Redazione- La politica italiana continua a essere attraversata da una caratteristica che negli ultimi vent’anni è divenuta strutturale: la volatilità. Non soltanto elettorale, ma culturale, simbolica e identitaria. I partiti cambiano pelle, gli elettori modificano appartenenze che un tempo apparivano consolidate e il consenso assume sempre più la forma di una relazione fluida tra cittadini e leadership. In questo scenario si inserisce l’emergere di Roberto Vannacci, figura che, al di là delle valutazioni politiche e ideologiche, rappresenta un fenomeno sociologicamente interessante perché intercetta una domanda sociale che precede la sua stessa proposta politica. Sarebbe un errore interpretare il fenomeno esclusivamente attraverso la lente della destra radicale o del sovranismo. Il consenso che si raccoglie attorno a leadership percepite come “alternative” nasce spesso da processi più profondi: la sfiducia nelle istituzioni, il senso di insicurezza economica, la percezione di una distanza crescente tra élite e cittadini, la difficoltà delle tradizionali agenzie di rappresentanza nel trasformare il disagio sociale in partecipazione politica. L’Italia che osserviamo oggi non è più quella della contrapposizione ideologica del Novecento. È una società attraversata da nuove fratture. Non più soltanto destra e sinistra, capitale e lavoro, ma centro e periferia, inclusi ed esclusi, garantiti e vulnerabili, connessi e marginali. In questa cornice si comprende meglio anche il successo di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia ha saputo interpretare, prima di altri, la richiesta di stabilità proveniente da una società stanca di governi percepiti come fragili e di una politica considerata distante dai problemi concreti. Governare significa inevitabilmente assumere responsabilità istituzionali e internazionali che impongono compromessi e mediazioni. È proprio qui che si apre lo spazio politico per soggetti che propongono una narrazione più radicale e meno vincolata dagli equilibri di governo. La storia politica insegna che ogni forza che assume il ruolo di governo tende progressivamente a perdere parte della propria capacità di rappresentare il dissenso. È un processo fisiologico. Chi governa deve amministrare la complessità; chi si colloca ai margini del sistema può invece interpretare più facilmente il malessere sociale. Da questo punto di vista, Roberto Vannacci potrebbe rappresentare non tanto una sfida a Meloni, quanto una sfida all’intero sistema della rappresentanza del centrodestra. Non perché sia già possibile misurarne con certezza la reale capacità espansiva, ma perché la sua presenza introduce un elemento di pressione dentro un campo politico che, fino a poco tempo fa, appariva gerarchizzato attorno alla leadership della Presidente del Consiglio. Oggi, sarebbe imprudente attribuire a questo fenomeno una traiettoria lineare. L’elettorato italiano appare infatti sempre meno fedele e sempre più mobile. Lo dimostrano le oscillazioni registrate negli ultimi cicli elettorali, durante i quali forze politiche considerate dominanti hanno subito rapide contrazioni di consenso. La stessa affermazione del centrodestra non può essere considerata irreversibile, soprattutto in una fase storica nella quale le condizioni economiche continuano a incidere profondamente sugli orientamenti di voto. L’inflazione, il costo dell’energia, la stagnazione salariale, la crisi demografica, la precarizzazione del lavoro e le persistenti disuguaglianze territoriali rappresentano variabili molto più determinanti delle appartenenze ideologiche tradizionali. Il cittadino-elettore contemporaneo assomiglia sempre meno al militante e sempre più al consumatore politico: valuta, confronta, premia e punisce con rapidità. A rendere ancora più complesso il quadro intervengono le dinamiche geopolitiche. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la ridefinizione degli equilibri energetici globali e le politiche commerciali internazionali stanno producendo effetti che arrivano direttamente nelle case degli italiani. Le crisi geopolitiche non rimangono più confinate alle cancellerie diplomatiche; incidono sul costo della vita, sui flussi migratori, sulle opportunità occupazionali e sulla percezione della sicurezza collettiva. In questo contesto si rafforza una domanda di protezione che attraversa trasversalmente le società occidentali. Non è un caso che in molti Paesi europei si registri la crescita di movimenti che pongono al centro i temi dell’identità, della sovranità e della sicurezza. Non si tratta necessariamente di un ritorno al nazionalismo novecentesco, quanto piuttosto della ricerca di riferimenti stabili in un mondo percepito come sempre più incerto. La vera questione, dunque, non riguarda soltanto chi vincerà le