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Politica

Vannacci, Meloni e il voto mobile: la destra si muove mentre il campo progressista resta in attesa

🗳️ Nell’analisi di Francesco Rao la politica italiana appare sempre più mobile: Meloni governa, Vannacci intercetta il disagio e il campo progressista resta senza una proposta forte. Il vero nodo non è solo chi cresce, ma chi sa leggere le paure del Paese. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

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Vannacci, Meloni e il voto mobile: la destra si muove mentre il campo progressista resta in attesa

Redazione-  La politica italiana continua a essere attraversata da una caratteristica che negli ultimi vent’anni è divenuta strutturale: la volatilità. Non soltanto elettorale, ma culturale, simbolica e identitaria. I partiti cambiano pelle, gli elettori modificano appartenenze che un tempo apparivano consolidate e il consenso assume sempre più la forma di una relazione fluida tra cittadini e leadership. In questo scenario si inserisce l’emergere di Roberto Vannacci, figura che, al di là delle valutazioni politiche e ideologiche, rappresenta un fenomeno sociologicamente interessante perché intercetta una domanda sociale che precede la sua stessa proposta politica. Sarebbe un errore interpretare il fenomeno esclusivamente attraverso la lente della destra radicale o del sovranismo. Il consenso che si raccoglie attorno a leadership percepite come “alternative” nasce spesso da processi più profondi: la sfiducia nelle istituzioni, il senso di insicurezza economica, la percezione di una distanza crescente tra élite e cittadini, la difficoltà delle tradizionali agenzie di rappresentanza nel trasformare il disagio sociale in partecipazione politica. L’Italia che osserviamo oggi non è più quella della contrapposizione ideologica del Novecento. È una società attraversata da nuove fratture. Non più soltanto destra e sinistra, capitale e lavoro, ma centro e periferia, inclusi ed esclusi, garantiti e vulnerabili, connessi e marginali. In questa cornice si comprende meglio anche il successo di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia ha saputo interpretare, prima di altri, la richiesta di stabilità proveniente da una società stanca di governi percepiti come fragili e di una politica considerata distante dai problemi concreti. Governare significa inevitabilmente assumere responsabilità istituzionali e internazionali che impongono compromessi e mediazioni. È proprio qui che si apre lo spazio politico per soggetti che propongono una narrazione più radicale e meno vincolata dagli equilibri di governo. La storia politica insegna che ogni forza che assume il ruolo di governo tende progressivamente a perdere parte della propria capacità di rappresentare il dissenso. È un processo fisiologico. Chi governa deve amministrare la complessità; chi si colloca ai margini del sistema può invece interpretare più facilmente il malessere sociale. Da questo punto di vista, Roberto Vannacci potrebbe rappresentare non tanto una sfida a Meloni, quanto una sfida all’intero sistema della rappresentanza del centrodestra. Non perché sia già possibile misurarne con certezza la reale capacità espansiva, ma perché la sua presenza introduce un elemento di pressione dentro un campo politico che, fino a poco tempo fa, appariva gerarchizzato attorno alla leadership della Presidente del Consiglio. Oggi, sarebbe imprudente attribuire a questo fenomeno una traiettoria lineare. L’elettorato italiano appare infatti sempre meno fedele e sempre più mobile. Lo dimostrano le oscillazioni registrate negli ultimi cicli elettorali, durante i quali forze politiche considerate dominanti hanno subito rapide contrazioni di consenso. La stessa affermazione del centrodestra non può essere considerata irreversibile, soprattutto in una fase storica nella quale le condizioni economiche continuano a incidere profondamente sugli orientamenti di voto. L’inflazione, il costo dell’energia, la stagnazione salariale, la crisi demografica, la precarizzazione del lavoro e le persistenti disuguaglianze territoriali rappresentano variabili molto più determinanti delle appartenenze ideologiche tradizionali. Il cittadino-elettore contemporaneo assomiglia sempre meno al militante e sempre più al consumatore politico: valuta, confronta, premia e punisce con rapidità. A rendere ancora più complesso il quadro intervengono le dinamiche geopolitiche. