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Politica

Paolo Cianci assume l’incarico di responsabile del collegio dei probiviri per Evoluzione e Libertà

⚖️ Paolo Cianci mette a disposizione di Evoluzione e Libertà i suoi 41 anni di esperienza nelle istituzioni per guidare il Collegio dei Probiviri. Un segnale di competenza e rigore per il futuro del movimento.

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#Politica #EvoluzioneELibertà #PaoloCianci #Governance

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 Redazione-  Il panorama politico italiano registra un nuovo inserimento tecnico di alto profilo con la nomina di Paolo Cianci a Responsabile del Collegio dei Probiviri all’interno del movimento politico Evoluzione e Libertà. La scelta, ufficializzata dai vertici del partito, mira a rafforzare la struttura interna attraverso un profilo che coniuga una lunga esperienza nelle istituzioni con una profonda conoscenza dei processi di gestione e garanzia interna.

Nel momento dell’accettazione dell’incarico, Cianci ha inteso esprimere gratitudine per la fiducia accordatagli. Un ringraziamento particolare è stato rivolto al Presidente del movimento, Mirko Greco, e al Segretario Nazionale, Giuseppe Basile, figure chiave nel processo di rinnovamento del progetto politico. La nomina ha ricevuto inoltre il plauso diretto di Giuseppe Iorio, Coordinatore della Provincia di Frosinone, che ha sottolineato il valore aggiunto rappresentato dall’ingresso di un professionista di tale spessore nel quadro dell’organizzazione territoriale e nazionale.

Un profilo di alto livello al servizio del partito

La figura di Paolo Cianci si distingue per un curriculum di servizio lungo ben quarantuno anni tra le fila della Guardia di Finanza. Il suo percorso non è stato solo operativo, ma si è sviluppato trasversalmente tra compiti di sicurezza, gestione del personale e innovazione tecnologica. Tra il 2016 e il 2025, Cianci ha ricoperto il ruolo di responsabile del comparto Ricerca e Innovazione presso l’Ispettorato per i Reparti d’Istruzione del Corpo. In quegli anni, il suo operato si è concentrato sulle dinamiche didattiche e sull’ammodernamento dei processi formativi, elementi che ora intende trasferire nell’analisi e nella gestione delle dinamiche interne al Collegio dei Probiviri di Evoluzione e Libertà.

Il bagaglio professionale di Cianci vanta inoltre un’esperienza significativa nel settore digitale. Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2016, ha diretto i processi telematici per tutti i Comandi della Guardia di Finanza dislocati tra il Lazio e l’Umbria, un compito che ha richiesto capacità organizzative e una visione d’insieme riguardo alla digitalizzazione dei flussi di lavoro amministrativi. Tali competenze risultano essenziali per un organismo di garanzia quale è il Collegio dei Probiviri, chiamato a vigilare sul rispetto dello statuto e sulla correttezza etica all’interno delle organizzazioni politiche moderne.

Competenze trasversali tra gestione umana e legalità

Oltre all’ambito tecnologico, il nuovo responsabile ha dedicato gran parte della propria attività alla gestione delle risorse umane. Dal 1995 al 2010, Cianci ha operato come Capo Ufficio Selezione del Personale, perfezionando metodologie esperte per la valutazione e lo sviluppo dei talenti. Questa esperienza di quindici anni nell’area HR è stata arricchita da una rete di contatti che spazia dagli enti pubblici al mondo accademico, con particolare attenzione alle tematiche della formazione e dell’innovazione nella Pubblica Amministrazione.

Il profilo istituzionale del neo-nominato trova le sue fondamenta negli anni Novanta, quando ha comandato la Compagnia della Guardia di Finanza di Roma-EUR. In quel contesto, ha coordinato servizi di sicurezza e scorta per il titolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze, maturando una conoscenza diretta delle responsabilità legate all’esercizio delle funzioni pubbliche. Ancora prima, tra il 1987 e il 1992, ha diretto unità operative impegnate in prima linea nel contrasto all’evasione fiscale e ai reati contro la Pubblica Amministrazione.