prossime elezioni o quale partito crescerà nei sondaggi. La domanda più rilevante è un’altra: chi riuscirà a interpretare le paure e le speranze di una società che sta cambiando più rapidamente delle categorie con cui continuiamo a descriverla? È su questo terreno che si giocherà la competizione politica dei prossimi anni. Perché il voto, oggi più che mai, non appare come l’espressione di un’appartenenza permanente, ma come la manifestazione temporanea di una fiducia fragile, revocabile e condizionata. Una fiducia che può spostarsi rapidamente da una leadership all’altra, da un partito all’altro, seguendo non soltanto le appartenenze ideologiche ma soprattutto la capacità di offrire risposte credibili a una diffusa domanda di sicurezza economica, riconoscimento sociale e futuro. Eppure, mentre il dibattito pubblico si concentra prevalentemente sulle trasformazioni che attraversano il centrodestra, una domanda rimane sullo sfondo e merita forse maggiore attenzione. Se la destra appare in movimento, se Meloni governa e Vannacci interpreta una parte del disagio e del dissenso, quale proposta stanno elaborando i movimenti progressisti e riformisti? È questo, forse, il punto più delicato. Il campo progressista e riformista sembra oggi attraversato da una postura prevalentemente attendista. Osserva le contraddizioni della maggioranza, registra le tensioni interne al centrodestra, confida nel logoramento dell’avversario e nella possibilità che siano le dinamiche interne alla destra a modificare gli equilibri politici nazionali. Ma l’attesa, in politica, non è mai una strategia sufficiente. Può diventare prudenza quando serve a costruire una visione; rischia invece di trasformarsi in immobilismo quando si limita a commentare i movimenti altrui. Il paradosso è evidente: mentre una parte della destra produce movimento, fratture, aggregazioni e nuove narrazioni identitarie, il mondo progressista e riformista fatica a collocare nel dibattito pubblico una proposta riconoscibile, popolare e insieme istituzionale. Una proposta capace di parlare non soltanto ai ceti urbani più istruiti, ma anche ai giovani precari, alle famiglie impoverite, ai lavoratori esposti alle transizioni tecnologiche, ai territori periferici, agli anziani soli, ai ceti medi spaventati dalla perdita di status e ai nuovi esclusi della globalizzazione. Quale idea di società intendono offrire ai giovani che vivono l’incertezza occupazionale, alle famiglie che sperimentano la riduzione del potere d’acquisto, ai territori periferici che continuano a perdere popolazione e opportunità, a quei ceti medi che percepiscono una progressiva erosione delle proprie condizioni materiali e simboliche? La storia delle democrazie occidentali insegna che nessuna egemonia politica è permanente. Sappiamo benissimo che in politica, le alternanze non si producono per semplice logoramento dell’avversario. Si realizzano quando emerge una proposta capace di leggere i mutamenti della società e di trasformare le inquietudini collettive in una visione credibile del futuro. È forse questo il vero interrogativo della fase storica che stiamo attraversando. Non tanto se nasceranno nuove formazioni alla destra della destra o se il consenso del centrodestra subirà variazioni più o meno significative, quanto se il campo progressista e riformista sarà in grado di costruire una narrazione politica capace di parlare ai nuovi esclusi, agli insicuri, ai disorientati della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e delle transizioni economiche in corso. Perché ogni volta che una parte della società esprime una domanda di protezione, identità e riconoscimento, la questione non riguarda soltanto chi riesce a intercettarla, ma anche chi non riesce più a rappresentarla. Ed è probabilmente qui che si colloca una delle sfide decisive dei prossimi anni. Comprendere se la politica progressista saprà tornare a interpretare il cambiamento oppure continuerà a inseguirlo. Rimane infine una domanda, forse la più scomoda. Può un fenomeno ancora in costruzione, collocato ai margini ma capace di agitare il cuore stesso dell’emiciclo politico, indurre una maggioranza a considerare le elezioni anticipate non come una scelta di forza, ma come una possibile mossa difensiva? E, soprattutto, un ritorno anticipato alle urne servirebbe davvero ad arginare l’ascesa di Vannacci oppure rischierebbe, paradossalmente, di offrirgli proprio il palcoscenico nazionale di cui ogni movimento nascente ha bisogno per trasformare il disagio in consenso? È su questa domanda che il lettore è chiamato a riflettere. Perché, nella politica contemporanea, non sempre chi muove di più governa il cambiamento. Ma chi resta fermo, troppo spesso, finisce per subirlo.
Francesco RAO
Sociologo e Docente a contratto Università “Tor Vergata”