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la ridefinizione degli equilibri energetici globali e le politiche commerciali internazionali stanno producendo effetti che arrivano direttamente nelle case degli italiani. Le crisi geopolitiche non rimangono più confinate alle cancellerie diplomatiche; incidono sul costo della vita, sui flussi migratori, sulle opportunità occupazionali e sulla percezione della sicurezza collettiva. In questo contesto si rafforza una domanda di protezione che attraversa trasversalmente le società occidentali. Non è un caso che in molti Paesi europei si registri la crescita di movimenti che pongono al centro i temi dell’identità, della sovranità e della sicurezza. Non si tratta necessariamente di un ritorno al nazionalismo novecentesco, quanto piuttosto della ricerca di riferimenti stabili in un mondo percepito come sempre più incerto. La vera questione, dunque, non riguarda soltanto chi vincerà le prossime elezioni o quale partito crescerà nei sondaggi. La domanda più rilevante è un’altra: chi riuscirà a interpretare le paure e le speranze di una società che sta cambiando più rapidamente delle categorie con cui continuiamo a descriverla? È su questo terreno che si giocherà la competizione politica dei prossimi anni. Perché il voto, oggi più che mai, non appare come l’espressione di un’appartenenza permanente, ma come la manifestazione temporanea di una fiducia fragile, revocabile e condizionata. Una fiducia che può spostarsi rapidamente da una leadership all’altra, da un partito all’altro, seguendo non soltanto le appartenenze ideologiche ma soprattutto la capacità di offrire risposte credibili a una diffusa domanda di sicurezza economica, riconoscimento sociale e futuro. Eppure, mentre il dibattito pubblico si concentra prevalentemente sulle trasformazioni che attraversano il centrodestra, una domanda rimane sullo sfondo e merita forse maggiore attenzione. Se la destra appare in movimento, se Meloni governa e Vannacci interpreta una parte del disagio e del dissenso, quale proposta stanno elaborando i movimenti progressisti e riformisti? È questo, forse, il punto più delicato. Il campo progressista e riformista sembra oggi attraversato da una postura prevalentemente attendista. Osserva le contraddizioni della maggioranza, registra le tensioni interne al centrodestra, confida nel logoramento dell’avversario e nella possibilità che siano le dinamiche interne alla destra a modificare gli equilibri politici nazionali. Ma l’attesa, in politica, non è mai una strategia sufficiente. Può diventare prudenza quando serve a costruire una visione; rischia invece di trasformarsi in immobilismo quando si limita a commentare i movimenti altrui. Il paradosso è evidente: mentre una parte della destra produce movimento, fratture, aggregazioni e nuove narrazioni identitarie, il mondo progressista e riformista fatica a collocare nel dibattito pubblico una proposta riconoscibile, popolare e insieme istituzionale. Una proposta capace di parlare non soltanto ai ceti urbani più istruiti, ma anche ai giovani precari, alle famiglie impoverite, ai lavoratori esposti alle transizioni tecnologiche, ai territori periferici, agli anziani soli, ai ceti medi spaventati dalla perdita di status e ai nuovi esclusi della globalizzazione. Quale idea di società intendono offrire ai giovani che vivono l’incertezza occupazionale, alle famiglie che sperimentano la riduzione del potere d’acquisto, ai territori periferici che continuano a perdere popolazione e opportunità, a quei ceti medi che percepiscono una progressiva erosione delle proprie condizioni materiali e simboliche? La storia delle democrazie occidentali insegna che nessuna egemonia politica è permanente. Sappiamo benissimo che in politica, le alternanze non si producono per semplice logoramento dell’avversario. Si realizzano quando emerge una proposta capace di leggere i mutamenti della società e di trasformare le inquietudini collettive in una visione credibile del futuro. È forse questo il vero interrogativo della fase storica che stiamo attraversando. Non tanto se nasceranno nuove formazioni alla destra della destra o se il consenso del centrodestra subirà variazioni più o meno significative, quanto se il campo progressista e riformista sarà in grado di costruire una narrazione politica capace di parlare ai nuovi esclusi, agli insicuri, ai disorientati della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e delle transizioni economiche in corso. Perché ogni volta che una parte della società esprime una domanda di protezione, identità e riconoscimento, la questione non riguarda soltanto chi riesce a intercettarla, ma anche chi non riesce più a rappresentarla. Ed è probabilmente qui che si colloca una delle sfide decisive dei prossimi anni. Comprendere se la politica progressista saprà tornare a interpretare il cambiamento oppure continuerà a inseguirlo. Rimane infine una domanda, forse la più scomoda. Può un fenomeno ancora in costruzione, collocato ai margini ma capace di agitare il cuore stesso dell’emiciclo politico, indurre una maggioranza a considerare le elezioni anticipate non come una scelta di forza, ma come una possibile mossa difensiva? E, soprattutto, un ritorno anticipato alle urne servirebbe davvero ad arginare l’ascesa di Vannacci oppure rischierebbe, paradossalmente, di offrirgli proprio il palcoscenico nazionale di cui ogni movimento nascente ha bisogno per trasformare il disagio in consenso? È su questa domanda che il lettore è chiamato a riflettere. Perché, nella politica contemporanea, non sempre chi muove di più governa il cambiamento. Ma chi resta fermo, troppo spesso, finisce per subirlo.