L’integrazione di queste competenze — che spaziano dal diritto tributario alla gestione del personale, fino alla capacità di mediazione derivante dalla lunga carriera gerarchica — pone le basi per un lavoro di stabilità all’interno di Evoluzione e Libertà. La funzione principale del Collegio dei Probiviri, in questo contesto, sarà quella di garantire un arbitrato imparziale e autorevole, capace di risolvere eventuali controversie interne e di assicurare che l’agire di ogni membro sia coerente con le linee programmatiche dettate dalla dirigenza. La presenza di un profilo con una storia istituzionale così densa conferisce al movimento un segnale di serietà e rigore metodologico, elementi che il partito intende porre al centro della propria identità futura.

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Politica

Vannacci, Meloni e il voto mobile: la destra si muove mentre il campo progressista resta in attesa

🗳️ Nell’analisi di Francesco Rao la politica italiana appare sempre più mobile: Meloni governa, Vannacci intercetta il disagio e il campo progressista resta senza una proposta forte. Il vero nodo non è solo chi cresce, ma chi sa leggere le paure del Paese. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#PoliticaItaliana #Vannacci #Meloni #Centrodestra

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Redazione-  La politica italiana continua a essere attraversata da una caratteristica che negli ultimi vent’anni è divenuta strutturale: la volatilità. Non soltanto elettorale, ma culturale, simbolica e identitaria. I partiti cambiano pelle, gli elettori modificano appartenenze che un tempo apparivano consolidate e il consenso assume sempre più la forma di una relazione fluida tra cittadini e leadership. In questo scenario si inserisce l’emergere di Roberto Vannacci, figura che, al di là delle valutazioni politiche e ideologiche, rappresenta un fenomeno sociologicamente interessante perché intercetta una domanda sociale che precede la sua stessa proposta politica. Sarebbe un errore interpretare il fenomeno esclusivamente attraverso la lente della destra radicale o del sovranismo. Il consenso che si raccoglie attorno a leadership percepite come “alternative” nasce spesso da processi più profondi: la sfiducia nelle istituzioni, il senso di insicurezza economica, la percezione di una distanza crescente tra élite e cittadini, la difficoltà delle tradizionali agenzie di rappresentanza nel trasformare il disagio sociale in partecipazione politica. L’Italia che osserviamo oggi non è più quella della contrapposizione ideologica del Novecento. È una società attraversata da nuove fratture. Non più soltanto destra e sinistra, capitale e lavoro, ma centro e periferia, inclusi ed esclusi, garantiti e vulnerabili, connessi e marginali. In questa cornice si comprende meglio anche il successo di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia ha saputo interpretare, prima di altri, la richiesta di stabilità proveniente da una società stanca di governi percepiti come fragili e di una politica considerata distante dai problemi concreti. Governare significa inevitabilmente assumere responsabilità istituzionali e internazionali che impongono compromessi e mediazioni. È proprio qui che si apre lo spazio politico per soggetti che propongono una narrazione più radicale e meno vincolata dagli equilibri di governo. La storia politica insegna che ogni forza che assume il ruolo di governo tende progressivamente a perdere parte della propria capacità di rappresentare il dissenso. È un processo fisiologico. Chi governa deve amministrare la complessità; chi si colloca ai margini del sistema può invece interpretare più facilmente il malessere sociale. Da questo punto di vista, Roberto Vannacci potrebbe rappresentare non tanto una sfida a Meloni, quanto una sfida all’intero sistema della rappresentanza del centrodestra. Non perché sia già possibile misurarne con certezza la reale capacità espansiva, ma perché la sua presenza introduce un elemento di pressione dentro un campo politico che, fino a poco tempo fa, appariva gerarchizzato attorno alla leadership della Presidente del Consiglio. Oggi, sarebbe imprudente attribuire a questo fenomeno una traiettoria lineare. L’elettorato italiano appare infatti sempre meno fedele e sempre più mobile. Lo dimostrano le oscillazioni registrate negli ultimi cicli elettorali, durante i quali forze politiche considerate dominanti hanno subito rapide contrazioni di consenso. La stessa affermazione del centrodestra non può essere considerata irreversibile, soprattutto in una fase storica nella quale le condizioni economiche continuano a incidere profondamente sugli orientamenti di voto. L’inflazione, il costo dell’energia, la stagnazione salariale, la crisi demografica, la precarizzazione del lavoro e le persistenti disuguaglianze territoriali rappresentano variabili molto più determinanti delle appartenenze ideologiche tradizionali. Il cittadino-elettore contemporaneo assomiglia sempre meno al militante e sempre più al consumatore politico: valuta, confronta, premia e punisce con rapidità. A rendere ancora più complesso il quadro intervengono le dinamiche geopolitiche. