticare attività fisica moderata, gestire gli effetti collaterali con il medico e cercare un supporto psicologico.

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Salute

La crisi del sistema sanitario nazionale e il monito di Meritocrazia Italia

📣 La sanità pubblica è al collasso: non serve più solo edilizia, ma una programmazione coraggiosa che valorizzi medici e infermieri, pilastri veri del nostro sistema di cura.

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#SanitàItaliana #SSN #MeritocraziaItalia #PoliticheSanitarie

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Sanità pubblica

 Redazione-  Il rallentamento nel percorso di riforma della medicina territoriale sta sollevando un acceso dibattito tra gli esponenti del governo, le regioni e i sindacati di categoria. Al centro della discussione non vi è soltanto l’assetto organizzativo delle Case di Comunità, ma l’intera tenuta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che appare oggi fragile di fronte a nuove e vecchie sfide. In questo scenario, Meritocrazia Italia interviene con una riflessione dura, sottolineando come la sanità pubblica non possa continuare a reggersi esclusivamente sul sacrificio individuale e sulla vocazione degli operatori, senza una pianificazione strutturale adeguata.

La carenza di personale e le crepe del sistema

I numeri forniscono una fotografia nitida della situazione attuale. Il nostro Paese conta circa 43.700 medici di medicina generale, figure che gestiscono mediamente oltre 1.200 assistiti ciascuno. A fronte di questi organici, le stime ufficiali indicano una carenza strutturale che supera le 5.000 unità. Non va meglio nei reparti di emergenza-urgenza, dove mancano all’appello circa 3.500 professionisti. Questi dati, uniti a una dotazione infermieristica che rimane al di sotto della media dei principali partner europei, spiegano perché i pronto soccorso siano costantemente in affanno, le liste d’attesa si allunghino e la continuità assistenziale diventi sempre più difficile da garantire ai cittadini.

Chi lavora ogni giorno nei presidi sanitari affronta turni estenuanti, una pressione burocratica crescente e una cronica mancanza di ricambio. Spesso, la soluzione proposta dalle istituzioni, ovvero il ricorso a forme di lavoro flessibile o a contratti emergenziali, viene letta come una toppa temporanea che non risolve il problema alla radice. Meritocrazia Italia avverte: attribuire la responsabilità del disservizio alle singole categorie professionali significa guardare solo la superficie. Il vero nodo strategico risiede nella incapacità di programmare il fabbisogno di medici e infermieri nei tempi corretti.

Oltre il muro delle infrastrutture fisiche

L’attuale strategia politica si sta concentrando pesantemente sull’edilizia sanitaria e sull’innovazione tecnologica. Le Case di Comunità, nei piani del PNRR, dovrebbero rappresentare il fulcro del nuovo modello di assistenza territoriale, favorendo l’integrazione tra medici di base, specialisti e servizi infermieristici. Tuttavia, il rischio reale è che queste strutture vengano inaugurate come scatole vuote. Non basta costruire nuovi edifici o digitalizzare i processi se non si affronta la mancanza di capitale umano necessario per farli funzionare.

Investire in tecnologie avanzate senza un rafforzamento del patrimonio umano equivale a perdere l’opportunità di modernizzare davvero il sistema. Senza una governance che coordini i diversi livelli di assistenza e, soprattutto, senza condizioni contrattuali ed economiche in grado di trattenere i talenti nel settore pubblico, anche le innovazioni più ambiziose rischiano di tradursi in sprechi anziché in una maggiore qualità delle cure. Il sistema deve smettere di misurare la sua efficienza basandosi sulla capacità di resistenza dei singoli professionisti, che sono ormai giunti a un punto di esaurimento psicofisico preoccupante.

Una strategia organica per il futuro

Per invertire la rotta, Meritocrazia Italia propone una strategia che metta al centro la sostenibilità del lavoro. La richiesta è chiara: occorre programmare in modo realistico il fabbisogno di professionisti su base decennale, superando la logica dell’emergenza. Questo significa intervenire concretamente sui carichi di lavoro, garantendo meccanismi di sostituzione certi e rendendo economicamente attrattive le specialità attualmente più penalizzate dal sovraccarico o dalla scarsa valorizzazione.

Inoltre, la gestione della spesa sanitaria deve evolvere. Ridurre inefficienze e duplicazioni non deve significare un taglio dei costi a scapito degli utenti, ma una riallocazione delle risorse verso le aree dove la prevenzione può ridurre la domanda futura di prestazioni ospedaliere. La salute, come ricordano da tempo gli esperti del settore, non è un costo da comprimere nei bilanci statali, ma un investimento necessario per la sicurezza sociale ed economica del Paese. Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale dipende interamente dalla capacità della politica di trasformare questo impegno in una realtà quotidiana, proteggendo non solo i pazienti, ma anche chi, quotidianamente, garantisce il diritto alla salute.

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