Francesco RAO

Sociologo e Docente a contratto Università “Tor Vergata”

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Esteri

Alta tensione Italia-Spagna: Ceuta brucia ma Madrid attacca la Meloni. E Sanchez va in vacanza sui gommoni di Stato

Il confine esplode, i medici implorano aiuto, ma la colpa… è di Giorgia Meloni! 🇪🇸 ⚡ 🇮🇹 Nuovo, gravissimo attacco frontale della Spagna contro l’Italia sui fatti di Ceuta. Il ministro degli Esteri di Madrid accusa il nostro Governo di usare l’emergenza migranti “solo per biechi fini elettorali”. Peccato che l’Europa (Svezia in testa) stia isolando la Spagna bocciando le politiche socialiste. E mentre i territori africani di Madrid rischiano di collassare a Ferragosto, il leader Pedro Sanchez che fa? Consiglia canzoni pop sui social e si gode le vacanze facendo immersioni usando i motoscafi della Guardia Civil! Leggi tutto l’assurdo retroscena della crisi diplomatica nel nostro nuovo articolo. Tu da che parte stai? Ditecelo nei commenti! 👇 🛳️

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Pedro Sanchez

Madrid – Mentre le frontiere collassano e i medici lanciano disperati SOS umanitari, c’è chi preferisce voltarsi dall’altra parte e puntare il dito contro il vicino di casa pur di nascondere la polvere (o meglio, le proprie clamorose mancanze) sotto il tappeto. La gravissima crisi esplosa nell’enclave di Ceuta, unita alla minaccia sempre più realistica di una nuova ondata migratoria massiccia prevista per la giornata di Ferragosto, non è bastata a far suonare la sveglia nei palazzi del potere di Madrid. Invece di concentrarsi sui drammatici problemi interni di una nazione che rischia di perdere il controllo dei propri confini, il governo socialista di Pedro Sanchez ha scelto la strada più facile e politicamente scorretta: attaccare a testa bassa l’Italia e il Governo guidato da Giorgia Meloni.

Le pesanti accuse del ministro Albares: “Roma pensa solo alle elezioni”

L’offensiva mediatica e diplomatica iberica è stata affidata alle parole, dure e sferzanti, del ministro degli Esteri José Manuel Albares. Ignorando il grido di dolore dei sanitari operanti a Ceuta (che denunciano ormai una vera e propria “catastrofe sanitaria” con richieste disperate di aiuto verso la capitale), il capo della diplomazia spagnola ha preferito sprecare fiato per impartire lezioni di morale al nostro Paese.