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la ridefinizione degli equilibri energetici globali e le politiche commerciali internazionali stanno producendo effetti che arrivano direttamente nelle case degli italiani. Le crisi geopolitiche non rimangono più confinate alle cancellerie diplomatiche; incidono sul costo della vita, sui flussi migratori, sulle opportunità occupazionali e sulla percezione della sicurezza collettiva. In questo contesto si rafforza una domanda di protezione che attraversa trasversalmente le società occidentali. Non è un caso che in molti Paesi europei si registri la crescita di movimenti che pongono al centro i temi dell’identità, della sovranità e della sicurezza. Non si tratta necessariamente di un ritorno al nazionalismo novecentesco, quanto piuttosto della ricerca di riferimenti stabili in un mondo percepito come sempre più incerto. La vera questione, dunque, non riguarda soltanto chi vincerà le prossime elezioni o quale partito crescerà nei sondaggi. La domanda più rilevante è un’altra: chi riuscirà a interpretare le paure e le speranze di una società che sta cambiando più rapidamente delle categorie con cui continuiamo a descriverla? È su questo terreno che si giocherà la competizione politica dei prossimi anni. Perché il voto, oggi più che mai, non appare come l’espressione di un’appartenenza permanente, ma come la manifestazione temporanea di una fiducia fragile, revocabile e condizionata. Una fiducia che può spostarsi rapidamente da una leadership all’altra, da un partito all’altro, seguendo non soltanto le appartenenze ideologiche ma soprattutto la capacità di offrire risposte credibili a una diffusa domanda di sicurezza economica, riconoscimento sociale e futuro. Eppure, mentre il dibattito pubblico si concentra prevalentemente sulle trasformazioni che attraversano il centrodestra, una domanda rimane sullo sfondo e merita forse maggiore attenzione. Se la destra appare in movimento, se Meloni governa e Vannacci interpreta una parte del disagio e del dissenso, quale proposta stanno elaborando i movimenti progressisti e riformisti? È questo, forse, il punto più delicato. Il campo progressista e riformista sembra oggi attraversato da una postura prevalentemente attendista. Osserva le contraddizioni della maggioranza, registra le tensioni interne al centrodestra, confida nel logoramento dell’avversario e nella possibilità che siano le dinamiche interne alla destra a modificare gli equilibri politici nazionali. Ma l’attesa, in politica, non è mai una strategia sufficiente. Può diventare prudenza quando serve a costruire una visione; rischia invece di trasformarsi in immobilismo quando si limita a commentare i movimenti altrui. Il paradosso è evidente: mentre una parte della destra produce movimento, fratture, aggregazioni e nuove narrazioni identitarie, il mondo progressista e riformista fatica a collocare nel dibattito pubblico una proposta riconoscibile, popolare e insieme istituzionale. Una proposta capace di parlare non soltanto ai ceti urbani più istruiti, ma anche ai giovani precari, alle famiglie impoverite, ai lavoratori esposti alle transizioni tecnologiche, ai territori periferici, agli anziani soli, ai ceti medi spaventati dalla perdita di status e ai nuovi esclusi della globalizzazione. Quale idea di società intendono offrire ai giovani che vivono l’incertezza occupazionale, alle famiglie che sperimentano la riduzione del potere d’acquisto, ai territori periferici che continuano a perdere popolazione e opportunità, a quei ceti medi che percepiscono una progressiva erosione delle proprie condizioni materiali e simboliche? La storia delle democrazie occidentali insegna che nessuna egemonia politica è permanente. Sappiamo benissimo che in politica, le alternanze non si producono per semplice logoramento dell’avversario. Si realizzano quando emerge una proposta capace di leggere i mutamenti della società e di trasformare le inquietudini collettive in una visione credibile del futuro. È forse questo il vero interrogativo della fase storica che stiamo attraversando. Non tanto se nasceranno nuove formazioni alla destra della destra o se il consenso del centrodestra subirà variazioni più o meno significative, quanto se il campo progressista e riformista sarà in grado di costruire una narrazione politica capace di parlare ai nuovi esclusi, agli insicuri, ai disorientati della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e delle transizioni economiche in corso. Perché ogni volta che una parte della società esprime una domanda di protezione, identità e riconoscimento, la questione non riguarda soltanto chi riesce a intercettarla, ma anche chi non riesce più a rappresentarla. Ed è probabilmente qui che si colloca una delle sfide decisive dei prossimi anni. Comprendere se la politica progressista saprà tornare a interpretare il cambiamento oppure continuerà a inseguirlo. Rimane infine una domanda, forse la più scomoda. Può un fenomeno ancora in costruzione, collocato ai margini ma capace di agitare il cuore stesso dell’emiciclo politico, indurre una maggioranza a considerare le elezioni anticipate non come una scelta di forza, ma come una possibile mossa difensiva? E, soprattutto, un ritorno anticipato alle urne servirebbe davvero ad arginare l’ascesa di Vannacci oppure rischierebbe, paradossalmente, di offrirgli proprio il palcoscenico nazionale di cui ogni movimento nascente ha bisogno per trasformare il disagio in consenso? È su questa domanda che il lettore è chiamato a riflettere. Perché, nella politica contemporanea, non sempre chi muove di più governa il cambiamento. Ma chi resta fermo, troppo spesso, finisce per subirlo.