«L’atteggiamento dell’Italia non è stato di solidarietà e di sostegno alla Spagna, come invece ha fatto la stragrande maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea», ha dichiarato Albares, innescando l’incidente diplomatico. «Il comportamento di Roma è stato probabilmente dettato da meri interessi di parte: un tentativo cinico di sfruttare questa situazione, per noi senza precedenti, esclusivamente per rispondere alle esigenze elettorali interne del governo italiano».

Ma il ministro non si è fermato qui, rincarando la dose con dati volti a sminuire le preoccupazioni italiane: «Ciò che sorprende enormemente è che sia proprio il Paese con il maggior numero di ingressi irregolari in Europa – praticamente il doppio rispetto alla Spagna – ad aver proposto l’introduzione di rigidissimi controlli per i voli e le navi provenienti dal nostro territorio. Soprattutto considerando che quelli che a Bruxelles vengono definiti ‘movimenti secondari’ tra Spagna e Italia sono in realtà numeri minimi, che non arrivano a toccare neanche la soglia dell’1%».

Il trucco della sinistra europea: attaccare la Meloni per coprire i fallimenti

Leggendo tra le righe di queste dichiarazioni, appare ormai del tutto evidente la mossa disperata dell’esecutivo socialista spagnolo. Con un indice di gradimento popolare colato a picco e una crisi interna sempre più ingestibile, Pedro Sanchez sembra aver adottato in pieno la medesima, logora strategia della sinistra nostrana (sua storica alleata in Europa): quando non sai come risolvere un problema, punta il dito contro la “brutta e cattiva” Giorgia Meloni.

È un gioco di prestigio politico, utile a compattare l’elettorato radicale ma totalmente scollato dalla realtà internazionale. Madrid, infatti, ignora bellamente e colpevolmente il fatto che una larghissima parte dell’Unione Europea si sia ormai schierata nettamente, e senza mezzi termini, contro le scellerate politiche migratorie spagnole. L’ultima sonora bocciatura è arrivata, non a caso, dalla Svezia. Il Primo Ministro svedese, Ulf Kristersson, ha pubblicamente bollato l’idea di una maxi-regolarizzazione dei migranti avviata da Sanchez come una “pessima e pericolosissima idea”, lanciando un avvertimento pesantissimo ai partner europei: mosse del genere rischiano di far precipitare l’Europa in una crisi migratoria devastante, simile se non peggiore a quella vissuta nel 2015, mettendo definitivamente in discussione la sopravvivenza stessa della zona Schengen.

E mentre Ceuta affonda, Sanchez fa immersioni con la Guardia Civil

L’aspetto più grottesco e, per certi versi, offensivo di questa intera vicenda, riguarda però il clamoroso scollamento tra il leader spagnolo e la drammatica realtà dei confini. Mentre le enclave di Madrid in terra d’Africa bruciano sotto il peso dell’emergenza umanitaria e sanitaria, cosa fa il Premier spagnolo? All’evidenza dei fatti, per Pedro Sanchez sembra essere molto più urgente e prioritario consigliare ai propri follower letture estive e playlist musicali rilassanti.

O, peggio ancora, le cronache raccontano di un Presidente del Governo impegnato a godersi le vacanze spensierate, andando a fare immersioni in mare aperto a bordo dei costosissimi motoscafi in dotazione alla Guardia Civil. Imbarcazioni militari e mezzi di Stato che, forse, sarebbero stati impiegati molto meglio nel pattugliare le acque bollenti di Ceuta per difendere i confini, anziché scortare il leader socialista nelle sue scorribande turistiche subacquee. Una cartolina amara e surreale, che spiega alla perfezione le priorità di una certa sinistra europea: severissima e inflessibile contro l’Italia, ma drammaticamente cieca di fronte alle proprie catastrofi.