Francesco RAO

Sociologo e Docente a contratto Università “Tor Vergata”

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Politica

Lega, lunedì si insedia il tavolo di coordinamento dei territori per le sfide nazionali

📢 La Lega avvia un nuovo tavolo di coordinamento per dare voce ai territori: si discuterà di piano casa, sicurezza, semplificazioni e riforme per rispondere concretamente alle sfide dell’Italia di oggi. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Lega #PoliticaItaliana #EntiLocali #Territorio

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e imprudente

Redazione-   La geografia politica della Lega si prepara a una svolta strategica con l’insediamento, previsto per lunedì, del nuovo tavolo di coordinamento nazionale. L’iniziativa mira a creare un canale diretto e costante tra il vertice del partito e le realtà amministrative locali. Al centro dell’agenda politica figurano le istanze che arrivano dalle periferie, dai capoluoghi di provincia e dalle regioni, con l’intento di tradurre le necessità dei cittadini in proposte di governo concrete. Matteo Salvini ha voluto fortemente questa cabina di regia per garantire che le scelte prese a livello centrale siano sempre supportate da una reale conoscenza delle dinamiche del Paese.

Un ponte tra Roma e le amministrazioni locali

La composizione del tavolo riflette la volontà di rappresentare l’intera filiera istituzionale. Saranno presenti i quattro presidenti di Regione in quota Lega, un rappresentante dei Presidenti dei Consigli regionali, i sindaci dei comuni capoluogo e una delegazione di ministri del governo in carica. Questa struttura ha lo scopo di abbattere le barriere comunicative tra lo Stato e gli enti locali, spesso vittima di una sovrapposizione di competenze che ne rallenta l’azione. L’Abruzzo sarà presente al vertice con il vicepresidente della giunta regionale, Emanuele Imprudente, il quale porterà al tavolo le istanze specifiche del territorio abruzzese, caratterizzato da sfide infrastrutturali e agricole che necessitano di una visione nazionale.