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Politica

La dura replica del PD sui fatti di Ceuta. Morani a gamba tesa: “C’è un Vannacci in ogni Stato, l’emergenza migranti è creata ad arte per soffiare sulla paura”

Il PD passa al contrattacco e smonta la linea dura del Governo sui fatti di Ceuta! 🔴 🇪🇺 Scontro infuocato a “Filorosso” tra destra e sinistra. Alessia Morani punta il dito contro Meloni e l’estrema destra europea: “L’emergenza migranti? È tutta inventata ad arte per soffiare sulla paura della gente. Esiste un Vannacci in ogni Stato d’Europa (da Vox all’Afd) e il Governo fa la voce grossa con la Spagna solo per rincorrere l’elettorato estremista”. Leggi il duro attacco dell’esponente Dem e dicci da che parte stai nei commenti! 👇 📺

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Filorosso

Roma – La miccia accesa sui confini spagnoli di Ceuta continua a far esplodere la polemica politica all’interno dei confini italiani. Se da un lato il Governo Meloni, attraverso i suoi esponenti, rivendica con orgoglio la rigidità delle scelte prese per difendere l’interesse nazionale e scongiurare infiltrazioni terroristiche, dall’altro lato la trincea dell’opposizione risponde al fuoco con accuse pesantissime. A guidare la controffensiva mediatica e dialettica del centrosinistra è stata l’onorevole Alessia Morani. L’esponente di spicco del Partito Democratico, ospite nel salotto televisivo di Filorosso su Rai 3 (sotto l’attenta conduzione di Antonino Monteleone e Adele Grossi), ha offerto una chiave di lettura diametralmente opposta dello scontro diplomatico tra Roma e Madrid, spostando l’asse del problema dalla sicurezza dei confini alle presunte e ciniche strategie elettorali delle destre europee.

“Il fantasma di Vannacci aleggia sull’Europa”: l’accusa della Morani

Il cuore dell’intervento dell’esponente Dem non si è limitato a criticare la singola scelta del Governo italiano di richiedere la sospensione del trattato di Schengen, ma ha puntato il dito contro un’ideologia che, a suo dire, sta pericolosamente infettando l’intero Vecchio Continente. Per spiegare questa deriva, la Morani ha coniato un paragone fortissimo, utilizzando il nome del Generale più discusso d’Italia come vera e propria “unità di misura” dell’estremismo politico.

«Siamo di fronte a un fenomeno preoccupante: c’è un Vannacci in ogni singolo Stato europeo», ha attaccato la Morani in diretta tv, snocciolando i nomi dei partiti sovranisti che stanno cavalcando il malcontento popolare. «C’è un Vannacci spagnolo, che si incarna perfettamente nelle politiche di Vox. Esiste un Vannacci tedesco, e porta il nome di Alternative für Deutschland (AfD). E c’è persino un Vannacci danese. Qual è il filo rosso che li unisce? Ognuno di questi Paesi ha l’enorme problema di gestire un’estrema destra che ha la cinica e disperata necessità di creare dal nulla un’emergenza migranti, con l’unico scopo di soffiare incessantemente sul fuoco della paura dei cittadini».

La strategia di Giorgia Meloni: “Una faccia cattiva per contenere le destre”

Secondo la narrazione offerta dal Partito Democratico, la durissima presa di posizione dell’esecutivo italiano contro il premier spagnolo Pedro Sanchez (accusato dal centrodestra di effettuare respingimenti illegali) non sarebbe dettata da reali esigenze di sicurezza nazionale, ma si configurerebbe come una vera e propria mossa di “teatro politico”.

«Questo è l’esatto quadro clinico che lega indissolubilmente l’Italia al fenomeno Vannacci e alle mosse di Giorgia Meloni», ha incalzato l’ex sottosegretaria Morani. «La Presidente del Consiglio sta maldestramente provando a contenere questa gigantesca ondata di estrema destra facendo la voce grossa e la faccia cattiva, del tutto inutilmente, con il governo socialista della Spagna. È una prova muscolare che serve solo a rincorrere l’elettorato più radicale, ma che non ha alcuna reale giustificazione sul piano della politica internazionale».