Secondo Stefano Locatelli, responsabile federale per gli Enti Locali, il gruppo di lavoro opererà con estrema flessibilità. Il tavolo, infatti, potrà essere integrato in corsa con altri esponenti o tecnici, qualora dovessero emergere urgenze particolari su temi specifici. L’obiettivo non è quello di creare un ulteriore organismo burocratico, ma un laboratorio di soluzioni rapide capace di intercettare i cambiamenti sociali prima che diventino emergenze ingestibili.

Le priorità dal piano casa alla burocrazia

L’agenda del primo incontro è densa di temi nevralgici per l’economia e la qualità della vita degli italiani. Tra i dossier prioritari, spicca il Piano Casa, un tema che il partito intende affrontare con una revisione profonda dopo anni di stallo. La questione abitativa, che tocca le grandi aree metropolitane ma anche i centri minori, viene considerata una bussola per la giustizia sociale. Parallelamente, il tavolo si occuperà di sicurezza urbana, un punto cardine dell’identità politica leghista, e del contenimento del costo della vita, messo a dura prova dalle dinamiche inflattive degli ultimi anni.

Non mancherà il capitolo dedicato allo snellimento delle procedure amministrative. Il taglio della burocrazia per le imprese locali rappresenta un pilastro del programma, con la volontà di semplificare le licenze e i permessi che oggi paralizzano lo sviluppo. Sul tavolo anche la partita delle riforme istituzionali: l’autonomia differenziata e il federalismo rimangono gli orizzonti strategici per valorizzare le eccellenze regionali. Infine, si discuterà del rapporto con le istituzioni europee, analizzando criticamente i vincoli di bilancio e l’impatto di alcune politiche ambientali, come quelle legate al Green Deal, sulla competitività del settore agricolo e industriale.

La squadra al lavoro per il futuro del movimento

La delegazione che accompagnerà Matteo Salvini in questo percorso è composta da figure di primo piano dell’amministrazione locale e nazionale. Tra i nomi figurano l’esperto di autonomie Roberto Calderoli e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a sottolineare il peso che queste riunioni avranno anche nell’indirizzo dei ministeri. La presenza di sindaci come Mario Conte, Alan Fabbri e Riccardo Mastrangeli assicura che il dibattito rimanga ancorato alle esigenze dei piccoli e medi centri italiani.

L’impegno dichiarato è quello di un approccio pragmatico. La Lega punta a trasformare la propria presenza capillare sui territori in un motore di proposte che spazino dalla gestione dei fondi di coesione alla revisione della Politica Agricola Comune. Il lavoro che inizierà lunedì fungerà da test per la capacità del movimento di conciliare la visione nazionale con le specifiche identità regionali, in un momento in cui la politica chiede risposte sempre più dirette ai bisogni delle comunità. Il tavolo non si limiterà a una discussione teorica, ma intende monitorare costantemente l’efficacia delle misure adottate, correggendo il tiro in base ai risultati ottenuti nelle diverse zone del Paese.

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Politica

Il nuovo scenario geopolitico e le frizioni tra Washington e Roma: parla Luca Sforzini

Le tensioni tra Washington e Roma segnano una rottura storica. Luca Sforzini avverte: l’Italia rischia l’irrilevanza se non saprà dialogare con la nuova classe dirigente occidentale.

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#Geopolitica #Trump #RinascimentoNazionale #Sovranismo

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Redazione-  Le recenti tensioni diplomatiche e politiche emerse tra l’Italia e gli Stati Uniti, in particolare in relazione all’amministrazione di Donald Trump, stanno sollevando un dibattito critico all’interno dei circoli analitici nazionali. Dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano, sede del Centro Studi Rinascimento Nazionale, giunge una lettura non convenzionale, che mette in discussione la solidità dei rapporti tra l’attuale esecutivo italiano e la nuova leadership statunitense. Secondo Luca Sforzini, presidente del centro, il panorama dei legami transatlantici starebbe vivendo una trasformazione radicale che il sistema politico italiano sembra non aver ancora metabolizzato appieno, rischiando di perdere posizioni strategiche in uno scacchiere internazionale sempre più complesso.