I fatti di Ceuta minimizzati: “Un’invasione lampo risolta in 48 ore”

Infine, l’esponente Dem ha cercato di ridimensionare fortemente la portata drammatica di quanto accaduto nell’enclave spagnola, criticando aspramente la drastica decisione di Palazzo Chigi di blindare i confini richiedendo la procedura d’urgenza a Bruxelles.

«Vorrei ricordare a tutti, per onore di verità, che quella che è stata impropriamente chiamata ‘l’invasione Stella’ è un fenomeno che si è consumato nell’arco di appena 48 ore. E sempre in sole 48 ore si è totalmente risolto», ha concluso sferzante Alessia Morani. «L’Italia ha preteso e ottenuto di bloccare le frontiere di Schengen nonostante sul campo fossero stati rimpatriati praticamente tutti i soggetti coinvolti. E tutto questo senza che ci fosse, numeri alla mano, un reale, imminente e documentato pericolo di infiltrazioni, anche perché ricordiamo che Ceuta si trova in Marocco. La verità è una sola: ci troviamo di fronte a un’emergenza totalmente inventata e creata ad arte, unicamente per contenere questa travolgente ondata di estrema destra».

Le parole della Morani tracciano un solco profondissimo e insanabile tra le forze politiche italiane, trasformando la complessa gestione geopolitica dei flussi migratori nell’ennesimo, violentissimo terreno di scontro ideologico e pre-elettorale. E mentre i leader litigano nei salotti televisivi, la questione epocale dei confini europei resta drammaticamente aperta.

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Politica

Da Giannini a Grillo, passando per Fallaci e Miglio: quando la rabbia inascoltata del cittadino fa la Storia

Il “qualunquismo”? Un termine usato per disprezzare un uomo che aveva capito i mali dell’Italia prima di tutti! 🇮🇹 ⚖️ Da Guglielmo Giannini a Beppe Grillo, passando per le visioni profetiche di Oriana Fallaci e Gianfranco Miglio. Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) lancia una sfida culturale altissima: intercettare la rabbia dei cittadini inascoltati e trasformarla in un grande progetto di governo per il Paese, senza etichette e senza nostalgie. Leggi il bellissimo editoriale che spiega la “costellazione dei ribelli” per una nuova Italia. 👇 📖

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Guglielmo Giannini

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono personaggi della storia politica italiana che hanno avuto una singolare, spietata sfortuna: quella di essere sopravvissuti a se stessi soltanto attraverso un aggettivo. È accaduto a Guglielmo Giannini, un uomo che la maggioranza degli italiani oggi conosce esclusivamente attraverso la parola “qualunquista”. Un termine pronunciato quasi sempre con un’alzata di spalle e con malcelato disprezzo, senza mai la curiosità intellettuale di andare a scoprire chi fosse davvero l’uomo da cui quella parola derivò. Quale Italia avesse interpretato, cosa avesse scritto, e soprattutto per quale motivo, in un momento drammatico della nostra storia nazionale, milioni di cittadini si fossero ostinatamente riconosciuti in lui. A riportare alla luce questa figura complessa, togliendola dalla polvere della caricatura, è un lungo e profondo intervento di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che ha deciso di inserire provocatoriamente Giannini nel proprio Pantheon culturale.

Oltre la caricatura del “qualunquismo”: chi era davvero Guglielmo Giannini

Secondo Sforzini, recuperare la figura di Giannini oggi è un’operazione doverosa. Non per accettarne integralmente il pensiero (come non lo si è fatto per Oriana Fallaci o per Gianfranco Miglio), ma per rendere omaggio a quegli “italiani irregolari” che seppero vedere, con lucida disperazione, qualcosa che le élite del tempo non volevano guardare.