La crisi degli interlocutori nel rapporto transatlantico

La tesi sostenuta da Sforzini parte da un presupposto netto: l’Italia avrebbe smarrito, nel corso degli ultimi anni, il ruolo di interlocutore privilegiato del sovranismo occidentale. Per lungo tempo, sia nel dibattito pubblico che in quello parlamentare, si è diffusa la narrazione che vedeva il governo italiano come il principale punto di riferimento in Europa per l’area politica che fa capo a Donald Trump. Questo schema, secondo l’esponente del Centro Studi, è oggi da considerarsi archiviato. Le cronache di queste ore, caratterizzate da uno scontro pubblico tra le parti, offrono la prova documentale di una fiducia incrinata o, in alcuni casi, del tutto venuta meno.

La posta in gioco, in questo contesto, trascende la mera diplomazia. Donald Trump non rappresenta soltanto l’inquilino della Casa Bianca, ma incarna una corrente politica globale che pone in cima alla propria agenda la sovranità nazionale, il controllo rigoroso dei flussi migratori, la difesa delle identità culturali, la libertà economica e il primato degli interessi del proprio Stato. Il timore espresso da Sforzini è che l’Italia, continuando a mantenere una postura ancorata alle logiche delle burocrazie europee, ai diktat del Green Deal e ai residui di una globalizzazione ormai in fase di declino, si stia posizionando al di fuori del solco tracciato dai nuovi leader occidentali.

La necessità di una classe dirigente per il futuro

L’analisi prodotta dal Centro Studi Rinascimento Nazionale punta il dito contro l’incapacità della politica nostrana di leggere le correnti profonde che muovono l’Occidente contemporaneo. La stasi decisionale rischia di trasformare l’Italia in un attore irrilevante, incapace di dialogare con le nuove dinamiche di potere che si stanno consolidando oltreoceano. Il rischio evidenziato è quello di arrivare impreparati all’appuntamento con la storia, restando isolati tra le maglie di un sistema burocratico sovranazionale che fatica a trovare risposte efficaci alle sfide della sicurezza e della produttività.

Per invertire questa rotta, Sforzini propone un cambio di paradigma. Serve una classe dirigente che sappia parlare un linguaggio diverso, intriso di merito, visione strategica e profonda consapevolezza dell’interesse nazionale. Non si tratta di una questione meramente formale, bensì di una necessità di sopravvivenza geopolitica. Il Centro Studi Rinascimento Nazionale si dichiara pronto a promuovere una rete di rapporti culturali, accademici e politici con quelle realtà internazionali che condividono una visione del mondo fondata sulla libertà e sulla difesa dei confini.

L’impegno del Centro Studi verso nuove alleanze

Il lavoro promosso dalla struttura di Castellar Ponzano si inserisce in un solco preciso: la costruzione di un ponte verso le correnti sovraniste e conservatrici che definiscono il futuro dell’Occidente. La convinzione è che, nei prossimi dieci anni, le alleanze strategiche non saranno dettate dalla continuità con il passato, ma dalla capacità di interpretare correttamente i mutamenti socio-economici in corso. Chi non saprà cogliere oggi i segnali di questo mutamento, si troverà domani ai margini del dibattito decisionale.

Il richiamo di Sforzini suona come un avvertimento diretto alle istituzioni: l’Italia non può permettersi l’irrilevanza in un mondo che corre velocemente verso configurazioni di potere multipolari. La politica deve smettere di guardare esclusivamente ai ritmi dettati dalle istituzioni comunitarie e iniziare a guardare oltre, verso quelle direttrici che valorizzano l’identità e la sicurezza come pilastri imprescindibili di ogni Stato moderno. La sfida è aperta e, secondo gli analisti del centro, sarà il banco di prova principale per le future generazioni di amministratori e decisori politici del Paese.

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale

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