Nato a Pozzuoli nel 1891, Giannini non era un politico di professione. Era un intellettuale, un commediografo, un uomo di teatro e un padre devastato dal dolore per la perdita del figlio Mario, caduto in guerra nel 1942. Quando, nel dicembre del 1944, nella Roma appena liberata uscì il primo numero de L’Uomo Qualunque, l’Italia era un cumulo di macerie fumanti. Il fascismo era crollato, i nuovi partiti si contendevano ferocemente il potere e milioni di cittadini volevano semplicemente ricominciare a vivere in pace, senza dover necessariamente giurare fedeltà a nuove ortodossie. Giannini diede una voce assordante a questa immensa fetta di Paese. Il simbolo del suo giornale era di una semplicità brutale: un omino schiacciato da un torchio. La perfetta rappresentazione del cittadino oppresso dallo Stato.

Dalla protesta alla Costituente: il grido di un’Italia stanca di padroni

Quello del Fronte dell’Uomo Qualunque non fu folclore, ma un trionfo politico vero. Alle elezioni per la Costituente del 1946 incassò oltre il 5% dei voti, portando 30 deputati in Parlamento. Ridurre quel fenomeno politico al mero “qualunquismo” significa rinunciare a capirne l’essenza: la feroce diffidenza verso lo Stato invasivo, l’odio per la neonata partitocrazia, la disperata richiesta di abbassare le tasse e, soprattutto, la pretesa che lo Stato smettesse di voler “educare” o “plasmare” il cittadino a proprio piacimento. «Oggi come allora – si chiede provocatoriamente Sforzini – dove finisce il bene della comunità e dove inizia quello Stato che, con la scusa di proteggerci, finisce per dirci perfino come dobbiamo pensare?».

Il Pantheon dei ribelli: Fallaci, Miglio, Giannini e l’allarme per la democrazia

Certo, Giannini fallì politicamente. La sua fu una meteora fulminea, schiacciata dai grandi partiti di massa. La sua rabbia riuscì ad aprire una porta, ma non fu capace di costruirci dentro una casa solida. Eppure, il suo fallimento è la più grande lezione per l’attualità. Il Centro Studi Rinascimento Nazionale ha così composto una costellazione di ribelli apparentemente inconciliabili. Dalla Fallaci si eredita la denuncia orgogliosa della civiltà occidentale; da Miglio si prende la critica radicale al centralismo e la necessità di un’architettura federale; da Giannini si recupera la domanda primordiale: l’apparato politico esiste ancora per servire l’uomo, o l’uomo esiste solo per mantenerlo?

Da Grillo a Futuro Nazionale: dare una vera casa politica alla rabbia

È proprio in questo solco che si inserisce la clamorosa apertura, suggerita nei giorni scorsi da Sforzini, nei confronti di Beppe Grillo. Parliamo di Italie e contesti lontanissimi, eppure il Movimento 5 Stelle delle origini ha intercettato, come Giannini, una disperata rivolta contro la politica professionale. Il punto non è convertire Grillo alla destra, chiarisce Sforzini, ma capire se esiste oggi un vastissimo spazio politico di milioni di persone che non si riconoscono nelle vecchie etichette e che chiedono a gran voce la fine di un sistema autoreferenziale.

«Futuro Nazionale ha davanti a sé una possibilità immensa, ma anche un rischio mortale», ammonisce il Presidente. Il rischio è illudersi che basti cavalcare il malcontento. La storia di Giannini insegna che la rabbia, se non diventa cultura politica, visione economica, senso delle istituzioni e classe dirigente, è destinata a implodere o a degenerare in odio.

Non serve cercare antenati da imbalsamare, né riproporre il vecchio e stantio “album di famiglia” della destra novecentesca. Serve ripartire da italiani liberi, irregolari e coraggiosi. Serve rimettere al centro della politica non il qualunquismo, ma l’Uomo Qualunque. Che è una cosa completamente, intimamente diversa: perché dietro quella definizione c’è la parola Uomo. E nessun Rinascimento potrà mai nascere se non partendo, di nuovo, dal volto e dai diritti inalienabili degli esseri umani.

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